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ccoci qui di nuovo. Quest'anno la
pagina natalizia è particolarmente bella (forse tutti gli anni si
migliora?) e ricca di contributi. Ho chiesto a tanti amici di aiutarmi
e, sembra impossibile, ma mi hanno ascoltata e mi hanno regalato questi
loro testi "natalizi".
Come sapete io difficilmente scrivo per questa pagina - in passato sarà
capitato due volte - e mi limito a 'confezionare' il tutto e a dare una
veste colorata e accogliente, "rubando" grafica e colori qua e là in
rete.
Spero di esserci riuscita (non a rubare, ma a colorare degnamente la
pagina).
Lo "spirito
natalizio" è cosa assai difficile da definire: credo che abbia
significati diversi per ognuno di noi e credo perfino che questi
significati cambino secondo il momento che stiamo vivendo.
Quando mi
accingo a 'costruire' questa pagina penso sempre alla mia idea di
Natale, quella idea che avevo e che ora non ho più così ben definita e
che, comunque, racchiude l'idea della famiglia e dell'affetto vero,
dell'amore. Fine. Non credo serva altro per fare Natale.
Allo stesso
modo, quando vado in giro ad elemosinare contributi per questa pagina,
non chiedo di ricevere Natali preconfezionati, non chiedo buonismo ad
oltranza ed emozioni preconfezionate.
Chiedo il
Natale così come lo vedono in quel momento. E questo Natale può
contenere sentimenti alterni e anche contrastanti, ma è ciò che vorrei.
Non credo nelle cose 'imposte'. credo nel vero, nell'immediato,
l'istinto che fa sollevare la penna per scrivere una lettera, fosse
anche d'insulti ma sinceri, credo nella mano che solleva il telefono e
nel piede che offende gli stinchi ma lo fa con sentimento.
Perciò ecco
il Natale che abbiamo confezionato in questo 2008 di grande confusione
mondiale, di recessione e d'incertezza. E' stato un anno difficile e
duro, pesante da digerire, ma mi piace pensare che tutti noi abbiamo
tre cose da salvare. Su, almeno tre ci saranno, no?
D'altronde,
se per Buzzati nemmeno il panettone bastò, a noi cosa potrebbe servire per
sapere che è Natale?
[...] qui,
nella bozza della pagina c'erano alcuni ringraziamenti che ora ho tolto
perché siete in tanti e la lista diventerebbe troppo noiosa.
Vi
ringrazio tutti, siete stati deliziosamente accondiscendenti con i miei
capricci natalizi. Mi avete ascoltata anche se non avevate tempo e io
mi sono sentita un po' in colpa (non è vero. sto mentendo per farvi
contenti). Mentire, però, non si adatta al Natale... passatemi il
panettone allora. E che la festa cominci!
Morena
Pagina in
evoluzione. Seguite gli aggiornamenti. Non fate caso al caos (carino
questo gioco di parole!) 
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Non resta che sussurrare alla
luna
Una donna calva e una bambina a piedi nudi, vestite di stracci,
vagabondano in silenzio, in una strada illuminata da un solo lampione.
La pioggia è incessante. L'aria una lama gelida, costantemente
poggiata sui loro visi smagriti. Una mercedes nera,
all'improvviso, passa a grande velocità e l'acqua schizza sui
piedi della bimba, che tossisce forte.
L'autista, un giovane uomo in giacca e cravatta che Marie riesce a
vedere per un attimo, ride compiaciuto e svanisce nella
fradicia oscurità.
"Mamma, sono tutta bagnata".
"Ho visto Marie, siediti sul marciapiede, ti asciugo col mio
fazzoletto. Non ti preoccupare bimba mia, troveremo un posto in cui
fermarci e qualcosa da mangiare, come sempre".
"Mamma, ma io sono stanca..."
Marie si volta e vede una piccola finestra con le sbarre. Dietro,
un uomo vestito con una strana tuta rossa la guarda e le sorride.
"Chi è Mamma ?"
"Una brutta persona dicono, figliola. Ha rapinato una banca e ucciso un
poliziotto. Non fissarlo".
Ma Marie continua a guardarlo: ha una barba lunga e bianca e occhi
azzurri, incredibilmente somiglianti a quelli di suo padre,
che lei ha visto solo in una foto sfocata.
"Mamma, come fa a essere cattivo quell'uomo ? A me sembra tanto
Babbo...Babbo Natale".
La madre le carezza il viso, chiude gli occhi e,
stremata, si appoggia al muro scrostato del carcere.
"Vieni, Gioia. Riposiamo qui per questa notte".
Marie aspetta pochi minuti, il tempo che la madre si addormenti in ciò
che resta di una scatola di cartone; poi si avvicina alla piccola
finestra e vi trova ancora il sorriso rassicurante dell' uomo.
"Sei Babbo Natale ?", gli chiede.
"Sì, Tesoro, ma non dirlo a nessuno. Come ti chiami ?"
"Marie", sussurra la bimba, tossendo. "E che ci fai lì dentro
Babbo...Babbo Natale? perché ti hanno messo lì ?"
"Mi hanno scambiato per un ladro, ma io cercavo solo la mia renna
smarrita".
"Quest'anno mi fai un regalo? Ti prego..."
"Certo Marie. Te lo do in anticipo, sai tra qualche giorno forse
partirò di nuovo in cerca di quella renna e potresti non trovarmi più".
Il detenuto passa un foglio attraverso le sbarre imperlate dalla
pioggia, un foglio con un magnifico disegno. A Marie basta un attimo
per riconoscere il luogo impresso in quel foglio: è la
spiaggia in cui lei va spesso a passeggiare quando si sente triste
e troppo diversa dalle altre bambine. Sotto il disegno, poche parole:
"Cerca il tuo regalo tra le corna della renna piantate nella
sabbia".
La bimba non fa nemmeno in tempo a ringraziarlo che una
guardia lo chiama, dicendogli che il prete è pronto.
Sente parlare di una sedia elitrica... emettrica... non capisce bene e
dice a se stessa che non è importante.
"Ciao Marie" ode in lontananza.
Corre subito verso la spiaggia, verso il suo regalo.
Un gatto con uno strano cappellino natalizio siede sulla sabbia e
sembra sorriderle.
"Pulceeeee vieniiiiiiii", tuona una voce femminile.
Pulce, con fare scocciato, si gira e dimena il morbido e paffuto
sedere. La bimba è sola.
Ha smesso di piovere. La luna ora le illumina i riccioli biondo dorato
e il fragore delle onde carezza e riempie il suo cuore traboccante
di gioia.
Vede subito, davanti alla luna, le corna della renna. Comincia a
scavare lì e rimane un po' delusa quando si accorge che le corna
sono soltanto dei rami lunghi e contorti. Poi tocca qualcosa di
metallico, una grande scatola verde che si apre al primo
tocco sotto la luce argentata delle stelle.
C'è tutto il bottino della banca.
"Non dovremo più vestirci di stracci. Potremo finalmente mangiare e
sognare..."
Non resta che sussurrare alla luna:
"Lo sapevo che eri tu, lo sapevo. Grazie Babbo Natale".
Carlo Bramanti

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Famigghia
Matri
patri
figghiu
figghia
casa, cauda
na famigghia.
Marco
Scalabrino
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Mamma / papà /
figlio / figlia / focolare / una famiglia.
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l'elaborazione
grafica dell'immagine è di Cristina Bove
SOTTO LE AQUILE DI FERRO
Dieci piccole castagne era tutto
ciò che lei era riuscita a rimediare
Era andata nel bosco di notte, durante il cessato allarme.
Di giorno, invece, oltre le montagne spuntavano all'improvviso le
aquile di ferro che sganciavano morte per martoriare allo stremo quella
terra devastata.
E ora le castagne erano lì, sul braciere del camino. E crepitavano
arrostendosi.
Scoppietti di fiducia e di speranza, ringraziando Dio perché anche quel
giorno qualcosa si mangiava.
"Mamma, ma qui verrà mai più babbo Natale?".
Chi lo sa, figlio mio. Non adesso, adesso no. Quegli uomini li hai
visti? Sulle aquile di ferro che fanno fuoco. Babbo Natale non ha
rotta, non ha sentiero. Verrà quando il cielo sarà sempre azzurro, e
quando anche di notte gli unici bagliori saranno quelli delle stelle.
Non ora, ora no. Che lapilli e girandole maligne abbagliano maledette
le case e la gente.
"Mamma, sono tanti anni che Babbo Natale non viene più. Ma lui è
magico, mamma. Lui col suo carro è più forte delle aquile di ferro che
portano il fuoco".
No, no che non lo è. Lui porta amore e sorrisi, ma solo se gli uomini
sanno riceverli. Qui, ormai, non c'è cuore né per amore né per sorrisi.
Babbo Natale lo sa, non lo meritiamo. Lui verrà dopo la pace. Quando
l'acqua pura della fratellanza spegnerà le lingue di fuoco delle aquile
di ferro. Non prima, prima no.
E fu una notte senza stelle quando accadde. "Svegliati!"
"Chi sei?"
"Come chi sono, bambino mio. Sono anni che mi aspetti e ora che sono
qui..."
"Babbo Nat..."
"Vieni"
E fu quel tintinnare di campanelli che poi destò la donna. Corse
all'uscio e guardò in cielo.
Quel carro colorato, il vecchio e il bambino. Che solcavano la notte
zigzagando tra le aquile di ferro che inseguivano l'intruso.
"Mamma, mamma gridava il bambino - lo vedi? Non ci prendono. Gli
uccelli di ferro sono lontani. Vado mamma, ma tornerò a prenderti.
Metti da parte le castagne".
Enrico Gregori
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Natale
è un dolce sogno
che nasce nel cuore dei bimbi
- tintinnano i campanelli lungo
il percorso;
com'è divertente andare sulla slitta!-,
e lo porti dentro di te
per sempre;
è un difficile impegno
se vuoi che duri
molto più che un giorno
all’anno;
è un urlo strozzato
se cerchi riparo
dentro un cartone
e non hai da mangiare;
è un muro
bianco di pianto
quando sei nell’indifferenza
di un carcere, un ospedale;
è un senso di fallimento
se le tue mani
son piene di niente
al rientro a casa;
è una viva speranza
che ritorna
sempre nuova, sempre attuale
se ci credi;
è un soave ricordo
che rinasce nel cuore dei vecchi
- come tintinnavano i campanelli
e
quant'era divertente andare sulla slitta!-,
se sei riuscito a tenerlo
dentro di te.
Roberto
Barbato
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IL GUARITORE DI ANIME
Il calesse rallentò in prossimità della vecchia casa di mattoni.
“Iiihh! Iiihh! Fermo Placido, siamo arrivati!”.
Il vecchio cavallo, all’ordine del padrone, cessò la sua stanca
andatura. Ordine? Un invito piuttosto. Non era abituato a dare ordini
quel signore bonario che andava in giro per le case fischiettando.
Tutti lo chiamavano dottore, ma lui si riteneva semplicemente un
guaritore di anime. Non aveva studiato ma conosceva i segreti della
psiche umana come nessun altro. Nel piccolo villaggio lo cercavano
quando qualcuno aveva problemi da risolvere. Lui ci andava volentieri,
sempre col sorriso sulle labbra, sempre fischiettando, portandosi
dietro le sue miracolose boccettine. Gli invidiosi le chiamavano
intruglio, miscele da ciarlatano, fatto era che la gente dopo averne
ingurgitato poche gocce cominciava a stare meglio. L’uomo non chiedeva
alcun compenso per le sue prestazioni, tutt’al più si limitava ad
accettare un cesto di frutta o un bel pane caldo appena sfornato. Era
una figura inconfondibile, con l’inseparabile panciotto, l’orologio al
taschino e il suo fischiettare allegro.
“Fammi vedere, deve essere questa la casa”.
La donna, riconoscendolo dalla finestra, uscì per andargli incontro.
“Oh, è arrivato dottore, grazie al cielo! Venga, abbiamo bisogno del
suo aiuto”.
Saltò dal calesse con un balzo, nonostante l’età avanzata si manteneva
in gran forma. “Ma se sta meglio di me. Ha le guance colorite come due
mele, mia bella signora. Lei sprizza salute da tutti i pori” disse
l’uomo ridendo.
“Non è per me, dottore; mio marito è a letto da tre giorni. Non vuole
parlare con nessuno, si rifiuta persino di mangiare”.
“Quali disturbi accusa?”.
“Nessuno in particolare, è depresso, sarà quel maledetto lavoro alla
miniera che lo rende così”.
“Ho capito, ho capito, so io il rimedio” L’uomo si avvicinò al
capezzale del malato e, prendendolo per mano, lo invitò ad alzarsi.
“Andiamo fuori, qui c’è troppo buio, mi occorre la luce per guardarti
negli occhi”. L’altro lo seguì docile. Si sedettero sotto il grande
albero di noce. “Fai un gran respiro e prova a rilassarti. Li senti gli
uccelli che cantano sui rami? Ascolta che melodia! Che soave concerto!
E le nuvole, guarda come si spostano serene seguendo la scia del vento.
Guardati intorno figliuolo, c’è una ricchezza infinita di colori, di
odori, di suoni. Il mio cavallo, il vecchio Beniamino, mi ha portato
fin qui per te. Vedi com’è tranquillo? Ha svolto il suo compito e ora
si gode l’erba tenera dei prati. Su, guardati attorno, non vedi che
meraviglia? La neve candida sulle cime delle montagne, i conigli che
saltellano allegramente, i grilli. Non ti dice niente tutto questo? E
poi oggi è un giorno speciale, non si può essere tristi in un giorno
come questo. Nostro Signore è sceso sulla terra per noi, si
arrabbierebbe molto a vederti in questo stato ”.
“Che giorno è?”.
“E' Natale”:
Il malato sollevò la testa, sembrò risvegliarsi dal suo stato di
torpore, i suoi occhi si riempirono di lacrime. Un pianto lungo,
liberatorio.
“Bene, adesso tieni ben aperti gli occhi che mettiamo la medicina”.
Estrasse dalla borsa una delle sue portentose boccettine, svitato il
tappo, versò alcune gocce negli occhi del paziente. “Ecco fatto, vedrai
che tra poco ti sentirai meglio”.
“Sto già meglio dottore. Davvero! La sua medicina è fenomenale! Posso
sapere cos’è?”.
“Eh no, ragazzo, questo se permetti è un segreto. La mia scoperta non
la rivelo a nessuno, se no che ci sto a fare su questa terra? Avrei
vanificato il mio scopo. Si chiamano “Gocce di sole” e fanno bene
all’anima. Adesso fammi completare il giro, c’è altra gente che mi
aspetta”.
“ Non si ferma a mangiare da noi?” chiese la donna.
“Proprio non posso, ma verrò a trovarvi uno di questi giorni. Un bel
piatto di fagioli non si rifiuta mai. Ho sentito il profumino che
proviene dalla cucina, devono essere buonissimi”. Risalì sul suo
calesse e si avviò fischiettando, così come era venuto. Per ognuno dei
suoi clienti aveva la medicina giusta. “Ecco per te una bella spremuta
d’amore”.
“E’ per me?”.
“Pronta una boccettina di sorriso”.
Tutti lo ringraziavano soddisfatti.
Verso sera si avviava in direzione di casa, la giornata si concludeva e
lui si sentiva a posto con la coscienza. “Anche oggi abbiamo compiuto
il nostro dovere” diceva al suo fedele cavallo. “Fermati alla sorgente,
ché dobbiamo riempire le boccettine”.
Salvo Zappulla
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LUNA
a Morena
Cenci che sventolano alla finestra dell’azzurro
e la luna
che stasera ti lima le teche del giorno
come una gatta quieta.
Specchi concavi sul lido dell’aria
e le sue grazie negli occhi
che contorcono l’anima
e recano mille suadenti profumi astrali.
Navigli dispersi nell’insistenza dell’oltre
a contrarre le tue membra
per gettare un ormeggio almeno
a questa vita incostante
a quel fondale illuminato e impossibile.
E racimoli
spighe di grano in riverente silenzio
e vaghi
assieme ad una luna da spezzare.
Mariolina La Monica
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Chi è Babbo Natale?
"Allora
è vero quello che dicono i miei amici?"
Bambino
ha 5 anni, pronuncia la frase quasi con spavalderia ma ad una attenta
osservazione si può cogliere una certa preoccupazione.
"
E cosa dicono, i tuoi amici, sentiamo?"
"
Che Babbo Natale non esiste!"
"
Come non esiste, e allora chi è che ti porta tutti quei regali, quei
giochi, quei libri, quei dolci...?"
un
attimo di silenzio poi Bambino, quasi alzando la voce e puntandomi
contro il suo piccolo indice, dice secco:
"
Tu!"
"
Io?"
"
Sì, tu... Comperi tutti i regali prima e poi quando è buio notte e io
dormo, li vai a prendere da un nascondiglio segreto e li metti sotto
l'albero"
Dice
tutto quasi trattenendo il respiro.
"
Ma che sciocchezze! Hai sentito Kara?"
Kara
non risponde, si limita a sorridere, con la bocca ma anche con gli
occhi, come suo solito.
"
E sentiamo, dove li trovo i soldi per comperare tutta quella roba...
costruzioni Supertecnolego, libri virtualmente illustrati, dinosauri
bionici, ecc.ecc… secondo te?
Bambino
non sa cosa rispondere, è un po’ disorientato dato che chiaramente non
possiede la minima cognizione del valore delle cose; tanto, troppo,
poco, abbastanza... questi sono i suoi unici parametri.
Devo
approfittare di quell'attimo di smarrimento.
"Certo
che ne hanno di fantasia, i tuoi amici, secondo me ti volevano prendere
in giro, magari ti hanno pure detto che la befana è la mamma?"
Bambino
annuisce incredulo con la bocca semi aperta.
"
Hai sentito Kara? La befana sei tu! - altro sorriso - Beh! A dire il
vero , un po' lo sospettavo, con quel naso che ti ritrovi, ti facevo
più giovane però..."
Bambino
non si dà per vinto.
"
Tutti i babbi sono Babbo Natale, me lo ha detto Marcus. L'anno scorso
si era alzato per andare a fare la pipì, che gli scappava forte forte,
in sala c'era la luce, allora si è affacciato e ha visto il suo papà
che metteva dei pacchi tutto attorno all'albero..."
"
E allora!? Probabilmente si era alzato pure lui perché gli scappava
forte forte e quando è passato accanto alla sala e si accorto di tutti
quei pacchi in disordine - sai mica ha tempo da perdere Babbo Natale,
con tutto quel lavoro che ha - li ha sistemati per bene"
Bambino
non sa più cosa pensare ma ostinato insiste:
"
Babbo, posso stare alzato finché arriva? Dai dì di sì, così magari lo
vedo e lo saluto!"
Cocciuto
il ragazzo! Provo a dirgli che Santa Klaus forse non entra nelle case
con i bambini svegli, ma niente da fare, Bambino non molla. Allora
faccio finta di cedere e gli suggerisco di aspettare la mezzanotte
ascoltando una bella storia. Lui, pieno di fiducia, naturalmente
accetta.
La
mia voce cantilenante unita alla sua stanchezza fanno effetto dopo
appena 15 minuti. Bambino si addormenta come un sasso. Kara lo porta
delicatamente nel suo lettino e ritorna tranquilla e sorridente.
"Questa
volta è stata dura, bisognerà escogitare qualcosa per l'anno
prossimo... Pensi sia troppo presto per dirglielo?"
"Ma
non so, prima o poi dovremo raccontargli la verità, non mi piacciono le
bugie, anche se sono a fin di bene. Dovrà pur sapere di chi è figlio e
perché il nostro cognome è KLAUSderwitz"
"
Forza andiamo che non manca molto a mezzanotte e ti devi ancora
preparare" mi dice Kara con voce decisa, entrando dentro l'armadio a
muro.
La
seguo e chiudo l’anta alle mie spalle.
Kara
muove una gruccia apparentemente uguale alle altre e la parete di fondo
dell’armadio si sposta svelando un passaggio segreto.
Dopo
pochi istanti e una discesa rapida da una specie di enorme scivolo ci
troviamo in una sorta di caverna che farebbe invidia al vecchio Batman.
Kara
apre un enorme baule contenente un abito rosso con una grossa cintura
bianca e una barba finta, bianca anche lei. Tira fuori il tutto e me lo
porge.
Mi
vesto in fretta e furia, si è fatto tardi e non c’è più molto tempo.
"
La turbo-slitta è pronta, vero Kara… e anche il carico, no?"
"
Certo tesoro, tutto è sistemato già da tempo, stai tranquillo"
Mi
sorride aggiustandomi un po’ la barba e raddrizzandomi il termoberretto.
"
Stai benissimo, mi raccomando se senti freddo tira su la capote"
"
Non ti preoccupare, quest’anno hai imbottito il vestito alla
perfezione, niente raffreddore, questa volta!"
Con
un balzo quasi felino salto al volo sul velivolo e premo il pulsante di
accensione.
Se
non fosse per lo spostamento d’aria nessuno si accorgerebbe che il
motore è acceso, talmente è silenzioso: un turbo elio dinamico da 3000
renne.
Mi
giro e faccio un breve saluto con la mano a Kara e tiro vero me la leva
per la propulsione.
La
slitta scorre veloce su una monorotaia e si inerpica verso il soffitto
della caverna che al mio arrivo si spalanca aprendosi verso un insolito
cielo stellato. In pochi secondi sono fuori.
Sotto
le luci della città. I rintocchi di mille campane annunciano l’arrivo
del 25 dicembre 2113.
"
Tutti i babbi sono Babbo Natale - penso sorridendo - magari fosse così,
sai quanta fatica in meno!"
Stefano Mina

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Quello che importa
Ricordi i momenti
in cui hai iniziato ad essere
parte di quello che sei
giorni hanno creato?
Vuoi riconoscerti
vibrare al di là dei secoli
anima e carne.
Le orme non contano adesso
sulla meridiana lo gnomone gode del sole
e l’ombra è un semplice effetto
collaterale
come queste panchine
testimoni del passeggio la sera.
Qui
fra paura e aspirazioni
bofonchiamo suoni incerti
modulando un la
che è appunto altrove.
Il pensiero sta
sospeso nell’enigma:
allora apro una parentesi
cancello il meno dello scriba
lasciando ai fotogrammi dello spirito
la vera impronta di chi sono.
Alessandro
Ramberti
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FAVOLA
DELLA PICCOLA CASA AZZURRA
Eppure il loro campo era
poco lontano
dal luogo dove gli angeli si posarono
per la prima volta sulla terra.
(J. Stephens, I semidei)
“Ritorna la luce!” disse
qualcuno in televisione, con finto tono allegro doverosamente
spettacolare.
Mancavano tre giorni al Natale, e i miei genitori mi avevano spiegato
che, dopo il solstizio d’inverno, la luce giornaliera aumentava. Il 13
dicembre, Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia, era
invece tale solo in relazione al tramonto; dal 14 dicembre, cioè, i
tramonti avvenivano man mano più tardi, mentre la luce solare
complessiva decresceva fino al solstizio.
Ero un bambino triste. Nei miei otto anni di vita, avevo già avuto il
tempo per assaporare intensamente una buona dose di amarezza.
In quelle sere che si avvicinavano al Natale, entravo in silenzio nel
soggiorno buio, illuminato solo dal tepore delle lucine del presepe.
Mi accostavo alla struttura in legno costruita come ogni anno da mio
padre, dove sorgeva il presepe, e il profumo del muschio ancora umido
mi inebriava. I vastissimi prati e la vegetazione, creati con il
muschio, si stendevano fin sopra le montagne e sulla grotta sacra
rinate nel sughero fresco raccolto in quei giorni. E quel paesaggio era
miniaturizzato in uno spazio di pochi palmi dalle grandi mani di mio
padre. Ma per me era davvero uno spazio sconfinato, e c’era perfino la
sabbia marina per un lontano deserto, punteggiato a tratti da palme di
stoffa e attraversato dai Re Magi e dai loro cammelli, e alberi di
rametti di mirto odoroso, conficcati nei prati muschiosi, e laghi di
specchietti di vetro consumati, con papere e cigni a sguazzare placidi
lì sopra, e perfino la neve di farina e di bambagia sui monti più alti,
e un ruscello serpeggiante di carta stagnola, e le case, la gente
operosa accanto alle dimore, i pastori con agnelli in spalla che dalle
alture si avviavano verso la grotta. E forse, oltre qualche valle
nascosta, c’era il mare.
Il cielo blu notturno di carta velina svaniva con lievi stelle gialle
nell’infinito. Una stella cometa argentata ondeggiava piano su un filo
di lenza trasparente, teso su quel mondo fragile.
E infine c’era l’angelo sulla grotta, in compagnia d’una gallina
accovacciata che quasi spariva nel muschio. L’angelo mostrava una
scritta in latino, sopra un panno disteso tra le sue braccia, che
significava, mi disse mia madre:
“Pace a tutti gli uomini della terra.”
Le lucine nascoste spandevano colori verdi, rossi, blu, nel verde scuro
dei prati, e riscaldavano d’un chiarore quieto le casette sui monti. E
io volevo quasi trovar rifugio in quelle minuscole case.
Mi avvicinai quella sera per scoprire gli angoli reconditi delle
abitazioni luminose.
“La luce non è mai svanita.”
Mi fermai. Avevo sentito bene. ‘Ma forse,’ pensai, ‘è una voce che
proviene da dentro di me, non bisogna averne paura.’
Mi guardai intorno. Non c’era nessuno.
“La luce non è mai svanita. Siamo noi che ci allontaniamo da essa.”
Questa volta trattenni il respiro. C’era qualcuno nella stanza. Mi
guardai intorno con più attenzione, cercando di superare le fitte ombre
che si ispessivano, man mano che ci si allontanava dalla lieve
luminescenza del presepe.
“Sono qui,” disse la voce che sembrava una musica.
L’angelo sulla grotta lasciava penzolare, quasi a chiudere l’apertura
della dimora sacra, il suo panno con la scritta in latino e, disteso
mollemente nel muschio, aveva in bocca un filo d’erba. Ed esso non
cadde dalle labbra nemmeno durante il sorriso che l’angelo distese
ampiamente verso di me.
“Ma…” riuscii a dire.
“Bah!” rispose lui con aria beffarda.
“Ma…” balbettai di nuovo, avvicinandomi ancor di più a quella creatura
così piccola.
“Be’,” fece lui. “Io mi chiamo Angelo. E tu Gesualdo… Lo so già.
Piacere di incontrarti,” e allungando maldestramente la mano verso di
me, perse l’equilibrio e cadde dalla sommità della grotta.
Mi affrettai a soccorrerlo. Era a terra, avvoltolato nel panno che lo
aveva anticipato nella caduta. Non si era fatto nulla.
“Gesualdo! Gesualdo! Dove sei?”
“Sono qui mamma,” risposi.
Feci un cenno di saluto verso Angelo, che portò l’indice sulla bocca
per suggerirmi di mantenere il silenzio sul nostro incontro, e infine
mosse la mano per salutarmi anch’egli, congedandomi con un magnifico
sorriso.
Quella notte dormii profondamente, e al mattino la tristezza che aveva
gravato sul mio spirito fino ad allora, per magia svanì.
Incontrai segretamente Angelo nei giorni successivi, ed egli, nella
notte di Natale, volle farmi un regalo.
“Quale di queste case ti piace di più?” mi chiese, indicando le casette
illuminate del presepe.
Guardai, guardai, guardai: ero indeciso. Infine, dissi:
“Quella con la luce azzurra.”
“Bene!” esclamò Angelo. “Ecco il mio regalo di Natale: quando vorrai,
potrai trovare dimora in quella casa, entrarvi e uscirne a tuo
piacimento, basta che tu esprima dal tuo cuore questo desiderio.”
“Ooh…” feci. “Davvero?”
“Davvero. Provaci.”
Chiusi gli occhi e un gran desiderio di azzurro, di quella dimora
azzurra, fiorì dal mio cuore, e in un attimo, mi ritrovai nella casa
meravigliosa, in quella pace. E poi, per poter ringraziare Angelo,
chiusi ancora gli occhi, accostai il mio cuore al mio cuore, e in un
attimo mi trovai di nuovo fuori dalla casa.
Mi chinai sul visino di Angelo, lo baciai piano piano e dissi:
“Grazie.”
“Oh… oh… Prego…” rispose Angelo, arrossendo un poco.
Da quel Natale sono passati tanti anni, e la casetta azzurra ha
continuato ad essere la mia dimora accogliente, e trovo in essa la
pace, la stessa pace che ritrovo poi quando esco nel mondo.
E Angelo?
Ah sì, ha deciso di lasciare il compito che svolgeva sulla sommità
della grotta. Adesso lavora, con normali dimensioni umane, come addetto
al funzionamento dei seggiolini volanti e roteanti d’una giostra di
paese.
Subhaga
Gaetano Failla

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Natale
imbianco questi muri
che poi indosso
siamo uomini per pigrizia
altrimenti saremmo qualsiasi altra cosa
assomiglio sempre più
a questo Natale che perde le foglie
Vincenzo
Celli
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Pastello
scrivo un albero
dal tronco rettangolo
e la chioma verde menta
poi una casa
col tetto rosso
e la porta aperta sul giardino
un bambino che sorride
alto come la casa
e poi un fiore ancora più alto
infine un sole giallo
appoggiato sul camino
Vincenzo Celli
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Il Natale di Antonio
Fu un Natale diverso. Fu
un Natale tutto nostro.
Era arrivata improvvisa la sera della vigilia, come se prima non ci
fosse stato il tempo; tutti erano via. Mi sentivo solo e scesi a
prendere una boccata d’aria. Era freddo, non lo avvertivo. Camminavo a
passo lento, sentivo l’odore delle pietanze, i fritti mescolati con
l’acre fumo dei primi petardi dei bambini, le voci allegre; la
luminaria mi inondava gli occhi, ma non cancellava la malinconia.
Pensavo a lei. Due anni, e non avevo mai avuto il coraggio di tornare a
incontrarla. Spinto da un‘improvvisa energia tornai a casa. L’unica
cosa che sapevo fare bene me l’aveva insegnato lei, ed era la sua
preferita: la crostata di albicocche. Mi addormentai davanti al camino,
col suo scialle sulle gambe, come un anziano abbandonato, in mano i
racconti di Natale di Dickens. L’indomani mattina ero lì da lei, la
caposala mi fece passare.
"Ciao nonna!", non mi rispose, ma sbarrò gli occhi, chissà se mi
aveva riconosciuto. Mi avvicinai e cautamente le presi la mano, avevo
quasi paura di farle male, era piccola, era fragile. Mi sedetti e
piansi, così, d’improvviso. E alzai gli occhi, i suoi erano inchiodati
su di me, imploranti. Mentre mescolavo un sorriso ai singhiozzi, tirai fuori dalla tasca
un vecchio libro, parabole. Lessi la sua preferita, quella del Buon
Samaritano, pareva ascoltarmi. Poi presi una foto (l’avevo cercata con
ansia la mattina), ritraeva me, a nove mesi in braccio a lei lungo la
riva di una spiaggia. Gliela mostrai, iniziò a singhiozzare; fissava il
soffitto e piangeva, mi dava l’impressione come se vent’anni di vita
insieme le stessero passando davanti. Avevo sbagliato nel mostrargliela?
Aprii la crostata, lei sorrise. La imboccavo; poi, guardandomi serena,
disse improvvisamente "Antonio!", sobbalzai e la strinsi a me, stavolta
ci riuscii.
Fu un Natale diverso, fu un Natale tutto nostro.
Claudia De Marino

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Una
Novella di Natale
Natale si
stava avvicinando, e nelle strade lo si avvertiva già. Zlov zampettava
nei suoi stivali neri tra le neve sporca ai bordi dei marciapiedi
mentre Ghelda lo guardava divertita.
Un bambino gli tirò la giacchetta imbottita sussurrandogli qualcosa
all’orecchio e poi scappò via.
Cosa ti ha detto? Gli chiese Ghelda.
Boh, in
realtà non ho capito neanche io, ma mi pare accennasse a qualche
speciale giocattolo elettronico o cose del genere.
Zlov e
Ghelda si presero sottobraccio e cominciarono a scampanellare
camminando così per le vie illuminate del centro.
Chissà
perché questi idioti ci prendono così in simpatia, pensavano entrambi,
quando noi veniamo qui
ogni anno per controllare la situazione e riportare ai nostri superiori
lo stato delle cose, in modo che lassù prendano una decisione circa la
data dell’invasione. C’è da aspettare solo il momento propizio, ed è da
secoli ormai (i "loro" secoli) che le cose vanno avanti così.
Le
condizioni astrali favorivano il loro arrivo ogni anno proprio in
questo periodo. Loro, a centinaia camuffati in buffi vestiti rossi
e con lunghe barbe bianche che nascondevano la seconda bocca (in realtà
un tubo aspiratore posto proprio sotto il mento,
perfetto per risucchiare le interiora di qualsiasi essere vivente, vere
ghiottonerie per loro) si accattivavano la simpatia dei locali e
specialmente dei bambini, inventandosi storie di letterine, bontà,
regali da consegnare e così via. Ed osservavano la situazione. Poi, con
speciali navette che curiosamente assomigliavano a slitte,
raggiungevano l’astronave madre che li avrebbe riportati nel loro
pianeta Qraznao, almeno fino all’anno successivo.
La nuova
colonia, popolata di una enorme varietà di riserve alimentari da
mantenere in allevamento, stava per diventare una realtà.
La fatidica
data per l’invasione era ormai vicina.
Carlo Sirotti (Carloesse)

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Il natale di Don Cesare
Cesarino Scarrozzi aveva
gia inscritto nel nome il suo destino, avrebbe fatto o l’autista o il
prete. Cominciò a guidare a dodici anni pilotando improvvidamente il
trattore del padre sull’aia del podere di Grottaferrata: uccise dodici
galline e il vecchio cane Masaniello, un mastino napoletano che era
sopravvissuto pure ai tank tedeschi, (che però era già malato di
prostata). Dopo due giorni anche il gallo, entrato in depressione, tirò
le cuoia. Fu allora che, per evitare le inevitabili, disgustose
ritorsioni del padre Giacinto, detto "Nerbo di bue": - "Scuoia
immediatamente quelle galline e valle a vendere al mercato come carne
macellata!"-, organizzò prima un funerale clandestino in piena regola,
con bare ricavate da cassette di pesche nane, aspergendole con
anticrittogamico benedetto (da lui) e seppellendo i pennuti poco
lontano dall’orto, poi, dopo aver trafugato dei soldi dal cassetto
della credenza, comprò al mercato dodici galline nuove di zecca
...insomma. Al padre raccontò di una miracolosa resurrezione e il
povero Giacinto pregò per mesi genuflesso al pollaio; solo ogni tanto
si chiedeva perché non fosse risorto anche il gallo, "ma si sa, noi
maschi...".
Successivamente Giacinto fu portato via dai carabinieri, per aver
tentato di strangolare la moglie, rea di aver fatto una frittatona con
pancetta e pecorino con le "uova sante"; a distanza di trent’anni i
vicini ricordano ancora l’odore inebriante della rustica omelette e la
sua tragica scomparsa dopo essere stata seppellita nell’orto
dall’infoiato zotico, in attesa di resurrezione (della frittata o delle
uova).
Dopo quegli eventi la madre lo incarcerò in un seminario e il ragazzo
fu fatto prete; ma Cesarino era irrequieto e una volta, correndo in
bicicletta verso il corteo vescovile, investì in pieno un terrificante
monsignore che lo inviò, seduta stante, in missione in Corea, proprio
durante la guerra. Fu fatto prigioniero e torturato da tutte le parti
in conflitto, sud-coreani, nord-coreani, cinesi, e un monaco buddista
gli diede un pugno sul naso quando tentò di trafugare una campana da un
tempio per montarla su di un campanile del 38° parallelo. Fu salvato
dagli americani che, pensando trasportasse una bomba, lo fecero
brillare.
Ebbe la parrocchia a quarant’anni, quella di S. Ezioso a Villacedrata,
un luogo ricco quasi solo di succosi cedri. Il borgo si era spopolato
perché dopo l’avvento della Coca-Cola nessuno ordinava più cedrate ai
bar - e in paese quella era l’unica produzione - ma Don Cesare, con
tenacia, andava nei campi a predicare per attirare in chiesa un po’ di
gente.
Durante quelle scorribande agresti il prelato pensava continuamente
alla ripopolazione del borgo, ormai impoverito dalle migrazioni dei
contadini, che al loro ritorno a Natale tornavano sempre stanchissimi
(lavoravano quasi tutti in Svezia) e in quella settimana, tra un saluto
ai parenti e una pizza aglio, peperoni e pancetta, raramente riuscivano
ad assolvere ai doveri coniugali (era difficile passare dalle lenzuola
setose svedesi ai talami di castagno abitati dalle irsute giovenche
burine). Così Don Cesarino si tratteneva a consolare con una parola
buona le mogli degli emigrati, che spesso lo invitavano a cena e
qualche volta se il tempo minacciava, e in certi giorni di marzo il
tempo minacciava spesso, a pernottare.
Quella primavera il tempo fu molto inclemente e il pretino passò molte
notti lontano dalla sacrestia. Per natale il sindaco organizzò una
grande festa; già a novembre c’era stato un aumento della popolazione
repentino e provvido, gli abitanti, da trecento, erano passati a
trecentotrenta, con un incremento del dieci per cento della
popolazione. Don Scarrozzi, la sera della vigilia li battezzò tutti
insieme. "Venite a me figli miei" - disse nell’omelia, mentre inondava
di acqua benedetta le testoline dei bambini e i generosi seni delle
allegre matrone. Fu un natale luminoso.
Avrebbero potuti essere trentuno e forse più, ma il 31 marzo il
sacerdote aveva avuto uno strano collasso, che lo aveva tenuto a letto
per giorni, accudito dalla madre sessantenne di una contadina, una
bella donna, timorata di Dio (ma solo di Lui), già in avanzato stato di
menopausa, che sarebbe diventata la sua perpetua, perpetuamente.
Francesco Di Domenico

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La notte santa
Le scarpe erano lì
…accanto al letto
che prometteva sogni.
Nel mio sguardo di bimba
l’ansia di un arrivo
da terre lontanissime.
Il mistero
dava un battito in più
ad un cuore in attesa.
Ricordo ancora
quella notte speciale
dove si può volare.
Era la notte Santa…
Al risveglio , nelle scarpe
- accanto ad un letto
che sogni aveva dato –
profumo di dolci
e noci e mandarini.
Era quello il suo dono.
Babbo Natale
- il babbo di ciascuno -
era arrivato.
Il ricordo ancora
si veste di musica e poesia.
Pareva tanto il poco…
Bastava per riempire una giornata
fatta di cose pure, genuine…
Ma il regalo più caro
io lo rivedo lì
nello sguardo di un padre
che avrebbe voluto offrirmi il mondo intero
…ma solo il poco
- che a me pareva tanto! -
soltanto il poco c’era.
Rosalba Satta
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Dodici rintocchi
Il suo
volto era uguale a quello di mia nonna, solo un po’ più magro e
consumato, con rughe larghe e profonde, come se le dita, invece di
accarezzare avessero inciso la pelle.
Ogni
mattina, quando con il sacchetto della spesa e il giornale sotto
braccio passavo davanti a casa sua, lei era in piedi all’entrata, in
attesa che passasse qualche parente o le donne del vicinato.
Un giorno
mi decisi a salutarla.
"Buongiorno".
"Buongiorno"
rispose e tutto finì lì. La signora Maria non dava molta confidenza
agli estranei.
Forse c’era
della diffidenza reciproca, ma lei sapeva tutto di me, dei miei
genitori, soprattutto dei miei nonni che fino a pochi anni prima
vivevano ad un centinaio di metri da casa sua.
"Chissà
perché mi guarda sempre in modo torvo…" mi chiedevo, "forse con i nonni
avrà avuto qualche discussione".
Un giorno
fu lei a salutarmi e poco alla volta iniziammo a parlare fino a quando
mi invitò ad entrare in casa per aiutarla a regolare la pendola. Si
trattava di un vecchio orologio che un soldato tedesco in fuga aveva
venduto a suo marito in cambio di pochi soldi.
"Per me è
troppo alta, devo salire sulla sedia per sistemare le lancette".
"Stia ferma
lì, ci penso io" le dissi.
Da quel
giorno non mancò mai di fermarmi per dare una sistematina, una carica,
un’oliatina ai meccanismi della pendola che si mostrava molto delicata.
"Quando
rintocca mi fa compagnia e io sto bene. La sento battere tutte le ore,
anche di notte".
Sembrava
che questo orologio da parete fosse diventato il nostro motivo di
incontro. Infatti, pur conoscendomi per nome, mi chiamava quello "della
pendola" e non mancava di ringraziare mia moglie dicendole quanto
l’aiutassi con la regolazione e che buona manina avessi.
Un giorno
di dicembre, quel vecchio orologio smise di segnare il tempo.
"Non batte
più! Questa mattina mi sono alzata e ho visto le lancette ferme" disse
con gli occhi lucidi. Provai a controllare la carica, sembrava tutto a
posto ma non volevo fare danni e quindi le consigliai di farlo vedere a
suo figlio il quale portò la pendola a riparare.
"Niente,
niente anche oggi. Mio figlio pensa che sarà pronta in settimana" mi
disse una mattina.
Il tempo
passava, senza il suono dei rintocchi. Nel suo piccolo appartamento
l’unica compagnia era rappresentata da un televisore difettoso o dal
gocciolio del lavabo in bagno.
Si
avvicinava anche il Natale e lei mi disse:
"Mio figlio
non mi ha nemmeno invitata…vanno tutti dai parenti a Mantova e dicono
che per me è un viaggio troppo lungo. Ci fosse almeno la pendola a
farmi compagnia…"
Ma la
salute di questo benedetto orologio sembrava più precaria di quella
della Maria e i pezzi, ormai introvabili, dovevano venire forgiati a
mano dal riparatore.
"Niente, è
il primo Natale senza la mia pendola" mi disse il giorno della vigilia,
con una lacrima che le scendeva e impertinente andava a gocciolare
sulla punta del naso. Ero passato da lei per farle gli auguri e donarle
un fiore.
"Suvvia,
questa notte ascolterà il rintocco delle campane" dissi cercando di
rincuorarla.
"Macchè,
quelle non le sento più, sono mezza sorda".
"Uhm…non si
preoccupi, questa notte sentirà dodici rintocchi. Non saranno come
quelli della pendola ma le faranno di sicuro compagnia".
Lei mi
osservò con curiosità.
"Li
aspetto" rispose.
Quella
notte, la notte di Natale, in perfetta sincronizzazione con il suono
delle campane, feci squillare il suo telefono per dodici volte. Poi mi
fermai e le campane proseguirono suonando a festa.
Mentre in
famiglia tagliavamo le fette di pandoro e stappavamo la bottiglia di
spumante, mi chiesi se la signora avesse sentito il telefono suonare.
"Avrebbe di
sicuro risposto, ancora prima di arrivare al dodicesimo squillo" pensai.
Nel
trambusto della festa, ad un certo punto suonò il campanello d’entrata.
Aprii la porta e fuori, appoggiata ad un bastone e avvolta in uno
scialle nero che la neve imbiancava, c’era proprio lei.
"Maria! Ma
cosa fa? C’è la strada ghiacciata…"
"Grazie,
grazie, non sa quanto mi ha fatta felice" disse con un filo di voce.
"Ma…cosa fa
lì fuori? Su, venga dentro".
"No, no,
devo tornare a casa, magari mi telefona mio figlio…"
"Suvvia,
venga dentro, le offro qualcosa di caldo e poi la riaccompagno a casa".
"No, no,
per carità…"
La presi
per mano e la guidai lungo i tre gradini.
"Forza.
Devo mostrarle la mia pendola. È solo un gioco, uno di quei souvenir
che vendono in montagna ma deve aiutarmi a regolarla".
Lei mi
osservò di nuovo, ancora con quello sguardo torvo che mi aveva
riservato le prime volte. Poi si mise a ridere mostrando il suo unico
dente e mi diede un buffetto sulla guancia.
"D’accordo,
ma solo un poco. Non sta bene alle vecchie signore uscire da sole a
quest’ora".
L’aiutai a
sedersi sulla poltrona, le misi in mano il piccolo orologio a cucù e si
divertì, come una bambina quando scarta i regali.
Paolo Perlini

Immagini
di Paolo Perlini
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Follia di Natale
Era la sera
del 24 dicembre, e al giovane appuntato dei carabinieri Domenico
Ferioni era toccato il turno di piantone nella piccola stazione
dell’arma situata in un quartiere periferico della città. A chi, se non
a lui, l’ultimo arrivato, poteva andare quel compito ingrato? In
servizio c’erano soltanto altri due suoi colleghi, impegnati nelle
operazioni di ronda sulle vetture di servizio. Gli stessi che pochi
minuti prima gli avevano portato quello strano individuo che ora si
trovava seduto davanti a lui, avvolto in una coperta scura di lana
pesante che gli lasciava scoperta soltanto la testa.
"Prego,
fornisca le sue generalità".
"Natale
Babbo, ma mi chiami pure Nat".
In effetti,
il periodo era quello giusto. Si era arrivati a quella data con grande
fatica, dopo un anno di duro lavoro e incarichi divenuti sempre più
pericolosi. Così almeno la pensava l’appuntato, intento a interrogare
quell’uomo che era stato "tradotto nella locale caserma dei
carabinieri", così come il giovane militare aveva diligentemente
scritto nella seconda riga battuta a fatica con la tastiera del
computer.
"Senta, è
tardi e fa pure freddo, e io non ho voglia di fare dello spirito. Mi
dica il suo nome e il cognome".
Il soggetto
lo guardò stranito, come se fosse l’altro quello che se ne andava in
giro per la città completamente nudo, con indosso soltanto un ridicolo
cappello rosso a cono sormontato da un fiocco bianco.
"Gliel’ho
detto, io mi chiamo Natale Babbo".
"Sì, certo,
e mia sorella è la Befana". Rispose spazientito il militare.
"Davvero?"
fece l’altro stupito. "Me la dovrà presentare, un giorno. Ho sentito
spesso parlare di lei, ma non l’ho mai vista. Non ci siamo mai
incontrati".
"Forse
perché lei, signor Babbo, arriva prima, mentre mia sorella si
presenta soltanto alcuni giorni dopo". Replicò con tono caustico il
carabiniere.
"Sì, già,
deve essere proprio così, non ci avevo pensato". L’uomo annuì con
convinzione.
L’appuntato
Domenico Ferioni si chiese chi dei due in quel momento sarebbe sembrato
più folle, agli occhi di un estraneo. "Ma la smetta, ma cosa dice? Lei
si sta mettendo nei guai, lo sa?". Lesse ciò che stava scritto nel
verbale d’arresto: "girava nudo per strada cantando a squarciagola
motivetti natalizi".
"Esatto!"
confermò divertito l’altro.
"E le pare
normale?". Sbatté il foglio sulla scrivania e si protese in avanti col
busto.
"Beh, se io
fossi Napoleone o qualcun altro, direi proprio di no. Ma visto che io
sono…".
"Babbo
Natale".
"Bravo".
"Grazie".
Il
carabiniere si strofinò stancamente il viso con una mano. Si trovava
davanti a un folle completamente nudo, con un cappello rosso in testa,
privo di documenti e senza alcuna voglia di collaborare.
Si
prospettava una lunga notte.
Doveva
cercare di saperne di più sul conto di quel tizio. Forse, facendolo
parlare ancora, sarebbe riuscito a ottenere informazioni utili per
scoprire chi fosse. Qualche elemento che lo potesse far risalire alla
famiglia dalla quale doveva essere sfuggito o, più probabilmente,
all’ospedale psichiatrico dal quale era probabilmente evaso. Non gli
importava da dove venisse, ma sarebbe stato ben lieto di accompagnarlo
in quel luogo anche con la propria autovettura, pur di liberarsi di lui
al più presto.
Aveva
inviato una segnalazione ad altre caserme. Sperò che da una di esse gli
arrivasse qualche informazione su quello strano personaggio.
"Allora,
signor Natale Babbo," finse di stare al gioco "Natale è il nome o il
cognome?".
"Il nome".
Si avvolse meglio attorno alle spalle la coperta di lana che gli era
stata messa addosso nel momento del fermo.
"Bene,
stavo dicendo, signor Natale, che lei è stato fermato circa mezz’ora fa
in via dell’Arcoveggio, dove se ne andava in giro completamente nudo,
fatta eccezione per…". Indicò il cappello rosso che portava sulla testa.
"Già".
"Già. E mi
vuole dire come ci è arrivato lì?".
L’altro gli
rivolse un sorriso paternale, quello che si è soliti adoperare quando
si ha a che fare con un bambino che fatica a capire una cosa semplice e
ovvia.
L’appuntato
notò quello sguardo che gli parlava d’ironia e compassione. Temette di
intuire la risposta. "Non vorrà dirmi che è arrivato con la slitta e le
renne?". Porca miseria, questo è pazzo forte pensò.
"Ma quali
slitta e renne? Ho preso il 14 e sono sceso in via Rizzoli".
È pazzo,
ma conosce i mezzi pubblici. "Molto bene, signor Natale. Benissimo. E dove
l’ha preso il 14?".
"L’ho preso
alla zona industriale Roveri".
Il militare
scrisse l’appunto su di un foglio.
"Adesso mi
vuole dire perché girava completamente nudo in mezzo alla strada?
"Mi hanno
rubato i vestiti".
"Chi?".
"Non so chi
fossero. Erano molto piccoli, con i capelli a caschetto e gli occhi
piuttosto stretti e allungati. Folletti, presumibilmente".
"Folletti".
Ripeté l’altro in modo automatico.
"O cinesi".
"Cinesi?".
"Già.
Oppure, più probabilmente, folletti cinesi".
Il
carabiniere restò qualche istante con la bocca spalancata.
"Lei è
pazzo, lo sa?". Le parole uscirono d’istinto dalla bocca dall’appuntato.
"Oh,
grazie. Anche lei non sta andando male, complimenti" replicò
prontamente Natale e rise di gusto.
Il ronzio
del fax si sovrappose alle loro voci. Il carabiniere si alzò dalla
sedia e si posizionò davanti all’apparecchio per vedere cosa stesse
arrivando.
Si trattava
della risposta alla richiesta d’informazioni che aveva inviato a tutte
le altre caserme dei carabinieri dell’intera provincia di Bologna, e
alla questura. La foto che aveva scattato con la fotocamera digitale
non avrebbe vinto nessun concorso di fotografia, ma gli era riuscita
sufficientemente nitida da consentire ai colleghi della stazione di
Bazzano di riconoscere l’uomo, purtroppo a loro già tristemente noto.
L’appuntato
sollevò un attimo lo sguardo per osservare l’altro, che se ne stava
tranquillamente seduto intendo a giocherellare con una grossa matita
colorata trovata sulla scrivania.
Il
carabiniere cominciò a leggere il rapporto dettagliato appena arrivato.
Su quel foglio, in poche righe, trapelava l’intera vita di quell’uomo.
La sua storia divisa in due da un evento tragico e drammatico.
C’era un
"prima" fatto da una moglie e un figlio, con un lavoro sicuro e una
serena quotidianità famigliare da portare avanti con dignità e orgoglio.
Poi c’era
un "dopo", costellato da un’infinità di bicchieri sempre troppo vuoti e
da giorni, mesi, anni di solitudine attraversati da una mente divenuta
instabile.
A dividere
i due momenti, il giorno maledetto in cui il figlio si era trovato nel
posto sbagliato al momento sbagliato, tra le pistole e i bersagli degli
uomini che, dentro la loro Uno bianca destinata a diventare tristemente
famosa, andavano in giro infangando le loro divise blu da poliziotti.
Quando finì
di leggere, aveva il groppo in gola.
"Allora?
Cosa c’è scritto lì? " indicò il foglio nelle mani dell’altro. "Che
sono pazzo?". Fece un sorriso tirato.
"Ma no, che
dice. Non c’è scritto nulla di simile". Chinò la testa senza riuscire a
trovare nient’altro da aggiungere.
L’uomo col
buffo copricapo si rivolse ancora al militare. "Hanno detto che negli
ultimi istanti ha cercato di strapparsi via i vestiti dal petto, tanto
gli dovevano bruciare le ferite. L’hanno lasciato là a terra al freddo,
mezzo nudo, a morire come un cane. Peggio di un cane".
Ci furono
lunghi istanti di silenzio, rotti appena dai loro respiri pesanti.
"La prego,
appuntato, la prego", riprese l’uomo. "Non si faccia vedere da me con
quella faccia triste e scura. Ho bisogno di tutt’altro: di gente
felice, di canti allegri, di piccole pazzie che mi consentano di
continuare a provare seppur deboli brividi nella schiena che,
incredibilmente, mi fanno quasi sentire ancora vivo. Quindi, per
favore, niente occhi tristi. Faccia il suo dovere: mi arresti, mi butti
da qualche parte e mi lasci cantare e urlare finché ne avrò la forza".
Era
trascorsa circa mezz’ora, quando la vettura superò i viali con i
lampeggianti accesi e la sirena spenta. Un rapido giro in via Ugo Bassi
e poi via, veloce e diritta verso il cuore della città, in piazza del
Nettuno. Posteggiò l’automobile di servizio vicino agli archi dei
portici di via Rizzoli. Spense il motore e tolse le chiavi dal quadro.
L’appuntato Domenico Ferioni fece un profondo respiro e si guardò
attorno un istante. Scacciò a fatica l’ultimo dubbio dalla propria
mente. "È pronto?".
"Sì",
rispose l’uomo col cappello da Babbo Natale che stava seduto dietro. "E
lei?".
Il militare
preferì non rispondere. "Andiamo".
Le portiere
si aprirono simultaneamente.
Quella
notte, in pieno centro, due strani individui completamente nudi furono
visti correre a perdifiato tra i passanti increduli, cantando a
squarciagola stonate filastrocche natalizie. Questo fu ciò che
riferirono il giorno dopo alcuni dei presenti che se li erano visti
sfilare davanti.
Qualcuno di
loro sarebbe stato disposto a giurare che in quella nella notte fredda,
nella piazza gremita di gente, quei due pazzi sembravano essere gli
unici davvero felici.
Davide Piazzi

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Tepori
La stufa
tirata a sidol, coi suoi cerchi fracassoni, era la prima cosa a
splendere, la mattina di natale.
La cucina
ne scontava l’argentatura con un odore di metallo bruciato e acido, che
mi mandava a messa senza ripensamenti, pur di scappare via.
La messa
dell’alba.
La Rosa
miamamma aveva il cuore di svegliarmi prima delle sei.
E insieme,
senza parole, si percorreva di fretta quel centinaio di passi che
separava dalla chiesa.
Ricordo lo
stupore di una mattina silenziosa di neve.
Il pudore
di segnarla per prime, solo noi due, e il girarci dopo qualche metro,
per vedere, alle nostre spalle, la cucitura di passetti sghembi che
avevamo scritto nel bianco.
Poi la
chiesa, di luce azzurrina: sembrava calda, anche se l’alito appannava
l’aria.
Ho capito
più tardi il regalo di quella annuale uscita mattutina, il tepore della
mano infilata sotto il braccio, fra la stoffa e la stoffa del cappotto.
Il natale
doveva cominciare così, stando strette, nel cerchio della vicinanza,
isolate dal freddo, per una ricarica a contatto d’affetto e d’intesa, a
lenta cessione nel tempo.
Si tornava
in moderato odor di santità, sempre di fretta, ché il fuoco non si
doveva spegnere e gli uomini di casa certo dormivano ancora.
La pentola
del brodo aveva l’aria grigia della carne che comincia a cedere
qualcosa.
L’odore
della festa, appunto.
Il piattino
bianco col sale aspettava i primi ovini gialli e retinati:
galleggiavano di promesse buone.
Zena Roncada

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Haiku natalizi di Alessandra
Palombo
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Bacche
cremisi
tra
foglie d’agrifoglio.
Rosso
Natale.
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Per il compleanno
(di Gesù) per i bambini
giungono i doni.
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Sui
vetri, stelle
Simbolo
del Natale
Sognano
i bimbi.
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Nelle
novene
palpita
del Natale
il
vero cuore.
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Ricche
pietanze
nei
pranzi natalizi.
Nozze
di gola.
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I giudizi e la memoria
E' pomeriggio,
mancano poche ore a capodanno. Lei, la bambina, segue buona buona il
gruppo di adulti che, lasciato il Piemonte, ha deciso di concedersi
alcuni giorni in quella splendida città toscana. Stanno percorrendo il
corso che conduce alla parte vecchia, che è in alto, dove ci sono la
piazza il duomo e i giardini.
E' soprappensiero la bambina, gli adulti non dicono cose interessanti.
All'improvviso, su quel corso di gente elegante e di strette di mani e
di auguri, compare una macchinina elettrica che sembra un trattore; la
guida un bambino di pochi anni, cinque al massimo. Suo padre, un omone
con la barba e un maglione rosso, segue, con noncuranza. La
macchinina-macchinona-quasi-trattore è grande e fa rumore, ma procede
lenta.
Guardano tutti, tutti si girano: quelli del posto e quelli di lontano,
come appunto il gruppo di adulti con la bambina.
I commenti si sprecano. Qualcuno dice: Quando sarà grande cosa gli
regalerà? un aereo?
La bambina non dice nulla. Poi sente la mano di suo padre sulla spalla,
è un segnale. Le deve dire qualcosa.
«Non stare ad ascoltarli. E se quel bimbo avesse una malattia e suo
padre avesse voluto fargli un regalo grande grande?».
Suo padre è strano, la bambina lo sa. Il padre più strano è toccato a
lei. Ma, nella sua testolina, prende nota.
Dei giudizi e di una ipotesi.
Ha un finale,
questa cosa qui.
E' stata la bambina, ormai cresciuta, a raccontarlo a suo padre. Tre
anni fa, mi pare. Il padre ricordava la scena, ma non quel suo
confabulare con la bambina.
Remo Bassini
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Un
anno inventai un Babbo Natale tecnologico, una favola moderna in cui un
Babbo Natale ansioso si disperava perché temeva di non poter
accontentare tutti i suoi piccoli clienti e cercava aiuto nel computer (leggi qui). Molti lettori,
però, mi chiesero di far tornare il caro vecchietto ai vecchi metodi e
di rispolverare le tradizioni. Così scrissi un seguito 
Povero Babbo
Natale!
La
cioccolata preparata da Gelsomina, la renna addetta alla cucina,
era dolcissima, densa e profumata. Babbo Natale la sorseggiava
compiaciuto e gongolante, mentre azionava il mouse con la baldanza
tipica di chi si affaccia per la prima volta al mondo del pc. Mentre
scorreva il catalogo di un grande ingrosso di giocattoli, lo schermo si
riempì di mille colori e sfrigolii, il mouse si bloccò e, con un gemito
da far accapponare la pelle delle renne, il monitor si spense e
il silenzio scese sul pc e su tutto il Polo Nord. Lo sgomento di Babbo
Natale fece gelare persino la cioccolata dentro alle tazze e spegnere
il naso alle renne.
Subito
si precipitò Piccì, l'elfo esperto di computer, e si diede da fare con
cavi, tastiera e mouse, cercando nel contempo di tranquillizzare Babbo
Natale. Sentiva la rabbia che saliva nella barba del vecchio col
vestito rosso, e cercava di evitare che esplodesse proprio contro di
lui.
Quando
capì che non c'era niente da fare e che non sarebbe riuscito a
sistemare di nuovo il computer, Piccì, disse a Babbo Natale che ci
avrebbe pensato lui e si precipitò fuori dal grande salone e dal gelo
che aveva invaso la compagnia. Babbo Natale, intanto, era disperato:
"Come farò? Che guaio! Questo passerà alla storia come il primo Natale
in cui i bambini non riceveranno i regali! E' un disastro! I bambini
rimarranno delusi... ".
E
riprese il suo girotondo sul tappeto, brontolando come aveva fatto poco
prima. Le renne, capitanate da Rudolph, lo guardavano in silenzio,
timorose che rivolgesse la sua collera anche contro di loro.
All'improvviso
squillò il telefono e Lamberto, la renna tuttofare esperto,
si precipitò a rispondere. "Sì... sì... va bene... magari... sì, sì...
va bene, vi aspettiamo".
Si
girò verso Babbo Natale, che lo guardava burbero e, con un sorriso
disse:
"Tutto
sistemato, capo! Arrivano i tuoi fratelli e i cugini e ci aiuteranno a
montare tutti i giocattoli in magazzino e poi tua zia Domenica, che ha
la passione della meccanica, riparerà la slitta e lavoreremo tutti
insieme fino alla Vigilia e dopo, con la slitta revisionata, partiremo
e faremo la nostra consegna in tutto il mondo. Così anche quest'anno i
bambini saranno felici".
"
I miei fratelli? I cugini? Come è possibile?"
"Li
ho avvisati io dell'emergenza e loro si sono offerti subito di
aiutarci. Hanno detto che la famiglia serve proprio a questo: a
sostenerti nelle difficoltà. In fondo, non è questo lo spirito del
Natale?"
La
musica natalizia invase l'aria e il viso di Babbo Natale, finalmente
rilassato e felice, illuminò l'ambiente. Le renne iniziarono a ballare
e Gelsomina portò un vassoio di dolcetti natalizi. La festa era
iniziata.
Danzando con Rudolph, Babbo Natale intonò sulla musica di
Happychristmas: "Anche quest'anno i bambini saranno felici con i loro
giocattoli e la slitta volerà nel cielo. La tradizione è salva".
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