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Una parola più delle altre le si formava spesso in testa, la vedeva comparire dal nulla, prima evanescente poi sempre più chiara fino a vederla apparire in grassetto: rete, rete, rete. E poi tante altre, troppe, e tutte di diverso significato. Le parole le nascevano in testa chiare, precise, una dopo l’altra, sistemate per benino. Parlo di parole vere, di parole serie.
Non riusciva più dormire. Durante la notte nella sua testa le parole si moltiplicano, diventavano talmente numerose che non riusciva più a contenerle. Premevano con forza e volevano venire alla luce.
Lei che se le sentiva risuonare dentro si diceva:
- Che belle queste parole… dovrei alzarmi e scriverle, ma se mi alzo poi mangio e bevo e se mangio ingrasso e poi ho sonno e voglio dormire, e poi ho freddo e voglio stare al caldo accucciata sotto le coperte. Non voglio alzarmi.
Ma le parole come sorgente perenne continuavano a sgorgare dalla sua mente senza che lei riuscisse a trattenerle, così era costretta ad alzarsi. Ma non riusciva a scriverle tutte, mangiava e beveva e le parole svanivano assieme alla sua fame e alla sua sete. Oppure, se le scriveva, lo faceva in piccoli pezzi di carta che poi finivano per perdersi assieme alle sue parole. Doveva fare qualcosa per imprigionarle. Magari un giorno qualcuno gliele avrebbe chieste, o forse non sarebbe servite mai a nessuno, ma in ogni caso erano sempre le sue parole ed erano pezzi di lei. Così prese un giorno di riposo.
- Ho bisogno di una giornata libera, deve venire l’idraulico a sistemarmi il rubinetto del lavello della cucina. – Disse al suo capo.
Era chiaramente una bugia, il suo lavello funzionava che era una meraviglia. Era la sua testa che non funzionava. Da tempo voleva prendersi quella giornata libera, aveva sempre rimandato sperando che le cose si aggiustassero da sole, ma visto la brutta piega che aveva preso la cosa e la situazione che sembrava aggravarsi notte dopo notte, non ebbe altra scelta.
Quel mattino, non appena i suoi uscirono di casa, si tolse la vestaglia e le pantofole, si preparò come si deve e uscì di casa.
La proprietaria del negozio contenta di poter vendere finalmente qualcosa, le aveva telefonato il giorno prima:
- Buon giorno signora, - le aveva detto, - guardi che l’articolo che lei aspettava è già arrivato, glielo metto da parte...così quando vuole può venire a ritirarlo.
- Grazie, è molto gentile da parte sua, verrò a ritirarlo domani stesso. Era stanca, aveva bisogno di cose concrete, tangibili, che potesse toccare con mano, voleva costruire qualcosa di utile, non ne poteva più di quelle parole che la notte le nascevano in testa ma che lei non riusciva a trattenere. Così le sue parole erano inutili. La rete ecco la soluzione giusta , farsi una rete, grande, enorme, utile e resistente. Il grande giorno era arrivato. Quel mattino comprò l’ago che usano i pescatori per fare la rete. Ora anche lei avrebbe avuto la sua.
- A che le serve la rete, - le aveva chiesto con malcelata curiosità la proprietaria del negozio.
Lei ci pensò qualche secondo, ma non seppe risponderle, in fondo neanche lei sapeva a cosa esattamente le dovesse servirle quella rete, sapeva solo che doveva farla.
Ora aveva l’agognato ago ma non sapeva da che parte cominciare. Li aveva visti tante volte, in estate, i pescatori seduti sulle sedie di legno basse e impagliate, davanti ai loro dammusi bianchi dai grossi muri, dalle porte socchiuse per evitare di fare entrare nelle loro fresche stanze il calore del sole di quei pomeriggi abbaglianti. Seduti a crocchio che parlavano, noncuranti delle loro mani che già sapevano come muoversi, per averlo fatto da sempre. Aveva visto ballare quelle mani rugose e dalla pelle essiccata dal sole e dal sale, ballavano come a mimare i passi di una danza tribale. Li aveva osservati a lungo, ma mai era riuscita a cogliere il segreto di quei movimenti ritmici seppur ordinati, palesi a tutti ma non del tutto svelati.
Qualcosa sapeva, sapeva ad esempio che si parte da un primo nodo e si fa il primo quadratino. Questo era facile, l’aveva capito subito, poi se ne aggiungeva uno per ogni lato e così la rete diventa di tre quadratini, poi cinque, sette, nove, undici, si può continuare all’infinito e quando si vuole si diminuisce. Facile e semplice, occorrono nodi, centinaia, migliaia di nodi, fatti i nodi la rete è pronta.
Suo marito come ogni sera era seduto in poltrona, il plaid sulle gambe, le pantofole ai piedi, gli occhiali da presbite sulla punta del naso, e leggendo distrattamente il giornale, ogni tanto guardava quella sua moglie strana che in quella sera come tante trafficava con uno strano ago e un filo e che faceva nodi su nodi. Strani nodi per una strana rete.
- Che fai? – le chiese.
- Faccio una rete. Rispose lei.
- A che ci serve una rete?
- Già, giusta domanda, e quello che mi sto chiedendo anch’io.
A che può servire una rete?! Con una rete potrei costruire un’amaca e legarla fra due alberi di cedro, salirci sopra, chiudere gli occhi e dormire facendomi cullare.
Con una rete potrei ripararmi dal sole, anche se so che sarebbe inutile, ma sarebbe un’illusione oppure sarebbe solo un bel sogno. Con una rete potrei catturare tutti i pesci del mare, guardarli da vicino per conoscerli meglio e poi ributtarli in acqua e vederli guizzare le pinne e poi sparire in fondo con un balzo. Con una rete potrei costruire un baldacchino e proteggermi nelle afose serate estive dalle fastidiose zanzare che, come i miei pensieri, a volte non mi lasciano dormire. Con una rete potrei attutire il colpo in caso di caduta, e tu sai che io cado spesso. Con una rete potrei ingabbiare le persone che vogliono allontanarsi da me. Con una rete potrei la notte pescare e imprigionare tutte quelle parole che mi vengono in mente e regalarle a te. Ecco il giusto uso della rete. Metterci le parole.
Quella notte, come ogni notte, le parole si presentarono puntualmente nella sua testa, prima confuse, poi si ordinarono in fila fino a formare delle frasi compiute e con significati logici e precisi.
- Ecco, - si disse – questo è il momento giusto.
Si alzò piano piano, prese la rete che era ripiegata in due sopra il divano in cucina, la aprì e ci mise dentro le parole, le frasi, le virgole, i punti e anche qualche parentesi, che non ci sta mai male. Ma le maglie della rete erano larghe e le parole caddero a terra frantumandosi in mille lettere senza significato.
Il marito sentì il fragore assordante delle parole che cadevano a terra, entrò nello studio e vide la moglie che piangendo scopava i cocci delle sue parole, ce n’erano dappertutto anche sotto il divano.
- Che fai, piangi? – le chiese
- Sì, piango.
- Perché piangi?
- Piango perché avrei voluto che le mie parole andassero in rete ma mi sono scivolate fuori.
- Sei una sciocca!
- Perché?!
- Non è questa la rete giusta, vieni con me.
E prendendole la mano con dolcezza la fece sedere davanti al computer e lo accese.
Lei capì perché non era del tutto scema.
Ora lei su "www.scriveregiocando.it" mette tutte le sue parole, e così tutti possono leggerle e lei è contenta.
Che ne ha fatto della rete?! – vi chiederete.
Giusta osservazione, la rete l’ha regalata ai pescatori di Pantelleria che l’altro ieri ci hanno pescato una sirena che dice che la notte non può dormire che le vengono in testa delle strane parole una in particolare la vede comparire dal nulla , prima evanescente poi sempre più chiara fino a vederla in grassetto: vuvuvu vuvuvu vuvuvu.
- Che strana parola, sembra un suono, cos’è il rumore del treno? Allora devo costruirmi un treno perché voglio fare viaggiare tutte le mie parole, e voglio che esse arrivino lontano...e vengano lette da tutti.
Non voglio che esse si perdano fra le onde del mare, che si schiantino fra gli scogli sbriciolandosi in frammenti di lettere senza significato...
Ma la storia della sirena che voleva costruirsi un treno ve la racconto un’altra volta.
Antonella PizzoSi svegliò presto, molto presto, si svegliò quando si svegliano i vecchi, prima che fuori facesse giorno. Era vecchio e, come tutti i vecchi, dormiva pochissimo, quattro ore di sonno gli bastavano, di più non sarebbe riuscito a dormire. Dormono poco i vecchi ma dormono, ridono e piangono come tutti, provano gioie e dolori come gli altri, quelli che vecchi non sono.
Si mosse nel letto, lentamente, facendo attenzione ai movimenti, era bravo e sapeva, per averlo imparato sulla propria pelle, come evitare quelli che gli avrebbero fatto sentire dolore. L’artrite non gli dava tregua, le mani scosse da un tremito, il volto antico solcato da rughe, la schiena a pezzi, ma considerando la sua età non si lamentava. Sapeva badare a se stesso e già questo era tanto. Concettina, con cui aveva diviso poche gioie e tanti dolori, lo aveva lasciato parecchi anni fa, troppi anni fa. Povera Concettina non aveva retto allo strazio per la perdita del figlio. Di questo figlio, l’unico che il Signore gli aveva mandato, Peppino aveva un ricordo chiarissimo. Gli bastava chiudere gli occhi per vederselo lì davanti come se fosse presente. A volte gli sembrava di sentirlo cantare ancora quelle canzoni che si cantavano una volta. Quelle canzoni che in campagna cantavano tutti, quando stanchi e sudati non ce la facevano più a zappare la terra e la fatica e la calura sembravano fiaccarli. Non avevano padroni e la terra anche se poca era la loro, così ogni tanto si fermavano a riprendere fiato, bevevano un po’ d’acqua fresca dalla brocca di terracotta e intonavano una canzone.
La sera quando tornavano, Concettina apparecchiava la tavola, caciocavallo e salsiccia secca, oppure minestra di legumi e pane fatto in casa, duro di tre giorni ma tagliato sottile sottile, da inzuppare per benino, nel liquido caldo e saporito fino a farlo diventare morbido. Ma nel corpo di quel figlio covava un male insidioso come una serpe, che in silenzio lo consumò. Di un altro male si consumò per anni Concettina, si consumò di tristezza profonda, di dolore che stravolge gli animi e che strazia i cuori. Per ore stava seduta, in cucina, sulla sedia di paglia posta davanti alla finestra, immersa in chissà quali pensieri. Guardava spesso fuori, guardava la strada, i bambini che giocavano a mosca cieca, gli alberi mossi dal vento e il cielo azzurro. Poggiato sul grembo il lavoro all’uncinetto. Il suo sguardo era spento ma a volte i suoi occhi avevano un guizzo, sembrava cercasse qualcosa, una via di fuga a tanta nostalgia, sembrava ne cercasse la strada. Peppino tornava tardi dal lavoro e la trovava lì immobile.
Anche quel giorno la trovò lì, come sempre, il capo reclinato e l’espressione serena. Concettina aveva raggiunto chissà dove il suo figlio perduto. Peppino non si perdonò mai questo, si chiedeva se avesse potuto fare qualcosa per aiutare la moglie, lui che era un uomo semplice non seppe mai darsi una risposta. Sia fatta la volontà di Dio, disse a se stesso e a Dio chiese la forza per continuare a vivere. Pensava a loro, Peppino, in ogni momento della giornata ed anche quella mattina pensò a loro, come sempre e come sempre si struggeva.
Ma ora era tardi e doveva sbrigarsi. Mise sul fuoco il pentolino con l’acqua, aspettò che bollisse e si preparò il suo caffè d’orzo. "Oggi è sabato" pensò, e si preoccupò perché l’unica corriera che portava al Cimitero sarebbe partita a momenti e lui ormai lento nei movimenti, aveva bisogno di molto tempo per prepararsi. "Presto, presto, devo fare presto, la corriera non aspetta" si disse. Finì di bere il suo orzo e si preparò con cura, prese il basco ed il bastone e uscì di casa.
Circa alla stessa ora, sulla collina, in una villa nascosta da una alta siepe di una specie assai rara, si alzò anche Marco. Non aveva chiuso occhio quella notte e per la verità nemmeno le notti precedenti. Con Anna ormai erano ai ferri corti, non si sopportavano più, non si parlavano più con tenerezza. Anzi, non si parlavano quasi per niente e quando lo facevano era solo per farsi del male. Da quando il loro ingente patrimonio, a causa di speculazioni sbagliate, si era ridotto all’osso, Marco non si dava pace. Inoltre, come spesso accade, la rabbia, la sfiducia, la paura di non farcela, il senso di fallimento, gli impedivano di ricominciare. Si chiedeva il perché e che cosa avesse fatto di male per meritare un simile castigo. Si era chiuso in se stesso, chiuso ed ottuso, nel proprio mondo popolato dai fantasmi della povertà e della miseria.
Quella mattina uscì di casa sbattendo la porta, scese in garage, mise in moto la sua macchina e sfrecciò via. "Basta" pensò, "non posso continuare a vivere in questo modo, questa volta la faccio finita, tiro dritto con la macchina e mi butto giù dal burrone". Era pronto e determinato. Passò dal Cimitero per chiedere perdono al proprio padre per il gesto estremo che stava per compiere. Intanto Peppino aveva terminato la propria visita settimanale ai propri cari, con estrema attenzione e lentezza aveva acceso i lumini, pulito le lastre di marmo, sostituito i fiori secchi. Cominciò all’improvviso a tuonare e grosse nubi oscurarono il cielo. "E’ ora di andare, è meglio sbrigarsi" pensò, ma non aveva ancora finito di percorrere il vialetto che conduceva all’uscita, che già grosse gocce d’acqua cominciarono a cadere inzuppando il suo basco. Cercò di affrettarsi ma la strada era viscida e lui aveva paura di scivolare. Uscì dal Cimitero e si accorse che la corriera era ripartita lasciandolo lì mezzo fradicio e affannato.
Fu allora che Peppino vide quell’uomo, un bell’uomo, vestito bene, con la faccia seria. "Mi scusi" disse, "potrebbe darmi un passaggio fino al paese che ho perso la corriera?" Marco lo guardò senza battere ciglio, "Ci vada solo a quel paese" rispose, "che io ho altro da fare". L’uomo salì furioso in macchina premette sull’acceleratore e si sentì un verme. Ma cosa gli era successo, che uomo era diventato, si chiese, negare un passaggio ad un povero vecchio! Provò un gran disprezzo per se stesso. Ingranò la retromarcia, accostandosi al vecchio." Salga pure" disse, "e mi scusi per poco fa. Chi è venuto a trovare al Cimitero?" Fuori continuava a piovere. E Peppino parlò "Vengo al Cimitero ogni sabato, da anni, e sempre mi chiedo per quale motivo io continuo a vivere. Sono solo al mondo e non servo a nessuno. Ma di una cosa sono certo, e che ho imparato con l’età: che c’è una ragione per tutto, solo che a noi non è stato dato di conoscerla. Ho imparato che ogni giorno è un giorno nuovo". Arrivarono al paese. "Grazie" disse Peppino, scendendo dalla macchina, "io non so come ricambiare la vostra cortesia". "Oh, se ha ricambiato!" rispose Marco, "lei non può immaginare quanto!"
Marco tornò a casa, preparò il caffè per Anna che ancora dormiva, la baciò con dolcezza sulla fronte, e piano piano le parlò " Svegliati Anna svegliati, presto, apri gli occhi, svegliati che oggi è festa. Svegliati che oggi è un giorno nuovo."
Antonella Pizzo
Aziz si accovacciò nell'angolo fra due disperati come lui. Nascose la testa fra le gambe e chiuse gli occhi.
Il tanfo di urina e di vomito rappreso di cui la barca era impregnata, mischiato all’odore del mare, gli diede la nausea. Inghiottì a vuoto, una, due volte, respirò profondamente ma tutto fu inutile, la nausea lo sopraffece. Si alzò di scatto. Cercò di farsi spazio in quell’ammasso di corpi, scansando a fatica quelle cento gambe avviluppate e quelle cento braccia incrociate. E finalmente riuscì a trovare un varco.
Si affacciò e vide il mare, nemico, un mare come non l'aveva mai visto. Nero e ostile quella notte. Serrò le palpebre così da dominare meglio la sua paura. L’acqua sbatteva minacciosa e sinistra sul barcone carico di speranze e di paure. Aziz ne sentiva il tonfo cadenzato e il rumore sordo.
Chissà quale destino lo attendeva in quella terra sconosciuta e quale sarebbe stata la sua fine. Si chiese se sarebbe arrivato a destinazione. Era così confuso e spaventato che non fu più sicuro di avere fatto la scelta giusta. Il ragazzo che era accanto a lui piangeva convulsamente. Aziz si era estraniato, non sentiva niente, né le voci alterate né i pianti dei bambini. Sentì solo, come un pugno nello stomaco, viva e reale la voce di uno dei suoi fratelli, il piccolo Samir, senti risuonare nelle sue orecchie con chiarezza il suo grido: "balek, balek". Lo vide con gli occhi del cuore, lo vide nel souk percorrere con l’asino le strette vie del mercato, lo sentì che gridava per invitare i passanti a scansarsi al passaggio dell’asino. L'unica loro ricchezza, l'asino, più considerato e apprezzato di quanto non lo fossero mai stati loro. L’asino che portava sulla schiena un pesante fardello, la disperazione dei suoi padroni. Vide Samir arrivare a casa. Vide la madre accoglierlo con un sorriso e nutrirlo e sfamarlo. Invidiò Samir.
Nessuno stanotte avrebbe accolto Aziz. Non quella gente che il giorno prima l’aveva fatto salire su quella barca di legno marcio. I suoi mille dinari non erano marci, messi da parte dinaro su dinaro, c’era voluto molto tempo e molti sacrifici ma alla fine li aveva.
Era andato nel bar che gli aveva indicato Mohamed. Era entrato timoroso e spaventato, si era rivolto al cassiere che l’aveva accompagnato ad un tavolino riservato e lì aveva trovato ad aspettarlo un uomo. A lui Aziz aveva consegnato i 1000 dinari risparmiati in una vita di stenti. Era stato tutto molto semplice e facile. Tutto facile tranne il viaggio che ora stava facendo. La sua terra, i suoi fratelli, sua madre, i suoi figli e la sua sposa Fatima. Già di tutto aveva nostalgia. Fatima dai grandi occhi neri. Se fosse caduto in acqua quella notte sarebbe morto di sicuro e il suo corpo sarebbe finito in fondo al mare. Ripensò al cimitero che sorgeva vicino al suo villaggio, dove, segnato da una scheggia di pietra senza nome, era stato sepolto, avvolto in un lenzuolo con la faccia rivolta alla Mecca, suo padre. Nessuno avrebbe avvertito la sua sposa, la sua amata Fatima, nessuno le avrebbe detto che lui era morto annegato, nessuno avrebbe dato la notizia alla sua povera e vecchia madre. Avrebbe aspettato invano Fatima e avrebbero aspettato inutilmente i suoi figli e sua madre. E lui non li avrebbe mai più rivisti, né avrebbe rivisto la verde Marrakech e le sue mura rosseggianti. Mai piu’ la Medina e i souk e i palazzi dei sultani e la piazza, la grande piazza Jemaa el Fna, il ritrovo dei morti. Mai più avrebbe attraversato quella grande piazza, odorato i suoi profumi, ascoltato i suoi rumori; se la portava nel cuore quella notte. Davanti ai suoi occhi passarono come in sequenza le immagini della sua infanzia, le immagini dei souk affollati e pieni di merci, delle sete lucenti, dei broccati, delle stuoie rase e sottili di colore rosso scuro. Rivide quello dei tintori, colorato dai mille colori delle lane rosse, gialle, verdi, blu, viola. E poi ancora i falegnami che lavoravano la radica, il limone, il mogano e intagliavano piccole scatole con intarsi d’argento e di madreperla. E gli odori delle spezie. Rivide gli sciamani che proponevano filtri magici amuleti e afrodisiaci. Risentì l’odore forte della concia e i suoni dei mastri liutai. Colori, suoni e profumi si fusero, creando una grande confusione nella mente intorpidita di Aziz.
Era stanco, trovò un angolo e lì si risedette, cercò di stare calmo, il viaggio sembrava non finire mai. Eterno ed infinito come la sua stanchezza.
Richiuse gli occhi e si addormentò. Un sonno breve il suo.
"Buttatevi in acqua, presto, buttatevi", le donne gridavano, i bambini piangevano, alcuni chiedevano pietà , altri dicevano di non sapere nuotare, ci furono urla e strepiti, orrore e disperazione. L’acqua era fredda ed il mare spaventoso. Gli scafisti continuavano a gridare "buttatevi, buttatevi, altrimenti vi riporteremo indietro". Aziz si buttò in acqua e il mare si richiuse sopra di lui, scese giù, sempre più giù, verso l'inferno, un inferno nero e glaciale, un inferno di morte. Fatima, Fatima. Fatima dai lunghi e lucidi capelli, Fatima e suoi occhi neri grandi e luminosi. Fatima mia dolce sposa. Fatima amore mio, dammi la mano. Fatima e poi più niente.
- Eccolo, laggiù ce n’è un altro!
- Dov’è? dove l’hai visto… non riesco a vederlo!
- Laggiù, dirigiti verso destra.
- Ce l’ho, l’ho visto, tiriamolo fuori.
- Troppo tardi, anche questo è andato.
- No, no, è ancora vivo, presto, facciamo presto, respira ancora, è vivo.
Aziz aprì gli occhi, l’immagine irreale di Fatima era svanita. Si guardò attorno turbato da quel sogno, guardò la sua sposa dormire tranquilla accanto a lui. Uscì fuori, albeggiava. Fece le abluzioni di purificazione, si rivolse verso la Mecca e rese lode a Dio. Al Dio degli scafisti che è il Dio dei soccorritori, il Dio dei disperati come lui, il Dio di tutti gli uomini.
Antonella Pizzo (marzo 2003)
Ultimo aggiornamento al 29/07/04
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