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UNA MADRE
Percorse qualche metro ancora, tenendosi il fianco.
C’era un gran silenzio tutt’intorno, come se la natura avesse spento i
suoi rumori, partecipe del dramma. Non ce la faceva più a proseguire,
ad ogni passo le fitte di dolore s’intensificavano. Il freddo
intorpidiva le sue membra. Erano ancora distanti le luci della casa e
si rese conto che non sarebbe riuscito a raggiungerla. Le gambe
cedettero di schianto, sul bordo della strada, vinte dalla stanchezza e
dal freddo. Si adagiò con la faccia sulla neve. Perché l’avevano
mandato a combattere? Cosa c’entrava lui con la guerra? Trovò la forza
di sollevare il volto da terra e chiedere aiuto: "Ehi, lassù, mi
sentite? Aiutatemi, per favore. Sto morendo!".
La porta rimase chiusa.
E c’era da capirli. Era uno straniero, un nemico.
"Aiuto! Aiuto!" urlò ancora con le poche forze che gli rimanevano. Il
gelo lo stava avvolgendo, presto sarebbe arrivato fino al cuore. Aveva
una gran voglia di dormire e farla finita. Com’era limpido il cielo!
Che peccato morire in un giorno così bello. Pensò ai suoi cari che non
avrebbe più rivisto, alla sua casa, all’alberello che aveva piantato
nel giardino. Chissà se aveva già dato i suoi primi frutti. Mancava da
due anni oramai. Prima di chiudere gli occhi ebbe l’impressione di
vedere la porta aprirsi ma forse era un sogno o un miraggio. La guerra
cova rancori, le divise segnano solchi profondi nell’anima della gente.
Ma non l’aveva voluta lui la guerra, gli avevano scaricato un fucile
tra le braccia e inviato a combattere. Ora si ritrovava in una strada
deserta, unico sopravvissuto di uno scontro a fuoco. Era riuscito a
fuggire, non voleva finire prigioniero. Il respiro sempre più debole,
la mente che vagava alla ricerca di volti familiari. Nel sonno inquieto
che precede la morte trovò il viso di lei, sua madre. Veniva a
portargli conforto. La chiamò: "Madre, madre, non voglio morire! Ho
ancora vent’anni". Aprì gli occhi in un ultimo sussulto di ribellione,
tentò di alzarsi. Incontrò lo sguardo caritatevole di una donna
sconosciuta e la sua mano che gli premeva un panno caldo sulla fronte.
"Chi sei? Non ti conosco. Tu non sei mia madre, anche se il tuo viso
stanco, i capelli raccolti sulla nuca, sono uguali ai suoi".
Sorrise la donna, ed il suo era un sorriso dolcissimo,
di quelli che riscaldano il cuore. "Che importa, ragazzo mio, tu sei un
figlio che chiede aiuto ed io sono una madre: le mamme sono tutte
uguali. Hai bisogno di aiuto, non posso negartelo". Lo aiutò a girarsi
con la faccia verso il cielo, ora poteva respirare meglio. "Ce la fai
ad arrivare fino a casa sorreggendoti al mio braccio?". Provò ad
alzarsi ma le sue povere gambe sembravano di legno e il sangue sgorgato
dalla ferita lo aveva reso debolissimo.
Scosse la testa.
Lei gli fece coraggio: "Aspetteremo qui, tra poco
dovrebbe tornare mio marito, è andato in paese col calesse. Intanto
bevi questo, ti farà bene". Gli appoggiò sulle labbra una ciotola con
una bevanda bollente. Il ragazzo si sentì rianimare.
"Ti senti meglio?" chiese la donna regalandogli un
sorriso. Anche questo gli fece un gran bene. A volte l’amore riesce a
curare le ferite. "Ti ringrazio, mi hai salvato la vita".
La donna sospirò. "E’ ancora presto per dirlo.
Purtroppo sono vecchia, non ce la faccio a trasportarti fino a casa.
Sono sola, i miei figli sono stati chiamati a combattere". Sospirò
ancora. "Chissà dove saranno in questo momento".
Il soldato rimase in silenzio, si sentì in colpa;
magari li aveva affrontati in battaglia, magari li aveva uccisi. Cercò
di non pensarci. "Anche voi avete un bel cielo" disse, "sembra
un’enorme coperta azzurra pronta a calare su di me".
"E’ bello il cielo quando non è offuscato dalla
polvere da sparo" disse la donna.
Ci fu un’altra lunghissima pausa, poi il giovane
chiese: "Quanti anni hai?".
"Cinquantasei".
"La stessa età di mia madre! Anche lei porta i capelli
raccolti sulla nuca. E’ molto bella mia madre. Anche tu sei bella, le
assomigli".
"Non agitarti, non consumare le forze". La donna gli
tamponò la ferita con un panno, poi guardò preoccupata verso il
sentiero. Suo marito tardava ad arrivare. Pensò che il ragazzo non ce
l’avrebbe fatta a resistere ancora per molto.
Ricominciò a nevicare.
"Ho freddo, tanto freddo" si lamentò il soldato.
"Forse è meglio che vada in casa a prenderti una
coperta".
"No! E’ troppo lontana! Ho paura. Non lasciarmi solo".
La donna guardò ancora verso il sentiero. Suo marito
non arrivava. Capì che non rimaneva altro da fare, si sdraiò accanto al
ragazzo per riscaldarlo con il suo corpo.
I fiocchi di neve aumentavano d’intensità.
" Ma tu stai rischiando la vita per me! Perché lo fai?
Non mi conosci, io sono tuo nemico".
"Sssstt". Gli chiuse le labbra con un dito. " Tu sei
un figlio ed io sono una madre, solo questo conta: tua madre farebbe
altrettanto per il mio, ne sono certa, perché le madri sono tutte
generose. E poi oggi è un giorno speciale, non posso lasciarti morire
proprio oggi".
"Che giorno è?".
"E’ il giorno di Natale".
"Non lo sapevo. In guerra i giorni sono tutti uguali,
sono fatti di neve". Furono le ultime parole, calò un torpore bianco su
di loro e si addormentarono sereni.
Quando l’uomo col calesse tornò dal paese li trovò
sdraiati l’una accanto all’altro; la donna era ricoperta interamente di
neve e, chinandosi per soccorrerla, si accorse che il gelo si era
impadronito per sempre del suo corpo. Il ragazzo respirava ancora,
seppur debolmente. Lo portò dentro e lo adagiò accanto al camino,
accese il fuoco in silenzio, sempre con la stessa lentezza dei gesti.
Dal suo volto non traspariva alcuna emozione, i suoi lineamenti
parevano cristallizzati, forse anche i sentimenti. Lo spogliò e
cominciò a frizionarlo su tutto il corpo con una sostanza oleosa presa
da un vasetto; indugiò nelle estremità degli arti dove maggiore era il
pericolo di assideramento, alla fine lo arrotolò su una pelle di
montone, quindi uscì per dare sepoltura alla sua donna.
Nei giorni che seguirono si prese cura di lui
imboccandolo come un neonato, più volte lavò e disinfettò la ferita.
Rimaneva in silenzio, aveva nello sguardo sempre quell’espressione
impenetrabile, non si capiva se fosse odio o indifferenza.
"Mi dispiace per ciò che è successo" disse il ragazzo
quando si fu ripreso, " la tua donna ha sacrificato la sua vita per me,
non volevo".
L’uomo continuò a sospingergli in gola il cucchiaio
con la minestra, sembrava sordo. Gli voltò le spalle e andò fuori a
tagliar legna.
Altre settimane trascorsero ancora, il ragazzo aveva
riacquistato le proprie forze, cercava di rendersi utile ma quando gli
rivolgeva qualche parola, il vecchio rimaneva a fissarlo con quegli
occhi senza espressione, si alzava dalla sedia e si dedicava alle sue
faccende.
Una sera, rientrando con il suo cavallo dal paese, si
fermò davanti a lui e gli disse: "Puoi andare ora, la guerra è finita.
Ci sono i vestiti di mio figlio nell’armadio, indossane uno e vattene
per il sentiero". E si allontanò per sistemare il cavallo nella stalla.
Il ragazzo gli corse dietro: "Aspetta, voglio sapere se mi odi".
Lui continuò indifferente a dare il fieno al cavallo.
"Dimmi almeno perché mi hai salvato la vita".
Si voltò. "Perché il sacrificio di lei avesse un
senso".
All’alba il soldato si avviò per il sentiero. Mentre
ritornava a casa pensò che lo avevano privato di tre anni della sua
vita, tanto era passato da quando era partito. Chissà il piccolo Robert
com’era cresciuto, doveva essere diventato un uomo oramai; e sua madre,
dai capelli argentati, sicuramente lo stava aspettando a braccia aperte
sull’uscio di casa. Sarebbe stato accolto con i dovuti onori che
spettano a un reduce. Davanti all’uscio di casa invece c’era solo il
fratello ad attenderlo e, appena lo vide gli buttò le braccia al collo.
"E la mamma?" chiese provando un oscuro presentimento.
"La mamma non c’è più" disse il fratello mestamente, "
è morta un anno fa per salvare la vita a un giovane che stava per
essere travolto da un’auto. Era uscita per andare a messa, era il
giorno di Natale, e vedendo il giovane in pericolo di vita, non ci ha
pensato due volte a lanciarsi per salvarlo. E’ morta al posto suo".
"Era il giorno di Natale?".
"Sì. Cosa gli importava poi di quel ragazzo, non era
mica suo figlio".
"Sì, era suo figlio. Una madre è la madre di tutti"
disse il soldato asciugandosi una lacrima. Gli passò un braccio sulle
spalle e si avviarono dentro casa.
Salvo Zappulla

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