Dopo dieci anni, mi trovo a scrivere queste righe in un ambiente diverso. Alla stessa scrivania ma con un altro paesaggio. È l'unica cosa bella che posso dire quest'anno. Tra l'altro, proprio ieri - oggi è il 28 novembre - ho trovato la casa 'vecchia' aperta e violata e i miei sentimenti verso i colleghi umani non sono quelli adatti al Natale.

Il resto del mondo è in sofferenza - non ricordo un Natale in cui io non abbia scritto queste parole -, ci sono guerre, inondazioni, terremoti, tragedie. L'Italia non è da meno, anche qui abbiamo avuto disastri e incidenti. Ci sono persone che hanno perso tutto quello che avevano.
Ma, anche quando rimanessimo senza niente, dobbiamo sempre ricordarci che abbiamo noi stessi. E qualcuno disponibile e generoso nei casi estremi si trova sempre. Forse il senso è tutto qui.

 

Quest'anno abbiamo una pagina meno poetica del solito. Gli amici preziosi che hanno contribuito hanno scritto dei racconti molto belli, in pieno spirito natalizio. Sono certa che apprezzerete la loro bravura. Ringrazio gli autori e voi lettori che tutti gli anni ci seguite.

Ben due racconti omaggiano il grande Dickens e il suo Canto di Natale. L'ultimo, quello che chiude la pagina, raccoglie anche il mio contributo, insieme a Marco Freccero, in una storia che si ride un po' addosso; abbiamo voluto scherzare su un tema che ci appassiona. Il racconto di Carlo Sirotti, invece, vede un Ebenezer che si ravvede e rammenta gli errori passati.

Il tema del Presepe è trattato nel racconto divertente di Daniela Giorgini Dov'è finito Poldo? e in quello di Fausto Marchetti, Le statuine del partigiano, una storia che sa di pane fatto in casa.

Anche gli animali non mancano nella nostra pagina e neppure le storie d'amore, come nel racconto di Carlo Bramanti e in quello di Sonia Sacrato, e i temi surreali ma che non dimenticano la poesia e la magia natalizia, come nei racconti di Nicola Nicodemo e Giovanni Venturi. Il tema principale, però, mi sembra essere la famiglia e il senso che essa ri[s]copre soprattutto in certi momenti di "festa", come nel bel racconto di Paolo Perlini e in quello di Subhaga Gaetano Failla.
Per il settore 'poesia', abbiamo, come sempre, alcuni testi di Vincenzo Celli e di Carlo Bramanti. E un bel testo di Santi, per il quale dobbiamo ringraziare
Arthur che ha anche creato il logo della testata.

Infine non ci siamo fatti mancare un tocco di classicità con il bel testo, con l'originale a fronte, della poesia Il viaggio dei Magi di T.S. Eliot.

 

Spero che la pagina vi piaccia e che possiate trovare in essa un momento di serenità da dividere con le vostre famiglie.

 Tanti auguri a chi mi legge

Morena Fanti

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Come ogni forma di vero Amore

"Non puoi lasciarmi", la implorò lui. "Ti ho dato i migliori anni della mia vita!"

"Ma sei scemo? ma se stiamo assieme da poco più di sei mesi".

"Si? Oh Signore, mi sono sembrati anni... Va be', ma abbiamo condiviso così tanto insieme. Non ce l'hai un cuore?"

"Macché condiviso, non abbiamo condiviso un piffero, giusto le partite di calcetto tra scapoli e ammogliati in cui giocavi tu e che mi costringevi a vedere ogni venerdì facendomi perdere Tempesta d'Amore".

"Ingrata! E io stronzo che ti ho presentato anche Filippo, il mio cane".

"Vuol dire che mi metterò con Filippo", disse lei allontanandosi, lasciandolo nella piazza deserta sotto un orologio fermo da un'eternità.

"Ritornerai da meeeee, in ginocchio, lo so", le gridò lui. "Abbiamo troppe cose in comuneeeee".

"Sì, i lacci delle scarpe", urlò di rimando lei. " Cresci! Trovati un lavoro e poi ne riparliamo".

 

Mario rientrò a casa distrutto, sperando che Giuseppe, il ragazzo con cui condivideva l'appartamento, si accorgesse della sua espressione addolorata e si affrettasse a dargli un minimo di conforto. Ciò non accadde. Magic Peppe, così lo chiamavano amici e nemici per via dell’indiscussa bravura a basket, restò a fissare la tv con gli occhi spalancati ingurgitando a una velocità record le sue patatine gusto pizza.

"Che guardi?" gli chiese Mario spazientito, allungando il muso da bimbo per rimarcare l’aria afflitta.

"Atto di Porca".

"Vuoi dire "Atto di forza", quello con Schwarzenegger?"

"No no Atto di porca, quello con Selen, film porno. Ti ricordi la scena in cui il buon Arnold deve inserire la mano in quell'impronta per salvare il pianeta? Be', qui non è la mano..."

"Oh Signore... stai zitto ti prego..."

Mario lo lasciò sgranocchiare in pace: sapeva da tempo che quando c'era bisogno d'aiuto su di lui non si poteva contare. Almeno aveva tentato. Chiamò l'unico vero amico che gli era rimasto, Filippo; il cocker spaniel lasciò subito la palla di pezza che stava mangiucchiando e arrivò di gran carriera per perdersi nella cosa che amava di più: il suo abbraccio.

 

Natale era alle porte, con i suoi tappetini rossi e alberi disadorni davanti alle vetrine dei negozi chiusi. Mario e Filippo passeggiavano nella piazza desolata sotto il grande orologio fermo da un secolo. Dovevano essere le ventitré e qualcosa e tutto ciò che cercavano era un sogno, non importava quanto fragile fosse. Mario non riusciva a non pensare alla sua ex e a quel lavoro che gli mancava ormai da una vita, Filippo sentiva il vuoto del padrone e gli scodinzolava costantemente per strappargli un sorriso.

Vagare, quanto si può vagare senza meta?

Quanto può resistere il cervello senza costruire alcunché?

Si fermarono d'un tratto, davanti alla stazione deserta.

Si sedettero a terra, a poco più di un metro dai binari arrugginiti. Il giovane, con aria affranta, estrasse dalla tasca dei jeans strappati un'agenda moleskine con matita. Non si sentiva affatto battagliero come Heminguay quella notte. Sull'ultima pagina, l'unica vuota, annotò pochi versi.

 

"Ho scritto parole

per ogni istante

in cui

non ti vivrò

 

ma le ho già buttate

accanto alla mia vita".

 

Il vuoto, quel male che stringe e consuma il cuore, non riusciva più a combatterlo.

Quella notte nulla aveva senso. Mario lasciò andare il guinzaglio di Filippo, gli sorrise e si sdraiò sui binari.

Filippo abbaiò forte, con rabbia, per cercare di dissuaderlo, ma il ragazzo chiuse gli occhi proprio mentre il cocker spaniel lo afferrava per il bavero della giacca cercando vanamente di trascinarlo lontano dalla sua follia.

Poi giunse quel sibilo. Un fischio acuto che paralizzò il cane. Il treno, il treno era lì a un passo...

 

Filippo non poteva rassegnarsi. Vinse la paura e riprese ad abbaiare con una forza incredibile, sgorgata dalla disperazione.

La crosta di ruggine sui binari fu sgretolata dalla voce stentorea del cocker ed essi, di colpo, rifletterono tutta la luce della luna. Il ragazzo la sentì sulle palpebre.

Le alzò.

Una pioggia di ruggine, di tempo perduto, cadde dal grande orologio.

I latrati si trasformarono pian piano in rintocchi.

L'orologio fermo da un secolo aveva ripreso il suo cammino. Mario udì i passi della Favola che aveva sempre cercato di scrivere e si lanciò ad abbracciare l'Amico in lacrime, in un ralenti infinito. Il treno divenne solo un sogno senza nome, che la sua mente raccolse e lasciò passare. Un fiocco di neve, il primo, si era posato sulla lancetta delle ore, destinato a non sciogliersi mai, come ogni incanto, come ogni forma di vero Amore.

 

 

"Strane creature i poeti... Tra le fronde dei loro versi spesso si annida una richiesta d'aiuto che essi sperano nessuno scopra".

 

 

Carlo Bramanti

 

 
 
 
 

 
 
 
 

 

sai



sai d'oriente
e di strade della fortuna
di treni a vapore
e di farfalle bianche

tu sai scoprirmi e coprirmi le spalle
sai parlarmi e farmi ragionare
come prendermi e farmela passare

perciò non essere gelosa del mio Natale
è solo un punto d'incontro
un equilibrio per essere
come sono e come mi vuoi

 


Vincenzo Celli

 

 
 
 
 

 
 
 
 

 

 

Dov’è finito Poldo?

 

Finalmente il Grande Sonno era terminato.

Uno alla volta uscirono dalle capsule che li conservavano perfettamente. E si prepararono a prendere i posti che sarebbero stati loro assegnati.

La memoria restava sospesa durante il Grande Sonno, ma al risveglio ricordavano ogni cosa e non c’era timore che qualcuno potesse sbagliarsi.

Quando Angelo aprì gli occhi, però, si accorse subito che c’era qualcosa di strano.

- Bianca, cosa fai qui? Dovresti essere nel quadrante C7, accanto a Poldo.

- Hai ragione, Angelo, non so cosa dirti. E poi Poldo non lo vedo nemmeno!

Intanto, al quadrante A2, era in corso un’accesa discussione.

- Guarda che in questo angolo ci sono sempre stato io, me lo ricordo bene!

- Senti, sono io l’addetto al pozzo. Non è certo colpa mia se i tuoi alberi da frutto sono cresciuti così tanto da averlo circondato! In ogni caso in due qui proprio non ci stiamo.

- Allora spostati!

- No, spostati tu!

Sembrava davvero che qualcosa non avesse funzionato nella procedura del risveglio.

In ogni quadrante c’era un problema, piccolo o grande che fosse: il ruscello aveva gli argini troppo deboli, era tracimato sul prato, aveva spento i fuochi dei pastori e le pecore si erano disperse ovunque.

Più di un quadrante era rimasto sguarnito del suo custode, responsabile delle operazioni di controllo. E chi si trovava nel posto sbagliato, non sapeva cosa fare.

Tutti si stavano innervosendo e Angelo temeva scoppiasse il caos.

- Calmatevi! - gridò per farsi sentire anche nell’ultimo quadrante. – Ci sarà sicuramente una spiegazione per i problemi che si stanno verificando, ma vedrete che presto tutto si sistemerà.

In realtà non ne era molto convinto, ma doveva comunque cercare di riportare la calma.

- Qualcuno per caso ha visto Poldo?, chiese Bianca, che nel frattempo aveva continuato a cercarlo senza risultato.

A quella domanda, tutti si guardarono intorno, ma di Poldo nessuna traccia.

Bianca era davvero preoccupata: come avrebbe dato il suo latte al Bambino, quella notte, se non c’era Poldo a mungerla?

 

- Mamma, Lorenzo ha preso il pastore e non vuole più ridarmelo! Mammaaaaaaa!

 

- Cara, sei sicura sia stata una buona idea far preparare il Presepe ai bambini?

 

Daniela Giorgini

 

 
 
 
 

 
 
 
 

 

 

C'erano 

rossi tappeti

srotolati sulle strade,

fiocchi di neve

sugli alberi già adorni. 

E ovunque andassi

due anime

legate per la mano,

in un sol respiro.

Carlo Bramanti

 

 
 
 
 

 
 
 
 

 

 

Le statuine del partigiano

 

Dicembre '59

La zia Lucia scalda la mia manina nella sua, stiamo varcando il cancello di Marta, una visita per gli auguri di Natale. Gli ultimi raggi del sole d'inverno accendono le bacche giallo arancione sulla pianta dei cachi, l'albero di Natale dei poveri ha i frutti talmente in alto che nessuno si fida a raccoglierli, lo sanno tutti che é pericoloso; i rami del caco sono traditori si spezzano facilmente anche sotto il peso di un bambino.

Attraversiamo velocemente la tristezza in lastre di pietra grigia dell'aia ramazzata dal vento gelido, in centro al portico ci accoglie una stanza riscaldata dalla stufa a legna.

 

"Ciao Cia, che bella sorpresa e questo é l'ultimo dei fornaretti vero? Fatti vedere... mi han detto che vai a scuola e sai leggere e scrivere già dopo due mesi. Sei venuto per vedere il mio presepe. Eccolo lì"

 

Mi giro verso il camino, mi avvicino, non lo avevo notato entrando, la stanza è scarsamente illuminata, da fuori sembra abbandonata questa casa.

Pezzi di legna da ardere disposti a caso; al posto del ceppo fiammeggiante grossi sassi lisci fanno corona ad uno spiazzo di cenere. Non vedo le statuine, nessun pastore o pecorella. La delusione è stampata sul mio volto, non serve lo specchio per vederla.

 

Aspetta un attimo, tra poco suona il Vespro, la notte è calata possiamo fare luce."

 

Marta apre lo sportello della stufa e con la paletta di ferro fucinato raccoglie le braci e le sparge meticolosamente sulla cenere. D'incanto appare la visione, i pezzi di legna formano anfratti, grotte, nicchie, avvallamenti, passaggi, tre sassi formano le pareti della grotta senza tetto accogliendo l'unico personaggio, la Madonna scura intagliata in legno.

Ma dove sono i pastori e le pecorelle, l'asino e  il bue, dov'è San Giuseppe?

Lentamente la donna infila le mani tra i legni: uno alla volta dalla montagna compaiono i personaggi.

 

"Vengono solo quando è notte, vivono alla macchia perché i soldati li stanno cercando.

 

Non comprendo ciò che dice, la mia curiosità si fa parola.

"Il bue e l'asino, le pecorelle?"

 

"Saccheggiate, portate via dai tedeschi...

 

Un'altra frase incomprensibile, Marta sembra sconvolta, mi faccio piccolo per sparire dalla scena mentre la zia l'aiuta  a sedersi e  le accarezza i capelli:

 

"E' finita da anni, non pensarci più".

 

La donna continua, ha gli occhi fissi verso un punto oltre la finestra.

 

Giuseppe non è più tornato dopo il rastrellamento, non sa neanche del bambino. Non tornerà più, anche i partigiani non si sono più presentati in questa casa, vogliono dimenticare. Solo tu Cia, hai condiviso con me l'amore per lui. Tu che lo hai salvato più volte nascondendolo dietro ai sacchi di juta pieni di farina."

" Ti prego Marta, c'è il bambino".

 

Non capisco quel che sta dicendo, il bambino io non lo vedo, non è nella culla, cerco di mettere a fuoco la scena. Come un gatto che guarda nel buio passo in rassegna i personaggi grezzamente intagliati in legno di pino. Li prendo in mano uno alla volta per osservarli meglio. Ognuno ha un dono diverso, un pane, un canestro di frutta, una gallina, dei panni, una brocca.

" Li ha fatti tutti lui, quando stava nei boschi, me li ha consegnati un suo amico dicendomi che non sarebbe più tornato".

 

Il fazzoletto della zia asciuga quattro occhi.

" Andiamo adesso, Marta è stanca".

Aspetta zia, io non lo vedo il bambino.

Le donne si guardano in viso, noto un cenno di intesa tra loro. Marta è calma ora, afferra con la molla un tizzone e lo sfrega sul fondo nero del camino e subito una galassia  di stelline sfreccia  e scompare nel buio della cappa. Mi passa il magico arnese:

 

Il bambino arriva la notte di Natale, lo porterà Libero, mio figlio, ora ha l'età per guadagnare,  fa il muratore in città, parte il lunedì e torna il sabato. Ha detto che porterà le lucine da mettere nel presepe, basta collegarle una all'altra e infilare la spina nella presa della corrente, così dice non ci sarà più bisogno delle braci e non rischieremo di perdere le statuine di legno in una fiammata.

Questo l'ho capito, conosco Libero.

"Non sarà più come prima, senza la luce speciale delle braci e delle monachine".

"Hai ragione fornaretto, tu hai un'anima sensibile  e meravigliosa come quella della tua zia. Dammi un bacio".

 

Sulla strada di casa chiedo alla zia dove sia Giuseppe. La sua voce è soffocata dal singhiozzo:

"Trucidato...all'alba del 25 aprile 1945."

 

Per anni non ho compreso cosa volesse dire quella parola della zia.

Ora le due amiche non ci sono più, sono il solo a conoscere il nome del padre di Libero.

Ho capito anche per chi, ogni sera, la zia posasse un lumino acceso sul davanzale della finestra affacciata verso il monte.

 

Fausto Marchetti

 

 
 
 
 

   

 
 
 
 
 

Journey of the Magi

di T. S. Eliot

 

"A cold coming we had of it,

Just the worst time of the year

For a journey, and such a long journey:

The ways deep and the weather sharp,

The very dead of winter."

And the camels galled, sore-footed, refractory,

Lying down in the melting snow.

There were times we regretted

The summer palaces on slopes, the terraces,

And the silken girls bringing sherbet.

Then the camel men cursing and grumbling

And running away, and wanting their liquor and women,

And the night-fires going out, and the lack of shelters,

And the cities hostile and the towns unfriendly

And the villages dirty and charging high prices:

A hard time we had of it.

At the end we preferred to travel all night,

Sleeping in snatches,

With the voices singing in our ears, saying

That this was all folly.

Then at dawn we came down to a temperate valley,

Wet, below the snow line, smelling of vegetation;

With a running stream and a water mill beating the darkness,

And three trees on the low sky,

And an old white horse galloped away in the meadow.

Then we came to a tavern with vine-leaves over the lintel,

Six hands at an open door dicing for pieces of silver,

And feet kicking the empty wineskins.

But there was no information, and so we continued

And arrived at evening, not a moment too soon

Finding the place; it was (you may say) satisfactory.

All this was a long time ago, I remember,

And I would do it again, but set down

This set down

This: were we led all that way for

Birth or Death? There was a Birth, certainly,

We had evidence and no doubt. I had seen birth and death,

But had thought they were different; this Birth was

Hard and bitter agony for us, like Death, our death.

We returned to our places, these Kingdoms,

But no longer at ease here, in the old dispensation,

With an alien people clutching their gods.

I should be glad of another death.

 

Il viaggio dei Magi

di T. S. Eliot

 

"Fu un freddo avvento per noi,

Proprio il tempo peggiore dell’anno

Per un viaggio, per un lungo viaggio come questo

Le vie fangose e la stagione rigida

Nel cuore dell’inverno."

E i cammelli piagati, coi piedi sanguinanti, indocili

Sdraiati nella neve che si scioglie.

Vi furono momenti in cui noi rimpiangemmo

I palazzi d’estate sui pendii, le terrazze,

E le fanciulle seriche che portano il sorbetto.

Poi i cammellieri che imprecavano e maledicevano

E disertavano, e volevano donne e liquori,

E i fuochi notturni s’estinguevano, mancavano ricoveri,

E le città ostili e i paesi nemici

Ed i villaggi sporchi e tutto a caro prezzo:

Ore difficili avemmo.

Preferimmo viaggiare di notte,

Dormendo solo a tratti,

Con le voci che cantavano agli orecchi, dicendo

Che questo era tutta follia.

Poi all’alba giungemmo a una valle più tiepida,

Umida, sotto la linea della neve, tutta odorante di vegetazione;

Con un ruscello in corsa ed un molino ad acqua che batteva il buio,

E tre alberi contro il cielo basso,

E un vecchio cavallo bianco al galoppo sul prato.

Poi arrivammo a una taverna con l’architrave coperta di pampini,

Sei mani ad una porta aperta giocavano a dadi monete d’argento,

E piedi davano calci agli otri vuoti.

Ma non avemmo alcuna informazione, e così proseguimmo

Ed arrivati a sera non un solo momento troppo presto

Trovammo il posto; cosa soddisfacente voi direte.

Tutto questo fu molto tempo fa, ricordo,

E lo farei di nuovo, ma considerate

Questo considerate

Questo: ci trascinammo per tutta quella strada

Per una Nascita o per una Morte? Vi fu una Nascita, certo,

Ne avemmo prova e non avemmo dubbio. Avevo visto nascita e morte

Ma le avevo pensate differenti; per noi questa Nascita fu

Come un’aspra ed amara sofferenza, come la Morte, la nostra morte

Tornammo ai nostri luoghi, ai nostri Regni,

Ma ormai non più tranquilli, nelle antiche leggi,

Fra un popolo straniero che è rimasto aggrappato ai propri idoli.

Io sarei lieto di un’altra morte.

 

 

 
 
 
 

 
 
 
 
 


Cosa avrà di speciale questo Natale?

 

Un fiocco di neve scende e si posa sul mio braccio. Non mi muovo. Ho paura di farlo cadere. Lo osservo, meravigliato della sua forma perfetta. Ne cade un altro, e un altro ancora. Intorno a me tutto è bianco. Il manto freddo veste la vallata del mantello dell’inverno. I miei piedi sono immersi in questa poltiglia bianca. La vedevo per la prima volta. Né me ne avevano parlato i miei amici, che pure dovevano averla vista.

Mi guardo intorno. Non  c’è più nessuno. Li hanno portati via tutti. Ora sono dentro casa e ci rimarranno finché il freddo non sarà passato e torneranno le giornate serene. Neanche a me piace restare qui fuori, ma non è venuto a prendermi nessuno. Allora ho deciso che sarei rimasto ad aspettare.

L’ultimo sono venuti a prenderlo questa mattina. Quei tizi mi hanno osservato un po’, e hanno fatto una faccia strana. Forse non gli piacevo. E si sono allontanati. Si sono avvicinati a un altro che si trovava più in là e hanno scelto lui. Cosa posso farci? Magari era più bello di me. L’hanno caricato in macchina e l’hanno portato via. Così mi hanno lasciato solo. Non è passato più nessuno dopo di loro.

Guardo i piedi scalzi immersi nella neve. Ogni tanto cerco di scrollarmi di dosso quella che si accumula, e allora sembra una pioggia di fiocchi bianchi.

Sta passando qualcuno. Viene da questa parte. Bene, non muoverti! Vediamo cosa dicono. Sono in due, forse una mamma e un bambino. Sono appena usciti dal grande edificio che ho di fronte. Ci va un sacco di gente. Mi pare l’abbiano chiamato ‘centro commerciale’ una volta. Io non ci sono mai stato. La donna regge una grossa borsa con una mano e con l’altra tiene il braccio del bambino, che continua a strillare e a piangere.

Quando mi vede, resta in silenzio e mi fissa. È arrabbiato. Ho paura che mi prenda a calci, come fanno gli altri ragazzini. Ma quello continua a fissarmi. Poi mi punta un dito contro e grida ‘Mamma, mamma!’.

La madre si gira un attimo e mi guarda annoiata. Quindi torna a camminare, trascinandosi dietro il bambino, che continua a fare i capricci e ad indicarmi. Non so cosa voglia, ma ormai sono troppo lontani, non penso verranno a prendermi. Aspetterò ancora.

Nel frattempo mi diverto a sbirciare cosa fanno gli altri. Sono tutti indaffarati ultimamente. Me ne sono accorto in queste ultime due settimane. Entrano ed escono dal grande edificio, con borse piene di cianfrusaglie, e le appendono qua e là ai muri delle case, alle ringhiere dei balconi, alle finestre o alle porte. È un’esplosione di colori, sul monotono paesaggio innevato. Ma quelle che mi piacciono di più sono le sfere luminose. Le accendono di sera, quando intorno è scuro. Lampeggiano, si accendono e si spengono in continuazione. Mi fanno compagnia. Ora che non ho più amici, avrei paura del buio, senza di loro. Qui di notte non passa nessuno. E a me non è mai piaciuto stare da solo.

Sta facendo sera e la gente comincia a rientrare. Le prime case sono già illuminate. Attraverso una finestra si vedono persone che ridono, si abbracciano e si baciano.

Un uomo e una donna sono fermi sul marciapiedi, davanti a me. Mi guardano un attimo e si voltano. Li sento parlare tra loro.

- Guarda che Natale è domani. - dice la donna.

Natale. Ho già sentito questa parola, ma ancora non ho capito a cosa si riferisca. Deve essere qualcosa di bello, perché tutti sorridono quando la pronunciano.

- Lo so, ma non lo abbiamo ancora trovato. - risponde l’altro.

- Dici che questo qui dietro non va bene?

L’uomo mi guarda di nuovo. Forse stanno parlando di me. Immagino che mi porteranno con loro.

- Ma questo qui è vero. Non sarebbe meglio qualcosa di finto. Che ne so? Tanto sai com’è, passato Natale non serve più.

La donna sembra annuire. ‘Ehi, dove state andando? Tornate indietro’.

Non mi hanno voluto neanche loro. Sarò costretto a passare da solo anche questa notte. Intanto ricomincia a nevicare. Guardo la luna pallida. È comparsa giusto un attimo dietro le nuvole. Non so perché, mi dà tranquillità. C’è un senso di gioia nell’aria. Sorrido e mi rannicchio. La neve ricopre le mie foglie. La corteccia mi proteggerà dal freddo. Prima di addormentarmi mi chiedo: ‘Cosa avrà di speciale questo Natale?’


Nicola Nicodemo

 

 

 

 
 
 
 

 
 
 
 

 

lettera
  
 
vorrei parlarti ancora
perdonami se insisto
ma non ho altro da fare
 
scusami per ciò che ti lascio
lo so non è molto 
ma di più non ci sono riuscito 
 
troppo futuro poco passato
in mezzo 
questo  presente inesistente
 
e pensare che
sembrava avessi un dono
 
prima che chiunque
venisse incontro dall'impossibile
prima, di questi anni buttati sul viso

Vincenzo Celli


 

 
 
 
 

 

 
 
 
 

Le finestre che ridono

 

La casa era illuminata: ridevano le finestre e la stradina bianca che dal cancello conduceva fino all’entrata, era plissettata di lanterne colorate.

Giovanni stava fermo vicino al cancello, con lo zaino sulle spalle che puzzava ancora di umido, paglia e sterco di vacca. Sentì in lontananza il rumore di un’auto e l’abitudine lo portò a nascondersi tra i cespugli.

I fari non gli permisero di riconoscere gli occupanti ma poco dopo, quando questi scesero davanti casa, distinse chiaramente la voce di Francesco, suo fratello maggiore e poi quella di una donna:

"Su! Andiamo, fate in fretta che c’è freddo".

Le voci di un paio di bimbi, passi affrettati e poi un suono metallico e ovattato. Un beep, il bagliore giallo di due luci e poi il silenzio.

Giovanni fece per uscire dal cespuglio ma un nuovo rumore lo bloccò. Suo fratello non era entrato in casa, si era acceso una sigaretta e ora scalpicciava sul ghiaino, come faceva da piccolo, quando si divertiva a spostare i sassi e denudare la terra.

Attese, non si sentiva ancora pronto. Pensò che forse, tutto quel viaggio non ne era valsa la pena. E poi, cosa avrebbe detto ai suoi che lo videro partire dieci anni prima e non dare più notizie di sé, nemmeno una telefonata o una cartolina?

Quando anche Francesco, dopo aver spento la sigaretta entrò in casa, si decise ad uscire e varcare il cancello.

Nel cortile c’erano quattro auto. La più vecchia, una piccola utilitaria, era di sicuro quella di sua madre, che usava solo per andare in paese a fare la spesa. Il fuoristrada era senza dubbio di Francesco, il motore ancora fumava. Le altre due dovevano essere di Roberta e Luisa, le sue due sorelle.

Si avvicinò alla finestra, era tutta appannata ma riusciva a vedere dentro. La sala grande era addobbata a festa, il camino riverberava e attorno al tavolo c’erano tutti i fratelli, i cognati, i nipoti. Giovanni provò a contarli ma siccome continuavano a spostarsi non riusciva a stabilire quanti fossero. Di sicuro molti di più di quel Natale di dieci anni prima quando lui e suo padre, per l’ennesima volta litigarono furiosamente. E quel giorno volarono due pugni, uno che fece saltare l’incisivo a suo padre, l’altro che ruppe il setto nasale a Giovanni.

E poi il silenzio totale.

Attraverso il vetro Giovanni rivedeva un film in bianco e nero, due uomini vicino al camino che quasi in perfetto sincronismo facevano partire il pugno.

Sua madre con le mani fra i capelli.

Francesco che teneva fermo il padre.

Roberta a medicare l’uno e Luisa l’altro.

E sangue sul pavimento.

Ma ora, che tutti si erano accomodati a tavola, Giovanni poteva contarli. Passò in rassegna i nipoti che aveva conosciuto da piccoli, studiò quelli nuovi e si soffermò a lungo sul viso delle sorelle e di sua madre. Poi notò che c’erano due sedie vuote. Eppure la cena era iniziata, tutti stavano mangiando. E dov’era suo padre?

Ebbe un presentimento e si voltò rapido, di scatto. Dietro a lui una sagoma inconfondibile.

"Papà, cosa fai qui?"

"Ti aspetto" rispose il vecchio, "è da dieci anni che ti aspetto qui" disse allargando le braccia.

Giovanni posò lo zaino e gli andò incontro.

"Scusa papà" furono le uniche parole che riuscì a pronunciare prima di piangere.

"Sss…non dire nulla. Siamo solo stati stupidi".

Giovanni s’accorse che al padre mancava ancora l’incisivo e alcune parole sibilavano.

"Sì, lo so, sembro un serpente" fece lui, "ma mi ero ripromesso di sistemarmi i denti solo quando saresti tornato. Ora vieni dentro".

Giovanni osservò quella finestra fra i denti, sorridente come lo erano quelle di casa. Aprì la porta ed entrò per primo, gli sguardi s’alzarono dalla tavola e gli corsero incontro.

 

Paolo Perlini

 

 

 
 
 
 

 
 
 
 

 

L'abat jour è accesa,

Gesù al suo posto

ma manca qualcosa.

C'è un libro di Neruda,

un quarto di birra

e un Bucaneve

di ieri, eppure 

manca qualcosa.

A un passo 

dal comodino 

il mio corpo 

disteso

ed io non ci sono:

sono in spiaggia

a fare castelli

di sabbia

e non voglio tornare, 

non posso,

perché ti tengo stretta, ancorata

all'alba d'un sogno

che ha il brillio del mare,

il tocco delle tue mani,

il bene di questo mondo.

Fugata la malattia,

l'immobilità di sacre illusioni,

la tua abat jour

adesso

è un carro d'oro

trainato da cavalli alati,

i tuoi abbracci

fiabeschi ricami

nei quale so

di non avere nulla

fuorché i lucidi

frastagli del sogno:

eppure sorrido,

perché adesso

riconosco l'assenza,

e tra le tue braccia so

che il cuore è intero.

 

Carlo Bramanti

 

 
 
 
 

 
 
 
 

L’Ultimo Natale di Ebenezer

 

 

Il mio nome è Ebenezer, e sono ormai molto vecchio. La mia ora è vicina e prima di abbandonare questo mondo non faccio che tornare con la mente al passato. e con sempre maggiore insistenza a quei giorni che hanno cambiato la mia vita, che hanno cambiato me. Dei tre spiriti che vennero a trovarmi in quella notte insonne di vigilia di Natale forse fu solo il terzo a impressionarmi veramente: quello che mi mostrò la mia lapide e il mio cadavere spogliato da chi mi canzonava senza il minimo riguardo, senza il minimo rispetto.

Non sono passati molti anni da allora, e altrettanti Natali non sono che misera cosa di fronte a quelli, ben più numerosi, trascorsi nella solitudine e nel gelo di un cuore insensibile. E quella visione allora? Se furono vere le immagini mostratemi dai primi due fantasmi, che si riferivano ai miei giorni passati ed a quello, in quel momento, presente, perché quelle dell’ultimo dovrebbero essere state fallaci? Morirò così, solo e abbandonato da tutti, spogliato e deriso nonostante il mio ravvedimento?

Tardivo, lo so, ma pur sempre pentimento sincero, all’amaro prezzo di un cuore svegliatosi di colpo, e sanguinante per giunta, straziato dal fiele di una vita vissuta tra una infanzia infelice, la mia sorda cupidigia, e il rimorso delle tante sofferenze causate al prossimo, per i torti commessi e pagati da intere famiglie.

Perché, accorgersi di tutto questo, prenderne dolorosamente coscienza, non è forse un prezzo da me regolarmente saldato, e con moneta sonante?

Cosa volete da me ora, che vi ripaghi anche di quei tre o quattro cenoni che ho trascorso col cuore sgravato di tutto quel peso tra il calore dei miei familiari ed amici?

Ma saranno veri amici se nessuno di loro veglierà sul mio corpo non ancora freddo dopo la mia dipartita? Che amore è questo, caro Fred, nipote mio, caro buon vecchio Bob, mio fedele collaboratore, ed anche il tuo, mio piccolo Tim, cui solo io so di avere salvato la vita e cui ho fatto da secondo padre, da quella notte in poi?

E’ stato amore il vostro? O è stata solo pietà per questo vecchio che negli ultimi suoi anni ha pur mostrato il suo pentimento e voglia di felicità e spensieratezza, forse il chiaro sintomo di una senile pazzia ?

O ancora, ma non oso pensarlo, freddo calcolo per spartirvi in eredità quel che resta dei miei averi? E se così fosse, allora anche quei sogni, che furono veri e orrendi incubi, non può essere che fossero architettati da voialtri, travestiti da spettri, falsificando le vostre voci e spacciandomele per quelle di spiriti?

Già, i miei averi. Tutti hanno in fondo sempre tramato per portarmeli via, ma se sono riuscito ad essere io ad accaparrarmi i loro vorrà pure ben dire qualcosa, forse che il denaro è più felice nello stare con chi lo ama, con chi si cura di lui, lo nutre e lo protegge, e lo tiene in gran pregio piuttosto che con chi lo sperpera in cose vane e futili, senza badarvi troppo. Questo è quel che ho imparato fin da giovane, al prezzo di rinunciare ad altre gioie, ben più evanescenti.

Forse è per ciò che in questi ultimi anni non me ne è rimasto poi molto: sarò stato io ad avere trascurato lui o lui ad abbandonare me, come un’amante sentitosi tradito?

Che atroci dubbi mi assalgono in questa vigilia, di Natale e di morte.

Già, una nascita e una morte, non è curioso?

Saranno motivo di festa entrambi?

Ma chi è che manda questi nuovi spettri a tormentarmi così!

Vorrei girarmi nel letto, ma non riesco più nemmeno a fare questo.

E così resto fermo, nel gelo di questa stanza, di questo letto sfatto, tra la fioca luce della candela sul comodino e le ombre che mi danzano intorno e ridono di me. Oh, quanto ridono! Mi pare di sentire i loro sghignazzi anche tappandomi le orecchie.

E sento alla fine nelle mie orecchie suoni di campane. Saranno quelle della celebrazione o del mio funerale? Questa mia vita mi sta lasciando, e nel peggiore dei modi. Così breve è stata la mia felicità, e ora mi sembra quasi falsa quanto una ghinea di stagno.

Il mio respiro trema, e il cuore vacilla. Sono un povero vecchio che non riesce ad alzarsi più dal suo misero letto. Mi sento di nuovo paurosamente solo e ancora una volta in balìa di fantasmi.

Così, sudato, atterrito e moribondo non mi resta che affidarmi alla preghiera. Sii clemente con me, liberami di tutti questi miei pensieri. Accogli la mia anima ovunque tu ritenga debba trascorrere l’eternità. Ma privo di coscienza, e di memoria, come fossi un bambino, un neonato nel corpo di questa carcassa. Questa vorrei fosse la nascita da festeggiare in questo Natale: la mia nascita, la mia riconquistata leggerezza.

Abbi pietà di me.

 

Tuo

Ebenezer Scrooge.

 

 

Carlo Sirotti (carloesse) – Natale 2011

 

 
 
 
 

 
 
 
 

 

 

UNA BALLATA CHE MI CULLA

 

Se é vero che movimento é vita

il tuo, o mare, é tre volte vita:

vita se amoreggi coi navigli

quando sciabordi seminando bava,

vita se accarezzi piccoli scogli

che a Cefalù, a Milazzo, a Taormina

sono come un rosario che si sgrana

tra profumi di rose e gelsomini.

E' pure vita nel tuo copioso grembo

dove l'amore alla natura è pegno.

E' dolce il mormorio dell'onda

quando ti accosti a riva:

coi sassi ti trastulli.

Che suoni,che canti!

E' come una ballata che mi culla.

 

 

Santi

 

 

 
 
 
 

 
 
 
 

 

 

Il miracolo della Vigilia

 

Silent night, holy night

All is calm, all is bright

 

Tornava a casa, come ogni anno. Un antico rito, una promessa. Oltre le ultime abitazioni del paese, oltre un frammento sbriciolato d’asfalto – una strada che nel tempo si era mischiata con la terra divenendo materia vivente, humus – il viandante si smarriva, rimaneva col fiato sospeso, senza più alcuna via da percorrere. Non così per lui. Nella notte della vigilia di Natale i suoi piedi sapevano trovare sentieri invisibili e i passi avevano la cadenza del respiro quieto.

L’aria era mite, profumava di pelle vegetale, d’alberi e piante e di umori d’animali nascosti che lo osservavano con occhi spalancati e luminosi, con i sensi sorpresi dal fruscio delle foglie calpestate.

Al termine del cammino, nel buio del bosco apparve una radura e al centro la sua casa. Dai vetri delle finestre proveniva una luce accogliente che si spandeva all’esterno. L’erba del prato acquistava un verde tenue che faceva tirare un respiro profondo e tutto il corpo diveniva sostanza sottile e aerea, da assaporare con la lingua, da sfiorare con la punta delle dita. E gli alberi distanti poche decine di metri, in cerchio intorno alla casa, ricevevano su un lato il tepore della luce domestica e sull’altro vaste ragnatele d’ombre.

I genitori lo stavano aspettando.

La porta era socchiusa. Sulla soglia gli sembrò quasi di sentire un bisbiglio: "Vieni, vieni," diceva quel sussurro.

Spinse la porta, attraversò il breve corridoio e disse ad alta voce:

"Mamma, papà, sono arrivato!"

I genitori erano lì in piedi, sorridenti, con le mani già protese verso di lui.

Abbracciò prima la madre, sentì il suo profumo mentre scambiava piccoli baci sulle guance e ascoltava dolci parole di benvenuto. La mamma era una donna ancora molto bella, indossava un elegante vestito marrone con sfumature a tinte di corallo, una collana di perle e leggere scarpe scure. Abbracciò il padre che gli strinse forte le spalle, tenendolo poi di fronte a sé, come a saggiarne i muscoli e la consistenza fisica. In un sorriso scherzoso pronunciò la solita battuta sulla magrezza del figlio così accentuata da renderlo quasi trasparente.

La tavola nella sala da pranzo era apparecchiata con la tradizionale tovaglia rossa natalizia. Due lunghe candele accese, sottili e attorcigliate, rosse anch’esse, erano poste verso le estremità della tovaglia. Al centro, in una grande fruttiera bianca, brillavano delle arance, e in un piccolo vassoio di legno c’erano le noci. I piatti, in coppia, avevano i bordi dorati ed erano d’un bianco ancor più vivido di quello della fruttiera. I tovaglioli di stoffa candida, le posate d’argento e i bicchieri di cristallo completavano il disegno della tavola meravigliosa.

Dalla grande radio a valvole, regolata a basso volume, proveniva musica sinfonica.

 

I suoi genitori erano morti, ormai vecchi, da quasi mezzo secolo, più o meno alla stessa età che il figlio aveva adesso. Quel miracolo della Vigilia si ripeteva ogni anno, da allora, perchè egli aveva sempre mantenuto la promessa di celebrare con loro il pranzo della notte di Natale.

Sedette a tavola e una indicibile gioia accadde dentro e fuori di lui e sembrava che il respiro stesso fosse immerso in quella delizia: a ogni inspirazione la gioia lo nutriva, ogni espirazione spargeva d’intorno benefici flussi splendenti.

Il padre e la madre si informarono sulla vita del figlio, su quell’anno trascorso dopo l’incontro del Natale precedente. Egli narrò di giorni dolci e malinconici, di nuove morti e nuove nascite, d’un arcobaleno apparso enorme in un cielo d’autunno, del brivido dei suoi piedi nudi nell’acqua del mare, d’un sogno in un’alba di primavera.

Parlarono piano di quell’inizio d’inverno straordinariamente mite, mentre mangiavano spaghetti con le alici e poi baccalà fritto, e il pane buono di forno a legna, e una insalata di broccoli con limone e dei finocchi crudi tagliati a spicchi, e infine lupini e delle noci che si assaporavano già nel rumore dei gusci frantumati.

I genitori raccontarono l’incanto del mutare delle stagioni che penetrava fin nella casa, e i piccoli gesti quotidiani ripetuti con cura, perché sapevano, il padre e la madre, che ogni cosa era per la prima volta e per sempre.

La madre, mentre sorseggiava un bicchiere di vino, rise a una battuta del padre e nascose la bocca col tovagliolo bianco. Conclusero il pranzo con una mezza arancia e una fetta di panettone.

La radio a mezzanotte trasmise il suono delle campane a festa e dopo gli auguri tra i genitori e il figlio, il padre prese in un cassetto una scatolina di legno chiaro. Dentro c’era la statuina sacra. Con molta delicatezza liberò Gesù Bambino dal batuffolo di cotone in cui era adagiato e lo depose nel presepio, al centro della grotta, tra la Madonna e San Giuseppe, il bue e l’asinello.

Il padre guardò la madre in viso e la cinse in un abbraccio che fu l’esordio d’un ballo lento, assorto, guidato da un concerto d’archi alla radio.

In silenzio il figlio aprì la porta e uscì. La luce bianca era giunta puntuale come ogni anno e lo avrebbe accompagnato sul sentiero invisibile del ritorno.

 

Subhaga Gaetano Failla

 

 

 

 

 
 
 
 

 
 
 
 

Neve in città

 

 

Camminava lentamente. Passo dopo passo si aggirava per la città. Non l’aveva mai fatto, ma quella mattina si era svegliato da solo in casa, così, mentre curiosava stanza per stanza, aveva pensato che forse avrebbe potuto fare qualcosa di diverso, di nuovo.

Un bel giro fuori da queste mura male non mi farà, si era detto tutto contento.

La mamma non gli avrebbe potuto dire nulla, forse nemmeno se ne sarebbe accorta, visto che poteva rientrare in tempo, così non l’avrebbe messo in punizione.

Aveva notato il portone semichiuso, ed era stato facile uscire.

Non ci aveva mai nemmeno pensato a una cosa del genere, ma ora era lì: osservava il mondo sconosciuto, appena pochi metri fuori da casa.

Fa un bel po’ di freddo! si disse, ma non gli andava di arrendersi e tornare sui suoi passi. Non avrebbe avuto alcun senso.

Si guardò un po’ intorno. Non sapeva dove girare, se a destra o a sinistra. Gli sembrava tutto così uguale. Per la via c’erano delle luci sospese sulla sommità di pali di ferro, allineati sul ciglio della strada. Per un attimo si bloccò a fissarle intimorito, sembravano delle palle di fuoco.

"Fermati, fermati" sentì dire a un ragazzo dai capelli biondi, lunghi e con un cappellino in testa.

Per un attimo si convinse che si stava riferendo a lui.

Ehi, forse sa che sono uscito di casa senza dire nulla a nessuno, pensò. Deglutì tremando, ma si fece coraggio e si fermò a fissarlo.

"Dimmelo di nuovo, Mickey, se sei un uomo!" disse la ragazza che era con lui. "Dimmelo sotto la luce di questo lampione, così ti guardo dritto negli occhi, stavolta" concluse in tono ancora più feroce, diminuendo la distanza da lui.

Questi due litigano, il ragazzo non ce l’aveva con me, menomale! si disse, confortato.

Si allontanò un po’, mentre il lampione creava un’ombra quasi invisibile sotto di sé. Era ancora indeciso, non sapeva bene come proseguire, così si affidò al suo istinto e attraversò la strada rapidamente, abbandonando del tutto la coppia.

C’era gente che andava avanti e indietro con buste gonfie e ricolme, e lui proseguiva un po’ meno incerto. Si fermò davanti a un negozio. Provò a leggere l’insegna, ma per lui erano caratteri indecifrabili. Vide una signora afferrare dei frutti chiari e metterli su un piatto di metallo. Sembravano ruvidi, ma appetitosi. Aveva fame. Ogni volta che la donna ne posava uno c’era una lancetta che si spostava verso il basso, seguendo un cerchio, pareva muoversi dalla sua tacchetta per inseguire lentamente la successiva.

È un bel gioco, però! si disse.

"Dieci arance quanto mi vengono a costare?" chiese la donna. Aveva un cappello bianco che le nascondeva capelli e orecchie, al collo aveva una sciarpa e indossava un cappotto abbondante. Sembrava non sentire freddo. Eppure quando aprì la bocca si formò una nuvola che, per un breve istante, si animò verso l’alto e poi scomparve.

"Ora vengo a controllare quanto segna la bilancia" rispose un giovanotto con la pelle bianchissina.

"Se mi dice più di una sterlina e mezzo se le può pure tenere" ribatté la donna.

Era annoiato da quel dialogo, così s’allontanò sui suoi passi, seguì ancora l’istinto, procedette lungo il marciapiede e avanzò un po’ l’andatura in cerca di qualcosa di interessante.

Ho attraversato la strada e poi ho girato di là, rifletté voltandosi un attimo indietro.

"Oddio, com’è piccolo! E com’è carino! Vero, caro?" sentì dire a una donna anziana.

"Cara, muoviti o faremo tardi" le rispose l’uomo che era al suo fianco, poi ripresero a camminare e si allontanarono.

C’era un negozio di antiquariato che sulla vetrina aveva tante luci intermittenti che illuminavano una scritta bianca su sfondo scuro, ma ancora una volta non capì cosa c’era scritto.

Si intrufolò dentro il negozio, seguendo un ragazzino coi capelli ricci neri che spingeva la porta d’ingresso. Gli sembrò avesse il fiatone.

"Leonard, ti verrà un malanno. Senza cappello alla vigilia di Natale? Di cosa hai bisogno?" gli chiese l’uomo da dietro il bancone vedendolo.

"Signore, sono nei pasticci! Ho rotto una palla dell’albero di Natale. Mia madre mi ucciderà se se ne accorge. Lei ne ha? Sono quelle di vetro."

"Tranquillo, Leonard. Ora controlliamo in questa scatola."

C’era un alberello con palle appese ai rami e con una serie di luci bianche che illuminavano l’ambiente un po’ buio. Il caldo ristoratore si avvertiva subito. C’era anche una stufa a legna in un angolo con sopra delle palline piccole e marroni.

Non voglio più andarmene da qui! pensò ricordando la sua casa vuota e fredda, ma non voleva far preoccupare la sua mamma.

"Leonard, vuoi mangiare qualche castagna?"

"No, grazie... Eccola! Era proprio uguale a questa."

Il ragazzino tirò fuori una pallina lucida dalla scatola, tolse, più rilassato, tutte le monete dalla tasca dei jeans e poi si voltò.

"Com’è piccolo!" gli disse, allungando la mano per una carezza. "Sei tutto infreddolito, vero?"

"E cosa ci fai tu qui?" chiese l’uomo. Ora lo osservavano meglio tutti e due, ma lui non parlava, si allontanò cercando di uscire, anche se sapeva che fuori il freddo lo avrebbe colpito ancora, senza alcuna pietà.

"Aspetta, ti porto via con me" disse il ragazzo.

"Leonard, non puoi, avrà la sua famiglia che lo starà già cercando. E poi dovresti sbrigarti. Tra qualche ora chiudo anch’io. Andremo tutti a casa per festeggiare la vigilia di Natale."

Il ragazzo lo osservò di nuovo, aprì la porta e lo lasciò uscire, poi si voltò e ringraziò il proprietario.

"Ehi, piccolo, ti sei perso?" chiese Leonard, ma lui era già lontano. Il ragazzo lo vide correre, ma non lo seguì.

Leonard era dietro di lui, ma quasi non si vedeva più, così rallentò la corsa e iniziò a ricordare qualcosa. La sua mamma non avrebbe potuto più dirgli nulla. Non voleva andasse così, ma era morta quando lui e il suo fratellino erano nati.

Si fermò e si guardò indietro spaventato, il ragazzo non c’era proprio più. Avrebbe potuto andare a casa sua. Almeno per quella sera.

Corse nella direzione opposta cercando di orientarsi, provò a osservare ogni angolo. Non voleva tornare a casa, non era la sua casa, la persona che abitava lì aveva venduto il suo fratellino due sere prima. Ricordava ancora il suo pianto. Gli voleva così bene e, poi, giocavano così felici assieme. Ricevevano anche del latte caldo, ma mai una carezza.

Leonard era lì, a pochi metri, era spuntato fuori dal nulla, finalmente lo aveva ritrovato. Il ragazzo si voltò e lo osservò e, dopo averlo raggiunto, lo accarezzò ancora.

"Sei un cagnolino adorabile. Stai morendo di freddo. Vieni, ti porto a casa mia. In questa notte gelida nessuno dovrebbe restare solo. Nemmeno un cagnetto."

Il piccolo guaì, felice, lasciandosi afferrare. Il ragazzetto lo coprì con il suo cappotto, poi vennero inghiottiti dall’oscurità della sera, al di là della via grondante di luci.

Billy era il nome che gli aveva scelto la sua mamma, inoltre sentiva che Leonard non gli avrebbe fatto del male.

"Mi prenderò io cura di te" gli confidò il ragazzo, sorridendo.

Attraversarono la strada e, dopo un lungo camminare, finalmente entrarono in casa.

Il ragazzo sistemò subito la pallina sull’albero, poi corse in cucina e mise del latte in una ciotola. Billy, dopo averne assaggiato un po’, si sentì meglio. Leonard lo sistemò su un giaciglio improvvisato di fianco al camino e alla poltrona, e iniziò a leggere a voce alta una storia.

Billy chiuse gli occhietti, coccolato dalle carezze del nuovo padroncino. Di lì a poco avrebbero festeggiato il Natale e lui sarebbe restato lì, in quella casa, avvolto dal tepore di un nuovo futuro.

 

 

Giovanni Venturi

 

 
 
 
 

 
 
 
 

 

 

 

Riflessi

 

"Ma sei jurassica!" mi ha detto Elia prima di fuggire correndo dalla cucina e tamburellare su per le scale fino alla sua cameretta. Certo, vedermi seduta al tavolo della cucina con una stilografica in mano china su un quaderno per lui è preistoria. Sorrido.

Ma per me, lo sai, scrivere è ancora un rito al quale non so rinunciare. E poi la stilografica è quella blu, la prima che mi ha regalato Leo, mi piace che i miei pensieri abbiano ancora il colore blu cobalto dell’inchiostro. La carta ha un calore che sembriamo aver dimenticato…

Dovrei decidermi a mettere via l’albero di Natale ancora acceso di là in salotto, prima che il mio pargolo provi a convincermi come l’anno scorso a tenerlo ancora qualche giorno, che poi si è rivelato un mese, ma non ha tutti i torti in fondo. Spegnere le luci e rimettere gli addobbi in una scatola fa sempre un po’ di tristezza, e invece questi giorni sono stati speciali. Vorrei che l’atmosfera restasse qui, aleggiasse nell’aria ancora un po’ come il profumo di legno e cannella che riempie le stanze.

È stato il primo Natale passato qui, nella casa nuova. La nostra nuova casa. Che non è la sua, che non è la mia. E' la nostra e la loro, insieme. Nostri anche loro.

Anche Stefania è stata contenta di tornare a casa e trovare la sua camera, con le sue cose in ordine pronte ad accoglierla. Le ho fatto trovare i suoi peluche sopra il letto, come quando era più piccola e c’ha dormito in mezzo. Mi sembra sia passato meno di un giorno da quando l’aiutavo con i temi di italiano, ed ora è alle prese con l’università e vive questa casa quasi fosse un albergo! Si è iscritta a medicina: "Voglio fare la pediatra, prendermi cura dei bambini" mi ha detto un giorno, stringendo uno dei suoi orsacchiotti. 

Leo in quel momento era appoggiato contro lo stipite della porta, le mani incrociate sul petto e lo sguardo carico di orgoglio come solo un padre sa avere, e non ha detto niente. Bastava il suo sorriso a dire tutto.

Mi incanto a guardarli, padre e figlia. Hanno un modo tutto loro di comunicare e capirsi. Nonostante Stefania sia quasi una donna ormai, con lui ritorna ragazzina e riprende il suo spazio intorno al padre, pretende le sue coccole e le sue attenzioni, e lui dal canto suo non se lo fa ripetere due volte. Ma nello stesso tempo Stefania è capace di condividere quel tempo e quello spazio con Elia, sebbene il fratellino impiccione, come lo chiama, sia arrivato che lei era già grande e lui non le conceda un minuto di tregua per tutto il tempo che passa qui. Elia non la ama, la venera. Inizia ad essere esagitato già il venerdì mattina, quando sa che lei rientrerà dopo cinque giorni. E il sabato mattina è facile trovarli nello stesso letto. E, ovviamente, il lunedì quando lei riparte sono musi lunghi. Ma queste feste sono state davvero speciali, siamo stati insieme e…

 

Eccola lì, la giurassica, mentre si concentra e mette su il broncio, con la penna a mezz'aria, quella penna quasi sempre. La guardo come faccio ogni tanto, quando non sa di essere guardata, come quando ritorna sudata dalla sua corsa, lei che quando l'ho conosciuta non avrebbe potuto correre mai più. La guardo come faccio mentre si mette a gambe incrociate sul letto a parlare insieme a mia figlia - insieme stanno bene, ridono forte e sembrano coetanee -, lei che la prima volta che l'ha incontrata mi ha detto con le lacrime agli occhi "io non sarò mai una matrigna". La guardo e penso al primo Natale di dieci anni fa, lei di là ed io di qua, a separarci un mare, i problemi, le telefonate di nascosto, le paure. I viaggi da pazzi e le mille bugie da inventarsi per vedersi un secondo, strapparsi i vestiti di dosso e poi tornare ognuno alla propria vita, io lo stronzo rovinafamiglie e lei quell'altra, con tutte le difficoltà grandi come montagne, che allora si faceva più in fretta a buttarla via, questa cosa qua, che a tenercela stretta.

E invece.

La guardo e vedo delle altre cose.

Vedo la prima pallina di quest'albero, due euro e cinquanta che ha pagato lei perché io, allora come adesso, ero senza spiccioli.

Vedo una piazza nascosta ed una panchina con un cuore intagliato nel legno.

Vedo i suoi viaggi in corriera ed io a tenerle compagnia dall'altra parte del mondo.

Vedo quando mi fa la lingua prima di chiudermi la porta del bagno in faccia perché "in certi momenti, deve avere i propri spazi".

La guardo di nascosto e le sussurro piano quelle cose che le dico quando so che non mi può sentire, come quando l'auricolare le si perde nei riccioli o mentre dorme, che se no, poi, si monta la testa ed allora chi la ferma più.

Sono passati in fretta questi anni…

"Dai papà, andiamo a fare un giro in bici, me l'hai promesso!!" mi tira impaziente per i pantaloni Elia.

"Fai attenzione a tuo padre che anche se lo tengo discretamente in forma è pur sempre un anziano", gli dice sua madre ridendo, affacciandosi dalla cucina e fingendo di scappare via.

"Sculacciata in arrivo!", sospira con un sorriso alzando gli occhi al cielo, Stefania…

 

 

"Ilaria… Ilaria???... che fai dormi in piedi?"

Mi desto da una sorta di trance, la decorazione di vetro che tengo tra le mani quasi mi cade.

"Attenta! Le palline vanno attaccate all’albero non spiccicate per terra… dove avrai mai la testa dico io!" mi dice Valentina con le mani sui fianchi e l’espressione a metà tra il divertito e il rimprovero.

Sorrido alla mia amica e, rossa in viso, mi allungo per appendere la pallina di vetro. Sembra una bolla di sapone che accarezzata dalla luce sfuma in vari colori. L’ho comprata in un mercatino di Natale a Gubbio, insieme a Leo, solo un paio di giorni fa in una di quelle nostre matte fughe da tutto, ma dove nello stesso tempo tutto miracolosamente si incastra e combacia alla perfezione.

Fuori nevica fitto, c’è quel silenzio innaturale che rende l’atmosfera quasi magica.

Mancano solo due giorni a Natale.

"Sarà un bellissimo Natale", dico a Valentina socchiudendo piano gli occhi mentre la pallina appesa all’albero dondola piano.

 

 

Sonia Sacrato

 

 

 

 
 
 
 

 
 
 
 

 

 

 

 
 
 
 

 
 
 
 
 

Il mondo ne è pieno

 

 

Se ne stava seduto al buio del suo ufficio da un paio d’ore, a fare nulla. Sullo schermo del computer compariva a intervalli di cinque minuti il salvaschermo, e lui ogni volta schiacciava un tasto. Sulla scrivania allora riapparivano decine di cartelle, mentre dallo schermo si rovesciava sul suo volto, sulle mani, una luce pallida. Ma né il suo volto, né le sue mani, neppure la sua persona storta e in un perenne stato di tensione, erano qualcosa di gradevole.

Era solo.

Sospirò, si passò una mano sui pochi capelli, osservò il Rolex che segnava le sei di sera.
La sua casa editrice aveva bisogno del salto di qualità. Tutti i critici la snobbavano perché pubblicava a pagamento. Gli utenti lo attaccavano: "Un vero editore doveva rischiare il proprio denaro, non chiederlo agli autori".

Poveri illusi!

Colpì con un pugno la scrivania: ci voleva un’idea! No, gli serviva un autore nuovo, meglio ancora se bravo e di talento, quello vero. Ma in mezzo al ciarpame che pubblicava, nessuno lo avrebbe notato: ogni mese lanciava sul mercato cinquanta nuovi autori.

Poi gli venne l’idea.

Si ricordò di quel tipo, Candido Degli Innocenti, che aveva spedito un romanzo davvero buono; uno dei pochi a usare la posta tradizionale, invece dell’email. Aveva svolto qualche ricerca sul suo conto, perché quel nome non gli suonava nuovo. Poi l’illuminazione: era un ex professore di italiano del liceo, in pensione da almeno vent’anni. Soprattutto, era il suo ex professore di italiano. Un uomo solo, dimesso, per nulla fotogenico, un tipo col pallino della bella scrittura, della narrativa come leva per rendere migliore la società.

Lui aveva fatto tesoro dei suoi insegnamenti: la narrativa aveva davvero reso migliore la società, la sua "a responsabilità limitata".

Leggere era considerata un’attività stupida, e quei pochi che lo facevano mai e poi mai avrebbero perso tempo con un autore che non era più un ragazzo. Inoltre, lui sapeva anche che non bastava un buon romanzo per ricavarne il caso editoriale dell’anno.

Sfogliò ancora il dattiloscritto. Rilesse l’incipit, le prime tre pagine: "Convincente, davvero convincente", borbottò. Riusciva ancora a fiutare un affare, e quello, poteva essere un best-seller.

Ma non con il suo autore. Non con quell’uomo.

Sospirò, appoggiò la schiena alla poltrona.

Giovani e maledetti, ecco come dovevano essere gli scrittori. Adatti alla televisione. Occorreva perciò liberarsi dell’ex professore e passare il romanzo a qualche giovane di belle speranze, dallo sguardo torbido e il passato misterioso.

Di gente così il mondo era pieno, e trovare chi fosse disposto a impersonare il ruolo dello scrittore, non era difficile. Sarebbe stato autore di una sola opera, si capisce. Ma questo era un problema che avrebbe affrontato a tempo debito.

Adesso era necessario scippare al professore il dattiloscritto. La faccenda era delicata. Occorreva presentargli la faccenda nel modo giusto, in un modo tale che lui accettasse.

Si sfregò il volto, sbuffò. Schioccò le dita: aveva bisogno del lavoro dell’ufficio legale "Mesta & Fosco", uno dei migliori della città. Di certo sarebbero stati in grado di redigere un contratto legale perfetto, quindi incomprensibile anche a un ex professore di italiano. I loro servizi erano costosi, ma ogni tanto, bisognava pur spendere qualcosa.

Questo gli ricordò che doveva fermare l’emorragia di denaro dalle casse dell’azienda, cioè dalle sue. "La prima fonte di guadagno è evitare le spese", era il suo motto, la sua filosofia di vita.

Diede un’occhiata al foglio di calcolo, e accese una lampada a risparmio energetico, anche se l’ecologia era l’ultimo dei suoi pensieri.

La voce "diritti agli autori" era ancora troppo esosa: a qualcuno aveva promesso un cinque per cento sulle vendite, decurtata l’iva ovvio, e la spesa per i diritti era di seicentocinquanta euro virgola trentacinque. Per fortuna erano ben pochi i libri che superavano la soglia di 100 euro di ricavi, e i pagamenti avvenivano raramente. Passò alla voce "spese per pubblicità": trentacinque euro di spese postali per inviare copie gratuite a qualche giornalista per una recensione. Senza contare il valore dei volumi: questo l’avrebbe recuperato dalla dichiarazione delle copie mandate al macero.
Alzò la testa per guardare l’orologio: era ormai ora di cena e decise di avviarsi a casa.
Quando chiuse la porta, quattro mandate e un catenaccio, guardò la luce che si rifletteva sulla targa d’ottone: non ci vide la bellezza del sole che tramontava alle sue spalle ma una macchia scura che copriva in parte la lettera "L" del suo cognome. Luccio diventava uccio e sembrava un nome di cui farsi beffe. La mattina dopo avrebbe chiesto alla donna delle pulizie, una filippina, di usare più olio di gomito. La sua casa editrice, la Gustavo Luccio editore, doveva brillare nel cielo dell’editoria.

"Non hanno il senso del dovere. Del lavoro".

Da un paio di giorni la donna parlava di "ferie", della busta paga che riportava una cifra, mentre a lei ne veniva corrisposta un’altra inferiore. E crollò il capo, si avviò al BMW, sbloccò la chiusura centralizzata. Quando allacciò le cinture di sicurezza, aveva deciso di licenziarla.

"Il mondo è zeppo di filippine". E ghignò.

 

 

"Mio caro, caro professore. Si sieda la prego". Gustavo attese che Candido si accomodasse e iniziò a parlare: "Il suo romanzo non è male. Ha qualche pecca ma l’idea di fondo è buona. Bisognerebbe rivederlo, limarlo, editarlo ma forse potrebbe uscirne un testo discreto. Certo, tutto ciò comporterebbe molto lavoro, e molte spese per la mia casa editrice…"

Il vecchio professore ascoltava in silenzio. Sistemò gli occhiali dalla montatura in oro sul naso, sospirò. Lasciò passare alcuni minuti prima di parlare: "Se comporta tanto lavoro forse è meglio lasciar per…"

"No, no, tutt’altro!". Esclamò. Aprì una cartellina, estrasse alcuni fogli pinzati in un angolo, e li tenne in mano, mentre parlava:

"Io mi ricordo bene di lei. Non so se lei riesca a ricordarsi di me, sono passati così tanti anni. E con tanti studenti da seguire, alla fine rimangono in mente solo i migliori".

"Tutt’altro. Ho buona memoria anche per i peggiori. Di lei ricordo con dolore l’indifferenza, una certa ottusità".

Gustavo impallidì, fece un sorriso forzato. Infine si strinse nelle spalle:

"Sa, la gioventù rende sciocchi. Poi si matura, si migliora".

"Non è detto". Dalla tasca del cappotto l’ex professore prese un fazzoletto di tela, si tolse gli occhiali e iniziò a pulirne le lenti. Gustavo strizzò gli occhi, disse:

"Qui c’è il contratto. È raro che si proponga subito qualcosa del genere a chi esordisce. Di solito, ci sono una serie di incontri che servono per conoscere lo scrittore, e cercare di capire se davvero la scrittura è importante per lui. Se vuole creare qualcosa che resti o si accontenta di pubblicare". Glielo porse.

Il professore inforcò gli occhiali e iniziò a leggere, senza fretta. Gustavo aveva in mano una magnifica stilografica Aurora, già la porgeva, ma Candido arrivato in fondo alla prima pagina disse: "Bah!", e ricominciò a leggere.

Gustavo respirò a fondo. Gettò un’occhiata alla penna e infine la poggiò sul piano.

Pensò: " Sono stato un idiota a pensare di poterlo fregare con un contratto. Questo spulcia tutto!".

Candido crollò il capo, e attaccò a leggere il secondo foglio del contratto. Poi il terzo e ultimo.
Gustavo gettò un’occhiata all’orologio; era da venti minuti che il suo ex professore lo stava passando al setaccio. Rimise la penna stilografica nella tasca interna della giacca di velluto. Si diede dell’idiota, ma la cosa che più lo faceva infuriare era che lo studio legale doveva essere pagato comunque.
Candido posò il contratto sulla scrivania. Si alzò in piedi. Lo osservò per qualche istante, disperso oltre la larga scrivania di mogano, poi girò sui tacchi e si diresse verso la porta.

"Ma, professore", mormorò Gustavo, "non dice nulla? C’è qualcosa che non va? Possiamo parlarne...".
Il professore calò la mano sulla maniglia, l’abbassò, la tirò a sé, infine si voltò:

"Lei è peggiorato, dal liceo. Prima era solo un ottuso e sciocco ragazzo. Adesso è diventato un ottuso, avido e meschino uomo. Buona sera. E buon Natale".

Allo scatto della porta che si chiudeva, Gustavo sobbalzò. Si passò la lingua sulle labbra e soffiò. Diede un colpo alla tastiera del computer, e dal calendario si rese conto che era il 24 dicembre.
"Natale! La festa degli scemi!". Un suono lo avvisò dell’arrivo di alcune email. Diede un’occhiata veloce, per scoprirne una della banca, che lo avvisava dell’accredito sul suo conto corrente di oltre 22.000 euro. Una decina di autori esordienti aveva abboccato, e versato la cifra pattuita. Sorrise, gettò un’occhiata al contratto abbandonato sulla scrivania. Lo prese, lo passò al distruggi-documenti.
"Per fortuna che gli scemi non vanno mai in ferie". Disse, e pensò che dopotutto, restare una casa editrice senza un vero autore, non era poi così male.

 

Marco Freccero e Morena Fanti

 

 

 
 
 
 


 


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La grafica presente in questa pagina l'ho recuperata da vari siti. Purtroppo, avendo io ormai 99 anni, o 103, dipende da quale biografia consultiamo, ho perso la memoria  e non ricordo più dove ho prelevato sfondi e immagini. Chi riconosce i propri lavori è pregato di dirmelo e inserirò i crediti. Grazie. Morena

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