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I RACCONTI DI FRANCO FORNARO


Ninnì 

 

Il corpo disteso sul lettino dello stabilimento balneare, ad abbronzare la pelle già scura, spiccava tra i corpi messi nella stessa posizione e presenti quel giorno di agosto, ormai distante nei miei ricordi.

La sabbia infuocata dal sole e la luce intensa che veniva riflessa dalla morbida distesa, mi dava fastidio nel fissarla. Un leggero alito di brezza marina, rendeva il luogo più sopportabile del solito. Vedevo il mare, dai colori blu intenso ed azzurro, appena increspato sulla superficie. Il movimento delle onde, terminava sulla riva con il rumore di risacca, appena percettibile in lontananza.

Stavo godendo questo panorama da sotto l’ombrellone dello stabilimento, beandomi l’anima per le sensazioni che stavo provando. Il mio sguardo fissava spesso un corpo femminile più scuro che attirava la mia attenzione e ne studiavo i movimenti da qualche giorno nascostamente. Non volevo perdere nessun movimento di quel corpo ed immaginavo la vita di quella donna sconosciuta, che ora ignoravo. Mi sarebbe piaciuto conoscere meglio la donna, forse perché attratto dal corpo asciutto che veniva accarezzato dai raggi solari e quando si muoveva, lo faceva con gesti misurati e sinuosi.

La guardavo di nascosto, mentre leggevo il libro che tenevo tra le mani e, volgendo lo sguardo intorno, mi accorsi che non ero il solo a fissarla. Altri uomini, giovani e meno giovani, sia soli che con una donna di fianco, non rinunciavano al piacere ed ai sotterfugi per ammirare le forme della donna. La brezza del mare, per fortuna, rinfrescava momentaneamente il mio corpo e così potevo evitare di lasciare la mia posizione per andare a fare una doccia ed alleviare il senso di calore.

La donna, si mise seduta sul lettino alzandosi di scatto, lasciando momentaneamente la posizione distesa a cui ero abituato. Come a percepire gli sguardi su di lei, con fare tranquillo, girò la testa in ogni direzione per scrutare e fissare le persone che prendevano il sole. La donna sembrava, in quel momento, un’opera d’arte in attesa degli estimatori. Si era eretta con il busto e questo aveva evidenziato maggiormente il seno racchiuso nelle coppe di stoffa del bikini rosso che indossava.

Era veramente un bel seno da guardare. I capelli castani e raccolti alla nuca, davano al viso forma di un’ovale regolare e mettevano in mostra delle orecchie proporzionate ed aderenti alla testa. Le labbra erano carnose e non erano troppo pronunciate. Indossava degli occhiali scuri per proteggere gli occhi e quindi non ero in grado di vederne la forma ed il colore. I fianchi arrotondati sembravano dare al corpo la forma di un violoncello. Le gambe raccolte verso il busto, erano ben tornite e verso i polpacci ben modellate.

La pelle era lucida per la crema che era stata spalmata in precedenza.

Mentre ero intento a guardare, improvvisamente, il volto della ragazza si girò verso la mia direzione e mi sembrava di essere fissato da dietro alle lenti scure che vedevo. I nostri sguardi s’incrociarono e rimanemmo immobili per secondi che sembravano interminabili. Sentivo l’imbarazzo crescere in me ed abbassai gli occhi per riprendere a leggere, ma sentivo ancora il suo sguardo fisso su di me.

Non sono mai stato bello fisicamente. Ora, poi, che l’età non era più giovane, potevo sicuramente essere considerato tra i poco piacenti, tanto più che non avevo mai fatto sport con frequenza. Il mio corpo portava evidenti i segni di una decadenza fisica ormai prossima.

Rialzai, quasi in modo impercettibile, lo sguardo verso l’alto ed in direzione della donna. Lei aveva proseguito a fissarmi perché era come l’avevo lasciata poco prima. Ebbi una sensazione che mi procurò un senso di piacere, sconosciuto da diverso tempo, per l’inaspettato interesse. Mi scappò un leggero sorriso, mentre ero intento a fissare il volto della donna. Fui preso dal panico, quando vidi un sorriso stamparsi sulle labbra di lei, come un segno di gradimento per l’attenzione ricevuta.

Il mio gesto, fu quello di voltarmi e guardare verso una possibile persona che stava alle mie spalle e che lei conosceva ed aveva salutato sorridendo. Dietro di me non c’era nessuno che lei stava guardando o salutando. C’erano solo persone attente a prendere il sole con gli occhi chiusi e distesi sui lettini, come se dormissero. La certezza che lei avesse risposto al mio saluto era vera, ma sembrava ancora impossibile.

Mi ripetevo che non era vero e non volevo credere a questa possibilità.

Sentivo in me un’euforia insolita e distratto mentalmente dalla piacevole attenzione ricevuta, continuai a leggere il libro. Le parole e le frasi non avevano nessun significato e non capivo quello che stavo leggendo, tanta era l’emozione per l’accaduto. Passarono minuti interminabili. Il tempo parve fermo e la situazione non sembrava migliorare. Il mio senso d’inquietudine aumentava in funzione del tempo.

Provai nuovamente ad alzare lo sguardo dal libro e mi guardai intorno. Mi girai verso il lettino della ragazza, ma lo vidi vuoto. Fui preso da un senso di liberazione e di smarrimento al tempo stesso e mi prese un crampo insolito allo stomaco. Mi guardavo attorno per individuare dove fosse andata la donna.

Improvvisa e con un passo misurato, riapparve mentre usciva dal bar con una bottiglia d’acqua in mano.

Il corpo della donna si muoveva seguendo il ritmo dei suoi passi. Non era alta ma aveva un fisico curato.

L’abbronzatura era perfetta in ogni parte del corpo, segno che le piaceva prendere il sole ed il colore della pelle era marrone scuro. Il bikini rosso indossato risaltava bene sul corpo della donna.

Mentre la donna tornava verso il suo lettino, si guardava intorno e cercava con insistenza il mio sguardo.

Non ero mai stato così incuriosito dall’atteggiamento ed al centro d’attenzione da parte di una sconosciuta.

In passato, avevo avuto delle donne che si erano interessate a me, ma lo avevano fatto sempre con modi discreti e si erano lasciate andare dopo la mia reciproca attenzione.

Io disteso sul lettino, fissavo interessato la figura che mi transitava davanti a breve distanza. La donna si sentiva osservata e questo le dava una maggiore padronanza di sé. Era una situazione accattivante e non volevo lasciar perdere una possibile occasione di conoscere la donna.

Quello che dovevo fare era tentare un approccio che avesse aperto le porte del suo animo ed intuivo che non sarebbe stato impossibile, ma ero frenato dalla mia timidezza e paura. Facendo finta di leggere il mio libro che era rimasto alla stessa pagina da un po’ di tempo, pensavo al modo di entrare in contatto con lei e quindi fare la conoscenza di quella creatura disponibile e dal fascino spiccato.

L’ambiente all’interno dello stabilimento, era tranquillo, per essere nel mese di agosto. Perso dietro a pensieri insoliti, non mi accorsi dei movimenti dalla donna oggetto della mia attenzione. Vidi la figura abbronzata e perfetta della donna avvicinarsi a me e notai che aveva un tatuaggio sul piede sinistro, rimasto nascosto fino ad allora. Il disegno raffigurava un gabbiano con le ali aperte che volava sopra un bocciolo di rosa.

Notai che aveva la mano chiusa e sembrava nascondere qualcosa che non riuscivo ad identificare. La vedevo avanzare lentamente sotto il sole, e sorridente faceva attenzione a dove metteva i piedi. Le sue movenze, facevano trasparire una notevole dose di fascino e non lasciavano molto spazio all’immaginazione. Avevo l’impressione che camminasse in modo controllato, per farsi apprezzare maggiormente nel fisico.

Quando arrivò a più di un metro da me, saltò leggera nella parte della sabbia che era coperta dall’ombra del riparo artificiale di cui beneficiavo. I suoi piedi vennero seminascosti dalla sabbia che si era mossa a seguito del salto. Mi feci vedere un po’ sorpreso dalla sua presenza ed aspettai con impazienza, senza che lei ne fosse consapevole, di una sua parola o di un gesto che avrebbe fatto.

Con voce gentile mi domandò: "Ha da accendere?" mostrando la sigaretta spenta che aveva seminascosto tra la mano chiusa a pugno. Sorpreso ed imbarazzato risposi: "Mi dispiace e non posso aiutarla, ma non fumo più da anni e non possiedo accendino".

Alla mia risposta, parve titubante e lentamente si voltò per tornare sui suoi passi.

La brezza marina, mi portava un profumo di vaniglia e cocco che assaliva le mie narici ed io respirai profondamente e ne assaporai il piacere che mi dava. La ragazza era ancora titubante e molto convinta della sua azione, in seguito al mio rifiuto, girò la testa verso di me. Con l’aiuto di una mano, abbassò gli occhiali che le coprivano gli occhi in modo lento, facendole assumere un’aria molto intrigante.

"Ma come ha fatto a smettere di fumare?" domandò seccamente e con un tono gentile.

Preso alla sprovvista, rimasi qualche attimo a pensare come e cosa rispondere. I miei occhi fissavano gli occhi di lei, ora ben visibili. La donna aveva degli occhi leggermente allungati e non molto grandi ed erano di un marrone scuro. Risaltavano benissimo sulla pelle del viso scura e lucida. Con quella forma e la pupilla scura dal contorno bianco del bulbo oculare, le davano una bellezza orientaleggiante.

L’abbozzo di sorriso sulle labbra addolciva anche gli occhi e lo sguardo, ma non avevo il tempo per capire cosa rapiva la mia attenzione. La mia risposta non fu decisa.

"Beh…" indugiai e le parole non mi uscivano

"Senta…" feci una pausa più lunga "…non so spiegare come ho fatto…"continuai a parlare sempre fissando i suoi occhi scuri, sentendomi a disagio nel sostenere il suo sguardo fisso. 

"Ho smesso e ne sono contento" dissi come ad essere sollevato da un imbarazzo crescente.

Era evidente che il suo interesse aveva suscitato in me questa sensazione e non riuscivo a controllare il sangue che sentivo affluire veloce sulle guance del mio viso. Questa volta, sempre più a suo agio, la ragazza girò verso di me il suo corpo e rimaneva in piedi a fissare me dall’alto verso il basso. Alzò gli occhiali sopra la testa e li fermò tra i capelli. Con voce gentile proseguì a parlare con me.

"Mi deve spiegare il suo segreto. Sono curiosa di sapere come ha potuto smettere."

Guardai la sua pelle che aveva qualche piccola ruga, qua e là, ai lati degli occhi e sul collo. Cercavo d’individuare la sua età e mi domandavo il motivo del suo approccio. Sembrava che mi avesse letto nel pensiero, per quello che aggiunse dopo una breve pausa.

"Non mi guardi in questo modo, mi mette in imbarazzo. Si chiederà come mai la sto importunando. Veda alla mia età, devo trovare una ragione per finire la giornata in modo sereno."

Questa sua affermazione mi lasciò un po’ sorpreso.

"No." Risposi alle sue parole e non capivo se fosse giusto rispondere in quel modo, ma ormai mi era uscito.

"Debbo dire che sono sorpreso dal suo modo di fare" aggiunsi con cortesia.

Rimase un attimo sulle sue e subito fece un abbozzo di sorriso. "Senta" proseguì la donna "sono giorni che ci vediamo a distanza in questa spiaggia semi-desolata, in un mese di agosto che ci fa scappare dalle città per trovare fresco in riva al mare" continuò senza dare la possibilità di ribattere "non mi dica che non ha avuto voglia di conoscere almeno il mio nome..." fece in modo sicuro.

Effettivamente erano alcuni giorni che avevo notato la sua presenza sulla spiaggia e si era accorta che la guardavo. Stava aspettando una mia risposta e la vedevo un po’ inquieta.

"Ho visto anche che non le sono indifferente e mi guarda di nascosto" proseguì la donna che intanto si era seduta dolcemente alla fine del lettino su cui stavo disteso. Come aveva potuto accorgersi che l’avevo spiata in modo discreto? Non ero stato così discreto come credevo o lei era veramente molto furba. Sapeva trattare con gli uomini, pensai in me. Imbarazzato, non sapevo come rispondere.

Ancora una volta mi guardava fisso e riusciva a rendermi insicuro con quegli occhi scuri fissi su di me.

"Beh, non volevo mica offendere…" replicai a bassa voce.

"Noooo!" rispose lei.

"Possiamo conoscere i nostri nomi se abbiamo intenzione di proseguire nella conversazione? O pensa che sia indiscreta a voler conoscere il suo nome?" mi apostrofò la donna con il viso sorridente.

"Mi chiamo Dario" feci istintivamente "Lei come si chiama?" domandai proseguendo.

"Anna!" rispose di rimando "ma gli amici stretti mi chiamano Ninnì" rispose dolcemente "L’età, però non la dico e dovrà essere bravo ad indovinare. Magari possiamo essere più intimi dandoci del tu…" ed attese la mia risposta.

"Va bene, Anna, mi ha convinto" risposi ansioso e confuso.

"L’età cercherò d’indovinarla guardandoti negli occhi e leggere la tua anima" mi ripresi e fu il seguito della mia risposta. Lei sembrò piacevolmente contenta di questo e scoppiò in una risata controllata e sentivo il tono divertito della sua voce. Il corpo seduto di lei, si chinò leggermente verso di me e sentivo ancora il profumo di vaniglia e cocco arrivare verso di me.

"Hai un buon profumo" dissi e per distrarmi cercavo di farle un po’ di posto spostando le mie gambe verso l’esterno del lettino.

"No stai comodo" fece lei "devo ammettere che sono stata banale nell’approccio" rispose lei.

"Il profumo che senti è la crema abbronzante altrimenti non sarei così scura di pelle" continuò.

"Ah, ecco!" mi trovai a rispondere.

Dovevo indovinare la sua età ed il mio intuito mi suggeriva qualche numero da dire. La guardavo intensamente negli occhi e mi ripetevo che era veramente attraente, ma non era solo per il fisico curato. Certamente c’erano altre qualità e dovevo scoprirle. Il suo modo di fare, così inusuale per una donna, nel prendere l’iniziativa mi spingeva a non lasciarla andare e proseguire il colloquio.

Le sue mani erano lunghe e le dita ben proporzionate ed asciutte. Si vedevano le vene sotto la pelle in modo netto e le forme dei tendini ad ogni movimento. Il bikini rosso le lasciava scoperto i fianchi ed il ventre era leggermente prominente per la posizione in cui si trovava. Il seno racchiuso nella stoffa leggera del costume, sembrava meno sodo, visto da vicino, ma lasciava intendere una consistenza giusta. Non riuscivo a darle un’età precisa. Provai un attimo di esitazione e le dissi improvviso "Hai trentacinque anni!"

Aspettai la risposta e la fissavo attento. Strizzò leggermente gli occhi e sorrise mettendo in mostra una parte dei suoi denti che non apparivano molto regolari.

"Come hai fatto ad indovinare?" mi domandò con curiosità "Qualcuno ti ha già parlato di me…" lasciò la frase sospesa e lo disse in tono desolato.

"No. Giuro che non sapevo nulla di te. Ho tirato ad indovinare!" risposi in tono rassicurante per fugare eventuali suoi dubbi.

"Allora sei stato bravo" rispose felice "T’intendi di donne tu?" mi domandò.

"Si…" risposi con ironia e sorridendo "Se fosse vero allora sarei un uomo ‘sposatissimo’ e con un seguito nutrito e non un irresponsabile come sono…" mi bloccai di scatto, come per nascondere qualcosa.

L’espressione del viso di Anna, cambiò. Mi scrutava e divertita mi tempestò di domande dirette.

"Sei separato? Hai bambini che ora stanno con la tua donna? Ti droghi? Sei un libertino?" erano tutte a raffica e dovevo rispondere nello stesso ordine.

La mia vita non era stata brillante ed avevo solo un onesto lavoro che non mi permetteva di vivere nel lusso. Ero stato solo fidanzato per molti anni e poi la donna che stava con me, una mattina era sparita dalla mia vita. Mi aveva lasciato senza una spiegazione e non l’avevo rivista più. Erano passati anni dall’ultima volta che avevo avuto una relazione stabile con una donna.

"Anna, non vorrei deluderti, ma io ho quasi cinquant’anni. Sono solo e non ho una storia stabile con una donna da diversi anni." Risposi.

Lei rimase incredula e mi guardava fisso negli occhi cercando risposte alle sue segrete domande.

"Sei forse un professore? Scrivi libri? Sei benestante?" incalzava con le domande, Anna. "Dario, forza raccontami di te!" fece senza lasciare il tempo di rispondere.

Quando sentii il mio nome pronunciato da lei, ebbi un certo imbarazzo. Ma era piacevole sentirsi chiamare per nome da una sconosciuta.

"Anna, non è facile parlare di me con una persona che conosco da molto poco." Replicai quasi con vergogna.

"La mia vita è noiosa e non troverai nulla di buono, forse ti stancherai di me mentre te la racconto e poi mi saluterai dicendomi che c’incontreremo ancora qui allo stabilimento. Passeranno i giorni e tu non tornerai qui. Farai del tutto per non incontrarmi nuovamente e potrò essere considerato come un uomo conosciuto al mare in un giorno che non sapevi cosa fare."

La mia risposta non era stata certamente diplomatica. Era secca ed un poco scostante come non avrei voluto, ma era meglio parlare chiaro subito. Anna mi guardò con gli occhi stretti e le labbra un po’ tirate. Vedevo le mani di lei che strette a mo’ di pugni erano poggiate sulle sue ginocchia e mi aspettai una sua reazione alla mie parole. Vidi i seni gonfiarsi ed attesi con inquietudine la risposta imminente.

"Devi essere maledettamente deluso dalle donne, tanto che non ti accorgeresti neanche di tua madre che implora aiuto ai tuoi piedi!" rispose con tono pacato, ma deciso al tempo stesso.

"Hai sempre questi pensieri con chi incontri per la prima volta? Sei sicuro di quello che dici?" stava proseguendo lei con lo stesso tono.

"No, ma vorrei solo precisare che la mia età non permette ai giovani di rimanere molto attaccati a me. La troppa solitudine, non ti fa vedere le cose come appaiono e neanche le fa godere per come sono. Potrei aver paura di soffrire. Non credi?" così mi liberai di un qualcosa che mi pesava da dire.

"La vita ci offre occasioni…devi solo capire quali possono andare bene per te. Cerca di avere fiducia nelle persone che incontri per caso. Potresti trovare chi fa al caso tuo. Io non credo di essere migliore di tante altre donne, ma almeno cerco di assaporare il piacere di stare con un uomo che crede in qualcosa. Tu puoi essere questo e credo di non sbagliare. Ti ho capito solo guardando gli occhi."

Rimasi attonito dalle parole che la donna aveva detto. Non potevo credere che dentro a quel corpo curato, ci fosse un’anima così limpida e con una mente dotata di pensieri profondi e sani. In altre precedenti occasioni mi ero dovuto ricredere, ma questa volta c’era qualcosa di unico che attirava la mia attenzione.

Meglio non fare drammi, pensai, potrebbe essere un’occasione da prendere al volo e costruire la mia felicità a poco a poco, attraverso un incontro casuale. Mi piaceva pensarlo.

"Anna, dimmi che quanto affermi è la tua verità. Sai, ti ho fatto capire con le mie parole che non ho voglia di illusioni che possano trasformarsi in incubi. Il mio lavoro è modesto e mi permette di vivere togliendomi le soddisfazioni che posso e non vorrei molto ancora dalla vita, solo trovare una compagna che sopporti il mio umore e mi faccia sentire felice. Non posso certo chiederlo a te…che sei più giovane di me e che meriti qualcosa di più."

"Cosa ne sai…tu…di quello che voglio? Cosa ne sai…di quanto merito? Non mi conosci e non vuoi nemmeno provare a capire?" rispose Anna, con voce calma . Mi fissava ed io sentivo improvvise vampe di profumo che stordivano i miei pensieri.

"Non essere superficiale nel capire chi ti sta davanti, Dario, dai la possibilità alle persone di entrare nel tuo cuore e nella mente. Apriti anche alle eventuali novità." aveva proseguito manifestando delle sue convinzioni.

Riflettei sulle parole ascoltate e non era certo sbagliato quanto affermava, dato che in linea di massima ero sempre un po’ diffidente. In parte aveva colto i lati del mio carattere che non andavano bene, rispetto al suo modo di pensare. Sentivo, comunque, che non potevo cambiare improvvisamente il mio comportamento solo per far piacere ad una donna che non conoscevo in modo profondo.

"Hai ragione per quanto affermi, ma fino a che punto posso dire di conoscere te? Fino a quando mi farai stare vicino a te, anche se fosse per amicizia? Dovrei comunque pensare che non mi appartieni per il resto della vita che rimane da vivere, per farmi accettare da te."

Ero un po’ restio a darle la confidenza cercata, ma nello stesso tempo sentivo la sua sincerità attraverso le parole che aveva detto, al riparo di un ombrellone e seduti su un lettino da mare, con la sabbia bollente ed il mare a distanza che ripeteva il suo movimento. Sembrava un quadretto poetico, con un’armonia perfetta, ma non ero troppo disposto io a lasciare entrare quella donna nella mia vita, almeno in quel momento .

Pensavo a quanto mi aveva detto e trovavo le sue parole giuste, ma avevo paura di soffrire nuovamente. Magari potevo essere una semplice avventura per lei e mi avrebbe poi lasciato in balia della sofferenza, una volta soddisfatto il suo bisogno. Il mio modo di pensare era dettato dalle negative esperienze vissute in precedenza.

Anna mi teneva strettamente sotto osservazione e studiava attenta ogni mia mossa. Cercava di capire cosa avevo nella mente e mi guardava con i suoi occhi scuri. Ogni tanto si passava la lingua sulle labbra e si toccava i capelli, tenendoli ben saldi, così raccolti sulla testa. Erano movimenti che mi piacevano e li trovavo anche un po’ intriganti. Non la vedevo come possibile amante o come una donna per avventure veloci. Forse anche lei non era stata fortunata con gli uomini.

"Anna…ma con gli uomini hai un buon rapporto?" apostrofai verso di lei con curiosità.

"Non esattamente buono" rispose e proseguì "Anche io non sono stata molto fortunata. Vivo da sola e non voglio legami stabili…se non con un uomo che mi capisca in fondo. Deve essere dolce e farmi provare passioni che non ho ancora conosciuto. Le qualità sono nascoste, in un uomo, e sta alla donna scovarle e farne tesoro, per fronteggiare i momenti tristi che accadranno durante il rapporto a due. Sono arrivata alla mia età ed ho dietro alle spalle fallimenti, delusioni, sogni mai avverati e quello che affermo è perché credo nella vita ed in quello che può dare. Bisogna solo trovare chi ti fa ribaltare una situazione."

Mi lasciò senza parole. La mia mano cercò discretamente la sua in segno d’intesa. Sentii invece la sua pelle liscia sotto il palmo della mia mano. Si trattava della sua coscia ed improvviso la staccai. Sentii la mano afferrata in modo saldo e deciso ed accompagnata nel movimento verso la stoffa ruvida del lettino.

Era la mano di Anna che aveva afferrato la mia ed era il primo contatto fisico dopo quel tempo passato a parlare. Una sensazione piacevole e che non volevo evitare di provare anche in seguito. Vedevo il volto sorridente di Anna e sentivo il suo respiro che sfiorava la mia pelle come una leggera carezza.

"Pensi che possiamo provare a conoscerci meglio?" domandò improvvisa Anna.

"Cosa ti fa credere che non stai sbagliando?" risposi alla sua domanda.

"Non sento di sbagliare. Magari potrò sbagliare ancora, ma ho le stesse probabilità di essere nel giusto o sbagliare ancora una volta." rispose Anna con sicurezza.

"Sono impaurito, ma non mi dispiace il tuo modo di pensare e di vivere la vita. Hai qualcosa da fare per stasera in città?" domandai.

"Beh…avevo un impegno" fece lei

"Allora come non detto" la interruppi.

"No. Aspetta ed ascolta. Dovevo andare ad una cena per il mio lavoro, ma non sapevo con chi andare. Sono agente di una finanziaria europea che ha una filiale in città. Accetti di venire con me? Mi farebbe piacere e poi potremmo, con l’occasione, conoscerci meglio."

Anna sembrava molto serena nel fare la proposta. Avevo un po’ paura, ma poi lasciai la titubanza alle mie spalle.

"Certo. Verrò perché so che ti fa piacere stare in mia compagnia." Fu la mia risposta.

Rimanemmo a chiacchierare per buona parte del pomeriggio. Lei distesa al sole sul suo lettino che aveva avvicinato al mio, ed io coperto dalla crema protettiva che lei aveva spalmato con delicatezza sul mio corpo. Appena un palmo ci separava l’uno dall’altra. Avevo trovato una persona piacevole con cui parlare. Era merito del lavoro che faceva Anna? Attendevo il momento in cui ci saremmo lasciati, per poi ritrovarci sul luogo dell’appuntamento per andare insieme alla cena.

Il sole riscaldava l’aria e la sabbia con i suoi raggi anche se non era più forte come al mattino. La luce si era fatta quasi arancione e questo significava che il tramonto del sole era prossimo. Una palla infuocata sarebbe finita nel mare e solo il nuovo giorno sapeva cosa ci aspettava nel nostro futuro. 

Lasciammo lo stabilimento prima del tramonto effettivo del sole. Avevamo deciso insieme che sarebbe stato bello assistere, nei giorni successivi, al tramonto rimanendo in spiaggia. Andando via, il cielo si era tinto di rosso e le prime ombre scure della sera erano apparse improvvise. Il rosso avrebbe lasciato il posto al blu scuro e c’erano già nel cielo delle sfumature di colore che andavano dal chiaro al più scuro, rendendo lo spettacolo unico in quel momento.

Mi sentivo ringiovanito e provavo le stesse sensazioni che avevo avuto molti anni prima, quando frequentavo una ragazza a cui avevo volevo bene. Anna non era nulla per me, ancora, ma le sensazioni mi orientavano verso una conoscenza felice. Ci separammo per tornare alle nostre rispettive abitazioni e sentivo crescere la voglia d’incontrarla nuovamente, ora che ero rimasto da solo a riflettere sulla giornata trascorsa in sua compagnia. Attesi ore frenetiche e c’incontrammo, come stabilito qualche ora prima, per la cena di lavoro a cui Anna non poteva mancare.

Quando incontrai Anna, si era acconciata in modo elegante ed era ancora più attraente di quando l’avevo conosciuta in bikini. Rubava l’attenzione di molti uomini presenti alla cena e qualcuno, notai, era invidioso della mia fortuna nel fare da accompagnatore ad una creatura così attraente. Anna aveva i capelli sciolti e le cadevano gonfi e morbidi sulla sue spalle nude ed abbronzate.

Il corpo era racchiuso e fasciato da un abito aderente e dal colore pesca matura. Era spigliata e sorrideva a tutti quelli che incontrava, ma notai che si voltava e mi cercava spesso. Sembrava che la mia presenza le dava sicurezza e se non sentiva che stavo al suo fianco, subito mi cercava.

Non fu solo per il fisico che iniziò la mia storia con lei, evidente che mi aveva colpito anche il suo modo di fare ed i suoi pensieri. Era la donna che avevo sempre cercato: in gamba, con idee che sconvolgevano e mi dava emozioni solo rivolgendole parola e mi trovavo bene a parlare di qualsiasi argomento.

Dopo quella sera, ci siamo trovati a godere lo spettacolo del tramonto in riva la mare e tenendoci per mano ci siamo scambiati una promessa di reciproco rispetto. Fu uno spettacolo indescrivibile e l’emozione che abbiamo provato in quel momento, è rimasto in noi come segno indelebile e profondo di qualcosa che ci unisce.

Arrivò l’autunno improvviso e sognammo il nostro futuro in una notte fresca sotto un cielo infinito di stelle brillanti. La luna ci fece da testimone. Quella fu la notte in cui per la prima volta abbiamo fatto all’amore. I nostri corpi fremettero più per il piacere intenso provato, che per l’aria fresca. La passione e l’innamoramento ci aveva travolto e volevamo vivere intensamente quanto ci stava accadendo. 

Seguirono periodi in cui Anna ed io ci siamo trovati…lasciati…persi, ma sempre uniti. Sono passati quasi due anni ma è come la prima volta sulle spiaggia…intensamente ci siamo attratti e nonostante le difficoltà che s’incontrano nella vita, il desiderio di stare insieme è lo stesso. Ho imparato ad apprezzare i suoi comportamenti ed ho conosciuto molti suoi pensieri nascosti. Anna adora i miei stati d’animo e non mi fa pesare il fatto che sono meno giovane di quanto è lei.

Alla mia età, grazie ad una stupenda donna, mi sono riconciliato con il sentimento dell’amore.

 

Franco Fornaro(22 Settembre 2003)

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NOTTE ESTIVA

 

Questa notte è molto alta la temperatura corporea. Non c’è possibilità, che l’aria fresca, possa abbassare il calore che l’estate ha fatto esplodere in anticipo, e ci faccia tornare a dei livelli accettabili di sopportazione.

L’alto grado di umidità, il continuo accumulo di sostanze che inquinano l’aria ci porta a vivere queste giornate che sembrano impossibili e lunghe da passare.

Ormai il sole è sparito da diverse ore ed il cielo è buio.

Sono a letto e mi giro con frequenza, nella vana possibilità di trovare un punto, in cui possa stare fresco e far diminuire la sensazione di umido sulla pelle. Speravo che sotto il lenzuolo potessi trovare refrigerio, ma è stato solo per un breve attimo. Ora anche il cotone ha preso ad emanare calore, invece del fresco.

Sembra veramente strano, ma spesso ci convinciamo che qualunque cosa è destinata a passare, ed in fretta, come questo caldo atipico.

In queste serate estive bollenti, sembra che l'anima sia scossa in profondità, anche per liberare tutta l’energia immagazzinata e poco utilizzata. Sono scossi anche i pensieri. La mente compie dei voli infiniti ed approda in posti che non immagini possano esistere. Nel mio animo, sono racchiusi molti segreti che coprono il periodo dall’infanzia all’adolescenza. Solo in certe occasioni ho la possibilità e la volontà di pensare al mio passato e riviverlo in modo veloce. Mi accade spesso tornare indietro al passato con la mente, specie quando non riesco a dormire. Viste le premesse, credo che questa sarà una notte insonne.

Sono disteso supino sul lenzuolo e fisso il soffitto della mia camera. Il buio intorno non è totale. Una piccola luce penetra che dalle fessure delle persiane esterne chiuse, si allunga sul soffitto e forma l’ombra allungata della finestra interna. Fisso l’ombra allungata e mi rendo conto anche, che sudo in modo eccessivo. Rimango fermo e sento la nuca umida a contatto con il cuscino. Una sensazione insopportabile perché non mi dà il fresco ricercato. Il sudore continua a colare lentamente dalla fronte e finisce sul cuscino, dopo aver attraversato le mie guance.

Gli occhi, stanchi, fanno fatica a rimanere aperti ed a volte cedono: si chiudono le palpebre, per poi aprirsi dopo alcuni secondi di pausa improvvisa. Il sonno ancora non prende il sopravvento. Dovrò passare molte ore sveglio, sempre che l’aria fresca, tanto attesa, non porti quello che si spera invano. I rumori della notte, sono lontani e mi sento solo con i miei pensieri.

La mente approfitta di questo stato di semi-coscienza e fatti che sembravano ormai dimenticati, si affacciano prepotenti. Le immagini portano anche sensazioni di disagio, di felicità e tristezza. Molte volte non è piacevole tornare indietro nel tempo, ma non si può impedire alla nostra mente, questi viaggi possibili.

Sarà il caldo, sarà la stanchezza accumulata per le notti passate a fissare il soffitto, ma ora certe inquietudini diventano vive.

Con gli occhi aperti a guardare immagini del passato, mi ritrovo a giocare con altri bambini. Giochi non impossibili e frutto della fantasia. Sento bambini che gridano la loro felicità e vedo che non rimangono fermi per molto tempo allo stesso posto. Il sesso e l’età non è importante nella fanciullezza e fa vivere i rapporti in modo spontaneo e diretto. E’ definita, questa, l’età dell’innocenza, ma non è sicuramente priva di fatti più seri e strani da affrontare.

Ora, con la consapevolezza del vissuto, mi trovo a valutare certi fatti accaduti con occhi e con un significato diverso. Mi riferisco ad un episodio, che mi sta venendo in mente ora, che ha lasciato una traccia profonda nel mio animo. Mi sembra impossibile averlo vissuto, ma è vero e l’ho scolpito nei ricordi che forse ho rimosso in fretta.

E’ vero che provo ancora imbarazzo e non vorrei rivivere quel periodo della mia vita, ma non mi oppongo ora.

Sempre nel mio stato di vana ricerca di fresco, sento l’emozione salire dallo stomaco verso la gola in una progressione costante. Provo una sensazione di piacere, mista ad angoscia, e non capisco il motivo.

Sembra che le sensazioni facciano da elemento premonitore, rispetto alle immagini che sono ancora sfuocate e molto confuse nella mente. Poco a poco sono messi a fuoco dei visi ed associati i corpi. Capelli biondi e scuri, corpi esili e robusti, si alternano. Occhi felici ed altri tristi dai colori tenui o scuri. Ogni pezzo del puzzle sta andando al suo posto.

La mente, ora associa ai corpi, anche un nome che sembrava perso nello scrigno dell’anima. Il primo che viene fuori dall’invisibile scrigno è Andrea. Il nome è associato ad un bambino dai capelli scuri e ricci, con occhi color marrone e con un corpo piuttosto magrolino. Mi torna alla mente improvvisa anche la sua risata e le tante avventure passate insieme nel breve tempo che ci siamo frequentati. E’ stato uno dei miei compagni di giochi.

Ora anche altri visi si mettono a fuoco: Paolo, Marco, Daniele, Chiara, Michela, Salvatore, Amedeo e poi altri visi di ragazze dai capelli castani…era un gruppo unito formato da sorelle che non frequentavamo in modo assiduo perché erano più grandi di noi di qualche anno. I nomi li ricordo bene e pensavo di averli dimenticati per sempre. La vita ci mette a dura prova e loro furono una di quelle esperienze che non lasciano la felicità, ma solo tristezza e dolore.

I loro nomi sono Carla, Sara, Gloria e Rosa. Piccoli frammenti che si ricompongono in una notte impossibile e surreale, fatta solo di ricordi, ma scolpiti per sempre nel cuore. Rispetto a noi piccoli discoli, Carla e Sara avevano sei e sette anni più di noi, mentre Gloria e Rosa ne avevano quattordici e quindici. Veramente eravamo un gruppo misto e facevamo di tutto nel quartiere dove abitavamo.

Durante l’inverno, non uscivamo quasi mai nella settimana, perché bisognava eseguire i compiti e diventava presto buio dopo l’uscita dalla scuola. Solo la domenica ci vedevamo, come una liberazione si andava a giocare in un terreno situato dietro alla Parrocchia. Intorno al prato, c’erano poche abitazioni e non era molto curato. Erano stati sistemati pochi giochi e c’erano due altalene e scivoli. Noi piccoli del quartiere stavamo sempre in quel campo ed a volte anche i ragazzi più grandi venivano a prendere fresco.

Era veramente bello il ritrovarsi alla domenica per passare qualche ora insieme. Tra i maschietti non mancava mai il giocare a pallone e spesso coinvolgevamo anche le due bambine del gruppo. Quando tornavo a casa, poi, dovevo ascoltare i rimproveri di mamma e papà, perché giocando mi sporcavo di terra e le scarpe le riducevo in modo impossibile. A volte c’era il pericolo di prendere qualche scapaccione. Non ero il solo, infatti, a prendere la sgridata. Quando la volta successiva mi vedevo con gli altri del gruppo, ci raccontavamo i rimproveri dei genitori e scoppiavamo a ridere, per lo scampato pericolo per gli scapaccioni non presi.

Quando arrivava la stagione calda e finivano le scuole, il campo diventava la nostra seconda casa. Anche tutte le strade del quartiere diventavano per noi il modo di passare le giornate, visto che suonavamo ai campanelli esterni dei palazzi per poi scappare e nasconderci.

In una di quelle giornate estive, facemmo conoscenza appunto con il gruppo di sorelle. Venivano spesso al campo anche loro e le vedevamo che erano sempre insieme, ma non c’era mai venuto in mente di farle partecipare alle nostre avventure. Quel giorno, però accadde una stranezza e da lì, iniziarono a frequentarci.

Una delle più grandi, esattamente Rosa, aveva una bambina e cominciò a giocare con noi in un pomeriggio torrido. Per fortuna, era verso il tramonto e non si sentiva molto il caldo, ma la terra e le cose esposte al sole per molte ore, erano caldissime.

Il classico gioco del nascondino ci fece conoscere occasionalmente e diventare più disponibili e non essere solo dei semplici sconosciuti. La bambina che si era aggiunta a noi si chiamava Irma. Alla fine del gioco, ci lasciammo con la promessa di continuare a giocare anche nei giorni successivi. Ancora non sapevo quanto sarebbe stato importante quel fatto per la vita del nostro gruppo di ragazzini scatenati.

Erano anche anni tranquilli ed il traffico non aveva invaso il quartiere, per questo avevamo la possibilità di muoverci a piacere. Nei giorni successivi all’incontro, ci furono delle volte che mancarono all’appuntamento pomeridiano, ma noi bambini non ci curavamo di questo. I giorni passavano e si diventò sempre più uniti. Vero è che anche i genitori si conobbero e si cominciarono a frequentare, visto poi che non abitavano molto distanti da noi. Il gruppo si era così allargato e quando si organizzavano delle uscite per le vie del quartiere, sembravamo un bel gruppo di persone, molto unito.

I grandi parlavano di cose che noi bambini non potevamo capire e neanche potevamo intervenire nelle discussioni. Noi bambini, sapevamo molto bene giocare e quindi facevamo solo quello. Quante volte, poi, si litigava tra noi. Io, per esempio, mi prendevo sempre con Salvatore. Era un pochino presuntuoso e non voleva mai che giocassi con i suoi giocattoli. Io ero dispettoso e quando potevo, gli prendevo di nascosto le sue cose e quando si accorgeva del fatto, cominciavamo a discutere, a gridare e darci spinte. Poi intervenivano i nostri genitori e ci rammentavano che dovevamo giocare insieme e senza fare a botte. Le risse erano brevi e sempre circoscritte, quando si andava a passeggio tutti insieme.

Quando poi giocavamo nel campo per conto nostro, le cose non andavano meglio, ma solo dopo qualche spintone, si tornava a giocare in pace. A volte qualche pugno arrivava tra i contendenti. Devo ricordare che solo con Salvatore e con Marco non andavo molto in accordo. Poi a turno eravamo sempre in discordia l’uno contro l’altro. Solo le bambine facevano da pacieri e quando c’era baruffa nell’aria, ci lasciavano prima sfogare e poi se non smettevamo andavano a chiamare aiuto, portando anche i ragazzi più grandi. Ma questi erano brevi momenti.

Spesso, invece, ci divertivamo a prendere in giro gli altri bambini o si giocava con l’acqua della fontana. Era un modo per rimanere freschi durante i giochi. Questi eravamo noi prima di conoscere le sorelle. Poi con l’apparizione e l’aggregazione delle sorelle, qualcosa naturalmente si modificò.

Eravamo più calmi nei giochi e spesso ci mettevamo seduti a terra ad ascoltare le storie che raccontavano le ragazze più grandi. Io ho scoperto in quel periodo che Carla e Sara avevano delle qualità, ma anche molta tristezza nel cuore, che però trapelava di rado. Carla era capace a raccontare barzellette e Sara invece aveva la passione per i quadri e dipingeva bene. Sara era capace nel fare dei disegni a matita e le caricature delle persone. Spesso ci perdevamo dietro a loro. Catturavano la nostra attenzione e ci facevano passare i pomeriggi in modo sereno.

Quando arrivavano le feste nel quartiere, poi, si usciva tutti insieme e si andava dai giostrai. Le ragazze adulte facevano conoscenza con chi era intento alle giostre e qualche volta abbiamo fatto i giri gratis, grazie a loro. Ci chiamavano con un cenno della mano e sorridendo ci indicavano che potevamo andare sui giochi, gratis. Si rimaneva fino a tardi e noi eravamo sempre felici di stare con loro. Si comportavano come sorelle maggiori con tutti noi.

Carla aveva i capelli castani con riflessi chiari, mentre Sara li aveva più scuri. Erano un po’ asciutte nel fisico e portavano sempre vestiti ampi. Gli occhi di Carla erano grigi ed a volte cambiavano colore diventando più scuri e quelli di Sara erano verdi e tendenti allo scuro. Sembravano due smeraldi per quanto erano grandi. Lo sguardo era sempre dolce e velato di tristezza. Devo riconoscere, ora che sono passati molti anni, che occhi simili non ne ho ancora incontrati.

Un giorno ci portarono nella casa dove abitavano e ci fecero stare un pomeriggio con loro. Sara ci fece vedere i suoi disegni, i quadri che aveva terminato e Carla ci preparò una merenda indimenticabile con cioccolata e pasticcini e da bere dei frullati alla frutta con gelato. Eravamo tutti impazziti per questa conoscenza. Stavamo a nostro agio con le ragazze e loro ci volevano molto bene. Con le ragazzine del gruppo, poi, ci perdevano tempo e noi maschietti spiavamo ed ascoltavamo tutti i loro discorsi.

Un discorso, mi colpì più di tutti. Fu in un’occasione molto particolare, perché parlavano di matrimonio. Noi maschi scoppiammo a ridere in modo sciocco e loro non reagirono alla provocazione. Anzi, fecero gruppo e si allearono contro di noi. Continuarono a parlare di come avrebbero voluto l’abito da indossare e quali addobbi predisporre all’altare. Dal primo momento di atteggiamenti sciocchi, passammo ad un’attenzione profonda e poi immaginammo anche le mosse. Preparammo un matrimonio per gioco e lo scenario era proprio nel campo dove si giocava sempre. Carla e Sara dirigevano l’organizzazione ed i bambini del gruppo fecero il resto. Carla scelse la sposa e Sara lo sposo.

Chi era lo sposo? Accidenti, avevano scelto proprio me, come sposo. Mi vergognavo da matti ed ero impacciato nei movimenti. Anche se Carla e Sara mi davano consigli. La finta sposa era Michela. Una ragazzina dai capelli rossicci e ricci. Aveva gli occhi con sfumature marrone ed un fisico asciutto. Non amava i vestiti perché era sempre vestita con maglietta e pantaloni. Un pochino mi piaceva, ma ero molto distratto nei sentimenti. Anche lei, rammento, era impacciata e non sapeva come fare. Diventava rossa in viso e poi scoppiava a ridere, quando le cose si complicavano. Fu un matrimonio ben organizzato, ma gli sposi, non partecipavano granché.

L’imbarazzo era troppo evidente, ma le ragazze adulte, ci aiutavano facendoci vedere tutti i movimenti che noi dovevamo ripetere e scoppiavano a ridere anche loro, quando goffamente si ripetevano le azioni. Era un gioco anche per loro. Con le sorelle adulte, Carla e Sara andavano in vacanza ed in giro per le feste private.

Conoscevano anche molti ragazzi e questo per noi era anche un motivo di curiosità. Le piccole pesti, come ci chiamavano simpaticamente, erano sempre pronti a spiare e poi sparire se scoperti. Non c’era cattiveria nel fare questa cosa.

Passarono alcuni anni in questo modo divertente e la conoscenza si trasformò in un rapporto profondo. Poi la vita si affacciò bruscamente sulle nostre esistenze. La madre delle ragazze morì dopo una malattia grave.

Noi piccoli non sapevamo bene, ma rimanemmo sconvolti perché il dolore faceva capolino e ci faceva capire che sarebbe stato un attore importante per girare il film della nostra vita. 

Da quella volta lì, intuimmo tutti, che c’era anche qualcosa che non andava in loro e perché stavano sempre a casa, non andavano a scuola o a lavorare. La storia della famiglia, la sapemmo ascoltando indiscrezioni tra una chiacchiera e l’altra dei genitori. Anche i miei genitori, si lasciarono sfuggire casualmente la storia.

Ascoltai la storia, stando nascosto dietro alla porta del bagno, in una sera d’inverno.

Seppi che il padre e la madre delle ragazze erano cugini e c’era la possibilità che le ultime figlie soffrivano di una malattia molto rara, che non dava scampo alla loro vita. Questo lo seppi dopo la morte della mamma di Carla e Sara. Anche oggi ripensandoci, ho provato la stessa sensazione di allora. Mi si chiude lo stomaco e sale verso la gola una sensazione spiacevole. Le lacrime bagnano i miei occhi e stringo forte i pugni. Gesti sempre uguali per evitare il dolore, di fronte all’impotenza umana sulla malattia. Ma speravo che si erano sbagliati tutti.

I giorni successivi erano diventati angosciosi. Ma tornò l’estate nuovamente e ripresero i giochi, le passeggiate, i racconti ed il resto di sempre. La luce negli occhi di Sara e Carla era sempre la stessa, almeno così mi sembrava, ma sapevo che il dolore e la tristezza di un domani incerto per loro era molto presente.

Non erano questi i pensieri di allora, ma era solo curiosità la mia. Oggi, con l’esperienza fatta e con le prove superate nella vita, posso esprimere serenamente il mio stato d’animo.

Quell’anno non ero ancora in grado di capire, ma non aspettai molto per toccare con mano. La situazione precipitò improvvisa e si fece seria dopo il Natale. Erano rimaste senza la mamma da poco e la terza delle sorelle, Carla, si ammalò. Era, infatti, la malattia che aveva e che noi non conoscevamo assolutamente.

I bambini erano cresciuti di qualche anno ed erano diventati adolescenti. Non avevano perso la volontà di giocare, ma si erano modificati i giochi e si pensava a passeggiare di più. L’inverno passò e nella tarda primavera, nel mese di Giugno, Carla morì.

Si erano frantumati i sogni di quella ragazza che aveva sempre cercato di vivere la sua malattia in modo discreto. Anche il dolore per la morte della mamma, era passato quasi inosservato, ma ero certo allora, come lo sono ora, che aveva sofferto molto di più di quello che avevamo capito. La sua forza era stata incredibile e fino alla fine non si era rassegnata. Aveva sempre avuto parole ed attenzioni per tutti noi e per la sua famiglia.

Il funerale, fu un giorno infausto per tutti noi e per il quartiere. In chiesa non c’era spazio per la gente e molti fiori avevano fatto da contorno alla bara bianca che era posta vicino all’altare. Certo che voleva andare all’altare con un abito bianco e mi torna in mente anche il finto matrimonio. Non stava in piedi e neanche era di stoffa l’abito indossato.

Fiori ce n’erano tanti ed io come i miei amici, stavamo quasi a metà della chiesa e vedevamo il dolore attraverso gli occhi dei nostri genitori, dei parenti e degli amici. Anche noi, nella nostra semi coscienza, avevamo gli occhi bagnati di lacrime. Forse il momento della commozione era generale e partecipavamo tutti allo stesso modo. La tristezza ci prese in quei giorni e non potevamo fare a meno di pensare a Carla che non sarebbe stata più con noi.

Ma io pensavo a Sara ed a quando sarebbe toccato a lei. Non volevo pensare ed ora, mi vengono le lacrime.

Certo che stanotte non si riesce a dormire. Tra l’angoscia che sto rivivendo, il sudore e le lacrime, sono sicuro che domani non starò molto in forma. 

La malattia che avevano le sorelle è molto rara. Succede che per motivi sconosciuti il torace non cresce in modo tale che riesce a raccogliere i polmoni che crescono anche loro. Tutto ciò, provoca una sorta di soffocamento. Si può vivere respirando in modo esterno, come avveniva per Carla in certi momenti che non riusciva a respirare. Carla aveva installata una macchinetta che emetteva ossigeno quando aveva le crisi respiratorie e si aiutava con dei piccoli tubicini che erano inseriti nelle narici ed attraverso di loro respirava.

Quando eravamo riusciti a vedere Carla in questo stato, eravamo rimasti impietriti ed incuriositi ci si avvicinava per scoprire quale macchina ci fosse sotto i vestiti che dava questa possibilità di respiro.

Non era piacevole a vedere, ma poi vedevamo che Carla era serena e di conseguenza anche noi eravamo tranquilli.

Qualche altra volta eravamo stati a casa di Carla e Sara durante la malattia. Io ci ero andato un pochino di più ed avevo capito, anche, che la sofferenza era molta. Soffrivo per Sara e sapevo che sarebbe toccato anche a lei. Vedevo gli occhi verdi che mi fissavano speranzosi ed io fissavo lei ma non riuscivo a parlare. Dopo la morte della sorella, rimase da sola con il padre e quindi ogni tanto si andava in gruppi o da soli a fargli compagnia. 

La malattia anche a lei stava dando i primi segnali. Capitava che in alcuni giorni respirava a fatica e non usciva da casa. Rimaneva a letto e respirava attraverso i tubicini. Quando stava meglio, poi, si usciva ma sempre prestando attenzione a non farla affaticare. Ma lei non voleva attenzioni particolari. Sara era ancora più forte e risoluta della sorella Carla.

Passò un’estate in questo modo ed io capitai diverse volte a casa sua per farle compagnia. Amava il disegno e mi faceva sempre vedere quello che dipingeva. Ero cresciuto rispetto a quando mi aveva conosciuto ed anche lei era cresciuta di età. Era sempre uguale solo un pochino più pallida. Si ricordava del finto matrimonio e ne ridevamo al ricordo. Mi parlava del suo abito bianco, doveva essere come quello della sorella grande che aveva sposato anni prima. Lo voleva uguale.

Un giorno mi fece vedere un disegno di un paesaggio immaginario di un mare in tempesta. Mi assicurò che potevo tenerlo perché me lo regalava. Non sono riuscito a capire il dono, in quel momento. Mi vengono le lacrime, ora, a pensare a quel giorno.

Che stupido che sono stato perché non l’ho nemmeno ringraziata. Ho guardato i suoi occhi splendidi e lucidi e mi sono vergognato abbassando i miei. Ero diventato anche rosso in viso e non ho detto una parola. Tenevo la sua mano nella mia e l’ho solo stretta forte in segno d’intesa. Avrà capito la mia timidezza, perché ho ricevuto la stessa stretta, solo un pochino più dolce. Da quel giorno, l’ho rivista poche volte ancora.

Mi faceva sempre male sapere che non stava bene e che respirava sempre peggio. Gli adulti, facevano quasi una processione continua per andarla a trovare. Io però non me la sentivo. Ho pianto molte volte, pensando ai giorni passati insieme a tutti. Quando stavamo insieme, mi perdevo nei suoi occhi verde smeraldo e cercavo di catturarne i pensieri. Non ci sono mai riuscito a catturarli.

Dopo un’altra estate, la malattia vinse la lotta con il corpo di Sara. Era durato due anni l’incubo straziante. Anche questa esperienza aveva lasciato un segno profondo nel gruppo di bambini, diventati adulti. Eravamo sempre tristi dopo quel fatto, ma la vita inesorabile continua e solo il ricordo rende vivi quelli che non ci appartengono.

Ho ancora il disegno del mare in tempesta al centro della parete dove c’è il mio letto. Anche ora lo guardo, in questa notte di fuoco. Vedo ancora gli occhi verdi sorridenti e profondi. Mi sembra che sia il mare a prendere il colore degli occhi di lei. Vorrei proprio tuffarmi in quel mare ed essere sfiorato dolcemente, come lei spesso faceva con la mano che passava sui miei capelli.

Soffro anche questa notte e non riesco a dimenticare Carla, Sara e tutti quelli che mi hanno fatto compagnia nelle sere estive di tanti anni fa. Ho la mia vita, ora, ma non ho contatti con nessuno di quelli che ho ricordato. Mi è rimasto solo un quadro e la voglia di sposare, per finta, una ragazza con un abito bianco. La confusione tra sogno e realtà, a volte, fa brutti scherzi, specie quando è molto caldo.

Il buio è quasi svanito ed ha lasciato il posto ad una flebile luce. Il nuovo giorno sta per nascere ed io non ho dormito. Avrò un viso segnato dalla notte insonne dovuta al caldo. Un alibi, per non dire invece che ho sognato del passato e che ho sofferto nuovamente. Ho avuto voglia di rivedere le gemme grandi come smeraldi e trovare anche due perle grigie, che si erano smarrite nel fondo dell’anima.

E’ stata una notte proficua per i ritrovamenti. Non è stato lo stesso per l’anima, che si è sconvolta ancora.

Vi bacio, mie dolci compagnie di giochi, dal nome di Sara e Carla. La vita continua, anche senza di voi, ma io vi ho sempre nel mio cuore e tu Sara perdonami, per non averti ringraziato del dono che mi hai fatto.

 12 giugno 2003 – Franco Fornaro

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UN SOGNO INATTESO

Carla è una ragazza molto attenta nel lavoro. Tutto quello che le danno da fare, lo porta a termine nel modo più preciso possibile.

La ditta per la quale lavora, è una che sistema personale in altre aziende che hanno bisogno.

Carla tiene i contatti con quelle aziende che sono definiti clienti.

Ha periodicamente delle persone che paga per i lavori che sono effettuati. Svolge anche le mansioni di segreteria necessarie per il tipo di lavoro che deve essere terminato.

Durante queste richieste capitano persone da incontrare e con cui instaura rapporti cordiali, proprio perché il lavoro la prende molto e lo svolge con passione.

Molto spesso, alla fine della giornata lavorativa, tira sospiri di sollievo e quando esce si sente rinascere.

Carla ha capelli folti e ricci dal colore castano chiaro e non li porta molto lunghi perché gli farebbero volume. Ha due occhi verdi che andrebbero conservati in una teca, per la loro chiarezza e bellezza. Ha un corpo esile con due piccoli seni che sembrano perfetti come le statue delle dee greche.

Ama molto stare all’aria aperta nelle giornate soleggiate e le piace camminare lungo i sentieri della montagna, che tutte le mattine saluta sempre dalla finestra della sua casa. C’è nata in quel paese e non lo lascerebbe per nessuna ragione al mondo.

In questo paese collinare, ha incontrato quello che è il suo ragazzo. Si sono conosciuti da ragazzi, quando lei aveva venti anni e lui due in più. Ora, Carla, ha trent’anni e sembra ancora che ne abbia venticinque.

Il suo ragazzo di nome Guido, ama molto le moto ed andare a caccia, quando è permessa, e lavora come operaio in una fabbrica del luogo.

Bisogna dire, che a distanza di 10 anni, ancora è piacevole ed ha un fisico asciutto e ben curato. I capelli sono lisci ed un po’ corti ai lati della testa e si infoltiscono in una lunghezza giusta sulla parte della nuca.

Carla, quando pensa a lui sorride leggermente ma non è felice. Guido, ha sempre avuto un carattere scontroso verso di lei, poco attento alla cortesia ed al momento giusto sa essere perspicace. A volte è sottile con la sua intelligenza.

Carla ha sempre sperato che questi suoi modi, potessero cambiare negli anni, ma non è stato così.

A volte si rende conto che sta per commettere un errore, ma non gli interessa perché nutre verso di lui un amore inspiegabile. Molto spesso si è posta la domanda se il suo è amore vero o sola attrazione. Anche nei momenti intimi, Carla subisce sempre il volere di Guido.

Forse il modo di fare e com’è trattata, fa sempre sì che si risveglia quello che hanno sempre detto in molti: la donna è preda e l’uomo predatore.

E’ andato sempre bene, ma in questo ultimo periodo, Carla inizia a soffrire per come stanno andando le cose.

Ha chiesto anche di decidere la data del matrimonio, ma candidamente Guido non le ha dato una risposta esauriente. E’ stato molto vago, adducendo delle difficoltà nel lavoro e quindi un piccolo interrogativo sul futuro. Certo che in una situazione dove si prospetta un solo stipendio, non è giusto ipotecare il futuro.

Questa è stata in sintesi la risposta che Guido le aveva dato non più di un mese prima.

Certo è bello vedersi la sera, andare ad un cinema o a cena in un ristorante tranquillo, fare le vacanze all’estero come avevano fatto in precedenza.

Carla sentiva che forse avrebbe meritato di più.

La situazione era in una fase di stallo.

Ma durante il lavoro, Carla, non pensava molto a questi suoi fatti personali.

Un giorno, prima dell’inverno, le capitò di conoscere una persona con cui sarebbe stata a contatto per motivi di lavoro. Era un intervento che sarebbe durato qualche mese impegnando delle persone presso l’azienda dove lavorava questo ragazzo.

Il primo contatto che ebbero fu molto formale e trattavano solo questioni di lavoro.

Carla aveva conosciuto personalmente il ragazzo con cui doveva lavorare. Era andata presso la sua azienda, per un incontro deciso dalla Direzione da cui dipendeva.

A prima vista, non le sembrava molto carino. Anzi l’aveva giudicato quasi una persona anonima.

Al momento della presentazione, si scambiarono il nome e cognome e le rimase impresso nella mente il nome. Si chiamava Fabio.

Carla, come paragone aveva il suo Guido e gli amici che frequentava.

Era vestito come vestono gli impiegati, con un completo in misto lana dal colore blu con camicia a tinta unita e cravatta che contrastava con l’abito, dal fisico asciutto e dai capelli scuri ben tenuti e su una lunghezza media.

Carla invece indossava un completo giacca e pantaloni dal colore nero ed una maglia color panna a manica corta ed a girocollo. I capelli le stavano come il solito.

Fin dalle prime battute del loro discorso, però le rimase impressa la facilità con cui rispondeva ed era sempre pronto alla battuta. Un modo di fare gentile e spesso faceva capire anche un animo sensibile.

Carla, durante il colloquio, aveva toccato spesso i capelli come per tirarli indietro, ma puntualmente tornavano senza forma sulle spalle. Questo suo modo di fare, fu molto apprezzato da Fabio e gli fece anche dei complimenti sul vestito che indossava. Parlarono dell’organizzazione del lavoro e di come sarebbero intervenuti. Avevano anche definito il piano economico.

Carla doveva fargli avere a Fabio, una sorta di preventivo che poi sarebbe stato sottoposto alla Direzione per essere approvato o meno.

Fabio si augurò che fosse la società di Carla a curare questo intervento.

Si erano trovati entrambi a loro agio e sicuramente sarebbe stato proficuo. C’era solo un’intesa dal punto di vista lavorativo e niente altro.

Carla aveva Guido e gli piaceva troppo quando si vestiva bene per portarla a cena fuori. Sapeva del carattere, ma non le importava.

Quel giorno quando salutò Fabio non sapeva se avrebbero continuato la collaborazione e quando tornò in ufficio definì la proposta economica e la bozza dell’accordo da stipulare. Lavorò fino a tardi quella sera.

Quella sua solerzia, infatti, fu premiata qualche settimana dopo.

Avevano scelto la loro azienda per fare quell’intervento.

Carla nel giorno dell’accettazione, era stata sulle spine fin dalla mattina.

Poi le era giunta la telefonata di Fabio che faceva sapere che la proposta era stata accettata e dovevano solo sistemare delle piccole cose per poi firmarla in modo da renderla attuabile. Avrebbero dovuto incontrarsi ancora.

Nei giorni successivi, presero contatti più stretti per pianificare l’attività d’intervento richiesto dalla società per cui lavorava Fabio.

A Carla non pesava, questo fatto, anzi sapeva che le avrebbe fatto bene uscire un pochino dagli uffici e rendere il lavoro più interessante.

I giorni degli incontri, lei inspiegabilmente si trovava a perdere più tempo del normale nel truccarsi e nello scegliere gli abiti da indossare.

Continuava ad incontrarsi con il suo fidanzato e non la degnava di uno sguardo anche quando si aggiustava in modo diverso.

Carla, in quei giorni, voleva sicuramente mettere alla prova il suo Guido, ma vedeva l’indifferenza ed il distacco con cui era trattata. Qualche sera erano riusciti pure a litigare per questa non curanza.

I giorni passavano e sempre più qualcosa incuriosiva Carla verso Fabio.

In alcuni momenti, Carla si trovò a combattere tra Guido e Fabio. Ci pensava ad entrambi e li metteva sempre a confronto, in ogni piccolo atteggiamento ed in altre cose.

Fabio era sempre gentile verso di lei e non accennava mai a trattarla in modo freddo e distaccato, come spesso accadeva con Guido.

Quando si fermavano per una pausa, durante il lavoro, la invitava a prendere un caffè alle macchinette che avevano all’interno dell’azienda e non le faceva mai pagare. Era sempre lui ad offrire.

Carla notava anche, che prima di entrare nella stanza dove si erano sistemati, lui le dava sempre la precedenza.

Un giorno, Carla gli domandò il perché lo faceva.

La risposta di Fabio fu perché era abituato a farlo per cortesia.

In quel momento, Carla si sentì sprofondare e voleva nascondersi. Il suo viso lo sentiva andare a fuoco e provò anche molto imbarazzo di fronte agli occhi di Fabio che la fissavano.

Fabio invece le sorrise e non aggiunse nulla lasciando cadere la conversazione.

Carla aveva notato questo suo modo e ne fu colpita.

I giorni passavano e sentiva una specie d’attrazione per Fabio.

Non capiva come potesse avvenire. Non faceva nulla di strano, pensava Carla, ma era maledettamente originale nell’essere così premuroso e dolce nei suoi confronti. Questo la rendeva felice ed al tempo stesso era inquieta.

C’era il rapporto con Guido che continuava ad essere stucchevole.

Spesso lei rimaneva da sola a casa nei fine settimana in attesa che il suo fidanzato tornasse dalla caccia.

Puntualmente lei a casa dei genitori o usciva con le amiche che le erano rimaste ancora non sposate. Passava molti fine settimana in questo modo.

L’unica nota positiva nella sua vita, era ora la conoscenza di quel giovane che spesso la metteva in imbarazzo con il suo modo di fare a cui pensava più del dovuto.

Durante la settimana lavorativa, capitava che lo sentiva ed ogni volta si trovavano a parlare d’altri argomenti, diversi dal motivo lavorativo che li aveva fatti mettere in contatto. Accadeva ad entrambi.

Solo che Carla era fidanzata e Fabio era ancora single.

Un giorno, durante una conversazione telefonica iniziata per lavoro, Carla fu invitata a cena da Fabio.

Apriti cielo in quell’istante. Meno male che non la vedeva. Era diventata tutta rossa in viso e le gambe le tremavano ed anche la voce si era fatta insicura. Presa alla sprovvista non sapeva cosa rispondere.

Dall’altra parte della rete telefonica c’era in attesa, paziente, della risposta un ragazzo che aveva preso il coraggio a due mani.

Anche a Fabio gli piaceva conversare con Carla e non vedeva l’ora di passare una serata in tranquillità con lei, parlando di tutto quello che poteva piacere.

Parlare d’ogni argomento, dell'aspetto della vita ed anche dei sogni che facevano entrambi ad occhi aperti. Sicuramente sarebbe stato bello sapere qualcosa di più l’uno dell’altro.

Anche Carla la pensava in questo modo e non erano ancora riusciti a dirselo apertamente, forse perché il coraggio era mancato fino a quel momento.

La ragazza rifletteva e pesava su cosa dire a Giudo, come scusa, per la serata che stavano organizzando. Doveva inventare una scusa plausibile, ma ci avrebbe pensato in seguito. Ora doveva dare una risposta: no o si.

Rispose di si. Con qualche remora e dubbio, accettava l’invito fatto da Fabio.

Il ragazzo sentendo la risposta, era particolarmente euforico e lo si intuiva dalla voce che era cambiata di tono ed anche attraverso il telefono si capiva. La felicità fu contagiosa anche per Carla e lei scoppiò in una risata argentina e sentiva le gambe molli. Meno male che era seduta sulla sedia, quando rispose a Fabio.

Immaginava tutto di quello che sarebbe stato l’incontro, ma non si voleva rovinare la sorpresa.

Fabio le assicurò che avrebbe deciso l’ora, il luogo ed il giorno per la cena. Sarebbe stata una cena come due colleghi di lavoro e c’era la parola data da Fabio.

Carla, anche se aveva accettato di buon grado, gli raccomandò un po’ di discrezione, in fondo aveva una reputazione da difendere verso il fidanzato, anche se a Guido poi non gli sarebbe importato molto. Ne era sicura.

Carla si preoccupava della gente che probabilmente l’avrebbero riconosciuta e pensava ai commenti vedendola con un altro ragazzo.

Fabio le aveva dato assicurazione che l’incontro era solo per conoscersi meglio e senza altri fini.

Con questa garanzia, Carla, attendeva il giorno dell’incontro.

Nei giorni a seguire, non faceva niente di diverso dagli altri giorni ed il fidanzato non si era per nulla insospettito quando Carla annunciò che avrebbe passato una serata fuori a cena con dei colleghi.

Cieco nel suo egoismo e nella tranquillità assoluta della dipendenza della ragazza, Guido distrattamente le assicurò che era contento e raccomandava di non fare tardi.

Non chiese nemmeno dove sarebbero andati a cena ed il numero dei partecipanti.

Questo particolare, fece scattare in Carla un senso di dispetto incredibile.

Non credeva a quello che stava assistendo e si convinse che non stava facendo nulla di male se una serata la passava in modo diverso dal solito.

La cena era fissata per il sabato successivo.

Aveva una settimana per prepararsi all’incontro all’insaputa del suo ragazzo.

Guido, nell’occasione aveva detto a Carla, con modi bruschi, che proprio in quel sabato sarebbe andato a caccia molto lontano e sarebbe partito il venerdì.

Carla non credeva alle sue orecchie: l’aveva saputo proprio in quel momento come si era organizzato e il disprezzo per l’uomo lo sentiva salire dal profondo dello stomaco fino alla gola, ma non riusciva a dirgli nulla.

Rimase stordita e pensierosa per quanto stava accadendo e la domanda le sorgeva in modo spontaneo: era sicura che Guido era l’uomo giusto per lei?

I dubbi sono leciti quando non ci sono delle situazioni chiare o quando si sa che non danno stimoli eccessivi.

Carla si era appiattita nei sentimenti e nel suo modo di vivere la vita da quando aveva conosciuto Guido. Era stato il ragazzo più importante e con il quale aveva perso la purezza.

Ecco, in quell’istante, mentre aveva di fronte a sé il ragazzo della sua vita, ricordava il momento in cui avevano fatto all’amore. Lei era stata quasi irretita dai modi bruschi che aveva avuto lui nello spogliarla e nel baciare le labbra. Ricordava anche il modo di fare le carezze, erano state veloci e non molto dolci.

Carla, aveva sempre desiderato di fare la prima volta in modo dolce e da ricordare, ma ricordava solo il dolore ed il senso di vuoto che era seguito all’orgasmo. Il sogno delle ragazze, ma per lei era stato un po’ diverso.

Adesso, dopo anni di sudditanza, si sentiva come un senso di libertà nel decidere e nel voler fare una certa cosa.

Aveva avuto altre occasioni con amiche, ma non era mai stata così convinta nel ripagare almeno una volta l’indifferenza e l’arroganza con cui era trattata da Guido. Questo la convinceva maggiormente nell’andare alla cena offerta da Fabio.

I contatti telefonici con Fabio, nei giorni precedenti la sera della cena, non erano frequenti ma si sentivano a giorni alterni.

Il fine settimana precedente la cena, Carla, lo passò con i suoi genitori e con la sorella e Guido era andato con gli amici a caccia nelle vicinanze. Doveva stare fuori solo la domenica, ma decisero di anticipare la partenza al pomeriggio del sabato. Carla, come spesso accadeva, rimase da sola.

Alla domenica, chiamò una sua amica e decisero di andare in città per godersi la giornata.

Era la città dove abitava Fabio e forse in cuore, Carla aveva la speranza d’incontrarlo, quasi per caso. Al solo pensiero tremavano le gambe e sentiva il cuore che batteva in modo anomalo. Il sangue le arrivava alla testa pulsando e sentiva anche un po’ di calore sulle orecchie.

Ma come poteva pensare a Fabio e sentire queste sensazioni così forti, come non aveva mai provato. Aveva paura di quanto provava, e non sapeva ancora se aveva fatto bene ad accettare l’invito a cena.

Quando stava da sola, Carla era assillata da forti dubbi e pensava che sarebbe stato meglio non andare. Ma ci pensava sopra ancora e poi cambiava idea: affermava che aveva fatto bene ad accettare e non importava di quello che avrebbero pensato gli altri, visto che non faceva nulla di male.

Era solo una cena e niente altro.

Arrivò finalmente la fatidica sera, dopo una settimana lavorativa infernale. Aveva avuto diversi problemi da affrontare e risolvere e certo il pensiero fisso non l’aveva aiutata.

Guido era partito il venerdì con gli amici, come da programma già fatto.

Carla era da sola e poteva pensare e scegliere cosa indossare per la cena.

La sera del venerdì non sentiva d’avere fame e non cenò nemmeno per decidere come aggiustarsi per la sera successiva.

Aveva detto ai genitori che aveva mangiato qualcosa appena uscita dal lavoro.

Sentiva dei piccoli rimorsi, ma subito erano fugati dalla voglia di passare una serata in modo piacevole in compagnia di Fabio.

Lo sentiva che era possibile e che lui era un bravo ragazzo, oltre ad essere gentile.

Fissava l’armadio da un po’ e tirava fuori i vestiti che aveva per vedere come le stavano indosso. Davanti allo specchio, faceva delle pose tipo indossatrice e poi scoppiava a ridere sonoramente. La musica era piuttosto alta e questo l’aiutava ad essere più serena.

Sempre davanti allo specchio, provava a sistemarsi i capelli prendendoli tra le mani o li tirava tutti indietro. Aveva anche provato a tirarli su solo da una parte. Non ci stava bene. L’unica cosa era di lasciarli così al naturale. Erano belli e morbidi e scivolavano dolcemente tra le dita. Sentiva anche il profumo dello shampoo con cui li aveva lavati, dopo il rientro a casa dopo il lavoro. Si era fatta una doccia come sempre faceva al ritorno a casa. Poi indossava una tuta per comodità e si godeva la camera che aveva a disposizione.

Doveva scegliere ma ridendo come non aveva fatto mai, si sdraiò sul letto e fissava il soffitto. La sua mente era altrove e stava già alla serata successiva nel ristorante ed immaginava la figura di Fabio e l’ambiente sobrio che aveva sicuramente scelto per un’occasione particolare come quella della cena.

Carla pensava e si augurava che tutto fosse perfetto.

I suoi pensieri furono interrotti da uno squillo del telefono. Fece un piccolo balzo dal letto, come quando all’improvviso torni in te, dopo un volo della fantasia che era durato molto.

Sentì bussare alla porta della stanza.

Era la mamma che avvisava che qualcuno chiedeva di lei.

Carla era spaventata e sorpresa al tempo stesso. Aprì la porta e camminando veloce arrivò al telefono.

Alzò la cornetta e domandò chi era.

Una voce d’uomo e riconobbe quella di Fabio.

Era contenta che l’avesse chiamata, anche solo per salutare o sentire la voce.

Fabio gli confermava l’appuntamento per la sera seguente, ma c’era stato un piccolo cambiamento.

Carla ascoltò con attenzione quanto aveva sentito.

La cena non era più al ristorante, ma sarebbe stata a casa sua. Era solo e voleva fare bella figura perché aveva anche sostenuto che in cucina era bravo.

Carla ebbe un attimo d’esitazione. Pensò che forse era meglio, almeno non sarebbe andata in giro con il pericolo di essere vista.

Accettò il cambiamento e subito si fece dare l’indirizzo dove abitava il ragazzo.

Aveva scritto su un foglio tutto il necessario e poi senza aggiungere altro, si lasciarono salutandosi e si augurarono la buona notte.

Carla era euforica e se ne accorse anche la mamma.

A volte le mamme leggono negli occhi della figlia e non dicono nulla se hanno la sensazione di qualcosa di buono.

Era vero e senza una parola, la mamma di Carla, fece un piccolo cenno con la testa in segno d’assenso e sorrise.

Carla capì che le voleva bene, perché era veramente una mamma adorabile e la capiva molto di più di quanto potesse immaginare.

La mamma la sapeva infelice con Guido, ma non aveva mai interferito in modo deciso su quanto stava vivendo la figlia.

Ma quella sera, anche la mamma sembrava contenta di quanto stava accadendo. Le disse solo una cosa ed era stata quella di non pensare per una sera e di stare con la testa sulle spalle.

A quel consiglio, Carla, rispose con un sorriso e le mandò un bacio da lontano, con un gesto usuale e cioè quello di baciare il palmo della mano e poi rivolgendo verso di lei soffiò come a voler inviare il bacio attraverso l’aria, spinto dal soffio.

Carla tornò nella stanza e pensò a quanto Fabio aveva proposto. Era intrigante la situazione, ma era decisa ad andare avanti e vedere dove sarebbe arrivata. Era diventata una sfida contro le sue convinzioni e contro un modo di vita. Lo faceva anche per avere una rivincita su com’era trattata da Guido.

Non sentiva di essere trattata come una vera donna e questo le dispiaceva molto, ma non aveva la forza di reagire e non l’aveva mai avuta. Ora aveva l’occasione di poterlo fare e non avrebbe rinunciato, era decisa a riprendersi una parte della sua vita, prima di essere appiattita in modo irreversibile.

Si mise a letto con molta ansia per il domani, ma il sonno la sorprese improvvisamente.

Carla passò una notte agitata, sognando delle situazioni paradossali con persone sconosciute ed in posti inusuali per la sua vita. Si girava spesso tra le lenzuola.

Quasi per incanto, aprì gli occhi e dalla finestra socchiusa, entrava una flebile luce dentro la stanza ed allora capì che era quasi mattina. Era la prima luce dell’alba del giorno che aveva atteso.

Era veramente agitata per quanto stava accadendo. Aveva quasi un giorno completo davanti a se per non andare alla cena, ma poi sarebbe stata presa dai rimorsi.

Altrettanti rimorsi sarebbero stati vissuti se ci sarebbe andata.

Era ad un bel bivio, come spesso nella vita accade e come avrebbe deciso, ci sarebbero state delle conseguenze. Ormai era propensa per andare alla cena. Doveva scegliere in modo definitivo cosa indossare e come acconciare i capelli. Il resto sarebbe venuto da sé.

Dopo una doccia ristoratrice e la colazione composta da caffè e fette biscottate con marmellata di fragole, si decise a scegliere il vestito per la sera.

Davanti allo specchio, riprovò alcuni abiti e decise per una gonna corta blu elettrico ed una maglietta a manica lunga con disegni dalle tonalità sfumate dal blu al celeste. Ci stava bene e le metteva in risalto le gambe affusolate ed il busto con i seni perfetti di cui si vantava, anche se non erano eccessivi.

Gli occhi erano di un verde mozzafiato, risaltavano per il trucco che aveva scelto: era sul chiaro e non sembrava volgare. Aveva fatto una prova veloce anche raccogliendo i capelli, ma le mettevano troppo in risalto il viso allungato. Preferiva i capelli vaporosi che cadevano come sempre. Scelse con cura anche la biancheria intima, le calze e le scarpe da abbinare.

Ecco era soddisfatta della scelta e doveva solo attendere l’ora fissata per la cena. Mancavano meno di dodici ore. Come avrebbe passato il tempo? Decise di uscire fino all’ora di pranzo e poi nel pomeriggio per rilassarsi avrebbe letto un libro, perché ne aveva uno scaffale colmo.

Intanto in città, Fabio, era intento alla preparazione della cena e dell’ambiente.

Pensava spesso a Carla ed a come gli sarebbe piaciuto averla a fianco in molti momenti della sua giornata solitaria.

Era andato a vivere da solo appena aveva iniziato a lavorare. Si era trasferito dalla periferia in città, proprio per godere al meglio della piena libertà.

Riconosceva che la vita da single non era facile, ma solo organizzandosi poteva trovare benefici. Ormai erano anni che conduceva quella vita ed aveva avuto anche esperienze con altre ragazze, ma non erano durate per molto tempo. Solo con una era durata ben quattro anni. Poi si erano lasciati perché lei aveva conosciuto un tipo più rampante nel lavoro.

Fabio aveva sofferto, ma si era ripreso discretamente. Dopo quella ragazza altre avventure brevi, fino alla conoscenza di Carla.

Era veramente contento d’averla conosciuta. Sapeva bene che non era libera, ma gli piaceva molto ed avrebbe fatto molto per renderla felice, anche dargli tutto il tempo necessario a scegliere. Già pensava al futuro e non pensava che fra poche ore l’avrebbe avuta tutta per se.

Fabio era veramente dolce d’animo ed era sensibile. Gli piaceva la natura e preferiva andare in bicicletta in campagna. Molto spesso faceva lunghe passeggiate nei dintorni utilizzando la due ruote. Aveva una mountain-bike di media levatura, ma ci si trovava molto bene sia nei rapporti sia nella robustezza.

Quando si trovava in aperta campagna, respirava a pieni polmoni l’aria fresca ed assaporava tutti i profumi possibili o cercava tra l’erba fiori o piante particolari. Si fermava ad ammirare anche i tramonti e qualche volta aveva preso degli appunti sulle sensazioni provate. Gli appunti erano custoditi gelosamente e non aveva mai fatto leggere a nessuno.

Adesso pensava a Carla ed al modo di passare più tempo insieme. Durante la cena le avrebbe fatto questa proposta, ma sapeva anche che non avrebbe ottenuto la risposta in breve.

Preparò una cena sobria, composta da pasta con panna e funghi seguita da un arrosto di tacchino guarnito con una salsa d’asparagi e radicchio, frutta di stagione e poi un gelato per finire. Il tutto bagnato da un vino rosso amabile delle cantine del posto e da un vino dolce per il dessert. Avrebbero terminato con il caffè ed il digestivo.

L’ambiente lo aveva curato nei dettagli.

Aveva sistemato delle candele che avrebbe acceso poco prima dell’arrivo della ragazza, con una musica di sottofondo ed avrebbe fatto bruciare degli incensi profumati. Per la musica aveva scelto una serie di compact disc tra cui spiccavano Elton John, Eric Clapton, Pooh, Beatles ed altri che sarebbero piaciuti a lei. Non aveva fatto mancare Vasco Rossi.

Carla era una fan scatenata di Vasco e l’aveva confessato durante una delle conversazioni che avevano fatto.

Ci aveva pensato da diversi giorni su come organizzare l’incontro. Era riuscito anche a trovare il tempo di sistemare alla meglio il piccolo appartamento che possedeva. Aveva diversi libri sulla libreria e molti ninnoli sui mobili della cucina e del salotto. Alcuni quadri pareti di paesaggi montani e diversi attrezzi caratteristici della zona, appesi, che abbellivano le pareti vuote.

Fabio era nervoso e cercava di non dimenticare nulla.

Doveva scegliere cosa indossare e lo avrebbe fatto dopo una doccia rilassante.

Si infilò sotto la doccia e mentre era investito dal getto caldo, chiuse gli occhi e cercava di non pensare alla serata. L’acqua gli scivolava sulla pelle detergendola dal sapone doccia che aveva utilizzato. Il sapone liquido era al profumo d’erbe naturali. Lasciavano un buon profumo sulla pelle.

Rimase sotto la doccia per alcuni minuti in modo passivo.

Sentiva una sensazione di calma e così chiuse il getto d’acqua. Prese l’accappatoio e dopo averlo indossato, si massaggiò per asciugarsi. Era piacevole il massaggio e lo continuò in camera, sdraiato sul letto, per alcuni minuti.

Terminato il massaggio e dopo essersi asciugato completamente, passò alla fase della vestizione.

Dapprima l’abbigliamento intimo e poi aveva indossato una felpa ampia di cotone di una nota casa sportiva dal colore grigio scuro e strisce laterali bianche con sotto dei pantaloni sportivi dal colore grigio perla. Le scarpe erano sportive dal colore nero in cuoio.

Pensava che anche per al cena sarebbe andato bene l’abbigliamento.

Era pomeriggio e c’erano ancora delle ore prime dell’appuntamento.

Tutto era pronto e sicuramente aveva il tempo per uscire o rilassarsi leggendo qualche rivista o libro.

Il pomeriggio passò veloce sia per Carla sia per Fabio.

Erano quasi le otto della sera.

Fabio era intento alla preparazione definitiva della cena e dell’ambiente.

Aveva acceso le candele, messo la musica di sottofondo e preparato la tavola per due in modo perfetto. Non sembrava poi sprovveduto in fatto di lavori domestici.

In altra zona, Carla si era preparata alla grande e stava veramente bene con l’abito scelto e con il trucco. Era una bellissima ragazza ed avrebbe fatto sicuramente colpo.

Stava in macchina e si dirigeva verso l’abitazione di Fabio. Non aveva molti pensieri per la testa se non quello di fare una bella figura e passare una serata piacevole con una compagnia diversa.

Arrivò quasi puntuale ed aveva seguito tutte le indicazione date da Fabio. Era stato facile trovare l’abitazione. Era un bel quartiere e sembrava ben curato e tranquillo. Poco traffico nella zona.

Carla scese dalla macchina e dopo averla chiusa, cerco di darsi una sistemata alla gonna che lasciava vedere bene le gambe affusolate. Si dette anche una ravvivata ai capelli toccandoli con le mani e si incamminò verso il portone d’ingresso.

Cercò il cognome di Fabio tra quelli scritti sui campanelli. Lo trovò e pigiò il pulsante.

Al suono del campanello, Fabio si guardò intorno e sistemò le ultime cose sulla tavola. Si guardò intorno e si diresse ad aprire la porta. Rispose con voce serena e tranquilla e sentì che era Carla. Ora aspettava l’arrivo di Carla, nel suo appartamento, nervosamente.

Carla dopo la risposta aveva fatto le scale per giungere di fronte alla porta dell’abitazione di Fabio. Fece un ultimo respiro profondo e chiuse gli occhi per un attimo e pensò ad esprimere un desiderio, ma fu distolta dall’apertura della porta.

Fabio e Carla si trovarono uno di fronte all’altro. Si guardarono prima negli occhi e poi lo sguardo fu tutto per la persona, dalla testa ai piedi. Si guardarono e sorrisero quasi nello stesso istante.

"Mi fai entrare o rimango sulla porta?" chiese Carla dolcemente.

Attonito, Fabio si fece da parte per far passare la ragazza.

Era veramente bella questa sera, pensò l’uomo quando con passo attento gli passò davanti la ragazza. Le guardò le spalle coperte dal cappotto e notò lo spacco che metteva in risalto le gambe velate dalle calze. I suoi capelli ad ogni passo si alzavano leggermente come a seguire l’incedere per tornare poi morbidamente sulle spalle.

Fabio si chiuse alle spalle la porta e l’aria della casa era pregna d’incensi profumati che stavano bruciando e di sottofondo si sentivano le note di una canzone di Elton John.

Carla era sorpresa. Davanti a se aveva delle candele accese che davano un’illuminazione particolare all’ambiente, una tavola apparecchiata come nei migliori ristoranti e c’era una rosa rossa davanti al piatto destinato a lei.

Sembrava veramente una magia.

Carla si riprese quando sentì una mano poggiarsi sulla spalla e subito si voltò, trovandosi davanti Fabio.

Il viso di lui era un po’ teso, ma sembrava molto a suo agio nella situazione.

Carla invece non si sentiva a suo agio, anzi si sentiva come se stesse facendo una cosa brutta. Aveva lo stomaco chiuso e la testa le batteva un pochino, segno del sangue che affluiva copioso al cervello.

Carla tirò un sospiro profondo e rimase in attesa di quello che Fabio avrebbe fatto dopo.

Fabio con fare gentile, la invitò con un cenno della mano a togliersi il cappotto.

Carla lo fece guardandosi attorno e non si perdeva nulla dell’arredamento della stanza dove si trovava.

La curiosità femminile era in qualche modo soddisfatta e lo era anche Carla.

Dopo essersi tolta il cappotto, rimase un attimo nei pressi del divano in piedi e Fabio aveva il tempo di guardarla meglio.

Era veramente una ragazza attraente e gli occhi di lui fissavano quelle gemme verdi che spiccavano sull’ovale fra i capelli ricci che scendevano morbidi sulle spalle. I seni di lei si alzavano e si abbassavano a ritmo del respiro che Carla faceva. Erano messi in evidenza ad ogni inspirazione.

Fabio fissava ogni particolare di lei.

Carla invece era distratta dall’ambiente e non smetteva di fissare le candele accese. Davano un’allegria ed un tocco particolare.

La luce tremolante si rifletteva sulle pareti della stanza e con gli oggetti si formavano strane ombre. Era veramente ben curata l’atmosfera. Non aveva mai provato delle sensazioni di stupore e curiosità insieme.

Per un attimo, Carla si ricordò di Guido, e lo ricacciò nel profondo della sua mente. Nulla doveva rovinare la magia dell’incontro.

Carla si accomodò sul divano e si trovò quasi a sprofondare nel cuscino morbido. Accavallò le gambe e la gonna si tirò verso l’alto dei fianchi per un pochino, quel tanto da mettere in evidenza ancora di più le gambe di Carla.

Fabio sempre attento e servizievole, sorrise e le passò un bicchiere con un aperitivo.

Alzarono rispettivamente i bicchieri in segno d’intesa e come per brindare. Si portarono il liquido contenuto verso le labbra e sorseggiando, Carla scoprì che aveva un bel gusto. Sapeva di frutta ed aveva un leggero sapore alcolico. Non volle sapere ma sentiva un buon sapore nella bocca.

La serata sembrava piacevole fin dall’inizio.

Non era come l’aveva immaginata. Era decisamente meglio.

Era tranquilla, ora dopo un primo imbarazzo.

Lo stesso era per Fabio. Da un primo momento di imbarazzo, ora era veramente a suo agio. Teneva sempre la situazione sotto controllo.

Il discorso venne spontaneo e cominciarono a parlare del lavoro, della gioventù, delle esperienze fatte e di quanto avevano in comune.

La serata aveva avuto un giusto approccio.

Si accomodarono al tavolo e cominciarono a mangiare quanto era stato preparato.

Fabio mentre mangiavano, cercava di spiegare le fasi della preparazione delle pietanze ed accompagnava riempiendo i bicchieri con il vino scelto.

L’accoppiamento tra pietanze e bevanda era perfetta e Carla fece i complimenti per tutto.

Continuavano a parlare di loro e scoprirono che avevano molte cose in comune e gli occhi spesso si fissavano per pochi attimi e sembravano momenti lunghissimi. Sorridendo continuavano poi a fare onore alle pietanze.

Arrivarono al gelato che erano quasi le 23. Il tempo era passato in modo veloce e la compagnia era piacevole.

Carla aveva sempre più occhi per Fabio e non faceva nulla per distogliere lo sguardo quando lui la fissava.

Fabio era preso dalla bellezza del viso e degli occhi di lei. Ogni tanto allungava la mano verso al mano di lei. Carla faceva finta di non accorgersi del movimento solo alla fine. Stavano poco mano nella mano e poi lei con fare gentile faceva capire a Fabio di togliere il contatto.

Durante quei brevi momenti, ad entrambi il sangue correva nelle vene ed il cuore batteva in modo accelerato. Brevi, ma piacevoli momenti di una serata magica.

Dopo aver terminato anche il gelato, si alzarono dal tavolo e si sistemarono sul divano ad ascoltare la musica che continuava a riempire l’ambiente con il ritmo e le parole cantate.

Fu un attimo breve che le mani si trovarono a stretto contatto. Gli occhi si fissarono intensamente e Fabio fu il primo a rompere l’imbarazzo del momento.

Sempre con gli occhi fissi su di lei, Fabio le domandò come era stata la cena.

Carla, imbarazzata, rispose che era stata magnifica e perfetta in tutto.

Fabio le raccontò poi una piccola storiella su una ragazza che aveva conosciuto un po’ di tempo addietro e Carla ascoltava con attenzione.

"Sai che questa ragazza che ho conosciuto mi piace molto e ci sto bene insieme" disse in modo schietto e sincero.

Carla, in un primo momento non aveva intuito a chi era riferito.

Poi percepì con un po’ di ritardo che forse si trattava di lei.

"Mettila alla prova" replicò Carla.

"Già. L’avevo pensato, ma in che modo?" rispose quasi di getto Fabio.

"Potresti invitarla una sera a cena o una mattina ad uscire insieme e vedi come si comporta" fece Carla.

"Mi hai dato una bella idea" di rimando Fabio "e poi gli mando delle rose a casa"

Persi nella discussione, non badarono alle loro labbra che si erano avvicinate troppo.

Mentre parlavano, le labbra si aprivano e chiudevano seguendo le parole dell’uno e dell’altro.

Improvvisamente Fabio si fermò nel parlare e fissando gli occhi di Carla si avvicino fino a sfiorare le labbra di lei con le sue.

Le mani si erano quasi strette in un intreccio senza distacco ed i corpi erano vicini.

Carla Sentiva le labbra di lui sulle sue e chiuse gli occhi per non vederlo in viso e voleva solo sentire le lingue toccarsi come le labbra dovevano essere unite.

Era un desiderio immediato e non poteva farne a meno.

Carla e Fabio persero il sangue freddo che avevano avuto per la cena e fino a quel momento.

Non erano nemmeno sotto l’influenza del vino. Erano sobri e consapevoli che c’era uno scambio in atto nel sentire il contatto fisico in modo reciproco.

Dolcemente Fabio continuava a baciare Carla sulle labbra e sul viso e scendeva sul collo di lei e dietro alla nuca.

La pelle di Carla era diventata molto sensibile ed era come la pelle d’oca.

I brividi le salivano dal fondo schiena e le arrivavano fino ai capelli.

Il respiro si era fatto pesante e le gambe erano molli. Il corpo di lei era completamente abbandonato sul divano in modo seduto e non opponeva molta resistenza agli attacchi dell’uomo.

Attacchi che le facevano sentire i brividi dappertutto e ad ogni carezza, il piacere aumentava sempre più.

Carla cercava di arginare la foga dolce e gentile di Fabio, ma non se la sentiva molto.

Aveva deciso di lasciarlo fare.

Continuarono in questa piacevole lotta per un tempo che sembrava infinito.

Il corpo di lui, avanzando dolcemente e progressivamente, stava per sormontare il corpo di lei che stava per mettersi in posizione distesa sul divano.

L’eccitazione era ad un livello elevato per entrambi e le mani sfioravano i corpi andando sempre più alla ricerca di zone da cui ricavare il massimo del piacere.

Ormai i corpi, con ancora indosso gli abiti, si erano uniti e l’eccitazione di Fabio era evidente e Carla ormai la sentiva premere contro il suo ventre piatto.

I corpi continuavano a fare una danza di movimenti ed i respiri si erano fatti ancora più ansimanti.

La mano di Fabio si insinuò sotto la maglietta di Carla e lei si senti palpare un seno e poi l’altro e l’eccitazione aumentò. Ora le mani di lui erano a contatto con la pelle della ragazza e la sfioravano con languide carezze e movimenti ampi e dolci.

In quel momento di eccitazione, Carla pensava a quando con Guido facevano all’amore. Non era mai stato così dolce nei preliminari, come stava avvenendo con Fabio.

Fabio sì che era dolce e prestava attenzione a lei ed a quello che voleva, a dove sarebbero arrivati insieme: al culmine del piacere nello stesso momento.

All’improvviso, lei ebbe un attimo di esitazione e Fabio si fermò con le carezze.

Si guardarono negli occhi ed erano talmente vicini ed eccitati che i respiri erano ormai diventati uno solo. Gli occhi erano rossi e Carla aveva delle lacrime di piacere. I capelli erano adagiati sui cuscini del divano ed i capezzoli dei seni erano dei chiodi che spuntavano da sotto la maglietta che indossava. Senza parlare della gonna che ormai era arrivata ai fianchi e si vedevano perfettamente la biancheria intima nera e merlettata degli slip indossati da Carla.

Ormai erano arrivati al momento di dovere scegliere se andare avanti in un amplesso profondo con il contatto fisico o lasciar stare pensando ad un momento di debolezza per entrambi e senza conseguenze per il rapporto che si era creato tra loro.

Carla poi non si era ancora posta il problema se confessare il tutto al suo fidanzato, quando ce ne sarebbe stata l’occasione.

Ancora si fissavano mentre le menti elaboravano i pensieri e le soluzioni.

In amore questi momenti, sono tremendi. O nascono grandi amori che sconquassano i legami in atto o si ritorna alla quotidianità come se nulla fosse accaduto.

Fabio e Carla stavano ad un passo dalla felicità o dall’inferno: stava a loro scegliere.

Carla, dopo un lungo respiro, prese la decisione ed attese Fabio.

Si baciarono ancora e lo fecero intensamente, come per darsi un ultimo bacio appassionato a ricordo della serata. Ce ne sarebbero stati altri e forse altri momenti come questa sera.

Si staccarono e rimasero entrambi vicini abbracciati in cerca di conforto per una decisione presa in accordo e senza dire una parola.

Era stato solo un momento di debolezza e si erano fermati prima che accadesse qualcosa di cui pentirsi.

Sarebbe stata la cosa più logica da fare. Era stata solo una bella serata dove avevano trovato un momento di intimità notevole.

Carla in parte era stata ripagata di tanti momenti tesi passati con Guido e gli era servito per capire quanto ancora teneva al suo fidanzato e quale rapporto ci fosse ancora tra di loro.

Fabio era stato meraviglioso e tenero nei confronti di Carla e non aveva forzato nessuna decisione. Era avvenuto tutto in modo spontaneo.

Ora però i rimorsi assalivano entrambi.

Carla si alzò dal divano andò in bagno e dopo essersi chiusa a chiave, si sfogò piangendo. Piangeva perché sapeva che sarebbe tornata ad una vita che non le piaceva e con un uomo che non la stimava per niente.

Fabio rimase seduto e sconvolto per quanto era accaduto. Aveva conosciuto una ragazza e l’aveva desiderata fin dal primo contatto. Sentiva che era fatta per lui ma non potevano continuare con le menzogne. Anche se era stato solo per una volta, non voleva assolutamente la sofferenza di lei e preferiva quindi non importunarla ancora.

Era stato bello passare delle ore in questo modo e le avrebbe ricordate fino a quando sarebbe stato possibile farlo, in funzione dell’età e della salute.

Un incontro banale, nato da un semplice rapporto di lavoro che si era complicato fino a quel punto.

La scelta non sarebbe stata facile per entrambi.

Carla ancora chiusa in bagno non smetteva di piangere e sentiva che, con immenso, dolore doveva rinunciare a Fabio per essere onesta con se stessa e con Guido.

Avrebbe mai trovato il coraggio di confessare quant’era accaduto?

Adesso doveva trovare il coraggio di lasciare la casa e dimenticare Fabio.

Si dette una sistemata ai capelli ed agli abiti che indossava. Si sentiva sconquassata e priva di forze.

Uscì dal bagno ed aveva gli occhi un po’ rossi. Strano connubio il vedere degli occhi verdi chiari e quasi trasparenti contornati di un rosso sbiadito.

Carla e Fabio si guardarono ancora per un ultima volta negli occhi e si sfiorarono le labbra con un soffice bacio.

Era un arrivederci od un addio? Carla non ci voleva pensare e prendendo il resto delle sue cose, salutò con un laconico "Ciao" l’uomo che rimaneva seduto sul divano.

"Ti posso chiamare?"fece l’uomo prima che si chiudesse la porta d’ingresso.

Carla si girò e fissò di nuovo Fabio. Un piccolo gesto con le labbra come a dare un piccolo bacio e poi la porta si chiuse.

Quel sabato sera era accaduto un fatto nuovo per Carla e forse per Fabio era iniziato un calvario per dimenticare l’esistenza della ragazza.

Al momento del distacco, non era stata chiara la decisione che la ragazza avrebbe preso nel tempo.

Carla e Fabio avrebbero avuto dei contatti telefonici per il lavoro. Con sicurezza avrebbero gestito la situazione in modo adulto e razionale.

Era stata una breve parentesi felice la storia con Fabio, ma Carla era altrettanto consapevole che non poteva aspettarsi granché da Guido. 

Nonostante il momento confuso, nel cuore sentiva che voleva bene a Guido. Era ancora disposta ad aspettare che lui mettesse la testa a posto? Era una domanda lecita per ipotecare il futuro di entrambi.

La vita continuava e non c’era spazio per i sogni, pur sapendo che sono necessari ed irrinunciabili. Dopo quella sera, però non poteva affermare che aveva vissuto un sogno trasformato in realtà, in un breve attimo ed in modo insoddisfacente.

Carla pensava a tutto ciò mentre, guidando la macchina, continuava a piangere. Era certa che avrebbe smesso di farlo prima che fosse arrivata a casa.

L’indomani sarebbe tornato Guido e non sapeva ancora se gli avrebbe accennato dell’avventura che aveva vissuto quel sabato sera.

Sentiva dentro di sé una nuova vitalità e la voglia di cambiare qualcosa nella propria vita.

Carla non era certa di giungere ad una decisione sul futuro, ma era consapevole che sarebbe stata una dura lotta tra i sentimenti.

Immaginava bene che il futuro con Guido era piuttosto incerto, ma non era sicura di dover scegliere Fabio, solo perché aveva vissuto una serata in modo dolce e perfetto.

Con questo dilemma, giunse in prossimità di casa ed aveva smesso di piangere.

Con un gesto lento si asciugò, con un fazzoletto di carta, le lacrime scese sulle guance del viso, come a prendere ancora tempo per riflettere.

La decisione sarebbe stata presa con la massima serenità e con tutto il tempo necessario. La vita era la sua e doveva scegliere per la felicità, a costo di rifarsi una vita lontana dagli uomini attuali che aveva incontrato durante il suo cammino.

Franco Fornaro ( 24 Maggio 2003 )

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PROFUMO DI ARMANI

Avrebbe voluto stringere fra le braccia quella magnifica donna che stava seduta non molto lontana da lui. Come si può resistere a questa voglia improvvisa? Pensava l’uomo seduto al tavolo di un bar.

Sicuramente doveva stare molto calmo e cercare di non guardare negli occhi la donna. Simon, se avesse fatto quello che sentiva, in quel frangente, con certezza la storia d’amore che aveva vissuto un po’ di tempo addietro sarebbe tornata viva. Caroline e Simon, erano stati vicini per motivi di lavoro e, con la frequentazione inevitabile, era nato tra loro un tiepido rapporto che con il tempo si era trasformato in qualcosa di più profondo e speciale. 

Non bastava tornare indietro con la memoria per sentirsi male. Simon avrebbe fatto bene a dimenticare ogni piccolo particolare nella sua vita che gli faceva ricordare tutto di Caroline. Simon non voleva dimenticare. Voleva ricordare e capire se fosse dipeso da lui, l’errore imperdonabile con cui era iniziato il lento declino del loro rapporto d’amore.

Certo che, ora, rivedendola seduta nello stesso bar che frequentava lui per il pranzo, gli dava un certo imbarazzo. Come lampi improvvisi tornavano alla mente di Simon molte situazioni che avevano vissuto. Alcune erano divertenti, altre erano meno piacevoli…come quando litigavano per la troppa pressione a cui erano esposti per i ritmi di lavoro. Le cose peggiori, infatti, si rammentano più facilmente rispetto al resto.

Caroline, per fortuna, non si era accorta della presenza del suo ex-uomo e quindi era molto a suo agio con i colleghi che le facevano compagnia. Stava con un gruppo di persone che le faceva passare il tempo piacevolmente e molto spesso organizzavano anche delle gite nei fine settimana, lontano dalla città. Fra loro si era creato un buon clima e la donna si sentiva a suo agio perché le facevano dimenticare il rapporto interrotto con Simon. Nella mente di Caroline non c’era più posto per Simon, ma l’uomo che la guardava seminascosto da altre persone, non lo sapeva. Simon aveva sempre nell’anima qualche piccola speranza per riavvicinarsi a lei. Neanche più il lavoro l’aiutava, perché dopo che si erano lasciati, per una ristrutturazione dei servizi interni, erano stati separati e non avevano più molti contatti. Era stata una fortuna anche in questo senso perché alcuni colleghi e dirigenti avevano saputo della loro storia sentimentale, ma ora ne ignoravano i rapporti successivi. 

Simon non smetteva di fissarla e con il pensiero tornava alle notti che avevano trascorso facendo all’amore nella piccola stanza di lei. Era sempre avvenuto con molta passione. Aveva ancora nelle orecchie il flebile ansimare ritmato di Caroline, che aumentava in ritmo e tono mentre si avvicinava il momento massimo di piacere. All’orgasmo, quasi all’unisono, emettevano entrambi un piccolo grido di liberazione ed era seguito da un abbraccio tenero ed un leggero sfiorarsi di labbra. Si addormentavano stretti per poco tempo e poi, al risveglio, si preparavano sempre qualcosa da mangiare. Era un rito ed ancora era fisso nella mente dell’uomo ogni piccolo particolare legato agli incontri amorosi.

Non era stato solo un fatto di sesso tra di loro, pensava Simon, c’era molta fiducia ed un buon dialogo, oltre a molti interessi in comune. Parlavano spesso di politica. Su quest’argomento non la pensavano allo stesso modo. Diverse volte si erano scontrati sulle scelte del Governo ma era sempre piacevole fare pace.

Sorridendo, Simon ricordava che facevano la pace davanti ad una tazza di caffè bollente accompagnato da pasticcini. Non si chiedevano scusa se avevano ecceduto con il tono della voce, ma bastava un sorriso ed un bacio sulle labbra per suggellare l’armistizio. Piccoli momenti scanditi dal loro gran sentimento.

Simon, cercava con la mente di trovare il momento o la causa principale della rottura che c’era stata tra loro.  Come in un film, guardava le scene del loro rapporto amoroso, interessato dalle immagini viste nella sua memoria, a volte con nostalgia. Questi momenti gli stavano facendo perdere il contatto con la realtà.

Simon, senza accorgersi di quanto stava accadendo, si era trovato a fissarla nuovamente con uno sguardo assente perso nel vuoto e senza metterla a fuoco. Caroline aveva lasciato il tavolo e la sedia dove stava seduta e stava andando via con i colleghi. Simon continuava la visione del vissuto con la sua donna. Arrivò alla sera del compleanno di Caroline.

Voleva ripassare attentamente i momenti sperando di non tralasciare nulla. Alcuni momenti non erano completamente chiari ma cercava di rammentare il più possibile. Simon e Caroline, avevano trascorso la giornata entrambi lontani a causa di un obbligo familiare improrogabile da parte di Simon: era tornato al suo paese d’origine per andare dalla mamma, rimasta sola dopo la morte del secondo marito avvenuta pochi mesi prima di quel maledetto giorno. Già era stato proprio al ritorno in città, che Simon aveva notato un cambiamento d’umore nella sua fidanzata. Potevano passare il compleanno di Caroline in modo tranquillo perché era in prossimità di un fine settimana. Avrebbero potuto fare qualunque cosa per festeggiare e, infatti, non s'erano accordati per andare fuori, magari al lago, che non era distante dalla città.

A seguito di questo, Simon si era organizzato andando dalla sua mamma. Aveva accennato alla sua donna l’intenzione e lei era stata felice, visto che non andava spesso a trovarla. Lei aveva detto che era una saggia decisione ed il compleanno lo avrebbero festeggiato la sera, andando a cena nel piccolo ristorante dove spesso andavano. Le parole scambiate tra loro, se le ricordava confusamente, ma sapeva che era andata in quel modo.

Al ritorno, dopo un viaggio tranquillo, Simon andò a casa sua per farsi una doccia e prepararsi per la serata da passare con Caroline. Aveva fatto tutte le operazioni decise e, Simon rammentava, che si era diretto verso l’abitazione di Caroline. Prima di arrivare da lei, si era fermato a comprarle dei fiori. Era un bel mazzo, ricco di fiori e dai colori sgargianti. Aveva regalato delle orchidee, il fiore preferito da Caroline. La spesa era stata molta, ma per lei, aveva considerato che ne valesse la pena. Simon arrivò sotto l’abitazione della fidanzata con un pizzico d’eccitazione e di felicità e l’evidenza era il sorriso sulle labbra ed il fatto che canticchiava una melodia conosciuta di una canzone ascoltata alla radio.Con il mazzo di fiori nella mano, tenuto in modo attento, aveva suonato al citofono della casa di Caroline.

Lei aveva risposto in modo diverso dal solito, ma in quel frangente non aveva fatto attenzione. Sempre con fare contento aveva fatto le scale di corsa per arrivare il prima possibile da lei. Simon arrivò di fronte alla porta ancora chiusa e non era usuale per Caroline. Erano i piccoli segni a cui Simon, in quel momento, non aveva badato ritrovandosi poi a capire il motivo della serata che era andata storta. A posteriori aveva esaminato i fatti e lo stava facendo ancora adesso, seduto al bar.

La mente di Simon era rivolta a rivivere la serata, nonostante fosse passato qualche tempo: era passato più di un anno. Simon ricordava la sua voglia di abbracciare la sua donna e assaporare il dolce sapore delle labbra, su cui metteva solo un velo leggero di lucida-labbra, con un tenero e passionale bacio. Le avrebbe dato il mazzo di fiori appena aperta la porta e poi avrebbero deciso cosa fare per la sera. Suonò con impazienza al campanello della porta ancora chiusa. Passò un breve attimo che a lui parve un tempo spropositato rispetto alla voglia che aveva dentro di rivederla.

Lentamente la porta si aprì ed apparve la donna in tutto il suo splendore, vestita per un’occasione particolare. Caroline aveva un vestito che le arrivava appena sopra le ginocchia di colore nero con piccole perline dai riflessi argentati attaccate alla stoffa dell’abito. Simon la guardò bene prima di entrare e ne rammentava anche l’espressione strana che aveva sul viso. Notò la scollatura ampia e non provocante dell’abito indossato da lei, che lasciava immaginare i seni sodi e sorretti dall’evidente reggiseno. Il vestito era piuttosto aderente al corpo della ragazza. Il corpo era piuttosto ben curato e nella norma per non classificarla tra le donne che erano poco attente alla linea. Le gambe non erano ben dritte, ma dipendeva dalle scarpe con un tacco alto che portava ai piedi. Erano dei sandali con piccole strisce di pelle nera intrecciate che le rendevano il piede molto visibile e desiderabile. Smalto alle unghie delle mani e dei piedi per un tocco civettuolo.

I capelli, castano scuro dai riflessi mogano, le contornavano il viso cadendo morbidi e mossi sulle spalle. Insomma, era veramente uno schianto e desiderabile, in quel modo. Simon ricordava la fatica fatta a trattenersi per non prenderla tra le braccia improvvisamente nella stanza e portarla nella camera da letto. Caroline intuì le intenzioni dell’uomo e subito cercò di distrarlo chiedendogli del viaggio e della giornata passata a casa della mamma. Dalla voce, l’uomo intuì che ci sarebbe stato qualche fatto sconosciuto da sapere. La domanda che le fece, ancora adesso, gli veniva alla mente come un lampo improvviso ed anche la risposta che Caroline gli diede ora la ripeteva mentalmente.

Alla domanda "che hai?" la risposta fu "niente!".

All’istante, Simon, sorvolò ed alla luce dei fatti che conosceva oggi, fece molto male. Era pentito di non aver approfondito quella semplice parola detta da Caroline. Ancora oggi, però, provò le sensazioni di paura e sconcerto al tempo stesso. Erano semplici sensazioni e non c’erano le prove che sarebbero state vere. Una verità falsa che scoprì solo pochi attimi più tardi, mentre stavano cenando nel loro ristorante preferito.

Il seguito della serata, infatti, non fu perfetto come le altre volte. Simon n’ebbe la certezza quando chiese a Caroline come avesse passato la giornata solitaria. La risposta della ragazza fu evasiva e distratta e raccontò che era andata per negozi. Simon avvertì, allora, ancora una sensazione strana come se stesse mentendo. Caroline la conosceva bene e sapeva che non si sarebbe avventurata a dire delle bugie perché non era molto attenta a quello che diceva. Più volte era capitato che Simon l’aveva ripresa, bonariamente, quando raccontava a distanza di tempo dei fatti accaduti ai loro amici e colleghi. Non riusciva a raccontarli nei dettagli esatti e Simon interveniva correggendola sempre con il sorriso ed in modo che chi ascoltava non avesse fatto caso alle inesattezze. Per questo non avrebbe mai dato per certa l’ipotesi di una bugia da parte di Caroline.

La serata era lunga e non pensava che sarebbe finita male. Non ci badò. Rammentava che la fissava rapito e sempre come innamorato pazzo. 

Simon, senza preamboli, le diede il mazzo di fiori che portava nella mano nascosta dietro alla schiena. In questo modo si avvicinò a Caroline e ne sentì anche il profumo dolce ed intrigante che portava sulla pelle. Fu investito da una piacevole fragranza che gli prese alla testa e ne riconobbe la marca. Era il profumo della linea Armani, quello che portava nelle occasioni particolari. Piaceva ad entrambi ed era un particolare a cui non valeva la pena pensare per cose diverse dal solito. Dovevano godersi la serata ed era tutta in onore di Caroline. Simon teneva in serbo per la fine della serata, un altro regalo per Caroline: un anello con un diamante, che avrebbe dato a lei, prima di finire la serata magica nel giorno del suo compleanno. Lo teneva nascosto nella tasca della giacca che indossava.

Il bacio dolce e veloce di Caroline ancora lo ricordava, come ricordava il vuoto improvviso tra le braccia che cercavano di stringere il corpo della sua donna. Lei era stata abile a sfuggire alla presa con la scusa di mettere nel vaso i fiori che aveva ricevuto. Sparì verso la cucina in modo veloce senza il minimo accenno a farsi seguire. Seguirono delle piccole discussioni sulla giornata trascorsa, e lo fecero con tono calmo. Erano gli argomenti soliti di una coppia che avevano trascorso la giornata lontano l’uno dall’altra.

Il fatto importante era lo stato di salute della mamma di Simon, che stava bene, anche se dal punto di vista psicologico, era un po’ abbattuta e si sentiva sola nella casa dove abitava. La distraevano le amicizie nel paese e gli interessi che non aveva abbandonato, come il fare la volontaria per aiutare in Parrocchia. 

Uscirono dall’appartamento di Caroline, abbracciati, come avrebbe fatto una coppia sposata da molti anni.

Simon notava un certo distacco e freddezza da parte della sua ragazza e pensava che fosse dipeso dalla serata un po’ tesa negli stati d’animo reciproci. Ancora una volta non badò alle sensazioni e si proseguiva con la recitazione. Già, proprio un bel modo di recitare un rapporto d’amore tra due persone che non volevano vedere in faccia la realtà: Simon sentiva che non era più come in precedenza e non immaginava che lo stesso fosse per Caroline. Se resisteva era solo per non vederla inconsolabile. Perché finisce una storia d’amore tra due persone?

Questa domanda non ebbe risposta in quel giorno e non l'ebbe neanche in futuro. Lo stesso accadeva in quel preciso istante mentre stava seduto a spiare i movimenti della sua ex-ragazza. Fissando nella direzione che sapeva, l’uomo si accorse che Caroline non c’era più. Si era involata, senza che se n'accorgesse, tanto era distratto a pensare a quanto accaduto un po’ di tempo indietro. Rimase solo, con i suoi pensieri legati al passato, e non volle interrompere il film a cui stava assistendo.

La sera del compleanno di Caroline stava andando tutto in modo insolito. Non c’era trasporto nei suoi atteggiamenti. Simon notò l'atteggiamento, ma in modo distratto, e fu la causa della sua rovina prima che sarebbe finita la serata. Arrivarono al ristorante e rammentò che durante il tragitto tra la casa ed il ristorante, le parole che si erano scambiati non furono molte ed aleggiava nell’abitacolo anche un po’ d’insofferenza. Scesero dall’auto e, dopo averla parcheggiata lungo la via del ristorante, si diressero nella direzione del locale. Simon prese la mano di Caroline e da parte di lei ci fu un piccolo gesto automatico che allontanò impercettibilmente le mani l’una dall’altra.

Inatteso il gesto e lo stupore assalì Simon che istintivamente afferrò dolcemente il braccio della donna e ne fermò il passo e costrinse il corpo a girare leggermente su sé stesso. Ora i volti stavano fissi per alcuni istanti e gli occhi di lei si fecero sfuggenti e lo sguardo si spostò in una diversa direzione. Simon le domandò, allora, cosa aveva.

La risposta non fu brillante da parte di Caroline e si scusò dicendo che sentiva un dolore al fianco destro non forte, ma fastidioso. Lui aveva pensato ad una scusa banalissima, poco convincente: non si sbagliò. Rimase, per il resto della cena, con il dubbio. Ormai sembrava che il mondo gli stesse per crollare sulle spalle in modo improvviso e gli faceva prendere consapevolezza sulla stabilità del sentimento che nutriva verso di lei.

Non c’erano stati dei preavvisi, come invece avviene per i terremoti, che la scossa più rovinosa è preceduta da tante piccole scosse impercettibili. Questo doveva essere un terremoto improvviso e non preventivato. Durante la cena, Simon, vide l’imbarazzo di Caroline disegnata nell’espressione del viso e ne intuì il disagio nei modi di fare. Doveva dirgli una cosa e lo immaginava, ma non poteva immaginare cosa.

Era teso e nervoso e non aspettava che un’occasione per aprire il discorso, anche con una domanda diretta da porre a Caroline. Improvviso, Simon, si decise e ruppe l’indugio, decidendo di liberare l’anima dal tormento che aveva in quel momento. Caroline, come confusa ed impreparata, cercò ancora di nascondere quello che dalla bocca stava per uscire. Sarebbero state delle parole che non avrebbero fatto piacere al suo uomo.

Sempre con notevole imbarazzo, la ragazza esordì, e lo rammentava ancora, dicendo che qualcosa era cambiato fra loro ed in modo improvviso non sapendo individuare la causa di quanto stava passando. In quel momento, Simon, ebbe le viscere in subbuglio e provò una sensazione di restringimento della gola quasi immediato e gli mancò per un attimo anche il respiro. Non poteva certo immaginare che a Caroline non le costasse nulla dire quelle cose così.

Lei, infatti, era tranquilla nella voce ma insicura dell’eventuale reazione del suo uomo. Era stato scelto anche il momento dello stare in un ristorante e con tanta gente intorno per facilitare le reazioni e non renderle violente o poco esternate. Era veramente una serata perfetta per dire qualcosa d’importante. Le reazioni dovevano essere a forza controllate e questo faceva bene ad entrambi.

Il brusio di fondo delle conversazioni degli avventori, le risate a volte esagerate che si sentivano nel locale stavano passando in secondo piano ed in modo rapido. L’attenzione era rivolta solo alle parole di Caroline che erano sussurrate per non essere intese dai presenti. Simon aveva ancora chiaro il momento e sentiva dentro di se salire la rabbia fino alla gola, anche se il tempo era passato.

Tra la confusione del locale, ricordava le sole parole finali di un discorso che si era perso tra altri: "Questa è l’ultima volta che ci vediamo. Non mi cercare più perché tra noi è finita." Era stato come essere al centro di una tempesta improvvisa, come essere investito da una scossa di terremoto e non riuscire a fare un passo per evitare tutto quello che ti stava venendo addosso. Erano stati momenti tremendi e l’imprevisto aveva avuto la conseguenza di bloccare le parole di Simon. L’uomo provava anche una piacevole sensazione di libertà, confusa ad un vuoto interiore.

Non riusciva, infatti, ad avere un pensiero giusto e non proferiva più sillabe e vocali. Le labbra erano serrate dalla rabbia e dall’incredulità. La domanda che ebbe intenzione di porre a Caroline, in seguito alla scossa subita, fu "Ma il motivo è che ti sei innamorata di un altro?" non fu possibile porla, tanta fu la sorpresa del momento. Quella domanda era rimasta strozzata nella gola di Simon.

Simon ricordava, che dopo attimi di silenzio imbarazzante, vide la figura di Caroline alzarsi dalla sedia e lasciare il tavolo che avevano prenotato per passare la serata insieme. Finiva così miseramente la loro storia d’amore e senza una spiegazione logica. Quell’occasione, era stata l’ultima volta che aveva visto Caroline e si era dimenticato le sue sembianze, il suo corpo, i suoi capelli ed il resto. L’anello fu riportato alla gioielleria e dopo le spiegazioni sul rifiuto, probabilmente fu rivenduto a qualche altro più fortunato.

Tutto era svanito, fino al giorno che per caso si erano incontrati nuovamente in un bar del centro città, ad insaputa di lei. Simon aveva spiato e cercato di capire se era fidanzata con qualche collega o con un semplice estraneo.  Troppo tardi.

Non si era accorto, ancora, che era svanita come quella sera e non avrebbe avuto molte possibilità d’incontrarla nuovamente. Sapeva bene che il lavoro li avrebbe portati nuovamente lontani e facilmente senza contatti nel futuro. Ora rimaneva ancora seduto alla sedia e si dondolava puntando i piedi sul pavimento e spingendo indietro la schiena sulla spalliera. 

Chiuse gli occhi ancora e sentì nuovamente il profumo di Armani dentro le narici e molto vicino.

Stava ancora sognando?

Franco Fornaro ( 19 Maggio 2003 )

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L’ISOLA FELICE

Era una stagione invernale come poche, quella che stava vivendo Susy. Si guardava intorno nella casa fredda e piuttosto spoglia negli arredi. Susy era seduta nella poltrona dalla stoffa un po’ consumata per il troppo uso. Ricordava appena il giorno in cui le era stata recapitata in quella casa.

Susy non si era mai resa conto delle cose che la circondavano, troppo presa a vivere la sua vita come un treno, troppo occupata a riempirsi di futilità per non pensare a quanto stava facendo. Il tavolo basso, al centro del salotto, era pieno di carte e colmo di oggetti come dopo una festa tra amici. Invece non era altro che la sua maledetta voglia di lasciarsi andare di fronte a certi fatti della vita.

Poco più di un mese era trascorso dalle feste natalizie. Susy rammentava, stando seduta, il periodo ed i giorni passati. Tutto era frenesia, luci abbaglianti ed intermittenti, persone che affollavano i negozi, serate fredde con la minaccia di neve improvvisa, quando casualmente una sera la donna incontrò un suo vecchio amico che sembrava perso di vista. L’amico si chiamava Ronald, ma per lei era sempre stato Rod, fin dalle scuole superiori. Erano sempre stati, nell’età giovanile, molto assidui nel frequentarsi ma non erano mai andati oltre il sentimento dell’amicizia. Tutti i loro gesti ed i loro pensieri avevano confermato questo tipo di sentimento. Finite le scuole avevano provato a frequentare l’Università distanti l’uno dall’altro, ma erano solo riusciti a spendere tanti soldi in telefono e viaggi per brevi incontri. Ma la loro voglia era solo quella di stare insieme e parlare delle avventure amorose che capitavano ad entrambi.

Rod e Susy, avevano un aspetto fisico normale come tanti altri ragazzi e non atteggiavano molto le loro origini benestanti. Le famiglie erano socialmente inserite nella fascia medio-alta borghese. Insomma tutto quanto giocava a loro favore, ma poi venne la guerra. La guerra che portò lontano Rod dalla sua amica Susy. Anche quel periodo, non fu bello. Rod era stato inviato con un contingente di truppe in Medio Oriente, durante il periodo della Guerra del Golfo. Era stato nel deserto a sconfiggere i nemici della sua patria. Ma aveva difeso la sua terra natia in uno stato molto lontano, con un clima assurdo e non abituale per lui. Aveva fatto il possibile per stare sempre vicino a Susy e le aveva scritto moltissimo. Anche lei aveva scritto al suo amico di penna, come lo chiamava in quel periodo, raccontando della sua vita, delle sue esperienze amorose e gli aveva anche raccontato del matrimonio con un ragazzo conosciuto nell’ufficio dove era stata assunta. Il matrimonio era poi fallito in breve tempo e si erano separati. Lei continuava a lavorare in quell’ufficio ed aveva pochi contatti con il suo ex marito. Susy aveva raccontato le sue angosce a Rod, per superare i momenti di solitudine e di depressione in cui era precipitata. Ma non voleva angosciare più di tanto il suo paziente amico e cercava di scrivere solo delle cose che a lei sembravano interessanti, ma non preoccupanti. Susy era anche abile a scrivere e lo aveva sempre saputo, come conosceva bene il carattere dell’uomo a cui scriveva: passionale, istintivo e paziente. 

Il periodo di distacco era stato molto più lungo del previsto, perché terminata la guerra in Medio Oriente, Rod venne trasferito in Europa. Era stato assegnato alla regione balcanica, la fogna dell’Europa che sembrava impazzita. Aveva visto gli orrori dello sterminio indiscriminato e toccato la violenza gratuita. Aveva scritto alcune lettere su queste cose, alla sua amica e le aveva mandato anche delle foto in divisa tattica con altri commilitoni e diceva che formavano un gruppo ben affiatato. Così sembrava guardando le foto. Certo che molti dettagli le erano stati negati dalla censura ed era evidente dai segni che coprivano parole o frasi nelle lettere che Rod aveva inviato. L’amicizia tra Susy e Rod, sembrava veramente fuori dal comune ed andava oltre l’immaginabile.

Susy, ora seduta sulla poltrona, tornava con il pensiero al giorno dell’incontro, dopo aver spaziato nel libro dei ricordi. La giornata era stata fredda e senza sole e la sera non era stata da meno. La gente si affollava lungo le strade del centro cittadino quando con sorpresa riconobbe, tra le mille facce sorridenti o distratte, un viso dai tratti conosciuti. Il cuore di Susy, parve interrompere bruscamente il suo palpitare. Il fiato le mancava. Erano stati lunghi i mesi senza sapere nulla del suo amico. Non erano giunte lettere od altro che avrebbe fatto pensare al peggio. Solo silenzio. Ora, però, come un segno del destino quella visione che la mandava in visibilio per l’emozione. Non riusciva a trattenere le lacrime ed era pervasa da fremiti improvvisi. Aveva rivisto Rod.

Susy, con voce incerta e commossa, provò a chiamare il suo amico. Non le usciva un suono, dalla gola. Sembrava bloccata e la sentiva secca. Susy, mandò giù un po’ si saliva che intanto le si era formata nella bocca serrata. Respirò forte e di getto urlò: "Roood!"

Molte persone si girarono ma non quella che lei credeva fosse quella giusta. Fece ancora e più forte: "Rooooooddd!" A questo punto una figura, un po’ curva sulle spalle, si fermò. Fu spintonato da altri, che invece andavano spediti, e sembrò per un attimo che la figura fosse in balia di onde e scossa fino a scomparire travolta dalla gente. Riemerse e girò il volto verso il luogo da dove era partito il richiamo. Il volto dell’uomo era scavato e le luci degli addobbi lo rendevano quasi spettrale. Un sorriso apparve sul volto dell’uomo ed era il segno che aveva riconosciuto Susy. Fu un attimo e come per incanto, entrambi affrettarono il passo e crebbe in loro la voglia di abbracciarsi. L’abbraccio, fu caloroso e protettivo.

A pensarci adesso, seduta nella poltrona, Susy riprovò esattamente lo stesso stato d’animo di quella sera, gli stessi brividi e le stesse lacrime le stavano scendendo lungo le guance. Seguì il bacio. Un bacio lungo e passionale come non avevano fatto mai. Le loro labbra sembravano essersi incollate. Le stesse emozioni, le stesse lacrime e lo stesso pulsare del sangue alla testa. Rod e Susy si erano incontrati. I loro respiri si erano fusi in uno solo. La gioia di rivedersi aveva fatto perdere la calma serafica del rapporto che c’era stato e che li teneva uniti. Si staccarono stupiti, increduli e si sentivano a disagio. Si guardavano negli occhi in modo fisso e nessuno dei due pensava a guardare altrove. Gli occhi ancora lucidi di entrambi ed il sorriso che modellava i loro visi. Si tenevano le mani coperte dai guanti in modo stretto e la vitalità passava da un corpo all’altro in modo continuo.

"Susy!" con voce sorpresa ed improvvisa apostrofò Rod. "Sono felice d’incontrarti e mi sei mancata molto" continuò l’uomo. "Tu no!" rispose Susy in modo irresponsabile e con un tono di scherno "Ti ho solo invocato in ogni istante delle mie giornate e delle mie notti! Scemo!" disse con affetto. Gli occhi di entrambi erano intenti a godere della vista delle rispettive forme e dei particolari di quel momento. Le persone intorno a loro, sembravano non esistessero più. Erano solo loro. Gli sembrava di stare su un’isola silenziosa e pacifica, a dispetto della moltitudine e della confusione. Una sensazione veramente unica e strana.

Si abbracciarono ancora una volta e sempre con molta passione. Le labbra di entrambi si cercarono ancora una volta e questa volta anche le loro lingue si toccarono morbidamente. Non parve vero ad entrambi ed ebbero anche paura di quello che stavano provando. Non vollero rovinare quel magico momento. Forse era quello che non avevano mai avuto il coraggio di dire con le parole in tutto il tempo della loro conoscenza e frequentazione. Sentivano di amarsi? Sentivano l’attrazione fisica? In effetti avevano paura di prendere coscienza di questo nuovo sentimento, improvviso come l’apparizione di Rod in quella sera fredda e si lasciarono prendere languidamente dall’emozione del momento. 

Corsero verso un pub abbracciati e sorridenti. Volevano recuperare tutto il tempo perso nell’essere distanti. Passarono la serata in un locale pieno di fumo e rumoroso parlando di quello che avevano vissuto e visto durante la separazione forzata. I racconti di morte e di guerra di Rod, venivano spesso interrotti da dolci strette di mani di Susy in segno di coraggio e di comprensione. Avvenne che non sentivano la confusione intorno a loro. Susy raccontò, con voce emozionata, le tristezze che aveva sopportato e non scritto al suo amico di penna. Gli occhi di Rod si riempirono di nuovo di lacrime. Anche lui, ora, stringeva le mani piccole e lisce della donna che aveva di fronte, in segno di comprensione. Avevano perso gli anni migliori della loro gioventù stando separati e distanti. Ma si erano ritrovati. "Rod, vieni da me stasera. Sai già, dove andare?" fece seria Susy interrompendo i racconti reciproci.

"Susy, ma veramente io dovrei tornare alla base militare. Sai che mi potrebbero inviare da qualche parte del mondo a scongiurare la pace." Fece tristemente Rod e guardò fisso gli occhi azzurri di lei. Sentirono entrambi la voglia di non lasciarsi più e tenersi stretti nel vedere insieme la luce del nuovo giorno. "Lo so, Rod, ma per una notte il mondo potrà fare a meno di te. Vero?" sorridente ed in modo intrigante rispose Susy.

Le mani si strinsero ancora ed i loro cuori erano come impazziti. La sensazione forte di un momento sempre atteso e spesso nascosto. Uscirono dal locale e presero la direzione verso la casa di Susy, che non abitava molto distante dal luogo dell’incontro. Bastavano tre fermate di metropolitana e l’isola di felicità avrebbe preso la forma dell’appartamento della ragazza. Giunsero molto presto all’edificio. Salirono le scale frettolosamente e rumorosamente con risate alternate a sommessi scambi di parole. Susy, trovò nella borsa le chiavi per aprire la porta del suo appartamento. Le prese e, con fare eccitato, le infilò nella toppa e girandole aprì, facendo scattare la serratura. Si spalancò la porta e fu immediatamente richiusa alle loro spalle. Erano entrambi felici e non smettevano di parlare, ridere, guardarsi e stringere le mani.

Susy improvvisamente baciò Rod, con passione, ed il respiro di entrambi si fece voglioso di contatti più profondi. I corpi erano attaccati e si sfregavano dolcemente in cerca delle parti intime. Le mani erano intente a toccare i vestiti indossati e sfioravano i contorni dei corpi tesi. Si stavano facendo strada verso la pelle nuda per arrivare a toccare l’intimità sempre sognata e desiderata. Era un’esplosione di desiderio per entrambi, con la passione a la dolcezza che divorava la carne e l’anima. Come se fosse l’ultima volta da passare insieme, nella certezza che l’indomani li avrebbe portati via per sempre l’uno dall’altro.

Nudi rimasero al centro della stanza, dopo una lotta per liberarsi degli abiti, che li avevano separati ed avvinti, a seconda dei momenti. Ora la loro pelle era a contatto, come lo erano le parti intime. Il desiderio era alle stelle e si lasciarono scendere languidamente sul pavimento, che in quel punto della stanza era coperto da un tappeto. Con passione si amarono e fecero sesso per diverse ore. Alternarono i momenti di riposo ai momenti sfrenati, si tenevano stretti e parlavano e ridevano.

Arrivò in questo modo la luce del mattino e li trovò abbracciati dolcemente sotto una coperta, rimediata per non sentire freddo. Aprirono gli occhi insieme, nel momento in cui il sole colorava il cielo di una tinta rosata che presto si trasformò in arancione, per poi definirsi in un giallo dorato. Era dello stesso colore dei capelli di Susy e quel momento Rod non lo dimenticò più per il resto della sua vita. Anche Susy era talmente presa da quel momento, che dimenticò il fatto che il suo uomo doveva tornare alla base militare. L’isola felice di quella notte, sarebbe diventata triste e disabitata fra non molto.

Rod, uscì dalla casa in quella bella e chiara mattina invernale pensando al tempo che aveva perso nel non dire quello che aveva sempre provato per quella donna che lo aveva assistito ed accompagnato con dolcezza. Forse aveva dei rimpianti, ma ora dentro di se era felice. Si era innamorato e si sentiva amato. Susy si trovò improvvisamente sola, ma dentro il cuore aveva una nuova vitalità che le avrebbe riscaldato i momenti di solitudine fino a quando non fosse tornato il suo uomo. 

Questo era il giorno a cui ora Susy stava ripensando mestamente affondata nella poltrona. Era stato come vivere un lungo periodo in un’isola felice, con l’amore sempre cercato e mai trovato, solo avendolo a portata di mano. La realtà gioca brutti scherzi, come la vita. Da quel giorno, tutto era andato peggio del solito. Sempre in costante ricerca di quello che le mancava sul serio: Ronald.

Unico rammarico di Susy, fu quello di aver lasciato andare via l’uomo amato, verso un futuro nebuloso ed incerto, in una mattina fredda e bella, dopo una notte in cui avevano goduto il loro amore. Erano passati quaranta giorni, tutti contati e segnati sul calendario appeso alla parete. Rod, uscendo quella mattina dalla casa, aveva disegnato un’isola con una palma stilizzata e due corpi stesi al sole nel giorno in cui si erano amati e si erano ritrovati per caso.

I silenzi si erano fatti, per Susy, pesanti da sopportare e non riusciva a capire il motivo reale del silenzio da parte di Rod. Pensava a qualche incarico particolare in una zona del mondo sconosciuta. Voleva giustificare questa ulteriore mancanza, anche perché era accaduto già in altri periodi precedenti. Susy credeva ora in qualcosa di diverso, visto l’amore nato improvvisamente. In momenti particolari si sentiva scoraggiata e sfiduciata. Ora, era uno di quei momenti. 

Un trillo improvviso del campanello la fece scattare dalla poltrona. Si agitò e si sentì mancare. Immaginava una notizia brutta, magari il telegramma inviato dal Ministero della Difesa che la informava di qualcosa di spiacevole accaduta al suo amato, ma poi si rese conto che non poteva essere, visto che non era la moglie di Rod e che al Ministero non conoscevano l’indirizzo di lei e che rapporti ci fossero tra i due. Per il Ministero, Susy era una perfetta sconosciuta. Si fece forza ed aprì la porta, andando incontro al destino.

Era il postino che le recapitava una lettera. Appena presa tra le mani, Susy ne riconobbe la scrittura. Era di Rod. L’aprì con impazienza e cercò di essere impassibile, ma le lacrime le riempivano gli occhi fino a non farle distinguere la calligrafia. Erano le parole di Rod quelle che stava leggendo e la informavano che stava bene e la desiderava come quella notte passata insieme. Rammentava la vista del cielo dello stesso colore dei suoi capelli e ringraziava Dio di avergli fatto capire l’importanza di una donna innamorata che aspettava. Parole dolci, confuse dalle lacrime che scendevano copiose a bagnare un disegno sulla carta da lettera. I contorni si stavano stingendo.

Era il disegno di un isola con due figure e due nomi scritti. Susy, faceva fatica a leggerli ma poi si asciugò gli occhi con un passaggio rapido della mano e la visione divenne più chiara: Susy e Ronald con una faccina sorridente. Aveva capito tutto, ora la dolce Susy.

Era la loro isola, quella magica, quella fantastica dove avrebbero vissuto la loro storia d’amore infinita. Susy avrebbe amato per sempre Rod, come già sapeva quanto lui la desiderasse. Avrebbe atteso pazientemente il ritorno del suo uomo, partito per combattere guerre che non avrebbero cancellato l’amore e nemmeno delle piccole isole felici.

Franco Fornaro (27 febbraio 2003)

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RACCONTO di PRIMAVERA

Una fresca mattina di primavera, Pietro ed Anna, uscirono da casa per recarsi ad un appuntamento, relativo alla visita cui Pietro si sarebbe dovuto sottoporre. La data era stata fissata a distanza di una settimana dalla telefonata effettuata allo studio medico.

Erano mesi che Pietro non si sentiva bene ed aveva sempre rimandato nel prendere appuntamento in uno studio medico o presso una struttura ospedaliera, con scuse varie.

Il tempo passava e non diminuivano i fastidi che sentiva alla schiena.

Quella volta della telefonata, la caparbietà di Anna, lo indusse a formare il numero dello studio medico, ed a seguito di ciò, ora ci stavano andando.

Erano usciti per tempo cercando di anticipare l’arrivo sul luogo, per evitare un possibile ritardo sull’ora fissata dell’appuntamento.

Prima dell’uscita da casa, l’atmosfera non era tra le più serene. Si percepiva nell’aria una certa dose di nervosismo che sfociava in un’eccitazione strana per entrambi. Si era discusso anche per le cose più semplici.

Pietro aveva preso il dentifricio per metterlo sullo spazzolino con cui lavarsi i denti, come faceva tutte le mattine. Quella mattina, Anna, l’aveva usato prima di lui e lo aveva stretto in modo anomalo, tanto che ora il tubo era molto storto. Pietro, prendendolo, lo aveva visto in quel modo e si era rivolto verso Anna con voce alta e l’aveva rimproverata per il modo in cui lo aveva ridotto. Da quel fatto era partita una sciocca e sterile discussione che non aveva fatto altro che innervosire entrambi.

A volte sulle cose marginali, si creano grosse incomprensioni caratteriali.

Forse era un modo per sfogare la tensione dei momenti tesi. Se ne rendevano conto, poiché erano anni che stavano insieme. Si conoscevano perfettamente e sapevano, anche, che sarebbe bastato poco per tornare alla serenità.

Il piccolo dissapore casalingo era passato e dimenticato. Salirono in macchina con un sorriso d’intesa.

Pietro guidava la macchina ed Anna era seduta accanto, cercando una tranquillità che forse non sentiva nel suo animo. Era preoccupata per le condizioni del suo compagno. Non voleva che Pietro sapesse di questo e cercava di interessarsi ad altro sviando spesso il discorso dall’appuntamento.

Pietro dimostrava invece la sua preoccupazione. Il viso non era sereno e spesso aveva delle smorfie improvvise, dettate dalle fitte dolorose che sentiva alla schiena.

Ognuno di loro era preso nelle considerazioni legate al diverso modo di vivere la situazione.

Il traffico non sembrava molto fluido, per essere una giornata in mezzo la settimana.

L’animazione delle persone era anomala, come lo era il movimento dei mezzi nella zona dove erano residenti. Semplici avvisaglie di una mattina che non avrebbe portato a nulla di buono.

Dopo aver superato le difficoltà iniziali, Pietro si diresse verso la tangenziale che faceva da anello alla grande città. Procedeva con molta lentezza e questo faceva sì che l’anticipo con cui era uscito, era rosicchiato da questi rallentamenti. Impiegò quasi mezz’ora per imboccare la tangenziale.

In quella mezz’ora, Pietro sentiva il sedile come bollente. Il caldo cominciava a farsi sentire. Il tempo passava inesorabilmente e l’appuntamento era ancora distante.

Un silenzio quasi irreale sembrava aleggiare nell’abitacolo della macchina. Pietro era teso nella guida ed Anna, anche lei, fissava la strada cercando di non pensare al momento della visita.

Pietro, distrattamente, volse lo sguardo verso Anna e la trovò attraente. Si era vestita in modo elegante ed ora notava tutta la bellezza di Anna. L’età giovane della donna, faceva il resto. I capelli color miele lunghi e lisci sulle spalle, il trucco leggero che aveva ammorbidito i tratti del viso, le gambe velate da calze di colore chiaro, gli abiti eleganti e le scarpe abbinate completavano la figura. Gli occhiali da sole dalla montatura nera, le davano un’aria di mistero.

Sulle labbra anche un rossetto lucido dal colore chiaro che rendeva le stesse più grandi e più appetitose da gustare.

Pietro era rapito da quella visione e nello stesso tempo era costretto a guardare la strada ed il traffico, evitando eventuali incidenti dovuti alla sua distrazione.

Pietro, ora pensava a quando fosse stata l’ultima volta che aveva visto la sua donna così attraente. Si rese conto che era passato molto tempo.

Colpa di chi e di cosa? Ora non aveva il tempo e né la voglia di riflettere. Si limitava a guardarla furtivamente.

La donna, si sentiva osservata, e non voleva certo perdere quella strana sensazione che sentiva. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che l’aveva provata? Molto tempo. Si voleva ora gustare questo piacere, nato forse da quella giornata particolare.

La strada era ancora molta per arrivare al luogo dove si trovava il medico. Il tempo era poco a disposizione ed era evidente che non sarebbero arrivati a tempo.

Pietro chiese ad Anna di chiamare lo studio per avvisare del ritardo. Anna, come fosse stata una solerte segretaria, lo fece e senza battere ciglio.

Pietro, ascoltò le parole di Anna che parlava al telefono cellulare e capì che dall’altro lato rispondeva una persona altrettanto gentile che aveva capito il motivo del ritardo. L’uomo se n’accorse anche del sorriso che ora la sua donna stava facendo. Notò la fossetta che si formava sulla guancia sinistra quando sorrideva e che aveva spesso ignorato. Era un particolare molto attraente e la routine delle giornate gli aveva fatto dimenticare. Ora lo voleva riassaporare in tutta la sua dolcezza.

Non sapeva cosa fosse accaduto tra di loro, ma dopo molto tempo, Pietro rivedeva vicino a se la donna che aveva amato molti anni prima. Con questa felicità nell’animo, arrivarono finalmente allo studio medico.

Lo studio era ubicato presso un paesino arroccato su una collina e si affacciava su un lago d’origine vulcanica. Era rinomato per la cucina e per il panorama. Paese anche molto tranquillo. Trovarono subito il luogo, poiché si trovava lungo la strada principale del paese.

Trovarono posto per la macchina con molta facilità, poiché davanti all’edificio in questione, c’era lo spazio sufficiente per i parcheggi delle auto. Entrarono nell’edificio adibito a studio medico salendo dei gradini, poiché si trovava al piano rialzato.

Si trovarono di fronte una piccola sala d’attesa e delle sedie sistemate lungo le pareti. Alcune erano occupate da persone in attesa. L’aria che si respirava era molto cordiale e tutto sembrava funzionare bene.

Pietro si diresse verso il banco dove una ragazza con il camice era intenta a sbrigare delle pratiche. L’uomo si fece prestare attenzione dalla ragazza. Affermò che aveva telefonato prima avvertendo del ritardo e che aveva un appuntamento fissato per le 10.30.

La ragazza controllò sul foglio che aveva davanti a sé e rispose con un sorriso:

"Si accomodi che ora si libera il dottore dalla visita e poi toccherà a lei."

C’era un po’ di confusione dovuta all’animazione che prendeva tutti i presenti. Il vociare era piuttosto alto. C’erano delle persone anziane che si lamentavano dei loro malanni ma dispensavano di complimenti il medico che li aveva in cura.

L’attesa non fu molto lunga e nello stesso tempo, Pietro ed Anna, rimasero colpiti da come parlavano i pazienti del medico che li avrebbe visitati. Ascoltarono le conversazioni con attenzione senza farsi una vera opinione. Sembrava di assistere a delle guarigioni miracolose visti i sintomi che i presenti avevano lamentato venendo per le prime visite. Ora, sentendoli, c’era da rimanere meravigliati.

La visita del paziente precedente si concluse e poi toccò a Pietro che entrò, con fare titubante, insieme con Anna.

Li fecero accomodare in una sala dalle pareti azzurre, con luci a soffitto provenienti da faretti inseriti nella muratura e con dei separatori che nascondevano i lettini e le attrezzature.

Nell’attesa del medico, l’infermiera preparò il lettino stendendo della carta sopra la superficie in finta pelle.

"Aspetti il dottore che le farà la visita ed intanto si può accomodare sul lettino." Così disse l’infermiera rivolgendosi a Pietro.

Il dialogo tra l’infermiera e Pietro, fu breve e sparì per andare a controllare altri pazienti che erano sottoposti alle applicazioni.

Arrivò il medico, all’improvviso, con dietro l’infermiera. Prese la cartella che Pietro teneva nelle mani e ne tirò fuori le lastre.

"Bene, lei è la prima volta che viene qua?" domandò rapidamente il medico.

"Si" rispose Pietro

"Vediamo cosa dice il referto della TAC…" ci fu una pausa e subito riprese il medico "Lei non si può operare e dovrà cercare di guarire, con una cura e delle applicazioni che farò io."

Pietro stava ascoltando attentamente ed era più tranquillo, nonostante il dolore che ancora sentiva.

"Dovrà venire qua ancora un paio di volte e poi praticare molta attività fisica…magari cammini e non rimanga troppo seduto!" aggiunse il medico.

Pietro ascoltò e poi si voltò verso Anna che lo stava fissando sorridendo.

Quanto era bella la sua donna, ed in quell’istante, gli venne l’istinto di stringerla forte a se e darle un bacio tenero su quelle labbra che sembravano invitarlo.

Pietro si trattenne, ma l’impulso c’era.

"Bene ora si distenda sul lettino che le faremo la prima applicazione. Questa macchina, cercherà di farle sentire meno dolore, grazie all’invio di calore proprio nella zona che è sofferente. Vedrà che poi starà meglio. Finita l’applicazione, verrà da me. Vi spiego tutto."

Il medico fu talmente rapido che Pietro non poté neanche domandare altre spiegazioni. Sparì dietro al separatore. Rimase l’infermiera che con fare deciso cominciò a sistemare l’apparecchiatura. Nello stesso tempo, Pietro s’accomodò sul lettino a pancia in sotto e scoprì la parte del fondo schiena.

"Meno male che mi sono messo dei pantaloni comodi da slacciare" disse Pietro e la sua frase sembrò non essere recepita.

Anna, stava osservando tutto quello che accadeva, rimanendo seduta ad una sedia posta ai piedi del lettino con la spalliera che toccava la parete. I suoi occhi ora erano più sereni e dentro di se era sparita la tensione che aveva prima di arrivare lì. Guardava anche il suo compagno con occhi diversi dalla mattina, ora provava ancora quel sentimento che li aveva spinti a stare insieme e che ancora faceva sentire degli spasmi. Notò finalmente, che anche Pietro si era vestito in modo sportivo ed elegante. Pensava dentro di sé che non si era accorta di nulla. Erano passate almeno tre ore da quando avevano lasciato la casa e non aveva degnato di uno sguardo il suo uomo.

Meno male che si era accorta, in tempo, che stava magnificamente bene con quegli abiti.

La visita terminò con le raccomandazioni del medico e la cura da seguire per almeno tre settimane.

Pietro ed Anna, uscirono dall’edificio con aria soddisfatta.

L’aria, intorno, stava sempre più assumendo le caratteristiche della primavera inoltrata. Il sole era molto caldo e nel cielo non si vedeva una nube. Il colore del cielo, era di un azzurro chiaro ed il profumo dei fiori e dell’erba era portato dal venticello che attraversava veloce il paese.

La giornata si presentava, ora, splendida ed a Pietro venne in mente di andare al lago per godere fino in fondo quei momenti. Propose la sua idea ad Anna, che meravigliata e lusingata al tempo stesso, accettò. Si leggeva negli occhi la felicità, tanto che brillarono un attimo prima di essere coperti dagli occhiali da sole.

Il sorriso, prese forma sulle labbra e strinse a sé il braccio del suo uomo. Provò piacere nel farlo e sorridendo entrambi si avviarono verso la macchina.

Si diressero, in auto, verso il lago imboccando la strada che lasciava il paese e girando sulla destra.

Dopo qualche curva, davanti a loro, si ammirò un panorama da togliere il fiato.

Sarà stato per la giornata tersa, sarà stato per il nuovo stato d’animo che prendeva entrambi, sarà stato anche per la risposta della visita…il lago sembrava una macchia di blu intenso su una tela che andava dal verde scuro al chiaro.

In quell’istante, Pietro fermò l’auto sul ciglio della strada e dall’interno rimasero ad ascoltare la natura e tutte le sue espressioni. Gli uccelli riempivano di cinguettii diversi l’aria intorno. Si sentiva distintamente il dolce profumo dell’erba fresca e quello molto intenso dei fiori di campo.

Un miscuglio di profumi e colori riempirono gli occhi, le orecchie e le narici dell’uomo e della donna che ora si stavano tenendo, fortemente, le mani.

L’istinto, naturalmente, fu quello di darsi un bacio tenero e passionale a suggellare l’amore che stava nascendo nuovamente in quella giornata di primavera.

Lo fecero.

Alle spalle si stavano lasciando vecchi rancori, incomprensioni e la poca voglia di rimanere insieme.

Una nuova serie di esperienze li stava aspettando e con esse la forza di affrontare queste nuove tappe del cammino da fare insieme.

Sorrisero nuovamente e si abbracciarono ancora senza dire nulla. Solo gli occhi stavano comunicando gli stati d’animo reciproci.

Un segno d’intesa che li avrebbe portati molto lontano.

Non guardarono indietro e si lasciarono cullare dal momento, assaporando tutte le sensazioni provate.

( * 23/05/2002 * - Franco Fornaro )

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IL CANTO DEL GRILLO

Quando è iniziata la giornata, mi sembrava come al solito…colazione mattutina, lavaggi quotidiani e soliti orari da rispettare. Preparare i figli per uscire in tempo, e lasciarli dai nonni perché oggi non c’è scuola: iniziano le vacanze di Pasqua. Insomma, una giornata come le altre.

Eccomi pronto ad affrontare le insidie quotidiane per arrivare al lavoro: bisogna misurarsi con il traffico, fatto d’immancabili code per entrare nella Città con conseguenti perdite di tempo e ritardi al lavoro.

Questa mattina, però, c’è un’aria diversa dal solito. Non ci bado troppo.

Seguo pazientemente le auto sulla strada, improvvisamente m’imbatto in una persona anziana, che cammina in mezzo alla strada ( su Via Nomentana all’uscita dal paese di Tor Lupara), evitato dalle auto che mi precedono.

Appena il tempo di capire cosa succede ed un istinto, che non ho riconosciuto, mi dice di non evitare quella persona in difficoltà, di bloccare l’auto in mezzo alla strada e scendere, fregandomene della colonna d’auto e furgoni che seguono.

Ho voluto capire, forse aiutare, affrontare quello che non vogliamo mai fare: gli altri!

Il resto? Il resto in quel preciso istante non è esistito, è diventato secondario.

E’ stato prioritario capire di cosa avesse bisogno quella persona anziana. Ho chiamato il 112 e, dopo le spiegazioni di rito, ho atteso l’intervento risolutore da parte delle autorità.

Quante volte ognuno di noi si può trovare in queste condizioni? Per me, era ed è stata la prima volta!

Difficile la situazione da gestire. Non sapere cosa fare. Attendere. Pensare al lavoro. I bambini in macchina. I nonni in attesa dei nipoti. Le auto in colonna che con la voce del clacson si lamentavano dell’impedimento.

Di fronte a me una persona che aveva bisogno di aiuto. Gli interrogativi che si affollano nella mente. Le risposte poche. Unica è la certezza. Impossibile ignorarlo!

Oggi ho scoperto che ho il potere di fare qualcosa. Prestare, anche, attenzione a quello che ci circonda quotidianamente. Spesso è una cosa che non facciamo, perché distratti da altre cose e presi dai ritmi frenetici che ci imponiamo nel vivere la vita. Poi ci domandiamo se esistono ancora certi valori umani.

Sicuramente siamo più sensibili e disponibili ad aiutare popolazioni lontane che agonizzano perché sfruttate e strozzate da dipendenze economiche di paesi forti, ma non ci accorgiamo che il "nostro vicino" è in difficoltà e potrebbe aver bisogno di una mano o di un gesto d’amore.

Questa mattina, ho visto intorno a me persone che camminavano e si affrettavano per raggiungere la meta, ma nessuno porsi la domanda se ci fosse bisogno d’aiuto. La persona anziana ed io eravamo come trasparenti.

Cosa stiamo facendo della nostra vita e degli altri?

Mi ritorna in mente una storiella, letta qualche tempo fa. Soltanto oggi la comprendo veramente.

"Due amici si ritrovarono, dopo lungo tempo, in una strada di Milano. Uno era milanese e l’altro veniva dall’India. Camminando, l’indiano disse all’amico milanese di fermarsi ad ascoltare. Aveva sentito il canto di un grillo. L’altro rispose che era impossibile. L’indiano insistette: era certo che nei paraggi ci fosse un grillo. Vide un arbusto. Si diresse in quella direzione. Chiamò l’amico che era rimasto in attesa e lo fece avvicinare all’arbusto. Smosse qualche ramo e prese un grillo. Stava cantando. L’amico dell’indiano rimase sconvolto. Disse all’altro che il suo orecchio era più abituato perché veniva dall’India, mentre il suo non lo era per colpa del frastuono per il traffico. L’indiano rispose che non era vero e lo avrebbe dimostrato. Prese una moneta dalla propria tasca e nel mezzo della via affollata di persone, la lasciò cadere a terra. All’improvviso si fermarono e si voltarono alcune persone."

Oggi, mi è sembrato impossibile che "il canto di un grillo" non sia stato udito. E’ accaduto come nella storiella. La mia storia comunque è finita bene.

Credo che, a volte, valga la pena affrontare le incognite della vita quotidiana visto che ci dispensa così poche emozioni e certezze.

Basta solo ascoltare il cuore nel momento più opportuno.

Franco Fornaro Roma, 20/04/2000

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Ultimo aggiornamento al 29/07/04


 
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