Recensioni

 

 

26 marzo 2007 - Apriamo questa pagina per le eventuali recensioni di libri che ci vorrete mandare. 

 

"Gli Stati Uniti d’Africa" e il poverissimo Occidente

 

Il paradiso e il serpente messi sotto-sopra da Waberi

di Daniele Barbieri

 

Gli appassionati di motori tremeranno al rombo delle Malcom X super-soniche. Ma anche i cinefili saranno lieti di incrociare King Kong dalla cui manona emerge la bella Miriam Makeba. Chi ama la storia sociale troverà di suo gusto i riferimenti ai ribelli canadesi che intonano "Freedom Now" mentre chiunque abbia sussultato sulle pagine di Kafka, Faulkner e Borges adesso saprà qualcosa in più sul loro soggiorno all’università Amadou Hampatè Ba di Saragozza, "prima di morire in esilio".

Perplessi? Magari avete già capito che si parla di una qualche ucronia o di un universo parallelo dove le vicende storiche del pianeta Terra hanno avuto sviluppi un po’ diversi. Forse più semplicemente l’autore di "Gli Stati Uniti d’Africa" ha avuto la possibilità di assaporare in anteprima "la macchina per fabbricare i sogni e consegnarveli durante il sonno" messa a punto dai neurologi dell’istituto Frantz Fanon. Così in un sogno lungo 160 pagine ecco la storia sottosopra con l’Africa ricca e potente minacciata da un Occidente poverissimo [o forse impoverito, rapinato, suicida per troppe guerre intestine … non è chiaro e in fondo poco importa]. Bello choc aprire un romanzo e subito incontrare "un caucasico di etnia svizzera", un poveraccio "nato in una favela insalubre di Zurigo" e che ora stremato sopravvive "nel centro d’accoglienza per immigrati" della felice Asmara. Ma tecniche o intelligenti provocazioni da sole non garantiscono il risultato: occorrono una scrittura scintillante e i fili giusti per incrociare le storie ai personaggi. Abdourahman Waberi - nato a Gibuti ma in Francia da un ventennio - riesce nell’impresa. Se un anno fa il suo libro ha avuto grande successo tra i francesi non è solo per lo scandalo; ma perché nelle pagine "il rumore e la turbolenza del mondo si mescolano all’oro della sabbia". Difficile che in Italia "sfondi" perché viene pubblicato da un piccolo [pur se accorto e intelligente] editore: ciò significa esser strangolato dai distributori, oscurato nelle vetrine, ignorato dai recensori. Eppure, anche in un Paese che rischia l’analfabetismo di ritorno e il primo posto nella gara di con-clo [conformismo e cloroformio] come l’Italia, a volte il passa-parole fa miracoli: il libro di Waberi è uno di quelli che lettori e lettrici… non vogliono tenere per sé. Dunque speriamo in quel bellissimo nuovo "noi" che la protagonista svela e porta con sé: "un movimento di identificazione, di proiezione e di compassione: l’esatto contrario dell’identità inquieta e inquietante così diffusa".

Un salto fra le pagine, per meglio capire. Ha perso persino il suo nome "il pidocchioso falegname svizzero […] uno strano uomo dal berretto sporco […] l’uomo senza ombra un giorno o l’altro tornerà all’interno di se stesso, nel rovescio del suo corpo": una figura tragica e indimenticabile. Resta ancor più scolpito nella memoria l’altro personaggio-chiave: l’anti-razzista eritrea Malaika detta Maya, coraggiosa al punto di imbarcarsi per l’Absurdistan [che perfido e azzeccato soprannome per l’Europa] dopo un colpo di scena che la quarta di copertina sbaglia ad anticipare e che comunque, a metà del libro, ci costringerà a vederla con altri occhi. Ma scavano una nicchia dentro di noi anche i personaggi minori o quelli appena sfiorati: gli astronauti del Mali, le African Queens, persino i nomi dei negozi , il Neguscafè o gli afro-razzisti alla Bossi. Galleria di vite e luoghi talvolta veri e ora del tutto inventati ma soprattutto "imbrogliati" cioè messi nel posto o nel tempo che oggi diremmo sbagliato, un libro di storia scritto da Marx però Groucho. Dopo un po’ si entra nel gioco a pieno titolo: se l’autore di sfuggita nomina il sorriso di Mouna Sylla intendiamo la battuta mentre la vera ragione - ironica e affettuosa - per cui "il furfantello originario della Polonia" si chiami Ryszard magari sfuggirà ai meno africo-fili. Libro tenero persino quando ci getta in mezzo alle orde dei disperati [qui gli occidentali]. Anche nelle peggiori situazioni troviamo "le mille e una maniera di essere un umano tra altri umani". Forse "il resto verrà più tardi […] il mondo si rifiuterà di rigirarsi nel fango"; anzi nel finale si dà per certo che ci sarà un miracolo.

"Ogni paradiso possiede il suo serpente" ci ricorda Waberi ma potrebbe trattarsi di un "paradiso delle lontananze" e di un "serpente del reale". In ogni caso siamo "tutti uniti nella danza, uno stesso passo, un unico sudore". Ballate con lui, ne vale la pena.

 

Abourahman A. Waberi

"Gli Stati Uniti d’Africa"

Morellini

pp. 166, euro 14,90

 

inserito il 20 giugno 2007

 

 

Da "La Sicilia" del 06-08-07

La ragazza definitiva - leggi anche l'intervista           

di
Gisy Scerman
Castelvecchi Editore
Pagg.192 Euro 12,00

Gisela (Gisy) Scerman è nata a Vicenza nel 1979, vive a Bologna dove lavora come modella all'accademia di Belle Arti. Ha fatto la modella per grandi nomi italiani: Saudelli, Baldazzini, Giovanna Casotto. Ha pubblicato un saggio su Piero Ciampi, "Una vita a precipizio" (Coniglio Editore 2005). Questo, edito da Castelvecchi, "La ragazza definitiva" è il suo romanzo d'esordio. Uno stile irriverente, spregiudicato; molto sesso ma anche molta ironia, e soprattutto capacità di autoironia. Gisy riesce a creare tutta una serie di situazioni paradossali che avvincono il lettore, descritte con spudorata innocenza. E' un romanzo dalle tinte decisamente erotiche, con molti spunti autobiografici, il tutto raccontato con uno stile limpido e fresco, come solo una giovane spiritualmente libera può fare. La protagonista del romanzo non ha pudore del suo corpo perché intellettualmente attribuisce ad esso una funzione terapeutica, risposta alle inquietudini, desiderio di conoscenza e di confronto. Gisy è bella, fa la fotomodella, è giovane e desiderata. Facendo un'equazione semplicistica si è portati a pensare che il buon Dio le abbia dato tutto nella vita e che il cervello nei tipi come lei possa essere solo un optional. Conoscendola e scorrendo le pagine del suo libro ci si rende conto di avere a che fare con una persona estremamente colta, studentessa universitaria, capace di spunti brillanti, a tratti malinconici, quasi nichilisti, pervasi da ansia di ricerca, che racconta di sesso con estrema naturalezza e lo banalizza. Ci sono tratti di profonda solitudine nel libro, voyeurismi e feticismi. Emergono con cinismo le ipocondrie e le meschinità dei protagonisti, che ne escono ridicolizzati. Oggi vige il culto dell'apparire: la televisione, il cinema, la moda sono poli di attrazione per le giovani generazioni. Se si chiede a una ragazza cosa vuol fare da grande, il più delle volte risponderà: la velina, l'attrice, la concorrente al Grande Fratello. Difficilmente il medico o l'ingegnere. E' un segno deteriore dei nostri tempi. E' sintomatica nel romanzo la mancanza di un amore con la A maiuscola, un pizzico di romanticismo. Il sesso come puro esercizio ginnico. Si coglie una sorta di distacco tra le pagine, quasi una scarsa motivazione per la vita stessa, come se le cose debbano andare in un certo modo per fatalità o perché tutto è stato scritto.

SALVO ZAPPULLA

 

Da "La Sicilia" del 12-08-07

Sdraiami

                                                        

Sdraiami. Non è l'invocazione disperata di una vecchia zitella in crisi ormonale ma il titolo del nuovo libro di Berarda Del Vecchio (Castelvecchi Editore, pagg.120, euro 10,00). Dopo il successo riportato con "L'adorazione del piede", la scrittrice, romana, 29 anni, laureata in Lettere, agente di moda, si diverte a provocare, a punzecchiare l'orgoglio e la vanità maschile, a suo parere assopiti o addirittura andati in letargo. Donne alla ricerca del punto G perduto. Davvero gli uomini di oggi non sono all'altezza della situazione? Il macho latino villoso e virile è andato in estinzione. L'uomo col tempo si è rammollito, si imbelletta, si fa il lifting, si stira le rughe, si incipria, si fa la ceretta e si sparge addosso litri di acqua di colonia. E dove lo mettiamo l'afrore di selvaggio? Lo sfrigolio di un corpo in calore? L'autrice gioca con tali paradossi. A una progressiva emancipazione femminile corrisponde una regressione maschile. Il maschio di oggi non sa più corteggiare la donna, non ha un linguaggio proprio, scimmiotta i divi della TV. Troppo edulcorato, troppo portato per le buone maniere. Nostalgia per il camionista coi baffoni e la canottiera sudata, unta d'olio col panino ai funghi morsicato mentre guidava. La Del Vecchio ci propone un'esilarante riflessione sul rapporto uomo-donna. La manualistica erotica fattura in Italia 30 milioni di euro l'anno, pare che il 70% dei fruitori siano donne. Alberto Castelvecchi ha individuato il filone aurifero. I manuali di sesso invadono le librerie, ce n'è per tutti i gusti: sesso estremo, lezioni di preliminari, sesso orale, posizioni da triplo salto mortale; lancio dal lampadario, dal treno in corsa. Il kamasutra è diventato roba per educande. Tutti a voler dare lezioni. L'onorevole Vladimir Luxuria veste i panni dell'insegnante di sesso. In passato, per la verità, ci ha provato pure Giuliano Ferrara, con scarsi risultati. Le bretelle e il pancione prominente non lo rendevano molto credibile. Ci aspettiamo ciurme di signore assatanate, libro della Del Vecchio in mano, all'assalto dei propri partners per rivendicare i diritti perduti.

E il maschio siciliano come reagirà alla provocazione? L'uomo erectus per eccellenza, lo strapazzafemmine per antonomasia, discepolo di Ercole Patti e Vitaliano Brancati, capace di ingravidare una donna sul balcone con la sola forza dello sguardo, come reagirà alla provocazione della signora Del Vecchio? Nel dubbio le sconsigliamo di girare in costume per le spiagge siciliane.

 

SALVO ZAPPULLA

Quaderno di Poesia Dialettale

a cura dell’A.N.PO.S.DI.

                          

 

L’A.N.PO.S.DI., Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali, con sede centrale in Roma e delegazioni regionali e provinciali, è stata fondata il 9 Maggio 1952. Senza fine di lucro, il sostentamento basato unicamente sulle quote degli associati, gli scopi statutari si prefiggono: 1) la valorizzazione dei dialetti; 2) lo studio dei dialetti e degli autori; 3) la diffusione della produzione letteraria dialettale.

Nell’intento di attuare i propri fini istituzionali, l’Associazione, che ha annoverato nel tempo soci quali: Aldo Fabrizi, Nino Taranto, Ignazio Buttitta, Peppino Denaro, E. A. Mario, Mario Dell’Arco, Tonino Guerra … indice convegni e congressi nazionali che si celebrano due volte all’anno, in Primavera e in Autunno.

L’odierna pubblicazione, non commerciale e destinata ai critici letterari, ai giornalisti, alle riviste specializzate, alle biblioteche, raccoglie, con immagini di copertina dell’artista locrese Nicola Sacco, i componimenti che sono stati declamati nei due convegni del 2006: a Maggio a San Giovanni Rotondo e a Ottobre a Rimini.

Con la premessa di Mimmo Staltari, che dell’Associazione è il presidente dal 2005, al quale se ne deve l’attuale rilancio in virtù dell’entusiasmo e del carisma, nonché delle felici iniziative quali, tra le altre, l’inaugurazione del gonfalone dell’A.N.PO.S.DI., la nuova veste della rivista dell’Associazione Voci Dialettali, la svolta "informatica" con la prossima realizzazione del sito internet, il rafforzamento degli organismi periferici, il Quaderno intende partecipare, in opposizione al "de profundis" che da tempo alcuni sinistramente intonano, la vitalità dei dialetti, riscoprire tramite essi <la nostra identità>, comunicare che <parlare il dialetto non significa isolamento, ma comprendere il senso profondo delle proprie radici.>

Dall’Abruzzo al Veneto, dalla Basilicata alla Valle d’Aosta, dalla Calabria al Trentino Alto Adige, passando per Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria, in un volume di oltre 200 pagine, sono presenti, in una rassegna di testi con traduzione italiana in calce, alcuni tra i migliori poeti che militano fra le fila del Dialetto, i cui versi <esaltano i sentimenti, le emozioni, gli anfratti dell’anima>, ed è suggestivo, stimolante, bello constatare quanto questo venga adoperato con naturalezza, con proprietà di significato, sia "abile" ad assolvere egregiamente l’esigenza sociale della comunicazione, sia tuttora palpitante, seducente, vivo.

Ottobre 2007

 Marco Scalabrino

 

LEONARDO NASCOSTO

(Rivelato l'ultimo mistero nella vita di Leonardo)

 

di Valeria Botta

 

Fermento

Pagg.264 €.14,00

 

C'è un'ansia di ricerca metafisica in questo libro di Valeria Botta, un desiderio irrefrenabile, cosmico, di andare oltre. Sul grande Leonardo da Vinci si sono susseguite ricerche di illustri studiosi ma Valeria intrecciando rigore scientifico e fantasia ha focalizzato un periodo storico basilare nella vita del grande genio: l'età dei suoi tredici anni (1465), raccontando il periodo più oscuro della sua vita, svelandone i segreti che lo hanno accompagnato e il mistero irrisolto della Gioconda. La giovane autrice romana ha voluto colmare un vuoto che va dal periodo adolescenziale a quello della maturità facendone risaltare aspetti caratteriali inediti e la sua voglia di continua ricerca, con umiltà, non esitando - il grande Leonardo- a chiedere informazioni e notizie utili alla sua causa. Valeria nutre un grande amore per lo studioso, ne parla come se l'avesse davvero incontrato, magari in sogno, lo umanizza, lo tira giù dal piedistallo dove altri lo hanno collocato e ce lo rende fruibile, simpatico anche, rivelando aneddoti gustosi. E non è impresa da poco considerando che stiamo parlando di uno dei più grandi personaggi della Storia che l'umanità ci invidia. E' un inno d'amore questo straordinario romanzo che scorre veloce in un accavallarsi di frenetici avvenimenti, a tratti inquietanti o avvolti da artificio letterario. L'autrice scava nell'animo del suo personaggio, vuole arrivare alle radici della sua contorta e complessa personalità, capire qual è stato il lampo folgorante che lo ha indotto al desiderio costante di ricerca, a trasformare un uomo in uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi. Infine l'ipotesi più suggestiva nel lavoro di Valeria, una tesi destinata a far discutere e a scandalizzare non pochi: il volto di Monna Lisa potrebbe appartenere a un cadavere, quel volto dal fascino enigmatico da cui Leonardo non ha voluto separarsi fino alla morte.

 

 

Salvo Zappulla

 

 

Da "La Sicilia" del 18 -10-07

 

Tea Ranno. "In una lingua che non so più dire". Edizioni E/O, pagg. 222 € 17,00.

 

Dopo il successo di "Cenere", la scrittrice siciliana si ripresenta al suo pubblico, a distanza di soli diciannove mesi, con un nuovo romanzo. Una storia completamente diversa, contemporanea, in cui la Ranno dimostra grande versatilità di scrittura. Cenere è ambientato nel Seicento e lo stile barocco si identifica con la storia narrata."In una lingua che non so più dire" racconta di stragi mafiose, di attentati delle Br. Andrea, il personaggio chiave del nuovo romanzo, è un giudice combattuto tra Milano e la Sicilia, sua città d' origine. Un uomo concreto, asciutto, severo, che ha sempre saputo cosa chiedere alla vita.. Arriva per tutti il momento di saldare il conto con il proprio destino, umili e potenti, e il giudice si ritrova solo, colto da infarto, a meditare sulla sua esistenza. I flash back della memoria si snodano lucidi a rinverdire gli affetti perduti. Un viaggio a ritroso nel tempo alla ricerca dell'Isola Felice, l'infanzia, la spensieratezza, i rimbrotti benevoli del nonno. E poi Teresa, che incarna i sapori genuini, il profumo delle frittelle, le conserve di pomodoro, gli anni innocenti del liceo. Teresa si erge candida e maestosa come la cima di una montagna imbiancata, un gigante con cui confrontarsi. Teresa è il rimorso, le crisi di coscienza, la polvere che scivola dentro il pugno e non si può più afferrare.

Le pagine del romanzo scorrono fluide, leggere, sospese tra realtà e sogno. Tea gioca a mescolare rimpianti e ricordi con grande scaltrezza, ha la capacità di trasformare le parole in suoni, sembra quasi di sentirlo lo scalpiccio del mulo, lo stridere del portone arrugginito, il vento che ulula. Anche le balbuzie del nonno sono una brillante trovata letteraria, a rallentare il tempo, a scandagliarne i frammenti ed estrarre da esso tesori inestimabili. E poi il finale amaro, come amari sono tutti i ritorni, quando ci si illude di poter trovare le cose così come si erano lasciate, sperando che le leggi inclementi del tempo non le abbiano scalfite. E invece...

E invece... Tea, partiamo proprio da questa frase lasciata in sospeso: il tempo, il viaggio a ritroso nella memoria. In questo romanzo ci sono i ricordi, i profumi perduti, la nostalgia; è una storia delicata e soffice come una piuma, che scava nell'animo umano con un profondo lavoro di introspezione. Ho colto nel segno?

 

Sì, hai colto perfettamente. Mi piaceva - scrivendo - giocare col senso di lievità che è proprio di certi ricordi: la vaghezza, quel loro farsi nebbia, nuvola, spuma di mare. E il loro immancabile tramutarsi in macigno quando la realtà si sostituisce alla fantasia. Quello che racconto è un tempo lieve che diventa di piombo mano a mano che Andrea ripercorre lo spazio tra Milano e la Sicilia, e torna ai luoghi dai quali era partito, anzi, dai quali si era staccato con un taglio netto, di quelli che non ammettono ritorni. E per quarantadue anni era stato così: il giudice si era alimentato di fantasie vaghe e leggerissime, inventando per Teresa la vita che lui stesso le aveva destinato: laurea, matrimonio, figlie, vita mondana in una Londra letteraria e irreale. Sogni che erano diventati la spina dorsale della sua vita fasulla condotta a Milano. E invece… la sorte riserva tutt’altro.

 

Qual è il messaggio che il romanzo vuole trasmettere?

 

Non credo che il romanzo abbia un messaggio da trasmettere, almeno, non nelle mie intenzioni: ho raccontato la storia di una partenza e di un ritorno.

Una partenza che, nei propositi del protagonista, avrebbe dovuto portare a una vita più libera: il Continente, Milano, le donne, la libertà sessuale, la partecipazione a eventi di cui in Sicilia, spesso, giungono soltanto gli echi. Una visione profondamente egoista, perché il ragazzo Andrea all’inizio pensa soltanto a se stesso. Certo, l’amore per Teresa è una spina, ma qualcuno provvede a informarlo che lei s’è già fidanzata e non pensa certo a lui. Una menzogna. Che sarà il fondamento di altre menzogne. E di menzogna in menzogna la vita del giudice andrà avanti, falsa "come può essere falso un set cinematografico in cui si ubbidisce a un copione che mette in scena la vita".

Poi c’è il ritorno. Una necessità che nasce all’improvviso una mattina d’estate in piazza Duomo. Andrea sente alcuni ragazzi parlare nella lingua del suo paese e quelle parole sono come rasoiate nello stomaco, acido che sfalda la crosta delle abitudini e gli restituisce, intatto, il mondo di quando era bambino. Il bisogno di tornare - scansato per quarantadue anni - diventa fortissimo, così Andrea prende il treno (non l’aereo, no, ha bisogno di avvicinarsi lentamente per non soccombere a un impatto troppo violento con l’isola) e ripercorre lo spazio che lo riporta all’origine di tutto.

 

La scrittura. Sei passata da uno stile barocco, molto ridondante, a uno più asciutto ed essenziale. Quanto è importante e professionale per uno scrittore avere questa capacità di adeguare un linguaggio ogni volta diverso alle proprie storie?

 

E’ la storia che ti chiede di essere raccontata in un certo modo. Quando ho scritto di Stèfana avevo bisogno di uno stile ricco, visionario, fortemente evocativo, capace di ricostruire il mondo di stucchi e parvenze nel quale si muovono i secenteschi personaggi di Cenere. Questa di Andrea e Teresa è una vicenda ambientata nel duemila, il linguaggio doveva essere necessariamente diverso, più attuale, altrimenti la storia non sarebbe stata credibile.

 

Andrea è un personaggio di grande spessore, riesce da solo a sostenere tutta l'impalcatura architettonica del romanzo, anche se poi con lo scorrere della pagine cresce e giganteggia la figura di Teresa, il personaggio femminile, quasi ad annientarlo. E' stata una tua precisa scelta?

 

No. In genere non c’è nulla di predeterminato nei miei romanzi. La storia evolve secondo la sua necessità: a differenza di Cenere, in cui avevo chiarissimo l’inizio del romanzo, in questa di Andrea sono partita dal cuore: avevo scritto un racconto che poi è diventato la parte centrale della narrazione, e intorno a questo nucleo ho cominciato a tratteggiare l’intera vita dei due protagonisti. Andrea è colui che ritorna, quello che ha tanti conti da saldare. Teresa è quella che aspetta. Ma è anche la donna che incarna il sogno. E i sogni, si sa, sono lievissimi. Ma pesanti come macigni quando, con gli occhi aperti, si torna alla realtà.

 

E' più importante nella vita essere Teresa o Andrea?

 

Potrei dire che sono il tanto di bianco e di nero presente in ognuno di noi: l’evanescenza e la concretezza, l’amore grande e il compromesso con la realtà, l’ideale e la prosaicità. Se però dovessi proprio scegliere: meglio Teresa. E’ più importante, nella vita, abbandonarsi alla passione, con tutte le conseguenze che comporta, piuttosto che trascinarsi dentro una vita falsa, in cui non ci si riconosce assolutamente.

 

Salvo Zappulla

 

 

"La Sicilia" del 24- 09-07

 

Cipria

di Mariolina La Monica - leggi anche l'intervista

 

Edizioni IL FILO

Pagg.340 € 17,50

 

Un grande affresco questo romanzo di Mariolina La Monica. L'evoluzione di un paese di provincia -Castagneto Mare- raccontata attraverso le vicende della dinastia dei Panara. I protagonisti del romanzo hanno una funzione purificatrice che si connota di ragioni morali e ideali insieme. Si respira l'atmosfera ampia e soave dei romanzi di De Roberto o di Tomasi di Lampedusa. Personaggi di rilievo ancorati alle tradizioni, alle convinzioni radicate nell'animo e impossibili da estirpare, in una percezione disillusa dell'esistenza, sono in conflitto con le giovani generazioni che sgomitano per rivendicare i loro spazi di libertà negata, E' un continuo alternarsi di frustrazioni e slanci vitali di impalcatura illuministica. Conflitti generazionali che danno vivacità alla narrazione. Il più anziano dei Panara è un uomo dalla tempra dura, da contadino, che mai rinuncerebbe ai suoi princìpi, così come la giovane Ilde (Cipria) è una donna di carattere, capace di grandi rinunce e di amori eterni. Il romanzo cresce di tensione narrativa con lo scorrere delle pagine per concludersi con un finale ad effetto che ne impreziosisce la trama. Mariolina ha una bella scrittura, lieve e soffice come la cipria, una delicatezza di esposizione non comune, sembra scrivere in punta di penna. Ci sono momenti deliziosamente costruiti in Cipria, intrecci di magica passione che inneggiano alla speranza e invitano ad afferrare la vita per la coda, anche quando questa sembra irrimediabilmente perduta. In un periodo in cui l'industria culturale sembra puntare soprattutto sulla letteratura d'evasione, Mariolina La Monica ci riporta indietro nel tempo, regalandoci una ventata d' aria buona.

 

Salvo Zappulla

 

 

Le parole alate sanno volare più in alto e uniscono i pensieri e le emozioni

 

Da te a me, dice Fabio Barcellandi parlando del suo ultimo lavoro, la silloge di poesie "Parole alate" (Cicorivolta Edizioni), ispirata dall’omonima canzone di Meg.

E credo che questo sia il passaggio fondamentale in questa poesia che è allo stesso tempo unione e scambio, una poesia che nasce sull’onda dei pensieri altrui, facendoli nostri.

 

Dice Barcellandi: "Parole come incarnazione e reincarnazione, perché non basta una sola vita - la tua, la mia, la sua - non può, e ogni altra parola è nuova vita, linfa. Parole: vite precedenti e contemporanee. Parole: non morte, assenza di morte

 

parole che

entrano in me

inspirate con l’aria

divengono

parole udite

nella mia mente

suoni

tutto risento

come se avessi vissuto

e vivo

parola mia d’onore."

 

Perché le parole possono essere dolci, e semplici ma anche inutili. Parole che ti fanno sanguinare, ma anche fragili o stupide, parole che non sanno dove andare. Parole che sembrano mai bastare.

 

 

"PAROLE FRESCHE"

 

Le finestre dell’anima

sono quelle da cui potrai guardarmi dentro,

se vorrai.

Solo da lì riuscirai a vedermi per quello che sono,

se vorrai.

Aprile e niente saprà sottrarsi al tuo sguardo,

se vorrò.

E poi,

forse,

volendo

ci apparterremo

per l’eternità.

Scegli.

 

 

"PAROLE CHE POSSONO INCENDIARE

GLI ANIMI DI UNA RIVOLUZIONE"

 

sentirsi vivo

in un mondo di morti

sentirsi attivo

in un mondo addormentato

sentirsi caldo

in un mondo freddo

sentirsi in viaggio

in un mondo arrivato

sentirsi innamorato

in un mondo pieno di risentimento

vita

energia

calore

movimento

amore

come poterli sentire

in un mondo

che è già la tua bara?

 

"PAROLE STUPIDE"

 

essere

al contempo

fuori e dentro

di sé

a che pro limitarsi a scavare

alza gli occhi

al cielo

non vedi

quanto di te stai gettando?

 

 

 

"PAROLE CHE TI FANNO SANGUINARE" (II)

rosso sangue

che scorre in me

c’è una tale quantità d’amore

da dare

da ardere

trasformando

l’amore

in ardore

ti prego non confonderla con arrabbiatura

sofferenza

suscettibilità

complessità

incomprensibilità

pesantezza

colpevolezza

tutte cose passeggere

in una qualche maniera

che nulla hanno a che fare

con la costante pulsazione

del mio cuore

 

 

"PAROLE AL VENTO"

affacciarmi alla finestra

è già un esser fuori

da me stesso

è la manifesta decisione presa

il primo passo

verso me

come scavare

in ciò che mi sovrasta

dentro

 

 

"PAROLE CHE SEMBRANO MAI BASTARE"

dolore

rima

con orrore

e

per questo

confondi

sofferenza

con apparenza

rifiutando di capire

ciò che invece è da sentire

sulla tua pelle

nella tua carne

dentro le tue vene

lungo i tuoi nervi

attraverso il tuo cuore

in pezzi

nel tuo cervello

impazzito

per non riuscire

a morire!

 

 

 

La musica a pieno titolo dentro la poesia. E viceversa. D’altronde, che fossero una compagna dell’altra, era cosa nota, lo sentivamo già dentro noi anche se non sempre riusciamo a riconoscerla fino in fondo.

Quando ci succede è una festa: ritmo ed emozioni in una cadenza che ricorda un ballo, il ballo dell’anima.

E sono emozioni che arrivano, ti prendono e rimbalzano lontano fino a catturare gli altri, volando poi di nuovo...

Questo è ciò che ci regala Fabio Barcellandi con questa sua silloge Parole alate, ed è ciò che la cantante Meg ha regalato a lui, in un cerchio perfetto come sempre è l’arte.

 

Morena Fanti e Fabio Barcellandi

18/11/2007

 

Storie ai minimi termini
di Frank Solitario

Il Foglio Letterario 2006
Collana Autori contemporanei
pp.147, 10 euro

 

Un libro da sfogliare e ‘sgranocchiare’, questo Storie ai minimi termini di Frank Solitario. Racconti così brevi che non fai in tempo ad affezionarti ai personaggi, anche perché sono persone che nessuno vorrebbe avere accanto: barboni, falliti, poveracci che si battono tutto il giorno e tutta la vita per arrivare al fallimento pre-annunciato. Disadattati della società, forgiati a misura di sconfitta, a volte così surreali da sembrare veri. La scrittura di Frank Solitario è tagliente e ben affilata, caratteristica necessaria per fare meno male quando affonda il colpo di grazia che immancabilmente arriva ogni due pagine. Le storie ai minimi termini sono aspre, quasi cattive, e lasciano un sapore amaro in bocca, ma sono anche coraggiose; usano quello stesso coraggio che spesso vorremmo avere noi guardando il mondo e i nostri vicini di casa, e forse anche noi stessi.

La brevità dei racconti invoglia a proseguire la lettura: sono storie spolpate del superfluo, storie ‘rosicchiate’ che l’autore ci regala, forse per disfarsene lui stesso e non avere più il peso delle tante vite che ha distrutto con la sua penna.

 

Morena Fanti