Natale 2016



Dirvi Buon Natale da quella sedia arancione è un sogno.
Ma i sogni, prima di diventare realtà, sono fatti di pensieri. Quest'anno mi sono seduta su quelle sedie per ben due volte - in due differenti periodi - e mai l'avrei immaginato quando, il Natale scorso, ci siamo scambiati gli auguri.
Quindi, tutto lascia ben sperare: nella vita ci accadono cose che prima chiamavamo "sogni", non dobbiamo mai dimenticarci che abbiamo davanti a noi una strada di possibilità, una strada di pensieri che possono passare dalla visione folle alla soglia di verità. Questa è la cosa alla quale aggrapparci quando tutto sembra più difficile del solito, quando la vetta è lontana e il cammino impervio.
Le cose belle accadono e le persone possono migliorare: lo so, questa vi sembra eccessiva. Eppure, è solo credendoci che possiamo crescere e migliorare.
In questi anni abbiamo condiviso tanto, ci siamo aiutati a vicenda per creare bellezza, calore, amicizia e divertimento.
Ce l'abbiamo fatta, e questa consapevolezza, queste pagine, i Magazine in cui siamo tutti insieme, sono cose che nessuno potrà portarci via. Cose che abbiamo fatto e che ci siamo meritate.

Grazie a tutti di questo bel percorso e tanti auguri di cuore per le cose belle che ognuno di noi si merita.

con affetto
Morena Fanti



















Bambina sola dietro l'albero nudo


Un canto di Natale
sommesso
spezza il silenzio.
È solo un attimo.
La vedo:
bambina sola
dietro l'albero nudo,
cosi
chiamerei il quadro finito,
se sapessi dipingere.
"Non hai motivo
di aver paura",
le direi
se sapessi mentire
o solo parlare.
Le sorriderei se ci fosse
un luogo
in cui non desidero
di essere altrove.
Le darei forza con lunghi silenzi
se i miei occhi non mi tradissero.
Sguardo sul cellulare, passo
e la sento:
Dio, è lei a sorridere,
a dipingere il mio viso.
È lei che non teme,
lei che vive l'attimo.


Carlo Bramanti



















Little wing



Lo spartito è aperto sul leggio, nessun suono nella stanza.
Nel vano adiacente, l'insegnante di pianoforte si riveste indossando uno dopo l'altro gli indumenti appoggiati con cura sulla sedia accanto al letto.
L'allievo dorme con un respiro regolare dopo la corsa d'amore; i suoi panni sono sparsi in terra disordinatamente. Se li era strappati di dosso con l'irruenza del bambino che scarta i regali sotto l'albero il mattino di Natale e, nella sua bellezza nuda, l'aveva spogliata con la delicatezza di chi sfoglia una rosa per scoprire all'interno lo scarabeo dorato.
Non è ancora maggiorenne, potrebbe essere suo figlio. Non ha saputo resistergli. Lui ha preso una cotta, lei ha perso la testa.
È felice, ma scavando nel cuore della sua intimità trova un fondo d’inquietudine e di amarezza perché sente che la sua gioia non è definitiva, può essere spezzata facilmente. Essa è fragile come la stella di vetro trasparente che brilla sul ramo dell'abete vestito a festa, bisogna custodirla con cautela e premura perché gioia, piacere, soddisfazione e godimento hanno sempre in agguato il loro contrario: infelicità, amarezza, tristezza, dolore, afflizione. Basta una disattenzione, un piccolo urto, per ridurla in schegge.

Si affaccia alla finestra, sente il respiro pesante della città striato da suoni di sirene lontane, prova un senso di vertigine, la invade la sensazione di avere varcato un piccolo mondo di drammi, di segreti, di sofferenze nascoste eppure reali.
«I miei desideri sono pochi» pensa con dispiacere, perché sa che la mancanza dei desideri è il primo avvertimento della fine della vita.
Con malincuore interrompe il sonno del ragazzo:
«Sono le cinque, si è fatto tardi, il mio treno parte alle diciotto, devo sbrigarmi.
Beviamo un tè e poi ti accompagno alla fermata del pullman, percorriamo un po’ di strada assieme, ci salutiamo e proseguo fino alla stazione».
Ascoltando il gorgoglio del thè versato nella tazzina e il tintinnio del cucchiaino, si guardano negli occhi in silenzio per intuirne il linguaggio segreto; uno sguardo autentico che li guida verso la profondità nascosta di là da ciò che è visibile.

«Andiamo. Prendo il borsone che ho lasciato accanto alla porta».
«Lo porto io».

Le luminarie del Natale colorano le vie della città, i due camminano a fianco a fianco, lei  gli tiene un braccio appoggiato sulla spalla e ogni tanto lo tira verso di sé; uno spiraglio di luce si è aperto nella sua vita, non si aspetta niente di più.
Dietro le loro spalle, il vento sferza ondate fredde sui gusci dei loro cappotti, una frustata gelida colpisce la folta capigliatura ricciuta mettendo in risalto la perla sull'orecchio perfetto della quarantenne. 
Dall’altoparlante del negozio di dischi la musica trasmette sensazioni d’incanto: un prolungato riff introduce la canzone Little wing. La chitarra di Jimi Hendrix fraseggia con la voce ricamando le tracce malinconiche delle liriche magiche:

“Cammina tra le nuvole non pensare ad altro.
Cavalca il vento.
Quando sono triste vieni da me con mille sorrisi e raggi di luna e mi regali fiabe.
Prendi ciò che vuoi da me.
Qualunque cosa.
Vola piccola ala”.

L'eco finale sfocia in un assolo che sfuma nell'infinito.
La testa dello studente è persa in mille pensieri, sa di aver aperto una porta, ma non sa cosa aspettarsi di là della soglia. Una cosa è certa, il suo cuore batteva come un tamburo mentre stava tra le braccia di lei; sente ancora la morbidezza e il profumo di sapone alla magnolia del suo corpo.

La notte senza stelle ruba gli occhi ai due viandanti, una pallida luna si affaccia tra le nuvole, con una manciata di luce sulle strade della città. La morsa invernale attanaglia il cuore; il silenzio cala come una lama gelata.
Si devono dividere per un po’ di tempo, non sanno come rompere il ghiaccio, cosa dire dopo tutto ciò che si sono rivelati in questi giorni. Due parole intrappolate nelle bocche mute:
“Mi mancherà”.
“Mi mancherà”.
Arrivati alla fermata, il ragazzo scongela il silenzio:
«Prendo il pullman delle sette e ti accompagno fino alla stazione, ti porto la borsa fino là». È una scusa per stare ancora un poco con lei.
Lungo il tragitto alcuni pensieri martellano la sua mente:
Cosa farà senza lei tutto questo tempo. Cambierà qualcosa al suo ritorno. Si rivedranno ancora? Se succedesse qualcosa, qualsiasi cosa che gli impedisse di vederla...
La commozione fa capolino, gli occhi si fanno lucidi.
Davanti a un locale chiuso, un filo leggero di lucine bianche illumina un ramo di vischio, il diciassettenne si ferma, lascia cadere la borsa, prende tra le mani il viso di lei e spingendola dolcemente sotto il rametto sussurra:
«Un bacio sotto il vischio è di buon auspicio per l’anno a venire».
Appoggia le labbra socchiuse su quelle profumate di mandarino; un bacio puro, come quello dei film che piacciono tanto a lui. Un bacio semplice e fragile che crea ed esprime una storia delicata e ricca di emozioni, una piccola realtà che contiene una costellazione immensa di valori.
Piace anche a lei il bacio rubato.
Il treno è già sui binari, il biglietto è nella borsa.
La voce flautata della donna cerca invano di rendere dolce il distacco:
«Ti porterò un regalo da Bologna, ci vediamo al mio ritorno il primo martedì dell’inizio della scuola, Buon Natale e Buon Anno».
 Il distacco strappa il cuore, hanno bisogno di stare soli per pensare l’una all’altro, per fissare gli ultimi attimi del giorno che sta passando.
Il fischio del treno è una fucilata che corre sui binari annunciando la partenza.
La notte è lo sfondo di un quadretto romantico di forte intensità: lei è al finestrino, il palmo della mano appoggiata al vetro, un sorriso sulla bocca, la sciarpa sui capelli.
Lui sulla banchina non sa come trattenere l'emozione, le lacrime sciolte sul bordo degli occhi cadono in terra diventando cristalli di brina. Strappa di tasca un fazzoletto bianco e comincia a sventolarlo oscillando il braccio in alto perché lei lo veda da lontano, finché diventerà un puntino prima di essere ingoiato dalla notte.
La malinconia batte nel petto come un martello sul ferro incandescente per forgiarlo in un raggio di sole, un filo forte per attraversare la vita.

Fausto Marchetti




















Stelle di natale da appendere



Per due stelle servono:
un rotolo di carta igienica finito
forbici e colla vinilica o a caldo (e mollette da bucato per tener ferma la carta) colore verde a tempera o acrilico e pennello
matita e righello per misurare
panno lenci verde, applicazioni a forma di stellina o bottoncini rossi
ago e filo per cucire, lana rossa (e eventualmente uncinetto) o un nastrino


Prendete un rotolo di carta igienica finito e appiattitelo delicatamente, tracciate nove righe a circa un cm di distanza l'una dall'altra e tagliate lungo le righe: otterrete dieci petali. Dipingete di verde ogni petalo dentro e fuori e lungo i bordi e lasciate asciugare il colore anche tutta la notte.
Per una stella, incollate cinque petali fra loro mettendo un po' di colla vinilica (o a caldo, se preferite) ai lati della punta del petalo: fermate le punte unite con le mollette e lasciate asciugare il più a lungo possibile. Incollate anche la seconda stella.
Intanto preparate le decorazioni: ritagliate due cerchietti di panno lenci e incollate sopra ognuno l'applicazione a forma di stellina (o altra forma), oppure cucite un bottoncino di media misura; scegliete i vostri colori natalizi preferiti (verde e rosso, bianco e oro, bianco e blu, rosso e oro o argento ecc) alternandoli nella composizione.
Incollate al centro di ogni stella un cerchietto sul davanti e uno sul retro, coprendo il punto in cui i petali si incontrano. Con un filo di lana abbastanza lungo fate con l'uncinetto circa 34 catenelle; oppure fate una treccia con tre fili di lana di circa venti cm o scegliete un nastrino della stessa lunghezza: infilatelo in uno dei petali e chiudete con un nodino. La vostre prime stelle di natale di carta riciclata sono pronte per essere appese.


Elle lo Spirito



















Forbici

Vorrei
un paio di forbici, anche usate,
per tagliar via i cattivi ricordi
e filo bello robusto e ago
per tenere legati assieme quelli buoni.
Così che il vento
(respiro di catrame della guerra)
non li strappi via disperdendoli.
Ma sopra questa terra nera,
nel cuore di una notte di stelle fredde,
ho solo queste braccia stanche e piedi gonfi
e tanta strada da percorrere ancora, bambino mio.
Mentre dormi tra le mie braccia
mi chiedo cosa dirti, un giorno, là davanti.
Di tua madre morta, delle tue sorelle bruciate:
non è pasto per una buona memoria.
E il mare, i monti e il freddo
ce l’hanno un cuore?
Un cuore che sappia risparmiarti?

Marco Freccero













 
Lo sapevano tutti che era stato Mimmo

Lo sapevano tutti che era stato Mimmo, cioè lo sapevo io e lo sapeva lui. Dalla mia collezione di soldatini mancavano due indiani e un cowboy, i miei preferiti: i primi due perché impugnavano il fucile e l’ultimo, il bianco, perché indossava una splendida camicia blu. Loro tre non morivano mai, potevano cadere da cavallo, subire torture, essere feriti, affrontarsi in duelli interminabili ma poi, quando era il momento di decretare il vincitore, speravo sempre nell’arrivo di mia mamma, a interrompere il gioco:
“Su, metti a posto, c’è pronto a tavola!”
E i miei eroi la scampavano.
Non sfuggirono però alla mano lunga di Mimmo, quel giorno che venne a casa mia, proprio per giocare con i soldatini.
“Io tengo i cowboy” disse lui.
A me stava bene, preferivo gli indiani, mi piacevano di più le loro facce. Quelle dei cowboy, a parte il mio preferito, erano tutte uguali fra loro e identiche a quella del maestro Tavoso. Se n’era accorto anche Mimmo:
“Ehi, guarda! Non sembra il maestro questo qui?”
“Sì, è lui!”
“E allora facciamo che tu lo legavi al palo della tortura e poi ci bruciavi i piedi e gli strappavi la camicia e con la lama del coltello gli facevi i disegni sulla pancia!”
E andò così, per un paio di ore ci divertimmo a torturare i soldatini che assomigliavano al maestro, e a uno dipingemmo i baffi per renderlo uguale al bidello. Poi, al termine della battaglia, rimasero in piedi solo i miei preferiti e fu ora per Mimmo di tornare a casa. Presi il fustino vuoto del Dixan e lasciai cadere dentro i soldatini, aiutato dal mio amico.
Non ci giocai più per una settimana ma poi arrivarono le vacanze natalizie e, sapendo di avere molto tempo a disposizione, preparai un campo di battaglia ricco di montagne, fiumi, canyon, paesi… c’era tutto, anche il lago Michigan creato con una pentola colma d’acqua. E fu quel giorno che mi accorsi che i conti non tornavano.

“Lascia perdere, te li ricompro” disse mio padre quando a cena mi vide con il muso lungo.
“Ma sono i miei preferiti!” protestai. “Non doveva rubarmeli”.
“Forse li ha presi solo in prestito. E poi lo sai, la famiglia di Mimmo non è tanto fortunata, forse lui non ha neanche un giocattolo” disse mia madre, che conosceva bene la madre di Mimmo e qualche volta andava a casa sua per portarle abiti dismessi e altre cose.
“E allora poteva chiedermeli!”
Tuttavia l’arrabbiatura mi passò presto, proprio il giorno dopo, quando sul tavolo trovai una confezione nuova di soldatini e dentro c’erano i miei preferiti, ancora più belli, nuovi, colorati di fresco. Dimenticai il furto di Mimmo e giocai per tutte le vacanze.
Quando rientrai a scuola Mimmo non c’era, si era preso l’influenza i primi giorni dell’anno ed era ancora convalescente.  Sua madre chiese alla mia se potevo portargli i compiti e allora, un mercoledì andai da lui.
I miei avevano ragione, la famiglia di Mimmo non viveva in una bella casa e c’erano bimbi che giravano dappertutto, abiti per terra, tende strappate e perfino due gatti.
Rimasi un po’ con lui, poi lo lasciai riposare. Mentre stavo per uscire, uno dei più piccoli mi prese per mano.
“Hai visto il nostro presepe? Vieni a vederlo”.
A me non piacevano i presepi ma mi feci trascinare e fu una buona cosa perché non ci misi molto a scoprire che sotto i pezzi di stoffa colorata dei tre re magi ci stavano i miei eroi. Ebbi un sussulto, stavo per afferrarli e dire:
“Sono miei! Mimmo, sei un ladro!”
Ma non lo feci, mi ricordai delle parole di mia madre e pure del fatto che a casa ne avevo di nuovi. Però, in quel presepe c’era una cosa che non quadrava: un solo pastore governava molte pecore.
Fu un gesto rapido, nessuno mi vide: presi tre pecorelle e le infilai nella tasca. Nel ranch dei miei cowboy c’era carenza di agnelli.


Paolo Perlini
  
















Renga Natalizio



Sogni d’amore
per spegnere il terrore di sangue e morte
Tra preci e canti rinasce il bambinello portando luce,
voglia di pace
nei cuori speranzosi colmi di fede
Calore e baci
di veri sentimenti riempiono l’aria.
Fiocchi di neve ammantano ogni cosa, dolce è il candore

© Patrizia Mezzogori














Babbo Natale e il regalo di Lupo Cattivo




Babbo Natale avrebbe fatto un solco sul pavimento del laboratorio se avesse continuato a camminare avanti e indietro ancora un po’. La notte più magica dell’anno si stava avvicinando e tutto sarebbe andato come previsto, se solo Green non fosse sparito. O meglio, se solo non fosse stato rapito.
Il capo elfo, Green appunto, era indispensabile nei preparativi finali, perché sua era la responsabilità dell’ultimo controllo: “un regalo per ogni bambino e a ogni bambino un regalo”. La macchina organizzatrice era partita ormai da mesi. A ogni elfo operaio era stato assegnato un giocattolo da realizzare nella quantità richiesta, salvo cambiamenti dell’ultimo minuto. Eventuali giochi già costruiti venivano lasciati in deposito per gli anni successivi e comunque alcuni articoli erano prodotti a ciclo continuo, perché non passavano mai di moda.
Terminata la produzione, Babbo si preoccupava di testare alcuni campioni nel caso fossero stati difettosi, non volendo provocare danni ai bambini, poi toccava a Green fare gli abbinamenti. Certo, Babbo poteva scegliere un altro elfo o fare lui stesso il lavoro, ma stava invecchiando e temeva di combinare qualche guaio. Green non lo aveva mai deluso, per questo da anni ormai aveva messo tanto nelle sue mani.
Lo aveva cercato dappertutto, pensando si fosse perso o che stesse male e si fosse allontanato momentaneamente, ma non era da lui non avvisare. Per questo Babbo si era convinto che fosse stato rapito. Chi lo stava trattenendo con la forza, però, non l’aveva con Green, ma con lui. E chi poteva essere? La Strega del Nord sembrava sparita, dopo l’ultima sconfitta ricevuta, e l’Uomo Nero - esiliato e solo - non aveva più alcun potere.
Mentre era perso in queste riflessioni, un elfo postino trafelato lo raggiunse: “Babbo, Babbo, è arrivata questa!” e agitava una busta che molto tempo prima era stata bianca. “Ho capito subito che non poteva essere di un bambino, così sporca e stropicciata. Leggi!”
Babbo Natale la prese, l’aprì e tirò fuori un foglio unto e appiccicoso sul quale erano state incollate una a una le lettere, ritagliate da fogli di giornale: una lettera minatoria, senza dubbio.
Green è con me. Se vuoi rivederlo vivo, dovrai farmi un regalo. Lascio a te la scelta, conosci i miei gusti. Ci incontreremo nel bosco la notte dell’antivigilia. Lupo Cattivo
“Maledizione!” gridò Babbo, sbattendo il pugno sul tavolo. Poi, vedendo lo sguardo allarmato dell’elfo postino, arrossì e domandò scusa. “E’ che quando ci vuole, ci vuole!”
Rimasto solo, Babbo si lasciò andare allo sconforto più nero. Voleva salvare Green, ma non poteva andare contro le regole. Quando uno è cattivo, è cattivo - lo aveva persino nel nome! - e non può avere regali, non può. Dopo aver mangiato l’agnello, la nonna, Cappuccetto Rosso, i sette capretti e aver molestato i tre porcellini, non si poteva certo credere che fosse un buono. Senza contare il rapimento di Green. Insomma, Lupo Cattivo era un vero delinquente e non c’era possibilità di redenzione. Il laboratorio non solo non doveva, ma non poteva costruire alcun regalo per un’anima nera.
Questa volta Babbo era davvero preoccupato, la situazione era ingarbugliata alquanto e non sembrava di facile soluzione. Se si fosse recato nel bosco prima dell’appuntamento, poteva mettere in pericolo Green. Se fosse andato l’antivigilia e lo avesse liberato, avrebbero fatto ancora in tempo a sistemare tutto per la partenza, ma se non ci fosse riuscito, non solo avrebbe perso il suo prezioso collaboratore e amico, ma la notte di Natale sarebbe andata in fumo. Inconcepibile! D’altra parte non poteva accondiscendere alle richieste di quel pazzo.
Eppure qualcosa bisognava fare, a tutti i costi, ma era necessario un aiuto esterno. Come sempre, però, quando c’era bisogno di qualcuno in particolare, non si sapeva mai dove trovarlo. Quindi Babbo partì con Fulmine - la sua renna più veloce - sotto gli occhi allarmati di centinaia di elfi.


“Forza, Fulmine, dobbiamo trovarlo prima possibile! Andiamo incontro alla notte, lo incontreremo lì.”
In quel momento il buio stava prendendo possesso dell’Italia, i bambini sarebbero andati a dormire presto perché il giorno dopo c’era scuola - le tanto sospirate vacanze natalizie non erano ancora arrivate - quindi Babbo avrebbe aspettato qualche minuto proprio da quelle parti in attesa dell’arrivo di Sandy.
“Eccolo, Fulmine, guarda! Sta arrivando.”
Un omino piccolo e rotondo volava verso di loro, lasciandosi alle spalle una scia di sabbia luminosa che cadeva dolcemente sulla terra. Aveva gli occhi quasi chiusi e si accorse all’ultimo momento di chi lo attendeva. “Babbo, ma cosa ci fai qui? Non dovresti essere a casa a preparare i regali?”
“Sì, Sandy, ma ho avuto un intoppo. Quel birbante di Lupo Cattivo ha rapito Green, il mio capo elfo. Senza di lui non posso terminare il lavoro e per liberarlo Lupo vuole in cambio un regalo.”
“Ma non puoi!” esclamò Sandy.
“Lo so! Per questo ho bisogno di te, dei tuoi sogni. Vieni con me.”
“E come faccio con i bimbi che si stanno addormentando? Cosa sogneranno stanotte se non passerò da loro?”
“Fermerò il tempo come nella notte di Natale, così quando tornerai avrai tutto il tempo di spargere i tuoi sogni felici. Andiamo!”
Così partirono verso il bosco delle favole dove abitava Lupo Cattivo. Babbo sperava che il suo piano si realizzasse, anche se Sandy non aveva mai fatto un simile tentativo. Sì, perché Sandy era Sandman - l’omino del sonno - che nella notte regala sogni felici ai bambini addormentati. Lupo però non era un bambino, ma dormiva e sognava come tutti. Occorreva solo provare.
Quando arrivarono alla tana di Lupo - una vecchia catapecchia tutta rattoppata -, da un buco sul tetto Babbo Natale scorse Green legato in un angolo vicino al camino, steso su un pagliericcio. Era triste e abbattuto, tremante di freddo. A Babbo si strinse il cuore, mentre avrebbe voluto con tutte le sue forze togliere di mezzo quel furfante, ma...era pur sempre Babbo Natale. Così fece un cenno a Sandy che si avvicinasse. Da un’altra tegola rotta videro Lupo che si preparava per dormire su un sudicio materasso. “Non ti preoccupare, Green, vedrai che il vecchio verrà. Ci tiene troppo a te. E finalmente io avrò il mio regalo di Natale. Buonanotte!”
Babbo e Sandy aspettarono ancora qualche minuto, poi l’omino del sonno fece cadere dal tetto la sua sabbia magica sulla testa di Lupo, trattenendo il fiato. Dopo pochi secondi, videro un sorriso disegnarsi sul suo muso, mentre le zampe si allungavano verso qualcosa che non c’era. “Bene, sei arrivato. Sapevo che avresti accettato lo scambio. Forza, dammi il mio regalo!”
“Sembra che stia funzionando. - sussurrò Babbo - Sta sognando proprio il momento dello scambio, il suo pensiero felice. Ora scendo a prendere Green.” E si calò silenzioso dal camino, incurante della fuliggine che lo stava sporcando. D’altronde gli elfi spazzacamini non sarebbero mai passati a pulire il camino di un cattivo. Non appena Babbo spuntò fuori, fece segno a Green di non parlare, lo slegò, lo abbracciò e lo prese in braccio per risalire con lui.
“Allora, il mio regalo dov’è?”
Babbo e Green si voltarono allarmati verso il letto di Lupo. Non poteva essersi già svegliato! Infatti aveva ancora gli occhi chiusi e continuava ad agitare le zampe in avanti.
“Ti ho chiesto dov’è il mio regalo!”
“Eccolo. - disse Babbo avvicinandosi piano e mettendogli tra le zampe una scatola da scarpe vuota che aveva trovato tra le cianfrusaglie di Lupo. - Ma mi raccomando, dovrai aprirlo soltanto la notte di Natale.”
Così lasciarono Lupo Cattivo abbracciato alla sua scatola, salutarono e ringraziarono Sandy, che tornò immediatamente al suo lavoro e si diressero finalmente a casa.
“Mi dispiace di averti dato pensiero, Babbo. Mi sono fatto fregare come un Cappuccetto Rosso qualsiasi, pensavo fosse mio padre che mi chiamava.”
“Non preoccuparti, Green, sono contento di riportarti a casa sano e salvo. C’è ancora tanto da fare, ma siamo in tempo. Tanto che, appena arrivati, ci facciamo preparare una bella cioccolata in tazza.”
“Pensi che Mamma Natale si arrabbierà, vedendo come hai sporcato l’uniforme?”
“Ops, me n’ero dimenticato!” e Babbo scoppiò in una fragorosa e liberatoria risata.

E Lupo Cattivo?
Beh, Sandy era così preoccupato che la sua sabbia non funzionasse, che aveva esagerato un po’. Lupo dormì e sognò fino a Natale, tenendo stretta la sua scatola di cartone. Sempre sognando, la aprì e divorò il bell’agnello pasciuto che ne uscì. Così quando si svegliò e trovò la scatola vuota, non si preoccupò di sentire fame come se non mangiasse da giorni ma ricordò quel Natale come il più bello di sempre.


Daniela Giorgini






















Harry Potter e la maledizione dell'erede


A Natale una favola ci vuole proprio.
E questa non è una storia come le altre.
Questa è davvero magica.
Maghi, intrighi. Dinamiche piuttosto strane e sorprendenti.
Tuffi nel passato e ritorni al presente.
Storie di straordinaria follia. Amicizia, amore.
So che molti lettori non amano Harry Potter. Neanche io ne ero attratta inizialmente.
Poi tutto è cambiato.
Ho cominciato ad apprezzarlo veramente quando ho iniziato a capire il senso più profondo del racconto.
Perché la vera magia non è riuscire a inventare pozioni d'amore o a volare su una scopa.
Quello che ha dell'incredibile è vincere l'impresa più grande: creare l'amore.
E a Natale è come se i pensieri si facessero più grandi e profondi.
L'anima ripercorre un anno vissuto intensamente.
La mia spesso si commuove. E si perdona.
I momenti difficili si dimenticano e tutto diventa più facile quando abbiamo accanto le persone che amiamo.
Si chiude la porta di casa e dentro rimane tutto quello che vogliamo: la nostra famiglia.
La nebbia che, a volte, avvolge i nostri cuori si dirada, disperdendosi nel tempo.
I momenti insieme diventano davvero preziosi e MAGICI.
Ormai la vita è tutta una corsa irrefrenabile, non c'è più tempo per una risata o una buona storia.
E invece io stavolta voglio soffermarmi.
Il rumore del vento, il freddo dell'inverno, la musica delle chiacchiere.
Ancora un altro Natale insieme.
E altri giorni, mesi da condividere.
Perché la vita va avanti e non si recupera il tempo perduto.
E se fosse, davvero, per sempre Natale?
Ogni giorno sarebbe quello giusto da condividere.
E le ore, anche se tristi, volerebbero leggere.
Allora che sia, per tutti, un lieto, lietissimo giorno di festa.
Un sincero Natale di cuore a tutti noi.
Che la nostra anima possa trovare ristoro e conforto.
Con l'affetto di sempre.


Luna















Natale 2016



Unico conforto, mentre me ne sto a guardare lo schermo vuoto del PC (una volta, decenni fa, avrei scritto ‘con la penna in bocca ad osservare il foglio bianco sulla scrivania’) e fuori soffia il vento gelido di una luminosa giornata di metà novembre, unico conforto, dicevo, è la tazza di cioccolato – caldo, fumante e cremoso – posata qui accanto. Perché, come ogni bravo scrittore ben sa, non c’è niente di peggio che la ricerca di un’ispirazione a comando. Che poi, dico io, essendo l’ispirazione, per sua stessa definizione, ‘un estro creativo, un impulso alla creazione artistica e intellettuale’ come può essere comandata a richiesta, seppur tale richiesta provenga da persona cotanto amica?
Vabbè! Essendo che la “fregatura” è ormai scattata, eccomi qua, col vuoto in testa ad ascoltare un vecchio cd di James Taylor che, tra l’altro, si intitola “At Christmas”. Ma guarda un po’ la fatalità, borbotto; e dirigo la mano verso la tazza. Ci soffio sopra prima di portarmela alle labbra; e quell’invitante mare abbrunato leggermente si increspa, come se rabbrividisse, colto di sorpresa dal mio fresco fiato.
“Cos’è che ho spedito negli anni scorsi?” mi chiedo, sorseggiando. “Uhm, fammi pensare… Alcune poesie… e l’anno scorso un racconto.”
Guardo il calendario. Sta per scadere l’ultimatum imposto dal Grande Capo, e io devo, anzi, forse meglio dire voglio, dare anche quest’anno il mio contributo. E’ così ricca, e così attesa, la Pagina Natalizia di questo bel sito (ometterne il nome per non fare pubblicità: fatto).
“Tra lallà… tirità…” canticchio anch’io assieme al grande James.
E poi, eccola qua, l’ispirazione; mezza mia e mezza regalatami dal folksinger bostoniano.
Inizio perciò a battere queste righe (sì, proprio queste che state leggendo); e se arrivate poco più sotto, troverete la mia elaborazione di questo dolce canto natalizio che sto ascoltando.
Lo dedico ai lettori con tutto il mio cuore, con la soddisfazione di avere, anche per quest’anno, adempiuto al piacevolissimo ‘dovere’ di onorare questo bel sito (ometterne il nome per non fare pubblicità: fatto).

Canzoncina di Natale

Caldarroste sul fuoco
Papà Gelo ti pizzica il naso
ovunque cori di canti tradizionali
persone vestite come gli eschimesi;
e tutte odorano di agrifoglio
e un po’ di vischio.
I più piccoli
faticheranno a dormire stanotte:
sanno che Babbo Natale sta arrivando
dopo aver caricato sulla slitta
sacchi di giocattoli e dolciumi!
Terranno gli occhi ben aperti
per controllare se le renne
sanno davvero volare.
Perciò offro queste poche righe
a tutti i bimbi da zero a cent’anni:
e anche se è già stato detto
più volte e in vari modi
“Buon Natale,” anch’io ripeto
“Buon Natale a tutti voi!”

Roberto Barbato












Stretti, a natale


In questa neve liquida galleggiamo.
Sotto la superficie
le passate stagioni si accalcano, i bordi muschiosi
sono l'unica certezza.
Risplende, dietro il legno
dietro il vetro, una luce
leggera, accarezza le cose dentro ricoprendole di un manto
denso e soffice, noi
ci siamo.
Dal pavimento
una musica s'alza,
danzano le note allegre
come spiriti buoni ubriachi
ci stuzzicano, facendoci ridere. Come matti
ridiamo.
Un profumo rotondo e pungente penetra nelle nari
e ci sussurra: è natale
Apri gli occhi,
guardi attorno spaventato:
dov'è il natale?, chiedi.
È qui, rispondo, nelle nostre mani che si stringo...
Un colpo
contro il vetro.
Onde di neve salgono.
(il legno ci proteggerà)
Dove?, chiedi spaventato. Qui, nei nostri sorrisi che si incontra... Scricchiolano
le travi,
il passato incombe.
(il muschio lo fermerà)
Dove?! Non lo vedo!
È qui,
nella luce nei tuoi occhi quando mi guardi sereno. Frammenti di verde
piovono acuminati dal soffitto. (la luce li dissolverà)
Dove? Dov'è?!!
È qui, dentro di noi nella nostra voglia... Lampi accecanti fermano questo istante dentro contorni scuri. (la musica li risc...)
Il natale è sparito!
No, non dirlo.
È sparito, il natale!
No, lui no. Noi spariremo. Note stridenti interrompono
squarciano:
è la fine, pensiamo all'unisono.
Il profumo
sale il profumo stringimi, lo senti? Moriremo...
Sì... sì
ma moriremo insieme, sorridimi.


Elle lo Spirito



























    In presenza


    L’albero di Natale è già pronto. Pronti i regali sotto i rami e le posate sul tavolo apparecchiato. Nella stanza non c’è nessuno. Le luci intermittenti dell’albero e quella sfolgorante del lampadario illuminano una scena deserta. Lo schermo televisivo trasmette a basso volume un film di Stanlio e Ollio. Dai piatti bianchi si alza il vapore fumante d’un brodo caldo.
    I pastori del presepe hanno i piedi immersi nel muschio fresco dal profumo inebriante. Una argentea stella cometa oscilla piano, infilata in un filo di lenza, sulla grotta sacra costruita con due pezzi di sughero.
    Si apre la porta della sala da pranzo. Non entra nessuno.
    È la sera della vigilia.
    Dalle finestre buie proviene a tratti il bagliore di mortaretti e di fuochi d’artificio. Nel caminetto scoppietta la legna. Il fuoco è ben vivo e le lingue di fiamma volteggiano in una danza ipnotica. Una candela rossa svetta tortuosa al centro del tavolo. Sulla parete bianca è stato inchiodato un rametto di vischio. Un odore di pietanze prelibate si sparge intorno.
    Su una poltrona c’è un plaid a disegni scozzesi. Sia la poltrona sia la piccola coperta sembrano addormentati.
    La voce delle zampogne invade l’oscurità umida della strada.
    A mezzanotte un soffio caldo e lieve attraversa la stanza, i colori divengono più vividi e i profumi si fanno più intensi e penetranti. Giunge nell’ambiente domestico una musica, una specie di mormorio sommesso e dolce.
    Una presenza impalpabile, vibrante, pervade ogni cosa.

    Subhaga Gaetano Failla
















Ogni giorno è un pò Natale


chissà cosa pensa il Natale
quando si confronta con gli altri giorni

chissà se si fa bello
mentre arriva sulla nostra impazienza

quando ci sussurra che la bellezza
di sicuro è un numero dispari

quando allunga la sua mano
nella sera che si spoglia

quando poi mi sveglia al mattino
proprio in mezzo al tuo sorriso di carta

e allora, solo allora,
io ti guardo con gli occhi chiusi e vedo il mare.

Vincenzo Celli



 












La stragge


Aò, ma questo è matto.
A cche te riferisci?
A sta stragge de maschi che se so’ fatti stanotte.  Nun hai sentito er bordellum, tutte ste guardie reali, le urla, i vaggiti, gli gne gne, li pianti disperati de matribus et patribus?
None, stavo a dormì. Ieri sera, con tutto quer vinum… Ho dormito come un pupum.
Bè, allora ci hai avuto culum: potevano sgozzà pure te! – Ridacchia, il primo soldato, e poi riprende: Guarda, mejo così, nun se poteva sentì: un gran postribulum che te avrebbe fatto piagne er corcordio.
E dichi che è stato eius?
Bè, dicunt che ii o iii fattucchieri da l’oriente so’passati alla reggia, co’ le scorte, li pacchi de doni e li cammelli,  e j’hanno detto che ‘na stella li ha guidati fino ar loco che pare (aridicunt) che cce sia appena nato uno che sarà presto er Rex de tutta sta reggione, o de tutto er monno perfino!
Eh, esaggerato!
E lui, dice che s’è spaventato, che ci ha avuto paura de perde presto er trono, e sta cosa lo preoccupa un tantinello  (por’anima)  ecche doveva pure in quarche modo premunirse, difende er culum insomma.  Sennò ‘ndove se va a sedè co’ quei suoi chiapponi magni?
Porellum!
Certo che so’ proprio bbarbari sti judaei, pijassela cum li parvuli!
E er nostro comandante che dice?
Dice che nun so’falli nostri, de lassalli fà, basta che nun ce rompano li cojoni a noi…
E a noi ce li rompono?
None, no, nun er Rex de sti judaei. E manco eius guardie. Questo se caga sotto solo se je lo nomini, er nostro Caesar. E a ejus je basta che je paghi i tribbuti.  In fonno noi stamo qua pe’ difende ordinem et disciplinam.  Ogni tanto quarche testa calda ce stuzzica, ma so’ ii morti de fame, e li pijamo presto e li mannamo in crocem.
E li sacerdoti der templum?
Bà, quelli contano quanto er ii de briscolae. Basta che nessuno je tocchi er Deum loro, li libbri sacri loro, e che er sabbato se ne stiano tutti calmi e boni, senza da fa’na minchiam.  Ar sovrano je leccano anche er culum, se occorre.
Ma nun era sabbato ieri?
No che nun era. Tu te confonni. Ieri era domenica: quello è er giorno che semo noi a nun fa’na minchiam, e ‘nfatti la sera se semo ‘mbriacati tutti.
Ci hai raggione – Ci pensa un po’ su, e poi di nuovo: Comunque è matto.
Chi?
Sto sovrano, sto rex, come se chiama…
Come se chiama nun me lo ricordo mai, comunque mi sa che sta storia der parvulo che je frega er trono lo ha impressionato assai. – E dopo un po’: Certo je rode…

 

(Carloesse - Natale 2016)












      
L'elfo dei giorni a venire


"Gli esseri umani?" sorrise l'elfo. "Oh, ma io li conosco! Decorano ogni giorno piccole finestre sul nulla con i fiori più belli, lasciando le loro anime ad appassire".
"E tu chi sei? Da dove sei spuntato?" chiese il ragazzo inginocchiato davanti al camino pieno di fuliggine.
"Mi chiamo Gngngngn e sono l'elfo dei bimbi, l'elfo più comprensivo e buono che ci sia", sussurrò la bizzarra creatura. Arrivava a stento a un metro di altezza e aveva orecchie viola a punta come quelle di un vulcaniano. Gli occhi sembravano due grandi smeraldi capaci di penetrare il mistero dell'infinito.
" Gngngngn? Ma è un nome impronunciabile", sbottò Luca.
"Lo so. Me l'hanno dato apposta, così quando i bambini raccontano la mia apparizione, risultano ancora più ridicoli agli occhi dei grandi... Ma, piuttosto, dimmi, che ci fai tutto solo inginocchiato a terra?"
"Aspetto i miei genitori, non lo vedi?" rispose il ragazzo, con tono indispettito, ponendo una mano sulla fiamma senza farsi male.
"Oh, scusa! Non avevo capito!" sorrise ancora Gngngngn, volgendo lo sguardo attraverso la parete della cucina.
I due umani erano sul letto, lei aggrappata teneramente al collo di lui. La TV, sotto una stella di Natale, era spenta in un sogno lieve. Di lì a poco avrebbero fatto l'amore e dalla loro unione sarebbe nato Luca.

Carlo Bramant















La corsa della vigilia



Ogni anno la stessa storia. Parto in largo anticipo, mi organizzo per tempo, acquisto i regali, e mi ritrovo la Vigilia di Natale a correre come un cavallo imbizzarrito a fare gli ultimi acquisti. Manca sempre qualcosa. O un pensierino da fare dell’ultimo minuto, o un addobbo mancante o il pranzo studiato a tavolino che non sembra rispecchiare le aspettative… mie. Mi sembra sempre di non aver fatto abbastanza e corro ai ripari alla ricerca di quella cosa speciale che nemmeno io so cosa sia. Quest’anno poi ci si è messa pure la zia Luisa. Sono cinque anni che non si fa viva e d’improvviso chiama e annuncia che passerà a farmi gli auguri domani pomeriggio. Il giorno di Natale. “Sai, il caso ha voluto che quest’anno passassimo Natale proprio qui. Avevo pensato di passare per fare gli auguri, dopo pranzo. Una cosa veloce, che poi riprendiamo l’areo e ripartiamo per New York”. Che tempismo. E ora cosa le prendo? Non posso certo accoglierla a mani vuote. In fondo è la sorella di papà, anche se non fa più parte della nostra vita da un sacco di tempo… già, da quando ha sposato l’americano. Insomma, ora devo prenderle un pensierino che non sembri la cosa dell’ultimo minuto, ma che non mi sveni, che ci hanno già pensato le ultime spese a farlo. L’eterno dilemma: cosa prendere per spendere poco e fare bella figura. E così, tra la rosticceria e la salumeria, decido di passare al negozio di dolciumi: le prenderò un dolce tipico, di quelli della tradizione che non trova di certo in America. E se poi fosse a dieta?
Mi infilo in macchina carica di pacchi, con questi pensieri in testa. Non so se pesino più questi ultimi o i sacchetti che cerco di posare delicatamente sul sedile accanto a me, ma che inevitabilmente rotolano giù sfracellandosi a terra. Speriamo di non aver fatto danni irreparabili.
Allora, escluso il dolce tipico, cosa posso prendere a zia Luisa? Un foulard? No, troppo banale e poi costano un botto e non è detto sortiscano l’effetto desiderato. Anzi, non credo proprio. Chissà quanti ne avrà, pure firmati da qualche grande stilista.
Ingrano la prima, metto la freccia e mi inserisco nel traffico.
Meglio puntare su un oggettino artigianale. C’è quel delizioso negozietto in centro, di quella ragazza che realizza gioielli con materiali di riciclo. Sì, lì sono certa che troverò la cosa giusta per zia Luisa.
Oggi le macchine sembrano moltiplicarsi a ogni svolta, ma almeno il traffico sembra scorrere, anche se ho quasi la sensazione di non avere occhi a sufficienza per controllare quello che mi succede attorno: motorini che ti superano a destra e a sinistra selvaggiamente, non che sia una novità per carità, ma oggi sono carichi di sacchetti e hanno un’aria più instabile e pericolosa del solito; pedoni indisciplinati che attraversano senza prestare alcuna cura alle strisce pedonali; altre macchine, più sgangherate della mia, che oggi sembrano vivere di un’aggressività propria.
Mi fermo al semaforo rosso. È quasi un sollievo potersi fermare due minuti, non fosse che mi attanaglia un’ansia che parte dallo stomaco e arriva fino alla gola: sono terribilmente in ritardo e so già che arriveranno gli ospiti prima che abbia finito di preparare la cena e sarò impresentabile, perché non avrò il tempo di cambiarmi, pettinarmi e truccarmi.
Natale non dovrebbe essere così. Non si ha nemmeno il tempo di godere dell’atmosfera. Si è presi da mille pensieri, dalla preoccupazione di fare e preparare e di far combaciare tutto con il lavoro e gli altri impegni quotidiani. Sembra che Natale sia diventato un peso e non più un festeggiamento. Mi piacerebbe tanto riassaporare l’atmosfera che respiravo da piccola, quando questa festa era attesa per la sua dolcezza, per la sua allegria e i suoi profumi.
I profumi.
Mamma cucinava sempre biscotti speziati, che poi regalava a tutti i conoscenti. Mamma non sembrava mai stressata, anzi sembrava che gli addobbi in casa e le montagne di pentole che si alternavano sui fornelli della cucina per diventare il cenone della Vigilia fossero per lei un piacere, come se non aspettasse altro per tutto l’anno, proprio come per noi bambini.
Ecco, il semaforo è di nuovo verde e posso riprendere la mia corsa. Ripasso a mente le cose che devo ancora preparare. Ed è di nuovo rosso. Mi fermo rassegnata: li prenderò tutti rossi, fino alla fine del viale.
Comincia a scurire e si accendono le luci dei lampioni, delle vetrine e dei festoni natalizi. Ecco cos’è diventato il Natale per me: migliaia di luci in città.
Il mio sguardo è attirato da un uomo accanto al semaforo vestito da Babbo Natale. Ha la barba vera. Si vede: è proprio sua. In mano tiene uno strano cartello con la scritta “fermati”. Che strano. Non sembra chiedere la carità. Sta fermo lì, con quello strano cartello in mano. Sembra che mi guardi, come se quel cartello fosse rivolto a me.
Di nuovo verde. Ingrano la prima e schiaccio il piede sull’acceleratore.  E mentre lo faccio, con la coda dell’occhio rivedo il Babbo Natale e il suo cartello, ma la scritta è diversa; ora c’è scritto “frena”. Senza riflettere, d’istinto, schiaccio il piede sul freno e alzo lo sguardo allo specchietto retrovisore per vedere l’effetto dell’improvvisa frenata nelle macchine che mi seguono. Solo uno stridio di gomme e un paio di clacson che suonano impertinenti, ma nessun tamponamento. Mi rilasso.
Abbasso lo sguardo davanti a me e sento defluire il sangue dal viso e dalle mani, in una morsa attorno al cuore. A pochissimi centimetri dalla mia macchina c’è un bambino pallido, immobile sulla strada, con in braccio un bambolotto di Spiderman che mi guarda con occhioni sgranati. Avrà quattro, massimo cinque, anni. Si precipita dal marciapiede una donna urlante e in lacrime. Lo afferra e lo abbraccia. D’istinto scendo dalla macchina per assicurarmi che il piccolo non si sia ferito.
«La ringrazio! Oh mio Dio! Che spavento! Mi è scappato giusto quando il semaforo diventava verde... non sono riuscita a fermarlo... è stato un attimo... Dio la benedica!»
La voce della donna che mi ringraziava è vibrante e commossa.
Io guardo la scena smarrita. Non avevo visto sbucare il bambino davanti alla macchina. Se non fosse stato per quel cartello... Mi volto in direzione dell’uomo vestito da Babbo Natale, ma non c’è più.
Non capisco.
La donna mi afferra la mano ghiacciata e continua a ringraziarmi.
«Le auguro un felice Natale! Non fosse stato per la sua prontezza, questo sarebbe stato il peggiore della mia vita...»
Sento il sangue riaffluire per tutto il corpo. Sento il suo calore riappropriarsi delle mie estremità.
Le persone ignare dentro le macchine in fila cominciano a farsi impazienti e si leva un coro di clacson che mi sprona a riprendere la mia corsa della Vigilia.
Risalgo in macchina. Verso destra la signora con occhi grati mi guarda, mentre porta in braccio il figlio in salvo verso il marciapiede, continuando a baciarlo e accarezzarlo. Alla mia destra, il marciapiede brulicante di persone che si muovono veloci su e giù per negozi e vetrine, ma del Babbo Natale con il cartello nessuna traccia.
Sarà la suggestione per quello che è appena successo, ma mentre riprendo la mia marcia in macchina, mi sembra di sentire echeggiare nelle orecchie un tintinnio di campanelli e una voce maschile. «Oh! Oh! Oh!».


Angélique Gagliolo














La Luna



faccio con la luna un soffio
appena,
una nuvola di carta inabissata
un gioco di un bambino
con le stelle.
Ripeto all'infinito
in cerchio
un moto
intrappolato su nel cielo nero.
E mentre mi è leggera questa fiaba
dipinta sulla carta
come un'ala
nuvole a sera per coprirmi gli occhi;
un velo con le mani
per chi sogna
un'anima racchiusa
in una mano
prepara il tempo per andar lontano.

Marco Guerrina


Foto © Daniela Vidau








 

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L'immagine della testata è gentilmente fornita da Arthur che ringrazio. La grafica presente in questa pagina l'ho recuperata da vari siti. Purtroppo, avendo io ormai 99 anni, o 103, dipende da quale biografia consultiamo, ho perso la memoria  e non ricordo più dove ho prelevato sfondi e immagini. Chi riconosce i propri lavori è pregato di dirmelo e inserirò i crediti. Grazie. Morena