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Voci
lontane (da una vecchia radio)
Là nell'oscuro stanzino, tra ferrivecchi e bottiglie di vino, ho trovato
impolverata, una mia passione passata. Un baule pieno d'aggeggi d'annata,
materiale elettronico, con istruzione incorporata.
Riesumo al momento con pensieri distanti, quel mio divertimento, che poteva
essere, uno strumento di lavoro, oppure un hobby, quel mio giocare a costruire,
apparecchi radio ricetrasmittenti, ero molto giovane a quei tempi,
frequentavo la mitica scuola per corrispondenza, la Scuola RadioElettra, con
mensile dispensa, negli anni sessanta.
Ogni mese come un puzzle, arrivavano pezzi, con istruzioni allegate, ma mai a
fondo poi studiate, seguivo la pratica ma non la grammatica, perché volevo
collocare, quelle grosse valvole, in circuiti stampati, saldando resistori e
fili colorati, con serie di condensatori e pulsanti, con leve e potenziometri
assai luccicanti, ecco l'oscilloscopio con onde tremolanti, ad indicare le varie
frequenze, con il tester a misurare le potenze, d'uscita o entrata, ma ogni
tanto ecco una fiammata, un circuito andava in fumo, emanando un acre sgradevole
profumo, azionare poi i prova_valvole, che s'illuminavano intermittenti,
emettendo luci soffuse come un'astronave aliena.
Riuscii a far funzionare diversi apparecchi, con ricezioni in ascolto assai
lontane, non c'erano radio libere ufficialmente, ma goffi tentativi di parlare o
ascoltare il niente, avevo messo un'antenna sul ciliegio più alto, come radar
avevo usato una rete del letto, diverse antenne avevo sistemato anche sul tetto,
per le onde corte OC, le onde medie OM, e modulazione di frequenza FM.
Scopersi il collegamento con l'UHS il VHS e altre diavolerie del tempo. Poi
realizzai una ricetrasmittente, dove captavo polizia, pompieri ed aviatori, realizzai
anche una stazione d'ascolto, perché a quel tempo c'era
vita nello spazio, c'erano noti ricercatori di voci nell'etere, come i fratelli
di Torino, Judica Cordiglia, che registravano e sentivano lamenti di diversa
gente, si assicurava che erano astronauti perduti, malamente
lanciati e mai ufficialmente atterrati o recuperati.
Quanti ricordi in quel baule, quante serate passate a modificare ed interagire,
con quelle strane apparecchiature, che riuscivo ad assemblare, erano tempi duri
per il mio introspettivo, avevo un qualcosa che mi faceva rimanere lontano dalla
gente, ma ricordi del cuore si sa, con il tempo s'assopiscono.
Portai tutto il baule con il materiale, nel mio eremo e cominciai uno spolvero,
aiutandomi con spiffero, dell'aria compressa, di un asfittico tubo, collegato al
generatore di sbuffi (compressore), con delicatezza nel
maneggiare, un piumino di struzzo, per non danneggiare, il prezioso cimelio di
modernariato tecno_nostalgico.
Fu un certosino lavoro, il togliere quel variegato multistrato di tempo,
accumulato in otto lustri nel dimenticatoio. Ero alquanto commosso, il momento
in cui, m'accinsi ad inserire la spina nella presa, mi ci volle un po' perché
costoro, ( le spine e le prese) non erano compatibili, generazioni diverse, la
classica spina a tridente, non combaciava con la presa attuale, di foggia
tecnologicamente avanzata, dovetti armeggiare con saldatore e filo, come ai
vecchi tempi, quindi collegai e diedi energia, che in un lampo occupò ogni
componente, facendolo vibrare impercettibilmente, le valvole, che sembravano
bicchierini per vodka rovesciati, s'illuminarono pian piano, con intensità
soffusa, sembravano delle piccole centrali atomiche, con tutti quei filamenti
incandescenti di varie intensità di rossiccio e bluastro tendente al
giallognolo, che spettacolo, otto valvole accese, con varie piccole lampadine
spia, allora i LED non c'erano.
Finalmente "l'occhio Magico della sintonizzazione" divenne del bel
verde cangiante che m'aspettavo, mentre maneggiavo il potenziometro e la
manopola della sintonia, cambiava d'intensità di luce e nel contempo c'era un
mischiotto di voci e musiche, accavallate in un infernale monologo
incomprensibile di tanti idiomi babelici, note stonate e stridenti, emesse ad
alta frequenza, con ultrasuoni, con sibili e scricchiolii, degni di un film di
Dario Argento... poi all'improvviso, quando con l'intersecarsi delle stazioni,
le voci si schiarivano, come se avessero succhiato una nera Golia, un nitido e
squillante "Help Meeeeee... help Meeee... seguivano numeri di coordinate,
incomprensibili, smanettai con attenzione millesimale, per chiarificare e non
perdere contatto, per estrapolare quelle invocazioni, disturbate da
fischieggiamenti contorti e gutturali messaggi..."Huston ... Help Me...
these modules Vanguard Seven Bluebird, don' t reply to the remote controls, the
instruments are out to the order Help Me"... ( traduzione:Non funziona una
mazza, tirateci giù a terra) ... poi il nulla. Rimasi inebetito per qualche
minuto, cercai disperatamente di applicare una rudimentale antenna, onde
amplificare la ricezione, ma nulla intesi più.
Spensi l'apparecchiatura, era molto tardi, e il domani non era festivo, quindi a
nanna. Per tutta la notte, strani sogni si prendevano a botte, tumefacendomi con
parole uncinanti, come quel Help meee, che mi ronzava continuamente, rimpallando
nei meandri del materiale grigio occipitale, parentale ecc... come una pallina
da ping pong pesante tonnellate.
La mia essenza nel sonno, levitò verso l'aggeggio ciarlante, spinse il tasto
con dicitura "acceso" s'illuminò soffusamente come un presepe, ecco
la capanna " era il trasformatore"... l'asinelloooo! "la valvola
audio"... il bue "la valvola onde lunghe"... il Bambinello
"il sintonizzatore illuminato l'occhio magico" ed infine Giuseppe,
", il Valvolone comando" ed infine... Maria, "la valvola così
sia", poi tutti quei resistori saldati in fila, erano le pecore... e così
metaforicamente, stavo osservando quel presepe immaginario.
Appena il tutto si scaldò adeguatamente, un imput di variegate musiche e voci,
s'affollarono all'imbocco del cono alto_ciarlifero_parlante, con la membrana
tremolante, cercava di decriptare quel bailamme, allora si sentì molto
chiaramente una musica, con annunciatrice che preceduta dal famoso cinguettio di
canarino, annunciava la radiocronaca di un evento famoso, "le Olimpiadi di
Roma" era in una fase concitatissima,
nientepopodimenochè..."la finale dei Duecento piani"... Eccoli ai
blocchi di partenza signore e signori, abbiamo il nostro Livio Berruti in
seconda corsia, ...Bang! partiti, con il nostro Berruti che sembra sputato
da un cannone, infila la curva del rettifilo finale, con leggera sgommata
laterale, è Berrutti... e lui Berruti ...Vinceeeeeeee la medaglia d'oro delle
olimpiadi fantastico incredibileeeeeeeee.
Ero capitato in questa dimensione, quasi da macchina del tempo, si vede che i
circuiti di quella radio costruita tanti anni fa, conservava fatti salienti del
tempo.
Smanettai ancora, ...Coppi ...Coppi, inseguito da Bartali, ma ecco che rinviene
fortissimo in volata Vastemberghen che mette tutti in fila, volata pazzesca,
Coppi però conserva la maglia rosa, e si accinge a vincere ancora il Giro
d'Italia...
Buona sera, sono Tito Stagno, in collegamento video audio, si sta avverando il
sogno dell'uomo...ecco Armstrong che posa il primo piede umano sulla luna, un
grande passo dell'umanità... screkkksbrisssskkgwyssssssssss... Help Me...
Huston Help Meeeeee... altre voci da lontano, io sentivo nel mio sonno,
quelle voci che pian piano, martellanti multilingue, eran lassù
nell'universo..."Compagnoski, per favorosckhi, porcoscki il mondoscki...
abiamu fredoski, cazzoski fateci scendoscki da questo merdoscki di spazioski...
Mi svegliai di soprassalto... mi fiondai nel mio eremo, da dove soffusamente
filtrava una musichetta... era la Radio che nitidamente trasmetteva La Hit
Parade del primo gennaio 2004... AUGURI
Ma che viaggio immaginifico fantastico, mi ricordo tutto per filo e per segno...
ma quelle voci le sento in me solamente, è la fantasia galoppante ha fatto il
resto, e già la fantasia, se non ci fosse la si dovrebbe inventare, ma ci vuole
tanta fantasia, per inventare la fantasia...O NO?
Quella radio sarà il mio motore di ricerca, di quel qualcosa, che avevo
smarrito in memoria, ed ora ho ritrovato.
Edo e le storie appese
Anni sessanta, quant'erano favolosi!
Oggi 09-06-1965 è un sabato, finalmente sarà un po' più riposante del solito, si lavorerà soltanto otto ore, dopo una settimana a cottimo mi sento spremuto come un limone, dovrò ritemprare anche l'umore, un tantino abbacchiato, perché anche la mia ragazza nel frattempo, mi ha lasciato. Ieri nella casella mia postale una missiva dalla grafia elegante mi ha freddato per un istante, c'era scritto che: Caro Teddy ho deciso, mi sposo! Sai ho già ventuno anni e così ho deciso di dare una sterzata alla mia vita finalmente. Ti ringrazio, grazie di cuore per l'amicizia che mi hai donato ti chiedo scusa sapendo che mi perdonerai, grazie per i bei momenti che con te ho passato ma da adesso cercarmi più non dovrai. Firmato: Samantha! Con l' h. Finalmente mezzogiorno, ho fame, chissà mia madre cosa mi avrà preparato? Boh, a me va bene tutto, ma ecco la sorpresa appena varco la soglia di casa: c’è posta per te! M'informa la mamma, ma che cosa succede penso io, la gente non ha più niente da fare se non mandare posta? Speravo fosse la smentita della precedente epistola di Samantha, ed invece c’era una strana cartolina Rosa ma non è di una morosa, è un invito perentorio con urgenza, ed è per domani mattina, il ritrovo sarà in quel vecchio locale abbastanza per male che è il Distretto Militare in Via Mascheroni a Milano, si vede che ha bisogno di me lo stato Italiano, pensai. La notizia mi fibrilla il cerebro e l'euforia cancella d'un botto il mio malanimo, sono contento in quanto staccherò con la solita routine del lavoro faticoso che ho intrapreso qualche tempo fa in una fabbrica di pullman, dovevo finire una serie di scuolabus alquanto complicati, io di mestiere faccio il battilamiera sagomatore e tutti i frontali di detti veicoli sono, "anzi adesso diventano" erano! Di mia competenza, c'è da usare il martello, il maglio le cesoie, la saldatrice che mi procura ogni volta una cicatrice ecc. da mane a sera con un tasso rumoroso pari a centoventi decibel e un dispendio di calorie uguale a ventimila Kc (forse sarà esagerato, boh) una follia, e solo per qualche spicciolo in più. Poi c'è Samantha che mi ha giocato quello scherzo da prete, affermandomi che si sposa con Virgilio, senza darmi nessun tempo e lasciandomi senza scampo, che periodo agitato, boh vabbè. Benissimo penso io, mollo tutto, e per quindici mesi di pastasciutta forse non sarà poi così brutta fare il militare in montagna, come recita la cartolina, però io sognavo di farlo al mare: partenza giorno 10-06-1965 dalla Stazione Centrale dove ci sarà la Tradotta Militare li ad aspettare, per poter così trasferire al B.A.R. Julia all'Aquila, il sottoscritto e altri mille commilitoni e diventar così tutti "marmittoni" chissà se dovevo fare il barista? (B.A.R. Battaglione Addestramento Reclute) Boh! Scherzo. Eccola la tradotta, una serie di vetuste carrozze "classe legno" dove d'estate vai arrosto però in compenso, geli d'inverno e secondo la legge delle compensazioni si dovrebbe stare da Dio, consegno la cartolina a chi di dovere salgo sul treno occupando posto a sedere, faccio amicizia con il mio fare ciarliero con gli altri sventurati nati nel mille novecento e quarantaquattro già accomodati. C'è un graduato che da ordini a tutto fiato: attenzione da questo momento nessuno potrà scendere dalle carrozze se non al capolinea nella città dell'Aquila, è un Ordine!Vi saranno serviti sacchetti con i viveri tre volte ogni giorno e potrete bere dai rubinetti dei cessi dove c'è scritto non potabile, non fateci caso e solo a causa delle forbici non taglienti che non si pota, capito? In effetti, alle porte ci sono la guardia armata e così come prigionieri partiamo all'avventura dopo otto ore di rottura, per comporre tutto quello sciame di varia giovane umanità da sembrare solo carne da cannone in balìa di gente che comanda senza un nesso apparente. La tradotta viaggia solo o quasi la notte per non intralciare così le rotte dei treni passeggeri dei viandanti italiani o stranieri e si va a velocità lumachevole così potremmo ammirare il buio paesaggio, o no! Assumo la posizione di una borsa-valigia issandomi sul portapacchi per schiacciare un pisolino dopo aver mangiato un panino e bevuto un quartino di vino della razione da viaggio che era in un sacchettino. Ad ogni fermata un gran chiasso e confusione con cori alquanto goderecci e spinti, ci si divertiva a prendere in giro chi vi transitava, i capistazione, ma erano soprattutto le femmine ad essere bersagliate da proposte ed apprezzamenti alquanto pesanti e indecenti eravamo poi la disperazione degli ambulanti con i panini fumanti perché si prendeva l'oggetto e poi non si pagava e nessuno che c’inseguiva per via della guardia armata alla porta. Alla stazione di Bologna, alle ore tre del mattino il treno parcheggia parallelo ad un altro convoglio di vocianti creature, in viaggio per la colonia marina in Abruzzo a Silvi Marina, come da cartello appiccicato e da dove si potevano ascoltare dei cori di voci bianche dal contenuto assai edificante, tanti bambini ma c'erano anche le accompagnatrici affacciate ad ammirare quella collezione grandiosa di maschietti rutilanti, alcune erano carine altre sembravano delle meretrici, ma come noi anche loro avevano la guardia alle porte, le suore di un Pio Ordine. Con il mio fare come sempre esuberante avevo intrecciato un colloquio con l'occupante il finestrino di fronte, si chiamava Nadia e veniva da Cremona e dopo una bella mezzora di frasi cretine e battute spiritose ci si da appuntamento al mare alla colonia del Pio Albergo Delle Orsoline in quel di Silvi Marina, fra quindici giorni con la promessa che: per lei e solo per i suoi occhi sarei evaso se non racimolavo un permesso lo giuro! Era una promessa da marinaio anche se andavo a far L'alpino. I treni prendono a muoversi lentamente e così si da l'addio a quelle occasionali brevi conoscenze ritornando tutti alla cuccia per fare la nanna. Ma dopo un'ora circa siamo fermi ancora, in aperta campagna davanti ad un semaforo rosso, ma davanti a noi c'è un altro treno in sosta, intuendo chi ci poteva essere la davanti decido di fare la prima stronzata da militare, ne seguiranno purtroppo altre, mi calo dal finestrino non prima di aver svitato tutte le lampadine dello scompartimento con l'aiuto dei miei compagni, di soppiatto m'allontano dal quel carro-bestiame cercando di guadagnare la vista dell'altro carro, quello contenente l'altra metà del cielo. Dopo un quarto d'ora di passo leopardato raggiungo la coda dell'altro convoglio e come speravo era proprio quello della colonia marina, mi avvicino alla quarta carrozza da tergo, dove c'era Nadia la ragazza conosciuta un'ora prima, busso al finestrino cautamente e fortuna volle di coglierla all'istante, ma sei pazzo! Cosa fai qui? Sei proprio un mattacchione, oh mio Dio! Chiamami Teddy in pubblico dai, in privato sarò il tuo Dio se vuoi, dai scendi! Non posso ci sono le suore! Fregatene fai come me, calati dal finestrino! Teddy non facciamo cretinate! La cosa stava andando bene parlava già al plurale! Allora salgo io replico. Non farlo ti prego, farai succedere un quarantotto. Ma chi se né frega dobbiamo cogliere l'attimo fuggente, o no? Non urlare! Si possono svegliare le suore o i bambini che è tutto il giorno che fanno i cretini Mi aiutarono in due a scalare il vagone sempre troncando prima le luminarie e senza far troppo rumore. Atterrai con un guizzo da serpente in quello scompartimento da sei posti, carino nell'arredamento facendo il confronto con il nostro, però guardandomi dov'ero capitato mi sentivo come un agnellino in mezzo ad un branco di lupacchiotte. Una volta all'interno le sue cinque amiche fecero di tutto per mimetizzarmi in mezzo a loro, ma ecco dopo un quarto d'ora di convenevoli divertenti, d'improvviso il treno muove e loro terrorizzate da quella situazione non sapevano che fare e che dire. Idea geniale, datemi un vostro vestito e un foulard! Così fu, fra gridolini soffocati e un tantino disagiati mi cambio guardato a vista con gli occhi sgranati delle sei pulzelle compresa Nadia che presa da uno strano protagonismo sembrava già una moglie, dandomi consigli nella vestizione palpeggiandomi nel frattempo con attenzione. Sembravo un califfo in mezzo ad un harem con tanto di preferita con cinque schiave, roba da mille e una notte lo giuro. Ci siamo accoccolati, Nadia ed io in un unico posto, ed era bello viaggiare così scomodi ma molto teneramente abbracciati con graduata pressione con qualche ispezione.Troppo presto la notte finì ed albeggiò con prepotenza con raggi turchini strianti i cirri sparsi e come una tavolozza di un pittore i colori cambiavano tono e consistenza finche la rossa palla di fuoco non fu immensa, con il chiarore sempre più intenso ringraziavo mentalmente chi offriva tutti i giorni quello spettacolo, ma quello era un giorno speciale e al cospetto del mare della costa adriatica ero in compagnia di una ragazza molto carina e simpatica. Ore 6 e qualche minuto, sulla porta si staglia una gigantesca figura, sembrava un enorme pinguino, urlando come un caporale, un ordine alle signorine presenti: forza ragazze c'è da preparare la colazione a tutti quei piccoli mostri vocianti, ognuna di voi si prenda cura della propria squadra! Avanti marsh non prima di aver recitato le preghiere, chiaro? Un bel si, come risposta all'ordine impartito, di tutte le donzelle in coro, mentre io ero sotto di loro nascosto. Comincia così una sarabanda di movimenti con ragazzini e ragazzine sui dieci anni che frugavano dappertutto e purtroppo una di queste creature ficcanaso mi scoprì cacciando un urlo. Apriti cielo, sconforto e scompiglio per la mia funesta presenza da indurre le suore a rinchiudermi nello scompartimento da solo come fossi un diavolo, con la promessa di fulmini sulle ragazze scostumate e la consegna del sottoscritto alle autorità di polizia. Andiamo bene pensai, sono proprio fritto, però potevo sempre calarmi dal finestrino. Non dormimmo noi di certo in quello scompartimento, ci fu del vero divertimento quella notte forse anche con un po' di sentimento, ma un dilemma da districare. Dovevo andare in montagna e non al mare, cosi appena il treno accennò il suo rallentamento in vista della stazione d’Ancona mi calai dal finestrino come un’acrobata, incoraggiato da tutte le ragazze e bambini affacciati ai finestrini, fui fermato dalla polizia ferroviaria, che mi trattenne fino all’arrivo della tradotta un po' lentona e questa quando si fermò sui binari ci fu un applauso con ovazione da far tremare tutta la stazione perché ero stato riconosciuto dai miei colleghi ed io ero vestito con pantaloni e camiciola da gentil donzella. Mi prese in consegna il capoposto, ebbi una punizione appena arrivato a destinazione, ma fu solo la prima di una lunga serie, perché di burle ne seguirono fino alle prossime ferie, N’era valsa la pena però, anche se poi non vidi più Nadia e non riuscii mai ad avere un contatto, non avevamo pensato agli indirizzi, chissà se leggerà un giorno questa nostra breve ma intensa storia.
Edo e le Storie Appese (1996-1998)
Saletto ( PD) 18-02-1962
Ero alla stazione, avevo anni diciassette e qualche mese.
Era un mattino senza sole all'orizzonte e non c'erano viole sul prato a me di fronte, strozzata in gola ogni parola mia nascente davo l'addio al paese natio e alla mia gente. Emigravo come un uccello senza più nido portando con me speranza e nel cuor un grido: ingrata mia terra un dì mi prendesti in affido abbandonandomi poi al destino, approderò poi in altro lido inseguendo forse altrui sogni di grandezza con la morte nel cuore e con tanta tristezza. Spavaldo però portavo con me la giovinezza e una caparbia rivalsa su quella gelida brezza. Il fischio lontano lacerante del treno, arrivò come un fulmine a ciel sereno, stampato sul viso un terreo sorrisino ma dentro di contro ero spezzatino, lo sbuffo di fumo nero di pece a cumulo s'avvicinava, recitai una prece e da solo m'avviai come un condannato al patibolo con l'involucro esterno sprezzante e frivolo, salii sul convoglio come un eroe muto e m'affacciai al finestrino per l'ultimo saluto, lo eseguii solo con mano mi sentivo perduto, l'afonia prevalse ed in vuoto posto andai seduto. Sferragliando con sbuffi lentamente muove portandomi via lontano chissà dove e dal campanile uno scampanio festoso mi commuove. Sfila veloce l'amato paesaggio, addio! My love! Nell'ultima carrozza trovai un posto, in uno scompartimento dove d'inverno si gela e d'estate si va arrosto, sistemai la valigia di cartone legata con uno spago mentre con l'occhio vigile e trepidante intorno a me indago e sul viso degli occupanti c'era serenità in tutti quanti ed erano seduti in tre li davanti. Acciambellato sul sedile come un emiro pascià sbirciavo quei tre, un prete grassoccio, un’appariscente e bellissima donna ed un parà in divisa sonnecchiante e pensoso, forse preoccupato per il suo viaggio a ritroso in caserma. Arrivati in stazione a Verona le carrozze andarono deserte, il viaggio riprese verso la frontiera dove saremmo arrivati sul far della sera, rimase solo la donna con le braccia conserte tutta composta nel suo bel vestito, ben presto fu presa da abbiocco come imprevisto e scomponendosi un attimino, s'aprì così un pochino quel rosso prèt a porter vestitino, gli scossoni a volte violenti del treno mi stavano dando gentilmente una mano a far si che s'aprisse il bel tesoro, io tifavo convinto ai movimenti sbirciando estasiato le sue Grazie in quei momenti, Grazie, che in quei frangenti, Come io vidi erano protette da zero intimi indumenti. Il mio masculo istinto primordiale, con il cuore in sussulto ma con un idea per niente geniale volevo approfittare di un successivo scossone, per abbassarmi e gustarmi una bella panoramica in prima visione. Un gonfiore lievitante e consistente nella conchiglia ma di sottecchi furtivi di madama da dietro le sue ciglia sorrideva, lo so, sotto quei baffi che però non aveva, ma forse nella sua mente mi ordinava ciò che voleva, ed in breve al rilasso completo arrivò con sospiro profondo, ed a vista apparve un seno prosperoso e tondo e per me fu la fine del mondo e abbassandosi a dismisura, la scollatura aumentò di tono, aprì gli occhi di colpo e mi chiese: che ore sono? E' l'ora dell'amore! Dissi, con tono da mascalzone.Era una donna di una bellezza sfolgorante e mi aveva fulminato già dal primo istante senza che lei dicesse niente, lei con movimento quasi celestiale risvegliò in me l'istinto coloniale così mi lanciai alla conquista di quel bene demaniale, commettendo nel frattempo il mio primo "peccato mortale", si avvolse a me come un'edera furente rampicante, risposi con un fuoco tutto sconvolgente, da annebbiarmi tutta la mente, mi strapazzò di coccole ed io voracemente, non lasciai intorno neanche le briciole. Stavamo per entrare in stazione a Bressanone, lei si ricompose con attenzione, ma con uno strano giro di parole e tanti complimenti, mi stava chiedendo degli emolumenti, per la prestazione da lei a suo dire lavorativa, e non per la mia pseudo grande conquista della li presente diva. Sconcertato al massimo non avevo capito che in quel bel momento ero stato tradito da una che lo esercitava solo di mestiere, mi veniva la voglia di chiamare un carabiniere e denunciare che costei aveva carpito, la mia buona fede sentendomi alquanto smarrito, al che la madama disse: non fa niente bel moretto, mi sono divertita ugualmente prendilo come un prestito, sperando che un giorno mi ricorderai per questo gesto altruistico. Non la vidi mai più, ma ogni qualvolta ammiro una vistosa e sinuosa signora mi porta a pensare sempre a quella cosa e quale costo potrebbe avere, anche se accettasse solo una rosa.
Edo e le Storie Appese (1996-1998)
Nei sogni dei ragazzi, da sempre, alberga la voglia di grande
libertà, di lussureggianti divertimenti, di gratificanti emozioni da vivere,
sognando di diventare eroi dello sport o dello spettacolo, per farsi scegliere
dalle ragazze.
Uno dei sogni ricorrenti è di ... possedere una moto, una di quelle
scintillanti, che fanno bella mostra di se nelle vetrine dei concessionari, ma
soprattutto, quando sfrecciano in un circuito, e alla guida, c'è l'idolo di
turno, che fa mirabilia e acrobazie a non finire, sgommamenti fumanti, come ad
esempio Valentino Rossi, grande campione in pista, sbruffoncello alle
interviste, simpatico sempre.
Marco, come tutti i giovani di vent'anni, sognava di emulare il suo coetaneo, ma
aveva i piedi abbastanza piantati per terra, non poteva certo permettersi il
lusso di avere una di quelle meraviglie della tecnica, però lavorava in
un'officina, dove le moto le riparava, ed ogni tanto ci faceva un giretto con
molta circospezione, perché era un ragazzo che considerava le cose.
Marco, è così che comunemente veniva chiamato, aveva una ragazza, Leila, una
ragazza gentile e carina, ma che aveva una piccola sfortuna, era cardiopatica
dalla nascita, non in forma estremamente grave, ma il problema c'era, e quando
Marco le faceva battere il cuore, le creava un piccolo fastidio, ma nulla più.
Si teneva sotto controllo Leila, e poteva convivere benissimo con il piccolo
problema, anche se a dire il vero, lo specialista le aveva detto che un
trapianto le avrebbe giovato, per la vita futura, addirittura una volta era
stata interpellata, perché c'era un cuore a disposizione, quello di un giovane
ch'era morto per cause violente. Lei si trovava già all'ospedale per controlli,
ecco allora che il primario voleva approfittare dell'occasione, ma Lei era
titubante, tanto che rinunciò a favore di un altro giovanissimo di un'altra
città.
Leila era una ragazza molto ammirata, e aveva un vicino di casa, che le aveva
fatto la corte per un po', ma Lei era tutta per Marco, cosicché Gabriele, il
suo vicino, detto anche Lele, doveva accontentarsi di un'amicizia d'infanzia,
anche se ogni tanto le chiedeva se: la storia con Marco continuava, perché, in
caso contrario, Lui era lì in fila per accedere al suo trono, se ne stava per
così dire in "panchina", a disposizione..
Era un modo scherzoso di fare, che Lele aveva sempre con tutti, un ragazzo
simpatico.
Un bel giorno Marco decise di dare corpo ad uno dei suoi sogni, contrattò una
moto di seconda mano, con un cliente abituale dell'officina, spuntò un prezzo
interessante e si mise d'accordo per le rate.
Marco non disse nulla a Leila, voleva farle una bella sorpresa, così un sabato
sera si bardò come Valentino Rossi, con una tuta bianco - gialla ed un casco
divinamente decorato, con i disegni che a Lui piacevano.
Leila, come Tutti i sabati sera, attendeva Marco affacciata alla sua veranda,
attendeva il profilarsi della scassatissima e sbuffante golf di Marco, ereditata
dal suo datore di lavoro, poi come sempre, i due fidanzatini andavano in
passeggiata ai giardini, o ad un cinema, una pizza, poi magari si appartavano
per coccolarsi un po', nell'attesa del gran giorno, che sarebbero stati sposi
felici.
Lele, era un patito della bicicletta, anche Lui emulava i grossi personaggi del
pedale, il suo idolo era Pantani, anche Lui si bardava di tutto punto, con la
bandana del pirata, per andare in qualsiasi posto, il sabato sera invece usciva
con la bici normale, non aveva macchine o moto, era studente, figlio di povera
gente.
Quel sabato sera, uscendo di casa in bici, salutò Leila, e si fermò a parlare,
e a ricordarle che Lui era sempre innamorato, che l'avrebbe aspettata, finché
ci fosse stato un barlume di speranza, poi salutò Leila e s'avviò a
raggiungere gli amici al bar.
Marco avviò il suo gioiello scintillante di cromature, era una serata
memorabile, avrebbe fatto una grossissima sorpresa a Leila, sapeva di essere
atteso, da Lei affacciata al balcone, con i lunghi e fluttuanti capelli al
vento, chissà cosa avrebbe detto di quella meraviglia rombante, inforcò la
moto, e via a tutto gas ... com'era bello sentire il fluire dell'aria, sentir
scivolare quel flusso turbinante d'inizio autunno, sfrecciava per le vie come un
vero campione, curvava inclinando la moto in maniera impeccabile, sentiva
l'adrenalina che si scaricava ad ogni accelerata, impennandosi leggermente, per
poi domare tutti quei cavalli che erano racchiusi nei 1000 centimetri cubici di
quel motore, un vero spasso.
Lele stava per arrivare al centro del paese, pedalando dolcemente, si godeva
quella brezzolina umida che c'è di sera, d'inizio autunno, le foglie erano
ancora sugli alberi, giallognole e un po' sul rossiccio, come quelle del filare
di platani che costeggiava quella strada, ogni tanto delle foglie sospinte da
qualche folata leggera , s'adagiavano sull'asfalto, sembrava un tappeto dalle
mille sfumature, tessuto vero dalla natura, adornava il crocevia, che
stranamente quella sera, aveva il semaforo lampeggiante giallo, era un crocevia
pericoloso, s'intersecavano due importanti direttrici.
Lele s'accinse ad attraversare, ma un rombo di moto lo colse di sorpresa, vide
la luce abbagliante, un centauro in frenata, ma le foglie maligne non diedero
aggrappo, alla gomme frenanti e stridenti ma non mordenti l'asfalto, anzi,
s'accelerò lo scompiglio con sbandata mostruosa, Marco non riuscì a
controllare la moto, che schizzò come sul sapone, travolgendo il povero Lele.
Marco sbalzato di sella, picchiò duro sull'asfalto, il marciapiede lo fermò,
rimase inerme, la moto fumante e rantolante, uno sfracello.
La scena tragica, venne vista da lontano da un passante, chiamò subito il 118 e
così i due infortunati vennero soccorsi, con un'ambulanza Marco, ma per Lele,
che sembrava il più grave, venne l'elicottero dell'elisoccorso, e traslati
così all'ospedale del capoluogo.
Leila al balcone, era in attesa di Marco, s'allarmò, perché doveva essere li
per le nove, erano le nove e mezza e nulla all’orizzonte, il cellulare suonava
a vuoto, strano, molto strano, però, pensò che forse s'era fermato con amici e
aveva scordato il cellulare in macchina ... ma non era mai successo, loro si
amavano, e si avvertivano ad ogni piccolo movimento.
Provò di nuovo, ecco che...una voce risponde,... "appuntato Lo
Cascio" polizia stradale ...
Ma cosa ci faceva un poliziotto con il telefono di Marco????... angosciata
chiese... ma ha fatto qualcosa?
No rispose il poliziotto, è successo un incidente signò ... un incidente grave
in moto, ... ma forse c'è un errore pensò Leila, ... Marco era in macchina, ma
forse era stato tamponato da una moto... s'agitò parecchio, ed il cuore
sembrava essersi spostato in gola e si sentiva soffocare, non doveva agitarsi
... ma il poliziotto disse che i feriti erano stati soccorsi e portati
all'ospedale.
Leila cominciò a singhiozzare fortemente, divenne bluastra, le mancava il
respiro, tanto che Suo padre decise ch'era meglio portarla all'ospedale, perché
ora, era in preda a convulsioni, stava malissimo Leila, per lo shock subito, il
suo cuore poteva non reggere.
Così il padre di Leila decise di chiamare l'ambulanza urgentemente, mettere a
conoscenza l'unità coronarica dell'ospedale dove si curava.
Arrivò il soccorso in tempo, le misero le apparecchiature addosso, come
defibrillatore ed altri aggeggi, per fortuna che c'era quest'ambulanza
attrezzata, dono della cittadinanza in cui Leila abitava, dove tutti avevano
contribuito all'acquisto, anche Leila, faceva parte del volontariato, ed aveva
partecipato alla raccolta fondi.
Lele, giunse per primo con l'elicottero all'ospedale, lo ricoverarono subito in
rianimazione, sembrava molto grave, ma era cosciente, e stranamente continuava a
chiamare "Leila" "Leila", ... la polizia stradale, avvisò i
familiari.
Anche Marco giunse alla clinica più vicina, ma non era attrezzata per
soccorrere adeguatamente l'infortunato, così fu avviato all'ospedale, dov'era
già ricoverato il Lele, ma la strada era lunga, per un trasporto con
l'ambulanza, e l'elicottero, purtroppo per trafila burocratica era ancora
trattenuto all'eliporto sulla terrazza dell'ospedale, con carte e scartoffie da
timbrare, permessi da esibire ecc.
Leila, in quella pazza corsa verso la salvezza, continuava a pensare a Marco e
cosa poteva essere successo, mentre giungeva anche Lei in quell'ospedale.
Marco stava malissimo, era entrato in coma, e purtroppo a pochi metri dal pronto
soccorso si spense.
Leila, venne trasferita in sala operatoria, per precauzione
Arrivò una bella notizia, c'era un cuore a disposizione, quello di un ragazzo
morto per un incidente in moto, fervevano i preparativi per il trapianto, Leila
cercava notizie di Marco, ma non le dissero nulla, anzi, che doveva stare calma
e sicura, le avrebbero risolto il problema, e nessuno sapeva il nome del
donatore, la privacy scatta in questi casi.
Lele, rimase tutta la notte in osservazione, ma a parte qualche frattura, non
destava preoccupazione.
In un'altra ala dell'ospedale, purtroppo un dramma si consumava, i genitori di
Marco diedero parere favorevole all'espianto di tutti gli organi disponibili, e
così successe, il cuore di Marco, come aveva sempre giurato, ma non ipotizzato
in quel modo, diventò proprietà di Leila, che ora poteva bearsi di questo
dono, ma Leila ancora non sapeva di chi era, gli altri organi salvarono altre
vite.
Passò qualche mese, Lele migliorava a vista d'occhio, le ferite rimarginavano,
le ossa si saldavano, si trasferiva per i corridoi con la carrozzina, per via
dell’ingessatura, anche Leila si spostava con tale mezzo, dopo la fase
iniziale del dopo trapianto, perché non doveva fare sforzi .
Era passato un paio di mesi, dall'incidente, Leila era stata informata che Marco
purtroppo non era uscito vivo da quell'incidente, Lei capì da subito che aveva
ricevuto il Suo cuore, uno strano destino, che le beatificò la vita, sapendo
che: il suo grande amore, e soprattutto quel cuore che per Lei batteva, lo aveva
preso in consegna per sempre, soffrì molto di questa storia, però un giorno
incontrò Lele, al distributore delle bevande, nell'atrio principale
dell'ospedale, si guardarono, poi si consolarono, per quell'atroce destino che
li aveva accomunati, la simpatia s’ingrandì, poi dopo qualche tempo, guariti
i rispettivi malanni, cominciarono ad uscire insieme, e fra non molto forse si
sposeranno, Lele, amava già Leila, che dal canto suo, aveva in simpatia Lele, e
così a poco a poco anche Lei s'innamorò, ma mai come per Marco, che teneva
racchiuso in Lei, così si sentiva la persona più amata dell'universo, una
ragazza per due cuori...o due cuori per una ragazza come volete voi ..,
riuscendo così ad amarli tutti e due... e vissero felici e contenti.
Edoardo (2002)
Lo scrosciante applauso sembrava non finisse mai, il teatro vibrava di gaie voci, brillavano tutte le luci, all'indirizzo dello spettacolo testé concluso, i protagonisti a sfilare dentro e fuori dal sipario, richiamati continuamente da quel clap, clap, clap gioioso di mani, tutti in piedi ad osannare la protagonista di quel fantastico balletto, Anastasia, protagonista insieme a Sergej, suo innamorato da sempre.
Loro due avevano via via infiammato gli spettatori, con quell'eleganza plastica, quei voli graziosi piroettanti, da sfidare le leggi della fisica, come la gravitazionalità a cui siamo ancorati, alla forza centrifuga smisurata, che le continue e magistrali figure, geometricamente spazianti nell'alveolo di quel palco.
Semplicemente uno spettacolo straordinario.
Dal palco centrale, riservato alle personalità, un noto principe, Tale Ivanov, di decaduta monarchia, ma sempre presente sulle copertine dei rotocalchi, rimase stupefatto ed affascinato dalla prorompente bellezza e bravura della protagonista, tanto da mandare un suo emissario nei camerini, a formulare un espresso invito alla ballerina, per presenziare ad una cena di gala, dove da sempre fanno bella mostra, molte teste coronate e non per una festa di beneficenza di risonanza mondiale.
L'emissario del principe, presentò le credenziali, per essere ammesso al cospetto della festeggiatissima ballerina, aspettò il suo turno pazientemente, dopo le interviste della TV e della stampa.
Intanto nel salone del teatro, la gente festante s'intratteneva beandosi con le note, concesse dall'orchestra, obbedendo ai numerosi bis richiesti a clamor di voce, era consueto questo bis, parte conclusiva dello spettacolo.
Dopo la paziente attesa, l'emissario del principe, nonché guardia del corpo, fu ammesso al camerino di Mademoiselle, era presente anche mamma Irina in quel momento, visibilmente emozionata per il successo ottenuto dalla figliola, ma...alla vista dell'invito da parte del principe quasi svenne, ma disse al portatore della novella, che Anastasia, senza dubbio, "avrebbe presenziato" al Gala di beneficenza,
La signora mamma di Anastasia, la ballerina, era agitatissima per quel fatto, affiorarono dei ricordi, tornò con la mente indietro nel tempo, più di vent'anni prima, quando Lei era a servizio della dinastia predetta, aveva curato quel principino per qualche mese, poi gli eventi sociopolitici di quel minuscolo regno lontano, disperse nel mondo quello che era stato il suo mondo.
Aveva allora da badare anche ad Anastasia, nata lo stesso giorno del principe,...quel principe, che ora aveva invitato la figlia della serva d'allora, ma Lui il principe, non sapeva nulla a proposito, e neanche Anastasia sapeva nulla dei fatti del tempo, Irina aveva sempre taciuto alla figlia quei particolari, l'aveva allevata con amore immenso...ma i ricordi ebbero il sopravvento, e come una pellicola che si riavvolge...ma due spari echeggiarono nel teatro, spensero quel riemergere di ricordi, voci concitate, grida e ordini secchi, la troupe TV uscì per riprendere il tutto.
L'emissario del principe, non ebbe esitazioni a quel punto, chiese se c'erano uscite da quel sotterraneo dove si trovavano i camerini, ... si !disse un addetto, venite con me.
Anastasia con la mamma, accompagnate da quelle due guardie del corpo occasionali, s'incamminarono per il tunnel verso l'esterno, uscirono all'aria aperta in un cortile interno del Teatro.
La prima preoccupazione della guardia del corpo, fu di nascondersi subito alla vista di eventuali malviventi, forse era una rapina alla cassa del teatro pensarono, s'intrufolarono così in un'abitazione, c'era la porta aperta, ma non c'era nessuno in casa, la TV era accesa ed era sintonizzata su di un notiziario in edizione speciale.
Quella diretta TV, proveniva dall'ingresso del Teatro, c'erano poliziotti in assetto da sommossa, stavano arrivando anche dei blindati, elicotteri volteggianti in aria, c'era tanta confusione e l'inviato spiegava che un gruppo di terroristi aveva occupato il Teatro sequestrando il principe e preso in ostaggio gli spettatori, reclamando libertà ed indipendenza per il popolo del piccolo Stato oppresso da un dittatore, il Kalendjstan, dicendo che : se le richieste non fossero state esaudite, avrebbero giustiziato un ostaggio ogni ora, facendo sentire nel contempo uno sparo e buttando fuori dal Teatro un corpo esanime.
Anastasia svenne vedendo quella scena, aveva riconosciuto dal costume, che quel corpo era del suo innamorato Sergej, la polizia recuperò il corpo mettendolo su di un'ambulanza, mentre Anastasia voleva correre la fuori, ma la guardia del corpo glielo impedì.
Le notizie si susseguirono, con particolari agghiaccianti, c'erano presumibilmente dei morti là dentro, ed i "terroristi" patrioti" avevano emesso un ultimatum: veniva chiesta "la deposizione del governo dittatoriale e la consegna da parte della polizia, di una fantomatica Principessa erede al trono, per poterla insediare a capo di quel principato, per poi indire libere elezioni."
Lo speaker TV non riusciva a spiegare tale richiesta, intervistando varie personalità, chiedeva loro conto di che principessa si trattasse, ma nessuno sapeva rispondere adeguatamente, ribadendo che gli occupanti del teatro, avevano già in mano il principe, ma nessuno sapeva nulla di una presunta Principessa erede al trono.
La Guardia del corpo, che in quel momento proteggeva la ballerina Anastasia, prese da parte mamma Irina sussurrando ... Signora ?...possiamo ora dire a sua figlia la verità ?...e poi pubblicamente esordire davanti alle Telecamere?
Anastasia non capiva...
La signora Irina a quel punto singhiozzando disse: Figlia Mia...o meglio...Principessa Anastasia!
Tu sei la legittima figlia del Califfo Mohammed, ex Re del Kalendjstan, Tuo padre a quel tempo voleva un maschio, e così ci fu lo scambio al momento della Tua nascita, con quello del Principe che è il mio vero figlio, ma Ti devo dire anche che il principe è anche Tuo fratello per parte di padre, perché io ho avuto una relazione con il Califfo, ero al suo servizio, obbediente come Tutte le serve, ed in più...io l'amavo.
In quel mentre ci fu un'irruzione della polizia ad armi spianate, un controllo documenti, allora la guardia del corpo parlò al capo pattuglia, disse ciò che incredibilmente era, la vera situazione, venne il comandante in capo, a seguire anche la troupe TV, divulgando al mondo quella stupefacente notizia.
I terroristi a quel punto s'arresero, osannanti per la loro "Vittoria", liberarono il Principe e gli ostaggi, si constatò anche, che c'erano solo dei feriti e non dei morti, tutti tirarono un sospiro di sollievo.
Anche dall'ospedale arrivò una bellissima notizia, Sergej non era morto, era ferito sì, ma non grave, così Anastasia volle correre a quell'ospedale, scortata dalla polizia e dalle troupe televisive, ci fu una commozione mondiale a quelle immagini in diretta, un bell'epilogo per quella avventura tragica, con quella ballerina diventata Principessa, che abbracciava il Suo Sergej tutto fasciato ma sorridente.
Passò un mese da quell'evento, c'era festa grande alle Nazioni Unite a New York, da quel momento, Lo stato del Kalendjstan era riconosciuto da Tutte le nazioni.
La principessa Anastasia era diventata la Regina, ed il principe fu primo ministro, in attesa di nuove libere elezioni, fu cacciato ed imprigionato il dittatore, e per quel piccolo lembo di Terra ai confini del mondo tornò la pace, cosa che nel resto del mondo era ed è un'utopia.
Ci fu grande festa per gli abitanti del Kalendjstan, con un gran finale del corpo di ballo, di cui la Principessa e Sergej facevano parte.
Le libere elezioni confermarono la Dinastia regnante, ci fu un fastoso matrimonio, e così Anastasia l'ex ballerina, Sergej principe consorte, il Principe primo ministro, avviarono un periodo di prosperità per quel piccolo lembo di terra chiamato Kalendjstan.
Un Paese che non troverete sulle carte geografiche, ma solo nelle favole, perché gli episodi che ascoltiamo giornalmente dai network Televisivi, suonano sinistramente di morte, guerre, vendette e sofferenze.
Edo e Le Storie Appese (04/06/2002)
Ultimo aggiornamento al 29/07/04
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