Sorprendente. Siamo di nuovo qui a festeggiare [a ricordare] il Natale e a raccontarci cosa significa per noi, ma anche  ciò che vorremmo fosse. Ormai sono tanti anni che preparo questa pagina e ho scritto tante volte che l'anno che stava finendo era stato un anno difficile, per noi e per il mondo nella sua globalità. Quest'anno non posso scrivere parole diverse; anche il 2009 è stato un anno grave e greve, un anno che ha portato tante cose non belle.

Allora, non parliamo di cose brutte; le cose negative sono capaci tutti a raccontarle. Raccontiamoci le cose belle. Scriviamo una lista: dicono che sia molto di moda compilare liste.

Inizio con la mia lista di cose da salvare del 2009:

  • Lo speciale dedicato a Roberto Saviano di due giorni fa (oggi mentre scrivo è il 13 novembre)

  • La fiera del libro di Torino. quest'anno l'ho gradita particolarmente. Ho guardato i libri, le copertine, gli autori scelti dalle case editrici, la carta, tutto. E poi ero in compagnia. Ottima compagnia. 

  • La conoscenza di (quante?) alcune persone prima conosciute sul web. 

  • La scoperta di nuovi modi di comunicare, con parole miste ad altre forme artistiche.

  • Un viaggio a Bali fatto a febbraio. In-di-men-ti-ca-bi-le.

  • La presentazione a Guastalla e le serate alla biblioteca di Castenaso. Emozionanti.

  • Gli ultimi eventi del mese di novembre. Tutti, nessuno escluso. "Sconosciuti" e conoscenze (chi vuole intendere, intenda) 

  • Ma, forse, la cosa più importante da salvare in questo 2009 è la voglia di realizzare questa pagina di Natale che per molti ha poco senso e magari zero utilità, ma... credo che finché si riesce a pensare e a fare cose all'apparenza "inutili" sia segno di fertilità della mente e di voglia di giocare, di prendersi in giro. Alla prossima! 

Morena Fanti

E AUGURI A TUTTI!

 

 

 

 

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I soliti ignari

 

Si accucciano

a schivare

la guancia offerta in sfida.

 

Si accalcano

a gridare

la loro utile resa.

 

Si accostano

al miracolo

zelanti nel diniego.

 

Versano lacrime

per gli zampognari,

abili il nato scansano,

ancora, i soliti ignari.

 

Anna Maria Curci

Roma, 14 novembre 2009

 

ascolta la versione audio nelle due lingue

 

Die üblichen Unwissenden

 

Sie hocken sich nieder

der Backe zum Ausweichen,

die herausfordernd dargeboten wird.

 

Sie drängen sich zusammen,

in alle Welt posaunen sie

ihr nützliches Aufgeben.

 

Sie nähern sich

dem Wunder an,

eifrig in der Ablehnung.

 

Tränen gießen sie ja

für die Dudelsackpfeifer,

geschickt weichen sie noch

dem Kind aus, die üblichen Unwissenden.

 

Anna Maria Curci

Rom, 14. November 2009

 

 

 
 
 
 

 
 

 

 

 

 

Procrastinare. A che pro?

 

“E’ inutile che procrastini, mio caro. Stasera esci un po’ prima dal lavoro e ti tocca!”
Cryshler se lo ripeteva già da un po’ di giorni tutte le mattine. “Stasera lo faccio.” Si rispose come al solito.

Poco prima che giungesse il momento si ritrovò con lo stesso incubo di sempre. Di lì a poco si sarebbe immerso nella folla, tra le vetrine indorate, poggando nel rito collettivo dei regali.
Si vide come in un film già girato, aggirarsi tra le bancarelle del centro tra i luccichii colorati avvinghiati agli abeti sradicati, inutili e sfavillanti. Si vide scantonare mendicanti che si danno daffare per cogliere i frutti di quei pochi giorni di buonismo stagionale. Tra lo scintillio dei pacchetti e il trictrac delle carte di credito.

Cryshler fece un respiro profondo per trovare il coraggio, ma con l’aria gli uscì fuori anche l’amaro dell’ineluttabile. Gli auguri, le cene dei colleghi, i saluti, i presepi. Le vecchie zie. I regali riciclati e i cartocci dei rosticcieri indaffarati. Lo strafogarsi fino all’ingozzo. L’odore di pesce, di arrosti e quello della tombola. I tappi di spumante proiettili vaganti. Le strida dei bambini, delle loro bambole e dei loro tecnoregali nel sottofondo di tintinnii di musiche, zampogne e brusii. In tivù veline travestite da babboMaiale che presentano film sentimental-mielo-zuccherosi mentre nelle case si celano gli struggimenti di segreti amanti separati dalle feste, ognuno nella prigione della propria famiglia. Tra gli zii Pini, poveri zii, che si travestono con maschere rosse e barbe bianche per i bambini che non ci cascano. E i pini, poveri alberi, travestiti da pagliacci.

“Lo faccio domani.” Concluse Cryshler per l’ennesima volta! Ma per quanto procrastinasse, come tutti gli anni, non c’era modo di evitare il CarNatale.

 

[zop]

 

 
 
 
 

 
 

 

 
 

"Confessione"

La neve vista
solo una volta.
Una voce
amata
e suoni evanescenti,
tra presepi di carta
mai finiti.
Il brusìo
di bimbi cresciuti
mentre sognavo
l'Amore.
Credetemi,
se mi rimanesse altro
del Natale
ve ne parlerei.


Carlo Bramanti

 
 
 
 

 
 

 

 

 

 

BIANCO NATALE

Nella notte di Natale di tanti anni fa dormivo con quattro miei compagni in una piccola dimora sul pianeta Marte.

Era il mio primo Natale lontano dalla Terra. Avevamo brindato con dell’ottimo champagne, e sull’alberello erano stati appesi alcuni modellini luccicanti di vecchie astronavi e delle stelle bianche di carta velina. Anche su Marte provai la stessa tristezza di tante notti natalizie trascorse sulla Terra. Mi addormentai con negli occhi ancora una di quelle stelle infantili di carta.

Un rumore ripetuto spezzò un mio confuso sogno d’una rossa sera estiva in un villaggio marino. Bussavano, graffiavano sul metallo della piccola porta d’ingresso della nostra cupola, della nostra abitazione extraterrestre.

Gli altri compagni avevano il sonno più pesante del mio, e non si svegliarono. Io mi alzai stordito. Sapevo già, dallo stridore delle grosse unghie sul metallo, chi avrei trovato all’esterno della cupola. Indossai lo scafandro leggero, diedi l’impulso d’apertura della prima porta, che si richiuse alle mie spalle, poi anche la seconda porta – quella esterna - si aprì, e incontrai lui.

Gli ultimi marziani sopravvissuti (non più di duecento) si erano ridotti in uno stato miserevole, e non di rado giungevano nella nostra base per chiedere cibo liofilizzato o qualche aggeggio elettronico, perfino non funzionante, utile per distrarli un po’ dalla condizione penosa in cui erano precipitati.

La colpa era anche nostra, dei terrestri intendo, e chiunque di noi lo sapeva, seppure un certo rimorso ci faceva evitare di parlarne. Era successo quasi come in America. Su Marte l’intero sporco lavoro l’avevano fatto un paio di virus terrestri, non era stato necessario usare una sola arma per sterminare i marziani. Nel giro di poche settimane, dopo il primo contatto con uno di loro nella cupola, senza scafandro, l’epidemia si era diffusa su tutto il pianeta con una velocità inimmaginabile. I sopravvissuti vagavano smarriti in alcune regioni di Marte. Talvolta bussavano alla nostra porta.

"Cosa vuoi?" dissi, sintonizzando il mio linguaggio con il suo. Era nudo. Gli unghioni sporchi di terra avevano lasciato una striscia scura sul metallo lucido della porta.

"Ho saputo che questa notte avete festeggiato qualcuno qui. Chi?"

"Le notizie volano," dissi. "Meglio delle nostre astronavi, che cadono a pezzi."

"Ho incontrato un tuo amico oggi," disse. Cercò di ricordare un nome, ci riuscì quasi, storpiando il nome d’uno dei miei compagni, il più chiacchierone appunto. "Mi ha spiegato qualcosa, ma non ho ben capito. Chi avete festeggiato?" chiese nuovamente.

"Abbiamo festeggiato la nascita d’un uomo importantissimo per molti terrestri. Si chiama Gesù."

"Ge-ssù," ripeté malamente il marziano, cercando di imparare quel nome, come un bambino, muovendo più volte le grandi labbra prominenti e affusolate.

"Vuoi entrare?" dissi, conoscendo già la risposta.

"Oh, sì, grazie." Pronunciò velocemente quella frase, quasi temendo che mi rimangiassi l’invito. Si infilò subito nella cupola, caracollando ampiamente. Era adesso felice, d’una felicità infantile. Col tempo avevo imparato a riconoscere un sorriso tra tutte quelle pieghe del viso marziano.

Si guardava attorno, toccava, annusava, dovunque, eccitato dalle molte cose che non aveva mai visto. Poi rimase incantato davanti al nostro piccolo albero di Natale, una cosa proprio modesta a ricordare i ricchi e meravigliosi addobbi, e le lucine colorate degli abeti, quelli veri, che rallegravano le nostre case terrestri.

Avvicinò la mano ad una stella bianca di carta velina. Mormorò una parola appena percettibile:

"Bianco…"

I marziani, prima del nostro arrivo, non conoscevano il colore bianco. Le prime volte, quando vedevo le loro facce esterrefatte, immobilizzate nello stupore, o addirittura spaventate dal colore bianco, venivo quasi risucchiato da quelle intensissime emozioni. Poi, come capita normalmente, ci feci l’abitudine. Ma non proprio del tutto.

"Posso toccare?" mi chiese il marziano, titubante.

"Sì, sì," affermai sorridendo. "Puoi anche prenderla, la stella, se vuoi. Te la regalo."

Spalancò la bocca e protese rapidamente la mano, nel tentativo di staccare la stella. Ma i suoi unghioni rischiavano di distruggere la carta delicata.

"Aspetta," dissi. Spezzai il sottilissimo filo di cotone che legava all’alberello la stella, la staccai con cautela per non strapparla, e finalmente, con un gesto molto lento, donai il piccolo astro bianco al marziano.

"Buon Natale," dissi.

"Buon Na-ttale," pronunciò il marziano, guardando ad occhi spalancati la stella leggerissima deposta nella sua mano grinzosa. Un sorriso vasto faceva ondeggiare lievemente tutte le pieghe del suo incantevole viso.

Subhaga Gaetano Failla

 

 
 
 
 

 
 

 

 
 

Tu    

Si fici mattula

lu celu di dicembri

pi scumpagnari

cu zotti di silenziu

li toi passi.

 

 

E tu

fusti rigulizia

alaò di ciaramedda

basula

pi junciri

‘n-pizzu a la muntagna

cu crivu di tè

e viscotti.

Marco Scalabrino

 

 

Si fece bambagia / il cielo di dicembre / per scompagnare /

con sferzate di silenzio / i tuoi passi. / E tu / fosti liquirizia /

nenia di cornamusa / basola / per raggiungere / la cima della montagna /

con staccio di tè / e biscotti.  

 

 
 
 
 

 
 

 

 

Il treno del Paradiso

 

La bambina alla vista del treno sgranò i grandi occhi azzurri. Rimase col fiato sospeso per lo stupore. Mai visto nulla di simile. Ma cosa ci faceva quel treno tutto colorato alla stazione? Bello! Sembrava un treno magico. Un enorme giocattolo. Il treno dei desideri. Ogni carrozza aveva un colore diverso: giallo, azzurro, viola, arancione. Era straordinario! Semplicemente straordinario!!!. E poi lucido, nuovo di zecca, con rivestimenti finissimi. Dava un senso di sicurezza. La piccola Vanessa si asciugò le lacrime e finalmente sorrise, nonostante il dolore che provava dentro il petto. C'era molta nebbia quel giorno e la stazione era deserta. Provò l'irrefrenabile impulso di salire sul treno. Si chiese come c' era arrivata da sola alla stazione. E dove erano la mamma e il papà?

Si guardò intorno sconsolata. Le ritornò la voglia di piangere. E quel dolore al petto che non smetteva di tormentarla. Vagò ancora con lo sguardo. Cominciava a sentire freddo. I suoi occhi si fissarono sul treno e si rese conto che la stava aspettando. Sì, era lì per lei. Non c'era un motivo preciso che glielo facesse credere. Lo sentì e basta, come una premonizione. Quel treno meraviglioso, che sembrava un serpentone mansueto, era un regalo. Un regalo destinato a lei.

Doveva fare il biglietto e salire, senza alcuna esitazione.

Controllò nella tasca, aveva solo pochi spiccioli, i soldi della merenda che la mamma quella mattina le aveva dato per andare a scuola. Già, ma perché non c'era andata, quella mattina, a scuola? E come mai si trovava invece alla stazione? Non riusciva a ricordare.

Si avviò verso l'ufficio del capo stazione, determinata a fare il biglietto. Dovette alzarsi in punta di piedi per guardarlo negli occhi: era un uomo particolare con una gran barba bianca che gli arrivava sul pancione prominente, e i capelli lunghi e lanosi gli scendevano fino alle spalle. "Sei tu il capo stazione?" chiese Vanessa, trattenendo una risata. L'uomo sollevò la testa dalle sue scartoffie, la osservò con una grande tristezza, una tristezza secolare, accumulata giorno dopo giorno, pena dopo pena. "Sì, sono io. E tu sei la piccola Vanessa. Perché ridi di nascosto?".

"Perché sei tutto bianco! Sembri un orso. Sembri babbo Natale. Ma come fai a conoscere il mio nome? Mi stavi aspettando?".

"Sì, ti stavo aspettando".

"Voglio comprare il biglietto e salire sul treno. Ecco, ti do tutti i miei soldi". Frugò nella tasca.

"Non occorrono soldi per salire sul treno. Vai pure, manchi solo tu per partire". E si tastò i lunghi peli della barba. Provava una grande amarezza, per la bambina, per se stesso e il lavoro ingrato cui lo avevano destinato. "Vai pure Vanessa, troverai altri bambini sul treno. Andrete in un posto bellissimo ".

"Ma la mia mamma, il papà?"

"Stai tranquilla, loro sanno già".

La bambina si avviò felice.

L'uomo ritornò con la mente a quanto era successo quella mattina:il boato, la nuvola di polvere, le macerie, i corpi martoriati, e provò un brivido di orrore.

Scosse la testa, sospirò e infine chiamò due inservienti: "Accompagnatela fino alla carrozza rosa, e nascondete le ali, non vorrei si spaventasse".

 

Salvo Zappulla

 

 
 
 
 
 

 
 

 

 
 

Neve

Neve
che scendi
lieve,
goccia a
goccia,
con uno sbuffo
di stantuffo -

un fiore
rosso
sboccia
sulle vene -

neve,
che il mio cuore
beve
mentre tutto tace
(è Natale,
caro silenzio,
ma quest'anno
non mi farai
del male)

tu
bianca
dai la pace
alla mia carcassa
stanca
perché
non è l'amore
che mi manca,
ma la giusta inclinazione
verso ciò che

passa.

Paolo Zardi

 

 
 
 
 

 
 

 

 

 

"19 agosto"

 

E’ dall’anno 2015 che non si festeggia il Natale: da quando tutte le confessioni cristiane hanno preso atto della scoperta del papiro d’epoca augustea, che data la nascita di Cristo il 19 agosto. Non si poteva più pretendere che gli studenti, terminato l’anno scolastico, s’interessassero ad una festa alla quale non si associava nemmeno un giorno di vacanza. Così pure per i lavoratori, in piene ferie estive. Gli stessi sacerdoti poi, quasi tutti a godersi un breve periodo di riposo, non sarebbero stati disponibili a provvedere alle numerose funzioni religiose del periodo Natalizio. Senza parlare di un altro aspetto della festa: chi potrebbe acquistare un regalo qualsiasi se tutti i negozi espongono il cartello "chiuso per ferie"? E chi avrebbe il coraggio di trangugiare tacchino e panettone sotto la canicola agostana? Così, i Ministeri dell’Istruzione dei paesi occidentali hanno sostituito il periodo di vacanze natalizie con sei giorni di pausa scolastica, perché gli studenti possano usufruire della "settimana bianca"; ai lavoratori spettano tre giorni di "festività soppresse" da utilizzare durante l’anno, e la Chiesa cattolica, ha intitolato la prima domenica successiva al 19 agosto: "Giornata dei diritti del neonato". Solo noi anziani, ancora legati malinconicamente alle tradizioni, la sera del 24 dicembre, ci riuniamo nelle sale del Bingo e a mezzanotte chiediamo che venga suonata la canzone Stille Nacht. E qualcuno si porta in tasca una statuetta di un bambinello seminudo, per mostrarlo furtivamente ai più giovani, proprio come si farebbe con un oggetto appena rubato.

 

Margaret Collina 

 

 

 

 
 
 
 

 
 

 

 
 

NATALE


Non mi soffermo alle vetrine

di presepi e girandole d'abeti

vado per la mia via

sognando di bambini nelle case

sempre d'amore adorne e

d'allegria pervase. Ed alfabeti

e lumi porterei

in regalo giustizia ed abbondanza

tocco di gioia alle madri

il tempo giusto ai padri

di giocare

senza essere oberati di lavoro

e vita agra.

Sarebbe questo il dono che farei:

più Tempo

vera stella cometa d'un Messia

che porti pace e Amore

a illuminare il mondo.


Cristina Bove

 
 
 
 

 
 

 

 

 

La prima neve

 

 

La prima volta che vidi la neve avevo dieci anni.

Era l’alba del 25 dicembre di tanti anni fa, e io ero stato sveglio forse per tutta la notte. Non mi era mai capitato di starmene da solo in una cameretta, e l’assenza di altri respiri, e la presenza di quegli odori per me sconosciuti, e perfino il buio, che sembrava avere un colore diverso da quello cui ero abituato, mi terrorizzavano. Me ne stavo fermo fermo sotto quella sorta di sacco riempito di piume, mentre le lacrime che avevo trattenuto per giorni e giorni mi rigavano le guance. Ogni tanto la porta si apriva e allora bloccavo il respiro e ricominciavo a respirare solo quando mia madre, dopo essersi chinata su di me e avermi fatto una carezza sui capelli, usciva dalla stanza.

Mia madre. Ma allora non la associavo ancora alla parola madre, quella donna con i capelli rossi apparsa qualche mese prima nella mia vita. Madre, mama, per me era Ameena. Ma lei, come i miei due fratelli, come la mia sorellina Irat, come babu, mio padre, erano stati spazzati via da un’onda enorme, sei anni prima. E tanti altri, con loro. Di un intero villaggio ci eravamo salvati in tre. E le suore dell’orfanotrofio di Tangalle per sei anni mi avevano chiamato il piccolo miracolato.

Dello tsunami ricordavo niente. Della famiglia sì, ricordavo gli odori, sembrava mi fossero rimasti dentro le narici, e da lì si espandessero dentro di me, per confortarmi: l’odore di curry che usciva dalle pieghe del sari della mamma, e quello di pesce essiccato che impregnava la pelle di mio padre, l’odore di terra che si portavano sempre addosso i miei fratelli quando rientravano dopo i giochi sulla riva del fiume che scorreva dietro la nostra casa. La nostra casa fra le due acque: limacciosa quella del fiume, e con tutte le sfumature dell’azzurro quella dell’oceano.

Ma quella notte, la mia prima notte in Italia, gli odori del cuore erano spariti, sostituiti da altri, che erano acidi, senza nome, paurosi. Erano gli odori delle cose sconosciute, come sconosciuto era l’odore dell’aereo che mi aveva portato fino a lì, e prima ancora l’odore della stanza d’albergo di Colombo dove avevo passato la mia ultima notte in Sri Lanka. La donna con i capelli rossi e l’uomo che era con lei, il marito, anche loro avevano un odore che non conoscevo. Estraneo a tutto quello che avevo vissuto fino a quel momento.

"Sei un bambino fortunato", mi aveva detto suor Mary. "Questi signori italiani vogliono che tu vada a vivere con loro. Ti vogliono come figlio, diventerai il loro bambino. "

Ma in quella notte, in quella notte che le suore mi avevano insegnato fosse la Notte Santa, io non mi sentivo fortunato.

Mi mancavano i miei compagni, ragazzini senza famiglia come me, mi mancavano le suore che avevano sostituito mia madre nel darmi affetto e rimproveri e che come lei odoravano di curry. Mi mancava l’odore della mia terra. Forse, anche se era un pensiero che data la mia giovane età non riuscivo a concretizzare, non sapevo più chi ero.

Suor Mary mi aveva insegnato qualche parola d’italiano: mamma, papà, buongiorno, buon Natale…

Ma io, da quando, due giorni prima, avevo lasciato l’orfanotrofio, non avevo più parlato.

 

Forse mi addormentai, alla fine di quella lunga notte. Quando riaprii gli occhi una stranissima luce bianca stava schiarendo il buio della stanza. E avvertii anche un silenzio particolare, come se tutto, intorno, fosse avvolto da bende.

Mi alzai e a piedi nudi mi diressi alla porta-finestra. Scostai le tende e…

Centinaia, migliaia di piume bianche stavano scendendo dal cielo. Danzavano davanti ai miei occhi, poi si posavano sugli alberi e sul vialetto del giardino, e sulle aiuole, e sul muretto che separava il giardino dalla strada. Tutto era nascosto sotto una coperta candida, e brillava, quella coperta, come se fosse intessuta di piccole gemme di cristallo.

E io stavo lì, con il naso schiacciato contro i vetri, e mi venne in mente la parola miracolo, e pensai che mai avevo visto una cosa così bella. E sentii qualcosa, dentro, che si allentava, un peso che usciva e uscendo mi rendeva leggero, mi faceva ritornare il bambino che ero stato fino a qualche giorno prima. Aprii la finestra. Fu allora che sentii l’odore. Un odore nuovo, anche quello, ma che era fresco, come quello delle lenzuola stese nel cortile dell’orfanotrofio quando c’era vento. Era un odore buono. Un odore del cuore. Era un buon odore.

 

Una mano mi si posò sulla spalla. Una voce dolce mi disse:

"Vieni, piccolo, non prendere freddo. "

Mi girai e,

" Buon Natale, mamma", dissi.

 

Sono passati trent’anni, da allora. Un’altra notte Santa, questa che mi vede serenamente insonne.

Mia moglie dorme tranquilla accanto a me. Nella stanza accanto nostro figlio sta intessendo la notte di sogni.

Mancano poche ore all’alba e poi sarà Natale. E io, come ogni anno, mi ritrovo a pregare che mille piume bianche scendano dal cielo.

 

Bologna, 9/10 dicembre 2008

 

Milvia Comastri

 

 
 
 
 

 
 

 

 
 

Congelati


siamo seduti
sugli scalini di piazza Cavour

un corrierame di gente
si contorce per le vie del centro

già si è aperta la caccia
a qualcosa d'inutile ma che assomigli

i piccioni sulla fontana della pigna
ci studiano e il Natale ci sbrina i visi

 

 

Vincenzo Celli

 

 

 
 
 
 

 
 

 

 
 

Un lungo anno

C’era una volta Babbo Natale.
Poi accaddero diversi pasticci e a pasticciare furono gli uomini.
Non si seppe bene quando cominciò, forse da quando cominciò l’esistenza degli uomini. Di sicuro, ci fu un periodo di discreto benessere, di progresso tecnologico, accompagnato purtroppo da molti episodi bellici, sparsi per il mondo, contrassegnato da un egoismo sempre crescente, da un individualismo ai limiti della decenza: ognuno pensava per sé e nessuno si curava degli altri. Via via che gli anni trascorrevano il cuore degli uomini inaridiva.
I bambini erano sempre più selvaggi, arroganti e prepotenti. Come gli adulti, né più, né meno.
C’erano quelli che morivano di fame? S’arrangiassero. Quelli che stavano male? S’arrangiassero! Quelli che chiedevano solo una parola di conforto: s’arrangiassero …
Così, un Natale a cui era rimasto solo il nome , perché nessuno aveva più tempo per festeggiare la nascita del Bambino Gesù e tutti preferivano divertirsi, abbuffarsi e scambiarsi doni senza la tenerezza dello scambio, Babbo Natale decise di non mettersi in viaggio con le sue renne.
Mentre lui se ne stava sconsolato al Polo Nord, circondato da elfi e gnomi e una gran quantità di giochi, sulla Terra nessuno si accorse del mancato passaggio di Babbo Natale. Nessuno ricordò che millenni prima nacque il Salvatore.
La misura fu colma.
Quell’anno nuovo, cominciò con abbondanti nevicate, così abbondanti che molti paesi restarono isolati. Poi arrivò un freddo polare che gelò tutte le tubature. Saltarono le comunicazioni. Non partirono gli aerei per molti giorni. Niente rifornimenti, perché anche i treni non riuscirono a viaggiare, per non parlare degli automezzi. Tutto bloccato. Nei supermercati cominciò a scarseggiare il cibo e così era in tutto il mondo. Le armi non arrivarono dove c’erano le guerre e non si poté più combattere. Arrivò la primavera, ma il gelo rimase. Non fiorirono i fiori. In compenso, arrivarono altre nevicate a complicare la situazione già abbondantemente critica.
Alle porte di quella che una volta era chiamata estate, arrivò una gelata tremenda. I carburanti di ogni genere terminarono e la gente, tutta la gente, ebbe freddo, fame e sete.
Per scaldarsi cominciarono a stare vicini, in gruppo, abbracciati. Per scaldarsi batterono mani e piedi tutti insieme. Per scacciare la malinconia di quei tempi difficili, cantarono. Piano piano riscoprirono il piacere di fare gruppo e di condividere il cibo e gli affanni.
Passò l’estate , arrivò l’autunno. Molti morirono. I più anziani, i piccoli più delicati, i più ammalati. Molte lacrime furono versate. Ogni cuore riscoprì il dolore e, allo stesso momento, riscoprì l’amore per il prossimo. Ogni cuore si rese conto di quanto l’umanità si fosse persa. Ogni cuore si rivolse al proprio Dio e ognuno riprese a pregare le proprie preghiere.
Arrivò l’inverno e tutti temettero di morire, perché se aveva fatto così freddo fino ad allora, che freddo mai li avrebbe avvolti quell’anno?
Ma l’amore è miracoloso, anche se loro ancora non lo sapevano.
Quell’anno non ci fu denaro per festeggiare il Natale, niente tavole imbandite. Poche patate, fatte crescere in simil-serre con degli espedienti, erano il pasto da dividere con gli altri. Quell’anno si radunarono attorno a quel poco di fuoco che erano riusciti a procurarsi e si augurarono Buon Natale. Poi, a mezzanotte, cercarono di raggiungere le loro chiese. Ricordarono che millenni prima, un Bimbo nacque e fu chiamato Gesù, il Salvatore. Si strinsero attorno a quella culla di paglia dove giaceva la statua di un bimbo. Molti compresero e piansero. Piansero sulle proprie disgrazie, su quel nulla che essi stessi avevano creato.
Qualcuno, all’improvviso, si ricordò anche di Babbo Natale e ne parlò agli altri. Fu come se si fosse accesa una lampadina a far luce sulla loro memoria assopita e si ricordarono che l’anno prima il caro vecchietto non si era presentato al consueto appuntamento. La voce si sparse: che fosse accaduto qualcosa a Babbo Natale?
Un anno! Un anno intero ci impiegarono! Nessuno pensava ai doni, ma piuttosto si preoccupava della salute di Babbo Natale.
Lui, dal Polo Nord, guardava quel popolo di umanità, davvero risorto a nuova vita. Un po’ contrariato perché avevano compreso dopo così tanto tempo, ma … meglio tardi che mai! Si erano accorti della sua assenza e se ne stavano preoccupando.
D’acchito li avrebbe lasciati così, a soffrire al freddo, ma si sa: Babbo Natale ha un cuore grande e, mosso a compassione, caricò alla svelta la slitta e via, con le sue adorate renne.
Davvero, nessuno lo vide, però i pacchi caddero sulla neve. Giochi, dolci, legna da ardere, stufette… e giù doni a non finire. La gioia contagiò tutti quanti e l’amore fu così tanto e sincero che lentamente cominciarono a sentire meno freddo.
Una donna se ne accorse dopo poco e chiese ad una vicina se anche lei avvertiva meno freddo. Eh, si: le mani non erano più così congelate. Abbracciandosi, saltarono dalla gioia!
In un attimo, tutti erano abbracciati e tutti ridevano contenti.
Quello fu il più bel Natale che vissero, perché nonostante gli stenti, i loro cuori erano colmi d’amore come non lo erano mai stati.
Capirono che i beni materiali hanno poca importanza, soprattutto se non possono essere condivisi e che il benessere è dato dall’amore, che rende la vita vera.
Capirono che senza l’amore divino, l’uomo non è nulla.
Da quel Natale e per ogni Natale, festeggiarono l’amore ritrovato e per generazioni e generazioni tramandarono il racconto di quell’esperienza.
E Babbo Natale, non saltò più un Natale!

 

 

Claudia Giacopelli

 

 

 

 
 
 
 

 
 

 

 
 

 

 

In cammino

 

La Fede

è un dono che inizia

laddove termina

la smania di comprendere,

nell’insondabilità

della Ragione

che non sa

oltre capire.

 

La ricerca di Dio

è un lungo percorso

che origina nel mistero

della Notte Santa,

permeato da sempre

nel sì di una Vergine

e nel tenero sguardo

di Gesù fatto bambino.

 

Roberto Barbato

 

 
 
 
 

 
 

 

 

 

La migliore difesa

 

 

L'ho visto mentre stavo rientrando. Lui non se n'è accorto perché le fronde dell’olivo mi nascondevano. Il lampione del vicino invece, illuminava bene la sua sagoma.
Stavo tornando dalla casa di Matteo. Anche se i nostri rapporti si sono ormai raffreddati, ogni tanto vado a fare una visita, i suoi mi trattano sempre bene. Lo so, non dovrei andarmene in giro da sola quando fa così buio.
"Sei troppo giovane per trovarti il moroso" mi dicono.
Ma quale giovane! La mia amica Vanna ha già avuto numerose storie e nessuno dice niente.
"C'è scuro, le macchine non ti vedono!"
E per forza, io cammino rasente al muro, mica sono così stupida da camminare in mezzo alla strada.
Però è vero, fino a qualche anno fa in questa via c'erano i bambini che giocavano a pallone e solo i residenti passavano con le auto. Adesso i bambini non giocano più e c'è sempre qualcuno che deve sfogare la propria rabbia premendo sull'acceleratore.
Tuttavia questa sera non c'era nessuno per la strada, erano tutti in quel grosso edificio a cantare, pregare e farsi caldo a vicenda.
Io, come dicevo, l'ho visto mentre stavo entrando in giardino. Lui era in fondo, dietro la rete e coperto dalla siepe di bosso. Con un'agilità non comune ha saltato la rete, proprio in quel punto dove qualche mese fa un ladro frettoloso e forse maldestro aveva tranciato le maglie di metallo. Poi, a passi lenti si è diretto verso la porta sul retro.
Che fare? Potevo stargli dietro e attaccarlo alle spalle ma di sicuro non ce l'avrei fatta. Mi avrebbe atterrato o sbattuta contro la parete,come fece una sera d'estate e io non lo dissi a nessuno per la paura.
Sono rimasta sul davanti della casa, incerta sul da farsi. Almeno lì c'era un po' di luce, era rassicurante.
Quando suonarono le campane mi spaventai perché erano una cosa inconsueta. Voglio dire: quando mai si suonano le campane così a lungo e di notte?
"Deve essere giorno di festa" pensai, " e se non sto attenta la festa me la fa lui".
Ormai erano trascorsi un paio di minuti, doveva già essersene andato e quindi andai sul retro a vedere.
No, era ancora lì, vicino alla porta, con il muso affondato nella ciotola dei croccantini.
Gli passai vicino, lui spalancò la bocca, inarcò la schiena, cominciò a pomparsi così tanto che sembrava un’anguria.
Un tempo avrei reagito, mi sarei gonfiata come una rana, forse avrei anche sfoderato gli artigli e gli sarei saltata addosso. In genere succede così, chi attacca vince, soprattutto se gioca in casa.
Non feci tutto questo. E per cosa poi, per una ciotola di mangime? Qualche volta la migliore difesa non è l’attacco e neppure la fuga. Bisogna spiazzare l’avversario con qualcosa di inconsueto e così gli dissi:
"Stai tranquillo, mangia e stai zitto, ce n'è per tutti e due".
Ne aveva veramente bisogno, non era più quello di una volta, sembrava dimagrito di qualche chilo. A dire il vero mi faceva anche pena.
"Grazie...crunk...sei gentile, crunk..." bofonchiò.
"Mmm... crunck...di niente".
Gli ho lasciato finire tutti i croccantini e sono andata nella mia cuccia, rintanandomi sotto una vecchia coperta.
Lui, dopo aver sgranocchiato l'ultimo pezzetto si è guardato in giro, ha fiutato l'aria, un primo fiocco di neve si è posato sul suo muso.
"Che fai? Vieni qui, no?" ho dovuto dirgli.
Si è avvicinato un po’ timoroso, ha saggiato con le zampe le pieghe della coperta e poi, con uno sbuffo si è messo comodo.
"Buon Natale" mi ha detto facendosi spazio.
E così, questa vigilia l’ho trascorsa per la prima volta in compagnia, sotto una coperta ruvida ma riscaldata dal pelo di Tom. Quello stupido gatto che una volta mi aveva aggredita.
Ma noi gatte non serbiamo rancore. Per lo meno a Natale.

Paolo Perlini

 

 
 
 
 

 
 

 

 

Camminare insieme

 

 

L’altro ieri, sarà stato il 20 dicembre, ero seduto nell’autobus che mi porta a casa, e chi ti vedo? Un caro vecchio amico che non vedevo da tanto tempo, mi avvicino, gli do un tocchettino sulla spalla e gli faccio: " Ciao Nino, che combinazione, come stai?" Lui si gira, mi guarda, inarca la sopracciglia e, tirandosi un po’ indietro, mi dice: " Scusi, come sa il mio nome?" "Ma come" gli dico… "non ti ricordi di me?" Sono Archimede, eravamo a scuola insieme e tu mi aiutavi sempre a fare i compiti,,, " "eri così bravo…!"

"Ah si" mi risponde… " boh, può darsi… ma, sei sicuro? Guarda che non ricordo la tua faccia ed io non dimentico facilmente le facce… " "Ma si", incalzo io… " eravamo seduti allo stesso banco e tante volte mi hai anche salvato dalle interrogazioni ed io, in compenso, ti scrivevo le lettere per la tua morosina… che mi sembra si chiamasse Sarina… si, Sarina Calderoni… che bella ragazza che era… "

Ancora indeciso, continua a guardarmi e due piccolissime lacrime gli spuntano negli occhi.
Mi prende il braccio, continua a guardarmi senza dire nulla e poi: " Sai" mi dice, " mi sono successe tante cose in quest’ultimi anni, non ricordo più bene chi ero, ho dei vuoti improvvisi e infatti, alle volte perdo anche la strada di casa mia… "
Intanto, fuori dai finestrini, le luci natalizie sfolgoravano di mille colori.

Mi commuove sentirlo parlare in quel modo, gli metto la mano sulla spalla e: " ma no, non preoccuparti, anch’io sai… prima guardandoti non riuscivo a capire chi fossi veramente e allora sai, ho escogitato un sistema… porto con me una piccola agendina, con tutti i nomi delle persone che ho conosciuto, la guardo, sbircio il probabile che mi sta davanti e mi tuffo a pesce, sperando che sia quello giusto… "

Lui mi guarda, sorride un po’ e, tirando fuori dalla tasca un fogliettino assai malandato, mi dice: " Scrivimi qui il tuo nome, così la prossima volta anch’io ti riconosco… " e mentre lo diceva, stringe la sua mano sul mio braccio, come per dirmi qualcos’altro ma…

In quel mentre, l’autobus si ferma, l’autista grida il nome della fermata e allora lui mi riprende il foglietto e guardando ciò che c’era scritto, mi fa: "Scusa, sono arrivato, grazie per le tue gentilezze, è stato un piacere averti rivisto… " Scende di corsa e s’incammina senza girarsi.

Mannaggia, che giornata!

Durante tutto il tragitto ho pensato sempre al mio amico Nino, a come era cambiato.
Mi aveva fatto tenerezza, sembrava così indifeso, quasi fosse nudo in mezzo a tanta gente… mannaggia, come era cambiato…

Eh, gli anni passano. Noi cambiamo. L'unica cosa che non cambia è il Natale.

 

f.to.: vostro nonno Archimede, un tempo detto anche Archi…

 

 

Arthur

 

 
 
 
 

 
 

 

 
 

Natale per tutti

 

Scivolano gli anni, uno dopo l’altro,

percorro gli eventi di ogni mese,

cercando di metterli in fila,

ed è già Natale.

Sul davanzale della finestra,

i primi fiocchi di neve

si rimboccano le coperte

accoccolati l’un l’altro.

Osservo il piccolo albero,

che di verde ha rimasto

solo le piccole luci.

Vanno ad intermittenza

proprio come il mondo di oggi.

Chino lo sguardo, vedo un pacco,

incartato distrattamente,

un biglietto accartocciato,

umido, stanco.

 

In questo biglietto troverai le lacrime

di chi nulla ha avuto, o a cui troppo hanno tolto.

sfiorale ad una ad una,

e chiedi il tuo prossimo regalo.

 

Ingessato dal mio respiro,

con gli occhi pieni di pianto

sussurro parole al vento:

Porta serenità ai cuori,

colma i vuoti che ognuno di noi

prova dentro, ascolta e risana

le lacrime di quanti ne hanno

già versate.

Questo vorrei,

che fosse Natale per tutti.

 

©Guido Passini

 

 
 
 
 

 
 

 

 

 

 

L’ultimo dono di Martina

 

 

Era capitata lì, dopo tanto tempo.

Si era guardata intorno e sentita estranea, e strana, come capita di sentirsi quando, inaspettatamente, ti senti un pesce fuor d’acqua in fondali invece familiari.

Volse lo sguardo ovunque, alla ricerca di punti fermi. Le serrande erano abbassate, la luce fioca.

Dalle fessure della serranda filtrava un po’ di luce, tanto da farle notare qualcosa di diverso alla parete. Infinito tempo prima, gli aveva regalato un quadretto con la scritta "Ti adoro", stilata di suo pugno, e lo aveva pregato di tenerlo nel cassetto ma lui, testardo, l’aveva appeso al muro, sotto gli occhi di tutti.

Forse era il suo modo di dirle che era orgoglioso che lei l’adorasse, ma lei si era sentita imbarazzata. Ora, all’improvviso, quel quadretto non c’era più. Sul muro tre piccole macchie nere, due fori per appendere il quadretto, più uno forse precedente. Sembravano tre punti di sospensione, e lei si chiedeva cos’era che fosse sospeso. Intorno ai tre punti i segni della cornice rimossa, che sembravano racchiudere quei tre punti in un "omissis", e lei continuava a chiedersi cos’era che fosse stato omesso.

A un certo punto quasi le mancarono i sensi e dovette sedersi. Sulla poltrona una copertina rosa, anch’essa un ricordo passato. Nella penombra la luce dalle fessure delle serrande tagliava in fettine minuscole quella polvere fitta che aleggia nell’aria, e che solo in certe condizioni di luce è possibile vedere. Lei ne aveva sempre avuto paura, quando per la prima volta realizzò che l’aria era così, fitta e densa di polvere, se ne era spaventata, per lei erano germi minacciosi, invisibili, ed erano tanti, numericamente più forti di lei.

Guardava ancora l’alone bianco sul muro, e quei tre punti. Richiuse gli occhi, a ricordarsi com’era quando c’era scritto "Ti adoro".

Un amico un giorno le aveva scritto, a tutt’altro proposito "Adorare è diventata una parola abusatissima… una volta era attribuibile solo al Signore Dio…. ma dato che si adorano anche le scarpe…" e lei aveva sorriso, un po’ tristemente. Pensava "Forse è stata la mia punizione, è vero, solo Dio si adora".

Invece lei aveva adorato una persona, con tutto il suo cuore, con tutta la sua anima. Una persona che aveva lottato per essere un nessuno nella vita di lei e che, per distruggere se stesso ai suoi occhi, di lei si era portato via una parte.

Forse aveva fatto bene a rimuovere quella scritta. Martina aprì la borsa per prendere un fazzoletto, e le capitò sotto mano una lettera. Era un incarico alla Provincia, a due passi da lui. Se avesse accettato, forse non avrebbe potuto evitare di incontrarlo ogni giorno, e non era sicura che gli avrebbe fatto piacere…

Riguadagnò la strada verso casa, incapace di porsi ancora domande. Le strade odoravano già di Natale, di quel Natale triste, in cui i negozianti devono addobbare i negozi senza troppa voglia, gli adulti devono comprare, ancora più svogliatamente, doni a parenti troppo stretti e ad amici troppo lenti; quello in cui i poveri infreddoliti sperano che il Natale apra un po’ più il cuore, e di conseguenza il portafogli, dei passanti distratti, e solo i bambini provano un po’ di gioia, per le vacanze a scuola, per un Babbo Natale che prima o poi scopriranno fasullo, per un Gesù che forse riuscirà a entrare nei loro cuori, o forse no, ma che ben presto impareranno che non esaudirà ogni desiderio.

Nella strada due o tre poveretti si trattenevano vicino a un fuoco dove arrostivano le castagne, e le chiesero di comprarne un cartoccetto. Lei da tempo non mangiava più castagne, per un motivo che aveva rimosso, ma vedere quel fuoco scoppiettante le fece venire in mente un dono che lui avrebbe gradito.

"Posso usufruire del vostro fuoco?" chiese Martina frugando nella borsa e tirandone fuori una banconota di grosso taglio, più la lettera di poc’anzi.

Ai tre uomini, a vedere quella banconota, brillarono gli occhi, né avevano capito troppo bene quali fossero le intenzioni della donna. Annuirono, e lei porse loro la banconota, che guardarono sbarrando gli occhi; poi, senza ripensamenti, gettò la lettera d’incarico nel fuoco, e rimase a guardarla fino a che la fiamma non l’ebbe completamente divorata.

Sicuramente aveva fatto due bei regali. L’uno era stato sicuramente gradito, l’altro, se lui mai l’avesse saputo, anche.

Proseguì la sua strada verso casa, sentendosi finalmente leggera. Le sembrava, anziché essersi liberata di qualche foglio di carta, di aver deposto un macigno.

Camminava, e all’improvviso si rese conto che, dopo tanto tempo, era tornata a sorridere. Solo per un momento le passò davanti un’ombra, al ricordo che era stato proprio il suo sorriso schietto a conquistarlo, quel sorriso schietto che per lui aveva perso, e che ora aveva ritrovato tra le scintille di un fuoco scoppiettante in cui cuocevano caldarroste.

Buon Natale, Martina, e ricordati: io sto nascendo, e non avrai altro Dio all’infuori di me. Non adorare mai più nessuno così gratuitamente, mai più.

 

Diemme

 

 

 
 
 
 

 
 

 

 
 

Natale meno 2009

 

Sinceramente a me sembrava un Dicembre come tutti gli altri. Davvero non capivo cosa stesse accadendo, ma quassù nel Cielo sembravano tutti impazziti. Un fervore mai visto. Stelle e Pianeti che correvano, si agitavano; tutti si dimenavano a più non posso. Ed io come sempre un po’ in disparte. Tutto questo tramestio mi confondeva e poi, insisto, non capivo.

Avrei voluto continuare il mio tranquillo percorso, ma come sarebbe stato possibile con tutta questa confusione? La cosa in realtà iniziava addirittura a scocciarmi.

 

Scusate non mi sono presentata. Mi chiamo Halley ed abito nella fascia di Kuiper, in altre parole nella parte di spazio al di là di Nettuno, così tanto per intenderci. Il posto è tranquillo, di un bel blu infinitamente intenso, molto scuro ma a tratti anche luminoso. Vivo in un associazione caratterizzata da un legame di gravitazione molto debole, ma come vi ho detto, non amo il caos anche se ne faccio parte, e ho sempre cercato di stare alla larga dai buchi neri. Fin da sempre, per quanto ne sia attratta, cerco di "evitarli come la peste" (credo che giù sulla vostra Terra si dica così).

Ma parlavamo di quel Dicembre di 2009 anni fa, quando tutto il Cielo sopra e sotto di me sembrava fosse impazzito. Niente aveva più un ordine, se di ordine quassù, fra meteoriti e continue esplosioni stellari, si può parlare. Mi fu infine spiegato, che tutti attendevano l’imminente nascita di un bambino. Ora sulla vostra Terra ho sempre saputo che di bambini ne nascevano in continuo e a bizzeffe, dunque pensai fra me e me… "deve essere davvero un bambino speciale".

 

Fatto sta che intorno alla metà del mese fui convocata d’urgenza all’Assemblea della mia associazione stellare. Credetemi voglia di andarci men_che_zero, quassù è peggio delle vostre assemblee di condominio, perché il luccichio è impressionante assai. Comunque cosa avrei dovuto fare? Il mio nome appariva in primo piano addirittura nell’ordine del giorno: non potevo certo spengermi e darmi malata!

Ero agitatissima, continuavo a domandarmi il perché ed il percome di quella convocazione. Ma nessuno sapeva darmi una risposta.

 

Arrivò infine il fatidico giorno, ed io mi presentai in ritardo, senza volere credetemi, la confusione che avevo trovato lungo la via era stata davvero impressionante! Comunque dicevamo, quando arrivai il brusio che prima si sentiva fin da lontano si fece sempre più flebile. Al mio ingresso tutto sembrò tacere…nel mio imbarazzo più sconfinato. Oh Cielo! Davvero non mi capacitavo cosa stesse accadendo.

Poi mi voltai.

 

Nell’angolo destro del Firmamento si stagliava un’enorme scia di piccole stelle, corpi luminosi, e polvere brillante: pareva un’immensa coda lucente. Era bellissima. Il suo brillare si permeava nell’oscurità donandogli un effetto volumetrico che nessuno aveva mai realizzato prima. Ne rimasi affascinata, stupita e incredula. Non avevo mai assaporato tanta bellezza tutta assieme e nello stesso attimo.

 

Ancora attonita da tale spettacolo, fui avvicinata dal presidente dell’Assemblea. Il Cielo sembrò fermarsi, l’attesa sembrava compiuta.

Ecco ciò che mi disse:

 

"Questo nuovo gioioso mantello è tuo, indossalo e avviati verso la Terra. Da oggi sarai Halley la Cometa. Sarai il regalo del Cielo per la nascita del Salvatore".

 

 

Solindue

 
 
 
 

 
 

 

 
 

Harriet 

 

Harriet scosta la tenda di pizzo della finestra che affaccia sul suo bel giardino. Sono le sette in punto e come ogni mattina di tutti i santi giorni, Harriet beve il tè guardando fuori dalla finestra.

Malgrado sia il 7 dicembre a Chadwell St. Mary si preannuncia una giornata non particolarmente fredda. Mr.Woodrow abbaia nel giardino sul retro, l’ha sentita ciabattare in casa e reclama il primo pasto della giornata. E’ certamente fuori peso Mr. Woodrow, un golden retriever non dovrebbe pesare  37 kg. Da quando David, l’unico figlio, si è trasferito a Brest, con la moglie Gwenna per lavorare entrambi all’Istituto Oceanografico IFREMER, Mr. Woodrow nato famelico è diventato vorace. Reclama i pasti anche dai Collins, i vicini che abitano oltre la staccionata che divide i due terreni, e dato che è morto di recente il loro amatissimo Sweet, un  fox-terrier  vulcanico, compensano la mancanza del loro adorato animale ingozzando Mr. Woodrow.  Dovrò portarlo dal veterinario se continua così, pensa Harriet mentre apre la porta che da sul retro della casa. Come farò a tenerlo al guinzaglio, è così grosso, dal Dr. Bower lo portava sempre David! Le manca molto il suo ragazzo, e suo marito Horace sarebbe molto fiero di lui ora che è diventato un ricercatore famoso. Mr. Woody affonda il muso nella grande ciotola con foga.

E’ stato davvero bravo Liam ad aiutarmi in giardino, pensa Harriet, mentre rientra in casa, Bisogna che lo chiami anche per il retro, vorrei che per Natale la casa fosse uno specchio, chissà che i ragazzi non passino il Natale qui. Sorride al pensiero, mentre si aggiusta una ciocca rossa che scivola  sulla nuca.  E’ ancora una bella donna Harriet, e anche Padre Seamus Dorfley, un robusto irlandese dagli occhi cerulei, le dice spesso che se trovasse un nuovo compagno, avrebbe la benedizione del Signore. Sono quasi otto anni che  Horace l’ha lasciata, causa una brutta malattia polmonare.

Oscar si stira lentamente e non pare intenzionato a scendere dal grande divano a fiori del soggiorno. E’ un gatto tutto nero che pesa più di otto chili. La colpa è dei biscotti al cioccolato che Harriet prepara praticamente solo per lui. Fu un regalo di Horace, glielo portò dal suo ultimo viaggio sulla mercantile Virginia. Quanti Natali lei e Horace festeggiarono separati causa il lavoro del marito, ma mai una volta che lui si dimenticò di inviarle un bigliettino amoroso d’auguri.

E’ tardi, tardissimo. Padre Dorfley la sta aspettando prima della messa domenicale per organizzare la pesca di beneficenza in parrocchia, ma  prima ancora  deve passare da zia Agatha per portarle la torta di mele e accertarsi che stia bene ritta sulle sue gambe ultranovantenni, e  poi deve fare una capatina da Millicent, amica d’infanzia e  mamma di Liam, e pregarla di convincere i cugini Mullery a cedere la magnifica pendola, regalo di nonna Mildred, ma relegata in soffitta  ben prima che nonna spirasse; alla pesca di beneficenza farebbe un figurone.

 

Henry si sveglia di soprassalto ancora vestito, ha dormito poco, e quel poco, agitato. Ancora non si capacita o non vuole accettare la realtà, ieri sera, la sua Helena, la bella, dolce, comprensiva, magnifica Helena gli ha detto candidamente che non vuole più sposarlo.

Ci sarà un altro dannazione, esclama a voce alta Henry,  mentre cerca sul tavolo della cucina il pacchetto di sigarette senza filtro. Si accende una sigaretta e lo stomaco, chiuso come un pugno, rimanda una contrazione poco piacevole. Ingolla un avanzo di caffè all’italiana della sera prima, dalla tazzina, lasciata sul lavello pieno di piatti. Non riesce più a bere altro alla mattina che caffè,  da quando, per la stesura di un testo, andò a Pompei per un approfondimento sugli affreschi delle abitazioni. Helena allora non la conosceva ancora, ma era già la donna della sua vita.

- Accidenti manca lo zucchero!

Deve parlare a tutti i costi con Rupert il suo migliore amico, ma non per telefono. Decide di attenderlo davanti al suo negozio. Indossa il lungo cappotto nero, non si rinfresca nemmeno il viso ed esce sbattendo la porta.  Le sigarette, non può dimenticare le sigarette! Si precipita giù per le scale, ha deciso che farà una lunga passeggiata a piedi, ha bisogno di schiaristi le idee.

Sono quasi le otto e mezza e Rupert non si vede arrivare, Henry affonda la mano nella tasca del cappotto per prendere l’ennesima sigaretta. Cammina avanti e indietro, davanti alla più bella libreria dell’Essex.  E’ lì che conobbe Helena, ex compagna di scuola di Rupert, fu un colpo di fulmine. Afferra  la scatolina che è ancora nella tasca e che contiene un piccolo cuore di brillanti, un regalo per il suo compleanno, così vicino a Natale che rischia sempre di non essere festeggiato. Non per Henry. Un moto d’ira l’assale, così potente che quasi schiaccia la scatola di velluto blu. Transitano poche auto, pare rendersi conto solo ora, Rupert non arriva e anche le saracinesche dei negozi vicini sono abbassate.

E’ Domenica e Rupert sarà certamente a casa di Maureen; loro sì che si sposeranno il 13 giugno prossimo. Lui ed Helena avrebbero dovuto fare da testimoni. Al diavolo!

Henry alza il bavero del cappotto, anche se non c’è freddo, è arrabbiato e confuso.

Helena ora si starà imbarcando sul volo per Roma, starà via una settimana per riflettere, ha detto.  Henry è furente, sente  che Helena non gli ha detto  la verità, sente che c’è un altro uomo. E  chi è? Da quanto tempo ci sarà, da quanto tempo si befferanno di lui? Anche ora, seduti sull’aereo per Roma staranno ridendo, insieme. Vorrebbe gridare in mezzo alla strada.

Avvolto nel maxi cappotto, a grandi passi, svolta per Scott road, ha voglia di fumare un’altra sigaretta. Infila la mano in tasca in modo rabbioso, anziché trovare il pacchetto di sigarette ormai vuoto, trova ancora la piccola scatola e questa volta la scaglia lontano da sé, nemmeno si volta a guardare dove e si allontana velocemente.

 

Harriet è pronta. Oscar ha mangiato e si è acciambellato di nuovo sul divano. Mr.Woody starà mangiando una salsiccia dei Collins, attraverso la staccionata, la torta di zia Agatha è pronta sulla consolle in ingresso. Ha deciso che indosserà il cappellino nero con  tre rose rosse che le regalò David per il suo compleanno, sarebbe piaciuto molto a Horace. Chiude la porta d’ingresso di legno massiccio, e mentre si gira soddisfatta per ammirare di nuovo il suo bel giardino, scorge nel vialetto una scatolina blu e un bigliettino rosso un po’sgualcito, poco più in là, vicino al cespuglio di erica.

Appoggia la torta di zia Agatha sui gradini e si precipita a raccoglierla.

Ma come sarà finita una scatola del genere nel mio giardino? Come può essere caduta  a qualcuno se è così lontana dal marciapiede? S’interroga Harriet perplessa. Si guarda attorno ma non c’è anima viva, nemmeno i Collins che solitamente a quell’ora controllano le rose una ad una.

Apre la scatola con curiosità e rimane colpita dalla bellezza e  lucentezza del piccolo gioiello infilato in una catenina che pare d’oro bianco. Molto emozionata apre il biglietto con trepidazione e legge:

 

Auguri, amore mio.

 H.

 

Si sente svenire Harriet e fa fatica a rimanere in piedi tanta è l’adrenalina in circolo.

E’ il suo Horace, ne è sicura,  tornato dopo tanto tempo per augurarle buon Natale. Deve correre immediatamente da Millicent a raccontarle la straordinaria cosa che le è capitata, Padre Seamus e zia Agatha capiranno.

 

Sgnapisvirgola

 

 
 
 
 

 



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La grafica presente in questa pagina l'ho recuperata da vari siti. Purtroppo, avendo io ormai 99 anni, o 103, dipende da quale biografia consultiamo, ho perso la memoria  e non ricordo più dove ho prelevato sfondi e immagini. Chi riconosce i propri lavori è pregato di dirmelo e inserirò i crediti. Grazie. Morena