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IL
VIOLINISTA UNGHERESE
La colpa è tutta di Petru. Se
non l’avessi conosciuto, le cose sarebbero rimaste ineluttabilmente
tranquille e assopite, come sempre.
Noiose e soporifere al pari
delle chiacchiere di Bruno Vespa nel suo salotto, ma rassicuranti nella
loro ripetitività come una telenovela pomeridiana.
Ecco, sì, è chiaro, mi sorbivo
molta tv da quando gli anni avevano cominciato a fare catasta e mio
marito se n’era andato in altri lidi, quelli celesti. Non avevo altri
diversivi, tutto mi stancava, mi deludeva e presto perdeva fascino.
Così mantenevo le mie scarne abitudini e con quelle campavo, senza
sobbalzi e sbattimenti.
Questo è stato fino a quando ho
conosciuto Petru, dicevo. Dal momento in cui l’ho visto, all’interno
del supermercato Sigma del quartiere, ho capito che la mia vita avrebbe
cominciato ad avvitarsi su se stessa, fino a diventare come una giostra
del luna park.
È cominciato tutto verso la metà
di novembre, un giorno in cui nella corsia dei latticini cercavo le
uova delle galline allevate a terra, e lo scaffale era quasi del tutto
vuoto, tranne che per un’ultima confezione finita nel punto più
irraggiungibile, dove anche la Ela Weber non sarebbe potuta arrivare.
Io zampettavo come una gallinella, appunto, nella speranza di riuscire
a recuperare quei 2/3 cm che mi avrebbero consentito la presa del
malloppo ovaiolo, quando le mie scarpette decisero di tradirmi
facendomi planare sul pavimento. Alcune confezioni di latte mi
seguirono nel movimento verso il basso e andarono spiaccicarsi a terra
formando una pozza lattiginosa, è proprio il caso di dirlo, a fare
aureola al mio capo.
Il primo a soccorrermi, con la
sua voce baritonale e i baffi a manubrio, fu Petru, il quale mi prese
letteralmente in braccio, manco fossi una bambolina di pezza, e mi
rimise in piedi, con tante e tali esclamazioni da stordirmi.
" Bella signora, no fatto
niente, guarda, tutto biene, ancora tutta intera, niente rotto!" E mi
muoveva le braccia e la testa per confermare le sue considerazioni,
facendomi pensare di essere un povero manichino senza volontà.
In effetti, io mi sentivo del
tutto incapace di una qualsiasi azione autonoma e guardavo ammaliata
quell’uomo grande e possente, dalla chioma fluente e candida, che
continuamente gli ricadeva davanti agli occhi in forma di ciuffo
indomabile, senza avere la forza di profferire parola.
Fece tutto Petru. Si presentò
come violinista ungherese, migrante per passione, passione di cosa mi
sfuggì, in cerca di un’occupazione temporanea per poter racimolare un
po’ di denaro per pagare un liutaio che gli riparasse lo strumento,
senza il quale non avrebbe potuto suonare davanti ai centri
commerciali, proprio ora che iniziava il periodo più propizio delle
grandi abbuffate natalizie.
"Tu avere lavoro per me? Io
essere bravo giustare rubinetti, lavatrici e cosa che lava piatti, poi
essere bravo in giardino e poi anche divertire con storie e musica
tzigana."
In capo a cinque minuti l’avevo
assoldato come tuttofare a casa mia. Capii che non avrei potuto fare
diversamente: presa dal forte sentore di cuoio del suo giaccone e dal
vago odore di selvatico che mi pareva provenire dagli stivali, seguii
le punte di quei baffi all’insù che parevano piccole antenne di una
ricetrasmittente e mi tenevano in contatto con il mondo, quello che
ormai mi mancava da tempo.
Con lui, infatti, il mondo perse
immediatamente il colore sbiadito del caffellatte del mattino e assunse
un bel colore rosso carminio, quello delle gote arrossate per
l’eccitazione.
Le giornate ripresero a pulsare,
a essere scandite dalle mille attività che insieme a Petru organizzavo.
La casa e i suoi lavoretti passarono presto in secondo piano mentre il
suo violino divenne il protagonista indiscusso della nostra vita. Dopo
la riparazione del liutaio, lo strumento era diventato il fulcro, il
perno attorno a cui ruotava il nostro tempo. Oddio, ero soprattutto io
a ruotare, perché m’aveva preso una tale frenesia che non riuscivo più
a starmene ferma sul sofà a ingozzarmi di tv, ma saltavo qui e là
interpretando, con passi di danza da me inventati, le musiche che Petru
sviolinava.
Io, Petru e il suo violino
eravamo diventati una cosa sola, inseparabili, notte e giorno.
Così i giorni passavano, ed era
tutta un’altra musica!
In questo modo arrivò dicembre
con le sue giornate brevi, gli alberi spogli spruzzati di neve, le
gelate notturne e le strade addobbate a festa.
La mia eccitazione aumentava
ogni giorno di più, ero talmente inquieta che non riuscivo più a
starmene ferma, dovevo sempre strologare qualcosa di nuovo da
fare. Anche durante la notte mi aggiravo per la casa rimuginando su
novità da mettere in atto il giorno successivo. Fu proprio durante una
di queste nottate insonni che, guardando dalla finestra, mi accorsi di
uno strano personaggio con un buffo copricapo che si aggirava per il
giardino posto dietro la casa.
"Ohibò, un ladro," pensai " devo
avvisare subito Petru! "
Ma di Petru in tutta la casa non
si ravvisava neppure l’ombra.
Al contrario, in giardino
l’ombra sembrava parecchio indaffarata, muovendosi su e giù per il
vialetto e producendo cigolii sospetti e scalpiccii vari.
Decisi di non tergiversare oltre
e, brandendo il vecchio fucile da caccia del mio defunto coniuge,
spalancai la porta sul retro e con voce stridula per l’emozione gridai
: "Chi va là? Mani in alto o sparo!" Beh, capisco, non era molto
originale come minaccia, forse era un lascito in memoria di vecchi film
polizieschi, ma al momento non mi uscì nulla di più personale.
L’ombra dallo strano cappuccio
bofonchiò qualcosa che non decifrai e continuò a dedicarsi alla sua
attività che nel buio della notte invernale non riuscii a distinguere.
Mi pareva che ci fosse intorno a essa un movimento animale di zoccoli e
corna accompagnati da piccoli bramiti.
Indispettita dal fatto di essere
del tutto ignorata, replicai la mia minaccia e cominciai ad avvicinarmi
nella speranza di risultare più convincente.
Fu in quel momento che accadde
una cosa strana.
All’improvviso dal cielo
iniziarono a cadere copiosi fiocchi di neve, si sentì lo schiocco di
una frusta, lo scalpiccio aumentò di intensità, sollevando una polvere
scintillante che per un attimo mi abbagliò e avvertii un forte
spostamento d’aria. Subito dopo ravvisai nel cielo sopra la casa la
sagoma di un oggetto volante e di alcuni animali dalle lunghe corna che
salivano verso il buio fitto della volta celeste.
In lontananza mi sembrava di
sentire le note vibranti di un violino che suonava una dolce nenia e fu
per questo che esclamai:
"Petru! È tornato, finalmente!
Domani è Natale, ci divertiremo un sacco insieme!"
Tornai dentro in fretta, ma la
casa risultava deserta e silenziosa, come ai vecchi tempi. Non c’era
più nemmeno l’effluvio di cuoio e selvatico che Petru spandeva intorno
a sé, annullato dall’odore dello stracotto che bolliva sul fuoco per i
cappelletti dell’indomani, giorno di Natale.
Di nuovo un grigio Natale. E la
colpa era tutta di Petru.
Donatella Righi

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