Difficile dire perché io mi ostini a preparare questa pagina natalizia tutti gli anni.

Attorno ho sempre più spesso persone che discutono questo mio desiderio, e io stessa, che arrivata al primo dicembre vorrei d'un balzo essere al sette gennaio, non capisco perché mi ostino ancora a mantenere in vita questa mia assurda pretesa.

Il mese di dicembre, così festaiolo, è da molti mal sopportato, visto come causa di disagi dovuti a ciò che si sente come un obbligo: comprare regali che non si vorrebbero fare, trovarsi con persone che non si ha voglia di frequentare, pranzi in famiglia con persone che non si sentono di famiglia.

Ma il mio spirito non demorde. Chi mi conosce sa bene come io sia testarda - ma preferisco dire determinata -, e lo sono anche in questo mio "amore" per il Natale.

Forse ciò deriva da ciò che sentivo prima e forse è una cosa che voglio mantenere, ma mi piace sapere che qualcuno ( e siete tantissimi tutti gli anni! Grazie) passa in questa pagina per leggere una poesia, un breve racconto, per cercare un'immagine da regalare a qualcuno (le immagini non sono mie, sono prese dal web. Con le immagini non so fare nulla. So solo pasticciare con le parole).

Mi piace pensare che un papà passi da qui e trovi una piccola storia da leggere al suo bambino, o una renna colorata da stampare su un biglietto da appendere all'albero - magari su quel biglietto un bambino potrebbe scrivere i suoi sogni per Babbo Natale, perché no.

Insomma, a me piace questo.

E mi piace anche se io, dopo il 2001,  non sopporto il Natale.

Perciò, apro le porte di questa pagina e vi invito a leggere con noi.

Ringrazio tutti gli amici che hanno partecipato, quest'anno ancora più numerosi del solito, e che hanno reso bella questa pagina con le loro parole.

 

Tanti auguri a tutti!! 

Morena Fanti e ScrivereGiocando

 

 

 

 

 

 

 

 

NATALE

A Morena

 
Dalla cenere tua
s’alza la notte di muschio e di tizzoni
come un chicco di grano su quell’arco.

 

Chiaro, silenzioso
dopo l’acuto furore
lambisce l’intimo un richiamo di pace.
Chete
permeate di un dolore latente
ancora parole di un amore più grande
si elevano in me scoprendomi stupita.
Sul bordo, dietro il vetro
occhi rapiti infrangono barriere
fissano il cielo diradando il peso.

 

Sai, il nostro tempo non ci aspetta mai
e un attimo rubato
è un attimo con la candela spenta
che incauto ci sorpassa.

 

Sacrale notte di resine e profumi
salirà lenta le rapide di un fiume.

Mariolina La Monica (10 novembre 2007)

 

 

 

 

 

 

 

 

 
     

 

    

 

 

 

Natale

 

con ampie scie s’innèva

la secchezza di un vetro

una fermezza corregge ogni minima

sbavatura del dialogo

(fuori è freddo);

a parole fitte

s’allarga il confine, s’insinua

fra i corpi

mentre ancora la carezza li asseconda.

 

E’ stato (ricordi?) lo scricchiolio dell’anta

a svegliarci

 

venticinquedicembre millenovecentonovantuno

 

mentre ai bordi la strada si faceva sporca

lentamente ci trafiggeva un suono

di ore impossibili.

 

Ricordi? era freddo

e non era che un affanno l’udirci sussurrare

(semivuote le stanze dell’albergo, ronzante

l’insegna che ci imprigionava…)

nella rada scolpitura del nostro noi

abbiamo tracciato segni

indelebili, confini muti e – forse

non puoi sapere

che ora è soltanto una isteria confusa di note.

 

Lo sterro ora mischia incautamente

nevischio in un mosaico ibrido, lontano;

ed io non so quale abbandono

m’arrende,

 

venticinquedicembre duemilasette

 

ripercorro il confine

(la secchezza dell’erba rincorre un sole pungente)

e gli argini più non hanno retto

di questi corpi

di questo corpo strappato al delirio

mentre non resta che aria secca

che mi trafigge, lenta

 

 

Marco Guerrina

(10/11/2007)

 

 

 

 

 
 
 

 La luna e il pizzicotto

 

- Figliolo, che ci fai ancora in piedi sopra il tetto ? Non sei grandicello per aspettare un regalo ?

- Non voglio regali. Ho scoperto che la vita è un incubo, e vorrei solo che la luna mi desse un pizzicotto per svegliarmi.

- Oh oh...Che ti è successo figliolo ?

- Ho visto appassire una rosa e non ho potuto far nulla per salvarla.

- Che rosa ?

- Una rosa bianca, dolce e pura, che per me ha sacrificato se stessa. Una rosa che mi ha carezzato con i suoi petali tutte le volte che ho pianto.

- Ogni rosa del tuo giardino è unica. Io non posso darti quella rosa figliolo...

- Perché no ?

- Perché è lei che mi manda... E le mie parole sono il tuo regalo: vuole farti sapere che c'è un mondo di luce dietro il tuo dolore, che un giorno vi rincontrerete, e quel giorno, non lontano, tornerà a carezzarti come un tempo. Ma ora devi essere forte e paziente, questo vuole da te. Per una volta sii tu il vento che carezza i suoi petali: rendila felice.

- Non ci riesco.

- Devi.

- Anche se in ritardo, posso chiederti un regalo, Santa Claus ?

- Sì.

- Per un solo istante, cancella il gelo che ho nel cuore: abbracciami.

- Prendi, figliolo.

 

 

Carlo Bramanti

(12/10/2007)

                                                                                                         

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UNA MADRE

 

Percorse qualche metro ancora, tenendosi il fianco. C’era un gran silenzio tutt’intorno, come se la natura avesse spento i suoi rumori, partecipe del dramma. Non ce la faceva più a proseguire, ad ogni passo le fitte di dolore s’intensificavano. Il freddo intorpidiva le sue membra. Erano ancora distanti le luci della casa e si rese conto che non sarebbe riuscito a raggiungerla. Le gambe cedettero di schianto, sul bordo della strada, vinte dalla stanchezza e dal freddo. Si adagiò con la faccia sulla neve. Perché l’avevano mandato a combattere? Cosa c’entrava lui con la guerra? Trovò la forza di sollevare il volto da terra e chiedere aiuto: "Ehi, lassù, mi sentite? Aiutatemi, per favore. Sto morendo!".

La porta rimase chiusa.

E c’era da capirli. Era uno straniero, un nemico. "Aiuto! Aiuto!" urlò ancora con le poche forze che gli rimanevano. Il gelo lo stava avvolgendo, presto sarebbe arrivato fino al cuore. Aveva una gran voglia di dormire e farla finita. Com’era limpido il cielo! Che peccato morire in un giorno così bello. Pensò ai suoi cari che non avrebbe più rivisto, alla sua casa, all’alberello che aveva piantato nel giardino. Chissà se aveva già dato i suoi primi frutti. Mancava da due anni oramai. Prima di chiudere gli occhi ebbe l’impressione di vedere la porta aprirsi ma forse era un sogno o un miraggio. La guerra cova rancori, le divise segnano solchi profondi nell’anima della gente. Ma non l’aveva voluta lui la guerra, gli avevano scaricato un fucile tra le braccia e inviato a combattere. Ora si ritrovava in una strada deserta, unico sopravvissuto di uno scontro a fuoco. Era riuscito a fuggire, non voleva finire prigioniero. Il respiro sempre più debole, la mente che vagava alla ricerca di volti familiari. Nel sonno inquieto che precede la morte trovò il viso di lei, sua madre. Veniva a portargli conforto. La chiamò: "Madre, madre, non voglio morire! Ho ancora vent’anni". Aprì gli occhi in un ultimo sussulto di ribellione, tentò di alzarsi. Incontrò lo sguardo caritatevole di una donna sconosciuta e la sua mano che gli premeva un panno caldo sulla fronte. "Chi sei? Non ti conosco. Tu non sei mia madre, anche se il tuo viso stanco, i capelli raccolti sulla nuca, sono uguali ai suoi".

Sorrise la donna, ed il suo era un sorriso dolcissimo, di quelli che riscaldano il cuore. "Che importa, ragazzo mio, tu sei un figlio che chiede aiuto ed io sono una madre: le mamme sono tutte uguali. Hai bisogno di aiuto, non posso negartelo". Lo aiutò a girarsi con la faccia verso il cielo, ora poteva respirare meglio. "Ce la fai ad arrivare fino a casa sorreggendoti al mio braccio?". Provò ad alzarsi ma le sue povere gambe sembravano di legno e il sangue sgorgato dalla ferita lo aveva reso debolissimo.

Scosse la testa.

Lei gli fece coraggio: "Aspetteremo qui, tra poco dovrebbe tornare mio marito, è andato in paese col calesse. Intanto bevi questo, ti farà bene". Gli appoggiò sulle labbra una ciotola con una bevanda bollente. Il ragazzo si sentì rianimare.

"Ti senti meglio?" chiese la donna regalandogli un sorriso. Anche questo gli fece un gran bene. A volte l’amore riesce a curare le ferite. "Ti ringrazio, mi hai salvato la vita".

La donna sospirò. "E’ ancora presto per dirlo. Purtroppo sono vecchia, non ce la faccio a trasportarti fino a casa. Sono sola, i miei figli sono stati chiamati a combattere". Sospirò ancora. "Chissà dove saranno in questo momento".

Il soldato rimase in silenzio, si sentì in colpa; magari li aveva affrontati in battaglia, magari li aveva uccisi. Cercò di non pensarci. "Anche voi avete un bel cielo" disse, "sembra un’enorme coperta azzurra pronta a calare su di me".

"E’ bello il cielo quando non è offuscato dalla polvere da sparo" disse la donna.

Ci fu un’altra lunghissima pausa, poi il giovane chiese: "Quanti anni hai?".

"Cinquantasei".

"La stessa età di mia madre! Anche lei porta i capelli raccolti sulla nuca. E’ molto bella mia madre. Anche tu sei bella, le assomigli".

"Non agitarti, non consumare le forze". La donna gli tamponò la ferita con un panno, poi guardò preoccupata verso il sentiero. Suo marito tardava ad arrivare. Pensò che il ragazzo non ce l’avrebbe fatta a resistere ancora per molto.

Ricominciò a nevicare.

"Ho freddo, tanto freddo" si lamentò il soldato.

"Forse è meglio che vada in casa a prenderti una coperta".

"No! E’ troppo lontana! Ho paura. Non lasciarmi solo".

La donna guardò ancora verso il sentiero. Suo marito non arrivava. Capì che non rimaneva altro da fare, si sdraiò accanto al ragazzo per riscaldarlo con il suo corpo.

I fiocchi di neve aumentavano d’intensità.

" Ma tu stai rischiando la vita per me! Perché lo fai? Non mi conosci, io sono tuo nemico".

"Sssstt". Gli chiuse le labbra con un dito. " Tu sei un figlio ed io sono una madre, solo questo conta: tua madre farebbe altrettanto per il mio, ne sono certa, perché le madri sono tutte generose. E poi oggi è un giorno speciale, non posso lasciarti morire proprio oggi".

"Che giorno è?".

"E’ il giorno di Natale".

"Non lo sapevo. In guerra i giorni sono tutti uguali, sono fatti di neve". Furono le ultime parole, calò un torpore bianco su di loro e si addormentarono sereni.

Quando l’uomo col calesse tornò dal paese li trovò sdraiati l’una accanto all’altro; la donna era ricoperta interamente di neve e, chinandosi per soccorrerla, si accorse che il gelo si era impadronito per sempre del suo corpo. Il ragazzo respirava ancora, seppur debolmente. Lo portò dentro e lo adagiò accanto al camino, accese il fuoco in silenzio, sempre con la stessa lentezza dei gesti. Dal suo volto non traspariva alcuna emozione, i suoi lineamenti parevano cristallizzati, forse anche i sentimenti. Lo spogliò e cominciò a frizionarlo su tutto il corpo con una sostanza oleosa presa da un vasetto; indugiò nelle estremità degli arti dove maggiore era il pericolo di assideramento, alla fine lo arrotolò su una pelle di montone, quindi uscì per dare sepoltura alla sua donna.

Nei giorni che seguirono si prese cura di lui imboccandolo come un neonato, più volte lavò e disinfettò la ferita. Rimaneva in silenzio, aveva nello sguardo sempre quell’espressione impenetrabile, non si capiva se fosse odio o indifferenza.

"Mi dispiace per ciò che è successo" disse il ragazzo quando si fu ripreso, " la tua donna ha sacrificato la sua vita per me, non volevo".

L’uomo continuò a sospingergli in gola il cucchiaio con la minestra, sembrava sordo. Gli voltò le spalle e andò fuori a tagliar legna.

Altre settimane trascorsero ancora, il ragazzo aveva riacquistato le proprie forze, cercava di rendersi utile ma quando gli rivolgeva qualche parola, il vecchio rimaneva a fissarlo con quegli occhi senza espressione, si alzava dalla sedia e si dedicava alle sue faccende.

Una sera, rientrando con il suo cavallo dal paese, si fermò davanti a lui e gli disse: "Puoi andare ora, la guerra è finita. Ci sono i vestiti di mio figlio nell’armadio, indossane uno e vattene per il sentiero". E si allontanò per sistemare il cavallo nella stalla. Il ragazzo gli corse dietro: "Aspetta, voglio sapere se mi odi".

Lui continuò indifferente a dare il fieno al cavallo.

"Dimmi almeno perché mi hai salvato la vita".

Si voltò. "Perché il sacrificio di lei avesse un senso".

All’alba il soldato si avviò per il sentiero. Mentre ritornava a casa pensò che lo avevano privato di tre anni della sua vita, tanto era passato da quando era partito. Chissà il piccolo Robert com’era cresciuto, doveva essere diventato un uomo oramai; e sua madre, dai capelli argentati, sicuramente lo stava aspettando a braccia aperte sull’uscio di casa. Sarebbe stato accolto con i dovuti onori che spettano a un reduce. Davanti all’uscio di casa invece c’era solo il fratello ad attenderlo e, appena lo vide gli buttò le braccia al collo. "E la mamma?" chiese provando un oscuro presentimento.

"La mamma non c’è più" disse il fratello mestamente, " è morta un anno fa per salvare la vita a un giovane che stava per essere travolto da un’auto. Era uscita per andare a messa, era il giorno di Natale, e vedendo il giovane in pericolo di vita, non ci ha pensato due volte a lanciarsi per salvarlo. E’ morta al posto suo".

"Era il giorno di Natale?".

"Sì. Cosa gli importava poi di quel ragazzo, non era mica suo figlio".

"Sì, era suo figlio. Una madre è la madre di tutti" disse il soldato asciugandosi una lacrima. Gli passò un braccio sulle spalle e si avviarono dentro casa.

 

Salvo Zappulla

  

 

 

 

 

 

 

 

 

Natali 2007

 

Strati strati,

luci novi

allàmpanu.

 

‘Gnuni ‘gnuni,

camurrii vecchi

mpustìmanu.

 

Palazzu palazzu,

un manicu d’omini

zurbìanu.

 

Addabbanna ssu celu

fora chisti

e chiddi

 

c’è cui nasci

pasci

mori

 

comu sempri.

 

Chi miraculu vinisti a fari?

 

Marco Scalabrino

22/10/2007

 

Per le strade, / nuove luminarie / abbacinano. /

A tutti gli angoli, / vecchi problemi / incancreniscono.

Nel Palazzo, / un manipolo d’uomini / dibattono.

Estraneo a tale contesto / al disopra di questi / e di quelle /

c’è chi nasce / pasce / muore / come sempre. /

A che è servita la tua venuta?

 

 

 

 

 
 

Parenti serpenti

 

Il mio film culto di Natale. Per me Natale significa anche questo: vedere di nuovo questo film, che trovo deliziosamente amaro e rappresentativo dei sentimenti di cui sopra. Girato in una Sulmona un po' provinciale e tanto bella (le foto di esterni in questa pagina, dove non specificato, sono tutte di Sulmona periodo prenatalizio), è uno spaccato di vita familiar-natalizia  e rappresenta -ovviamente portati all'estremo - i sentimenti di molti. Diventa allora  inevitabile ridere dei comportamenti dei personaggi, tutti azzeccati e coordinati con grande maestria dal regista Mario Monicelli. Ed è un riso che ride di noi stessi e dei nostri comportamenti a volte assurdi, ma è bello saper ridere di sé: l'autoironia è una buona medicina e dovremmo usarla più spesso.

 I caratteri e i comportamenti  dei protagonisti si combinano formando un unico grande coro, che inizia con battute da commedia, fino ad arrivare a un finale tragico e noir, dal cinismo esasperato, che nella vita reale non accadrebbe mai (?)  ( e ci sarebbe da dire: speriamo... )

Così, quando nel 2005 sono andata a Sulmona a trovare un'amica e ho passeggiato lungo il Corso addobbato con le luci natalizie (vedi foto sotto. E' mossa, ma la lascio lo stesso, per darvi un'idea del clima natalizio) mi sono sentita come fossi dentro il film, come se passeggiassi in un mito.

Bella sensazione.

 

 

 

 

 

 

 

Paffuta d’Addobbi in tenera dedica

e di tutto questo lieve candore
ho -invero- un gelo da sbrinare
(neve mi canto in cuore)
prima che sia festa adocchiata
tra i balocchi lustracoccole
ché stona, sì, tra i lapilli blu e oro
d’un natale che m’aggradi

(scuserai il minuscolo
tamarinda mia adorata
ho le consonanti sante
ancora inscatolate)

Così, per decoro alla gran festa
-l’ansia per ditale-
s’ aprono cinque scatoline rinvenute
tra gli avanzi di ieri, tuttitutti riciclabili:
un pendente oro, uno blu,
una lanterna oro, uno blu, una stella oro, uno blu,
una coccarda oro, uno blu ( ad lìbitum)
Così, meccanicamente,
che non stonino per ridondanza
tutti questi frizzi d’ aghi
Sì, tamarinda, alternanza è bello e luccica
E sulla punta dorata
il distintivo borghese su cui adagiare
tutto l’ineluttabile che c’è dentro
adornabile, a piacere, di fili brillantanti

Ecco un angioletto claudicante
e, osannante, un coro per piccini
-quel lieve suo candor-
m’ammalia d’una dolcezza ritrovata
tra le risa morbide e le carezze paffute
dei miei puttini adorati
una cascata di boccoli barocchi a succhiarmi
il sangue amaro per restituirmi in molli fronzoli


E tu amorina? hai fatto la questua
con tutti i buoni proponimenti
al bambin gesù?
bambina cattiva, diventare buonina
per un nanosecondo di frottole sdolcinate
e carni bambine profumose
mi scolpirà la lapide dell’ epitaffio:

incoerente visse fino all’ultimo natale
che ancora sfrangia pini dal ridere
sulle riverenze bambine riesumate
che le levarono la buccia cattiva

per due coccole di Natale

lo so-

Rita Bonomo

( ai miei nipotini Francesco e Martina, miei puttini belli)
Natale 2005

"Fuga in Egitto" di Giuseppe Solimando - acrilico su tela, cm 50 x 70 cm, anno 1992

 

 

 

 
 

 

REGALO DI NATALE AGLI AMICI

Nel breve transito
che giorno dopo giorno sfuma
sono pietra scartata dal Costruttore.
Un punteruolo d'ansia
sovente mi perfora il petto.
Della mia detenzione 
non mi lamento, leggo molto.

Scrivo e aspetto, aspetto
come il cane paziente. 
Mi accontento di poco :-
una gruccia gentile
al mio tardivo affetto,
al mio cuore di rondine
dai brividi di piuma.

Oltre l’abete intirizzito
col suo smerlo di brina
altre risorse non ho,
se non il gioco 
irridente delle parole
e una speranza recidiva.

Eppure basta
che tu venga a trovarmi
e un diadema di sole
ravviva il deludente vuoto.
Il mio modesto dono 
è soltanto un sorriso 
venato di calore.
Tu, per favore, fai buon viso...

(Siena, S. Natale '89)

M.Teresa Santalucia Scibona

Dal volume “Le temps Suspendu et la Vie Assise” – a cura di Giorgio Luti,
postazione di Walter Nesti- trad. di Ben Felix Pino -Prospettiva Editrice 

 

 

 
 

 

 

Che di sangue respiri il Natale


Che non sia una natura morta
l'abete
nell'angolo di memoria a sé rinata,
ma vestito di albe fulminate
risplenda di neve trasparente
a disgelare geometrie cristallo,
parabole di gittate senza senso
e ogni gesto lasciato lì in sospeso.

In silenzio sfavillerà la cometa
a segnare strade nuove
deserte di scorpioni e aspidi,
angoli acuti di nostalgie segrete
di presepi e Magi confusi nella nebbia,
progetti calcati col compasso
o passi scapigliati di futuro.

Ogni regalo appeso ai rami stanchi
di reggere sogni chiusi con la ceralacca
sarà cosmo di profezie stregate
da occhi di basilisco, di smeraldo e d'onice
e tu, rapito, agguanterai il tuo giorno
e cricchierà di mandorle e zampogne dolci
che gusterai senza retrogusto amaro
ma con negli occhi oracoli di strass.

(2007)
Teresa Ferri

 

 

 

 

Il marciapiede

 

Nessun tintinnio, solo un continuo incrociarsi di persone.

Sembrava così strano che in un marciapiede talmente dritto e regolare si dovesse invece avanzare come anguille, da destra a sinistra, per evitare le persone che camminavano in senso opposto; oppure per superare quelle più lente. E non c’erano solo le persone da evitare, ma anche le loro buste della spesa, valigette da lavoro e pacchetti col fiocco; qualche borsetta da signora. Sembrava quasi che un fantomatico e maldestro generale d’inverno avesse impartito un severissimo ordine; mi sembrava di poter udire il contrasto fra i delicatissimi fiocchi di neve e la sua voce potente: "avanzate, evitandovi a vicenda!" Evidentemente questo generale sapeva farsi rispettare, dato che tutte quelle persone stavano eseguendo i suoi comandi alla lettera. Non certo una lettera come quelle che si scrivono a Babbo Natale, piuttosto una lettera risoluta e decisa, come certe dell’alfabeto; tipo una zeta.

Arrivai anche a pensare che in quel marciapiede così affollato, qualcuno avesse disegnato, per ogni singola persona, sinuosi percorsi che solo io non ero in grado di seguire e di capire. Non è per niente facile seguire un percorso se non riesci a vederlo. Sinché non lo vedi ti devi muovere seguendo l’istinto, o sopravvivendo all’istinto, oppure ti devi affidare a qualche tipo di ragionamento più o meno astruso; oppure devi abituarti a fare l’anguilla. Certe altre volte, per vederlo, devi voltarti di spalle e guardare l’inizio lontano del marciapiede. E non puoi neanche chiedere a nessuna di quelle persone, perché ognuna conosce solo il suo di percorso, e non sempre.

E tutti i percorsi sono diversi. "Che rompicapo!", pensai.

Continuavo ad osservare quell’ondeggiare di anguille, con le loro buste della spesa, con i loro pacchetti e con le borsette da signora.

Mi fermai un attimo sul lato destro del marciapiede, affinando l’attenzione sulle persone che lo percorrevano. Sembravano tutte molto sicure nel loro incedere a zig-zag, e tutte andavano di fretta. Sembravano anche in ritardo e molto preoccupate, tutte intente ad evitarsi a vicenda; a schivarsi.

Una signora si fermò accanto a me. Aveva i capelli molto curati e ben pettinati, probabilmente era appena uscita dalla parrucchiera e stava rientrando a casa. Non aveva buste della spesa in mano e indossava un paio di occhiali scuri, nonostante il cielo grigio. Mi sembrò una signora per bene. Ben vestita, elegante, e coi capelli che solo a guardarli ti facevano venire in mente la parrucchiera. Era avvolta in una pelliccia marrone scuro che la teneva al caldo e al sicuro, al riparo dal freddo e dalle persone. Anche lei, però, volle contravvenire agli ordini del generale e si fermò.

La moneta fece un lieve rumore sordo cadendo dentro la ciotola. Era una ciotola semplice e di plastica rosa, con i bordi superiori consumati da un continuo accarezzare di mani, e neanche tanto pulita. Nessun tintinnio in quel gesto, ma dal basso sentii arrivare solo un "grazie signora"; poi la pelliccia con gli occhiali scuri riprese a ondeggiare fra la gente, sino a scomparire, mischiandosi fra i mille cappotti, e le borsette; fra le anguille e il marciapiede.

"Com’è possibile che io non abbia notato questa ragazza seduta proprio accanto a me? Sono qui, fermo già da qualche secondo, e non ho visto questa ragazza che è praticamente ai miei piedi".

Qualcuno trasgrediva ancora gli ordini del generale.

Anche la ragazza, evidentemente, preferiva disobbedire. La guardai abbassando la testa, "avrà al massimo quindici anni". L’aspetto era visibilmente sudicio nel complesso, gli occhi molto vivaci e neri, la corporatura minuta e fragile. Portava un fazzoletto bianco e rosso, che le avvolgeva la testa, quasi che fosse una giovane monaca colorata e rivoluzionaria. Vestiva di una lunga gonna in cotone leggero. Con un po’ di fantasia, e a dispetto di quell’alone grigiastro che ricopriva il tutto, si potevano intuire i colori allegri di quell’abbigliamento così fuori stagione. Per un istante, fui quasi tentato di assumere io il ruolo di vice generale: "non puoi stare qui ferma con la tua ciotola, il generale se la prenderà a morte! Ha ordinato a tutti di camminare a zig-zag, di correre e di non badare a niente e a nessuno. Il generale non vuole sentire ragioni, ognuno deve rigare dritto, che poi è a zig-zag, e seguire il filo del percorso. Alzati! Non vorrei che il generale se ne accorgesse".

Ma non dissi nulla.

Non ero più la, ormai. Me ne ero già andato da qualche minuto, proprio come adesso, per viaggiare liberamente fra i miei pensieri.

 

"Forse anche gli ordini del generale, come i sentieri, non sono poi così chiari per tutti. Anche nell’esercito, infondo, mentre i soldati marciano, ci sono certi ufficiali in ufficio (altrimenti che ufficiali sarebbero), e c’è sempre qualcuno di guardia sulla torretta, oppure c’è qualcuno che invece del fucile imbraccia un tamburo e…

… e c’è il generale".

Conoscevo bene quel marciapiede, a pochi passi dall’uscio di casa, ma tutte quelle persone…

E se fosse stato proprio un ordine del generale? Forse quella ragazza era di guardia alle anguille, sulla torretta. Forse la pelliccia di quella signora era solo un’uniforme da sott’ufficiale. E io?

Io non avevo neanche il tamburo quella sera, e il mio sentiero era stato disegnato con un evidenziatore trasparente su quel marciapiede di fiocchetti, anguille e generali.

Me lo ricordo bene, era il 21 Dicembre di un anno, intorno alle 18:30 dell’orologio. Esattamente un mese prima, alla stessa ora, ero in parco e cantavo un’allegra canzoncina al telefono. Di li a quattro giorni sarebbe stato Natale, e io l’avrei trascorso al lavoro, come molti altri Natali, lontano da casa e senza tamburo. Sapevo, però, che almeno il gatto non mi avrebbe abbandonato. Lo avrei trovato li, rientrando a casa, sulla solita poltrona, ad aspettarmi col suo affetto e la coda.

Ma non fate quella faccia triste per cortesia, eh? :) Perché a casa mia, di Natali, ce ne sono almeno una ventina all’anno, e più spesso capitano al 17 di un mese, o al 9, talvolta anche al 25, ma di un mese imprecisato. Per esempio, quest’anno, potrebbe capitare di 23 e a mezzogiorno.

Secondo me è tutto un rompicapo globale.

Colpa del generale!! … o delle anguille!

Comunque vada, io auguro che sia un buon Natale per tutti. E non importa neanche che il Natale sia proprio il 25 Dicembre. Vi auguro di avere tanti Natali quanti ne ho avuti io quest’anno, e non sarebbero pochi. Ogni giorno, infondo, può essere quello di Natale. Dipende tutto dal generale e dalle anguille…

 

… e le anguille, se vi va, gustatele arrosto :) 

Gabriele M.

 

 

 
 

 

 

 

L'arca di Noel

Un'arca, che salpi in tempo
con tutto il blog, ben chiusa
fiduciosa e bianca. Non so
se s'alzerà quest'anno
così tanto l'acqua, se Noel
ci riservi un diluvio di pioggia
o un diluvio di versi
se Noè s'offenda o ci scherzi
ma saliamo al più presto
amici, sull'arca
che aspetta per poco
poi salpa.

Antonio Fiori



 

 "Arca" di Giuseppe Solimando - acrilico su tela, cm 100 x 120 cm, anno 1997

 

 

 

 



Il pane, le rose e l'astrolabio

 

E ci sono delle stelle di troppo, che avanzano in questo
cielo privato.
Se parlano di cose che non conosci,
guardali negli occhi.
Se sfuggono come conigli
o peggio son fari che
scrutano i mari delle opportunità.

Non hanno mai lavato, cucinato o fatto la fila, eppure
sanno tutto del prezzo del grano o del petrolio.

Mi chiedevi come aiutare la formica di Maria
a raggiungere casa, per lei che non parla ,
cammina sbilenca, e impara in modalità casuale?

Fermiamo le auto, mia cara.
Una sola bicicletta in più, è un cespuglio contro il deserto.
Facciamo saltare le convenienze, le priorità, i premi aziendali.
Gridiamo, sommessamente,
che ancora, non siamo, robot, aziendali.
L’uomo, le stelle, le cure ( la lettura )
i nostri firmamenti.

Si, vogliamo rimbambire così, da vecchi.


( E guarda che non parlo dal caldo della mia cuccia,
e coi soldi che restano, non mi pago nemmeno il funerale,
che era l’unica preoccupazione di mio padre)

 

© Lino Di Gianni


Illuminazione…


uhm, si
mettiamo un bel po’ di luci, no ?
Qualcosa che crei il clima, hai presente,
un alibi per comprare
se no, con i tempi di magra,
le tasse e la benzina, il pane e il salame..
Be’ no, ‘sti quattro schifiltosi che si ostinano a dormire per terra
alle stazioni.
Eh no, no.
Mica siamo a Londra, o Parigi.
Facciamo cosi: due notti a testa al caldo e poi via, in periferia.
Troppo comodo, le stazioni centrali.
Diciamola tutta: siamo troppo buoni, tolleranti, lo so, lo so.
L’ ho sempre detto, si fa come con i Rom, gli extra-comunitari.
Si riempie un bel treno chiuso e ops, via.
Allora si, eh.


( Quest’anno vogliamo esagerare, in svendita tre monaci birmani al prezzo di uno, per quel tocco di esotismo che fa sentire casa il mondo)
© Lino Di Gianni

 

 

 

 

 

 

UN NUOVO NATALE

 

Quest’anno sta per finire.

Si avvicina lento un altro Natale.

A volte mi capita di pensare com’ero un po’ di tempo fa.

Sola, triste e profondamente insoddisfatta della mia vita.

Quest’anno invece mi accingo a vivere un altro Natale, un Nuovo Natale.

Il primo Natale della mia nuova vita.

Per questo sono andata in giro con mio marito a comprare un albero di Natale enorme e tantissime palline colorate, luci, addobbi, per la nostra casa.

In un passato non lontano, mi capitava di pensare che nella mia vita non sarebbe mai cambiato niente; che sarei stata per sempre inghiottita quotidianamente dal nulla che mi circondava.

Pensavo che non sarei mai potuta essere davvero me stessa; ed usare i "talenti preziosi" che sentivo di avere dentro di me.

A volte Dio ci sottopone delle prove difficili da superare: ma se con grande coraggio e determinazione decidiamo di andare avanti e superarle, possiamo scoprire cose meravigliose.

Improvvisamente, come per magia tutto cambia, tutto accade…

La vita diventa un’avventura speciale degna di essere vissuta.

Questo sarà anche il primo Natale che passerò lavorando con delle persone in difficoltà.

La maggior parte della gente pensa che il Natale sia soprattutto fatto di regali, di dolci, di feste con i parenti e con gli amici ed anche io ero ormai avvezza a questo pensiero.

Forse quest’anno comprenderò il vero spirito del Natale.

Starò con "gli ultimi" del mondo.

Me ne sono stata rinchiusa per anni nella mia piccola ed ovattata realtà.

Senza avere la possibilità di confrontarmi con il mondo esterno.

Ora invece ho finalmente la possibilità di rendermi utile agli altri, di fare qualcosa di concreto per migliorare la loro vita.

Questo sarà davvero un altro Natale, un Nuovo Natale.

Giovanna Palo

 

 

 

 


Sul muschio


Eccolo di nuovo, il presepe scartato
e adagiato sul muschio umido
di guazza: quest’anno anche
il deserto, di farina gialla,
coi Magi e coi cammelli in sosta
accanto ad una palma,
colorano la scena consueta.
E donne colle brocche in testa,
pastori con l’agnellino in spalla
cominciano il cammino antico
diretti a quella stalla.
E’ limpida la notte
profuma di speranza
e una stella strana
-di luce ha i suoi capelli-
illumina il cammino.
C’è fretta nelle gambe,
smania di giungere presto
a vedere un Bimbo in fasce:
forse è quello il segno
atteso dai Profeti
forse è quello il germoglio
di una mèsse nuova.
C’è incanto e c’è silenzio
trepidazione e attesa
un misterioso evento
il mondo cambierà.

 

Maria Gisella Catuogno


 Filastrocca di Natale 

 

Intreccio ghirlande
di foglie d’alloro,
minuscole pigne,
nastrini di raso;
risveglio l’abete
dal lungo letargo,
lo rendo speciale
per tre settimane:
ninnoli e sogni
li appendo ai suoi rami,
li avvolgo di luce,
li infiocchetto di tulle,
divento bambina
insieme a mia figlia.
Poi sveglio pastori,
pecore e agnelli,
li invito sul muschio
profumato d’inverno;
desto i Re Magi
coi loro cammelli,
i tesori e le essenze
del mitico Oriente:
sono ancora lontani,
tra palme e deserti.
Costruisco la grotta,
scommessa di pace:
vi entra Giuseppe,
vi entra Maria,
le mani raccolte
in trepida attesa:
domani,forse,
Gesù nascerà.

 

Maria Gisella Catuogno

 

 

 

 

 

 

 

 
 

"Natività" di Giuseppe Solimando, acrilico su tela, cm 100 x cm 120, anno 1988

Un ringraziamento speciale al pittore Solimando che ci ha permesso l'uso delle sue opere per rendere più bella questa pagina.

Per contattare l'autore

 

 

 

 

 

 

Natale

A dicembre, fra il ruggire del mare
e i ghirigori schiumosi dell’onde
stava l’abete in un vaso di coccio,
rivestito con la carta da pacchi,
a disegnare arabeschi sui vetri
dischiusi sul bambino e i tre re magi.
Era, il Natale, calore di casa
era colore in cammino di Luce.

Alessandra Palombo
(Natale 2006)

 

BUON NATALE

Benedetta Maria
Unica Madre Vergine.
Osanna al Figlio
Nato nella Grotta Santa.

Né insegne, né alchimie
Abbagliano la Luce, se
Tra luminarie, mense e
Alberi cinesi, svettano
L’ Eucaristia solenne
E il Sogno dei bambini.

Alessandra Palombo
(Natale 2006)

 

Natale

Nacque Nazareno,
nuovo Nunzio,
nascosto, nudo,
nullatenente,
nella notte nevosa,
nacque Nuova Novella
nacque Natale.
Nelle news natalizie
noto naufragi, nubifragi
nuove nefandezze,
nei negozi, noci, nocciole
nécessaire, negligé
nonché nuovi nababbi…
Nonsense? Nonso
No-comment. Non-io.

Alessandra Palombo
(Natale 2005)

 

"Natale messicano" - foto Bianca Madeccia, Chiapas, Messico

 

 

 

 

   

Gli auguri di Giovanna Palo. 

Anche quest'anno Giovanna ci ha preparato degli auguri molto colorati e allegri. 


   

 

 

 

 

 

 

Natale è…

 

il ricordo

triste e opaco

di un incontro mancato.

E panni da stirare

(…manca un bottone…).

Cibi da preparare

(…il sale basterà?!).

Intorno

profumo d’arrosto e mandarini.

Gente.

Troppa gente.

Chiasso.

Troppo chiasso.

E lei

- mia madre -

persa

nella pazza corsa di un giorno

da regalare agli altri.

 

Rosalba Satta

 

 

 

Regali di Natale

 

L’elenco dei regali è presto fatto.

Regaliamo stupore

a chi non sa sognare.

Abbracci di parole

a chi non vuol parlare.

A chi si sente solo

coperte di tepore.

Ai grandi ed ai piccini

profumo di poesia

…e pace sia!

 

Rosalba Satta

 

 

Un Natale speciale

 

Vorrei che il mio Natale

fosse un giorno speciale.

Un giorno nuovo

senza precedenti.

Vorrei che a tutti

…cadessero i denti!

Ma, attenti bene,

a tutti quelli che

rubano i sogni

ai bimbi come me!

 

Rosalba Satta

 

 

 

 
 

 

 
 

FATA IGNARA


Una cascata di fiocchi d’argento,
là, fuori dal vetro.
Fata ignara, son sogni.
Vedi quel batuffolo?
È il tuo sogno che danza nel vento.
Ora dormi un sonno tranquillo,
al di là delle stelle un angelo veglia.
Salite tortuose e trepidanti richieste
s’acquietan finalmente nel cielo infinito.
Risollevan il tuo corpo allegri risate,
da oggi il cruccio è un ricordo lontano.
Gesti cadenzati e neve d’argento,
bagliore accecante soffuso d’immenso.
Setosi nastri e polveri d’or
agghindano questa notte bianca,
fulgida d’amor.

Rina Accardo

 

 

 
 

 

 
 

 

Vigilia di Natale

 

Nel pomeriggio fatato –

rotolío di ore e minuti, attimi

in vibrazione di attesa – spiavo

le promesse sospese dietro il vetro…

traslucide nella penombra

mi stuzzicavano – far finta di niente

questa la strategia della vigilia,

e dipingere i gusci delle noci,

scrivere bigliettini di augurio

con inchiostro di china e porporina –

fate attenzione, bambini, quando

il ventiquattro Dicembre precipita

il buio, squilla un campanello d’argento!

E la porta si apre, appare l’Albero

e bengala candele luci e vetri,

i festoni tuffati nel profumo

di scurissimo abete e cera accesa,

in eccitante sfarfallio di suoni

"Tu scendi dalle stelle" cantano…

 

Marina Raccanelli

 

 

 

 

 

 

 

 

"Amore" foto di Bianca Madeccia, in Rajastan, (India)

E con Amore chiudiamo questa pagina natalizia 2007, augurando a tutti una manciata di serenità e una pioggia di sorrisi.

 

 


 


 

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