Camminava
lentamente. Passo dopo passo si aggirava per la
città. Non l’aveva mai fatto, ma quella mattina
si era svegliato da solo in casa, così, mentre
curiosava stanza per stanza, aveva pensato che
forse avrebbe potuto fare qualcosa di diverso, di
nuovo.
Un
bel giro fuori da queste mura male non mi farà,
si era detto tutto contento.
La
mamma non gli avrebbe potuto dire nulla, forse
nemmeno se ne sarebbe accorta, visto che poteva
rientrare in tempo, così non l’avrebbe messo in
punizione.
Aveva
notato il portone semichiuso, ed era stato facile
uscire.
Non
ci aveva mai nemmeno pensato a una cosa del
genere, ma ora era lì: osservava il mondo
sconosciuto, appena pochi metri fuori da casa.
Fa
un bel po’ di freddo! si disse, ma non gli
andava di arrendersi e tornare sui suoi passi. Non
avrebbe avuto alcun senso.
Si
guardò un po’ intorno. Non sapeva dove girare,
se a destra o a sinistra. Gli sembrava tutto così
uguale. Per la via c’erano delle luci sospese
sulla sommità di pali di ferro, allineati sul
ciglio della strada. Per un attimo si bloccò a
fissarle intimorito, sembravano delle palle di
fuoco.
"Fermati,
fermati" sentì dire a un ragazzo dai capelli
biondi, lunghi e con un cappellino in testa.
Per
un attimo si convinse che si stava riferendo a
lui.
Ehi,
forse sa che sono uscito di casa senza dire nulla
a nessuno, pensò. Deglutì tremando, ma si
fece coraggio e si fermò a fissarlo.
"Dimmelo
di nuovo, Mickey, se sei un uomo!" disse la
ragazza che era con lui. "Dimmelo sotto la
luce di questo lampione, così ti guardo dritto
negli occhi, stavolta" concluse in tono
ancora più feroce, diminuendo la distanza da lui.
Questi
due litigano, il ragazzo non ce l’aveva con me,
menomale! si disse, confortato.
Si
allontanò un po’, mentre il lampione creava un’ombra
quasi invisibile sotto di sé. Era ancora
indeciso, non sapeva bene come proseguire, così
si affidò al suo istinto e attraversò la strada
rapidamente, abbandonando del tutto la coppia.
C’era
gente che andava avanti e indietro con buste
gonfie e ricolme, e lui proseguiva un po’ meno
incerto. Si fermò davanti a un negozio. Provò a
leggere l’insegna, ma per lui erano caratteri
indecifrabili. Vide una signora afferrare dei
frutti chiari e metterli su un piatto di metallo.
Sembravano ruvidi, ma appetitosi. Aveva fame. Ogni
volta che la donna ne posava uno c’era una
lancetta che si spostava verso il basso, seguendo
un cerchio, pareva muoversi dalla sua tacchetta
per inseguire lentamente la successiva.
È
un bel gioco, però! si disse.
"Dieci
arance quanto mi vengono a costare?" chiese
la donna. Aveva un cappello bianco che le
nascondeva capelli e orecchie, al collo aveva una
sciarpa e indossava un cappotto abbondante.
Sembrava non sentire freddo. Eppure quando aprì
la bocca si formò una nuvola che, per un breve
istante, si animò verso l’alto e poi scomparve.
"Ora
vengo a controllare quanto segna la bilancia"
rispose un giovanotto con la pelle bianchissina.
"Se
mi dice più di una sterlina e mezzo se le può
pure tenere" ribatté la donna.
Era
annoiato da quel dialogo, così s’allontanò sui
suoi passi, seguì ancora l’istinto, procedette
lungo il marciapiede e avanzò un po’ l’andatura
in cerca di qualcosa di interessante.
Ho
attraversato la strada e poi ho girato di là,
rifletté voltandosi un attimo indietro.
"Oddio,
com’è piccolo! E com’è carino! Vero,
caro?" sentì dire a una donna anziana.
"Cara,
muoviti o faremo tardi" le rispose l’uomo
che era al suo fianco, poi ripresero a camminare e
si allontanarono.
C’era
un negozio di antiquariato che sulla vetrina aveva
tante luci intermittenti che illuminavano una
scritta bianca su sfondo scuro, ma ancora una
volta non capì cosa c’era scritto.
Si
intrufolò dentro il negozio, seguendo un
ragazzino coi capelli ricci neri che spingeva la
porta d’ingresso. Gli sembrò avesse il fiatone.
"Leonard,
ti verrà un malanno. Senza cappello alla vigilia
di Natale? Di cosa hai bisogno?" gli chiese l’uomo
da dietro il bancone vedendolo.
"Signore,
sono nei pasticci! Ho rotto una palla dell’albero
di Natale. Mia madre mi ucciderà se se ne
accorge. Lei ne ha? Sono quelle di vetro."
"Tranquillo,
Leonard. Ora controlliamo in questa scatola."
C’era
un alberello con palle appese ai rami e con una
serie di luci bianche che illuminavano l’ambiente
un po’ buio. Il caldo ristoratore si avvertiva
subito. C’era anche una stufa a legna in un
angolo con sopra delle palline piccole e marroni.
Non
voglio più andarmene da qui! pensò
ricordando la sua casa vuota e fredda, ma non
voleva far preoccupare la sua mamma.
"Leonard,
vuoi mangiare qualche castagna?"
"No,
grazie... Eccola! Era proprio uguale a
questa."
Il
ragazzino tirò fuori una pallina lucida dalla
scatola, tolse, più rilassato, tutte le monete
dalla tasca dei jeans e poi si voltò.
"Com’è
piccolo!" gli disse, allungando la mano per
una carezza. "Sei tutto infreddolito,
vero?"
"E
cosa ci fai tu qui?" chiese l’uomo. Ora lo
osservavano meglio tutti e due, ma lui non
parlava, si allontanò cercando di uscire, anche
se sapeva che fuori il freddo lo avrebbe colpito
ancora, senza alcuna pietà.
"Aspetta,
ti porto via con me" disse il ragazzo.
"Leonard,
non puoi, avrà la sua famiglia che lo starà già
cercando. E poi dovresti sbrigarti. Tra qualche
ora chiudo anch’io. Andremo tutti a casa per
festeggiare la vigilia di Natale."
Il
ragazzo lo osservò di nuovo, aprì la porta e lo
lasciò uscire, poi si voltò e ringraziò il
proprietario.
"Ehi,
piccolo, ti sei perso?" chiese Leonard, ma
lui era già lontano. Il ragazzo lo vide correre,
ma non lo seguì.
Leonard
era dietro di lui, ma quasi non si vedeva più,
così rallentò la corsa e iniziò a ricordare
qualcosa. La sua mamma non avrebbe potuto più
dirgli nulla. Non voleva andasse così, ma era
morta quando lui e il suo fratellino erano nati.
Si
fermò e si guardò indietro spaventato, il
ragazzo non c’era proprio più. Avrebbe potuto
andare a casa sua. Almeno per quella sera.
Corse
nella direzione opposta cercando di orientarsi,
provò a osservare ogni angolo. Non voleva tornare
a casa, non era la sua casa, la persona che
abitava lì aveva venduto il suo fratellino due
sere prima. Ricordava ancora il suo pianto. Gli
voleva così bene e, poi, giocavano così felici
assieme. Ricevevano anche del latte caldo, ma mai
una carezza.
Leonard
era lì, a pochi metri, era spuntato fuori dal
nulla, finalmente lo aveva ritrovato. Il ragazzo
si voltò e lo osservò e, dopo averlo raggiunto,
lo accarezzò ancora.
"Sei
un cagnolino adorabile. Stai morendo di freddo.
Vieni, ti porto a casa mia. In questa notte gelida
nessuno dovrebbe restare solo. Nemmeno un
cagnetto."
Il
piccolo guaì, felice, lasciandosi afferrare. Il
ragazzetto lo coprì con il suo cappotto, poi
vennero inghiottiti dall’oscurità della sera,
al di là della via grondante di luci.
Billy
era il nome che gli aveva scelto la sua mamma,
inoltre sentiva che Leonard non gli avrebbe fatto
del male.
"Mi
prenderò io cura di te" gli confidò il
ragazzo, sorridendo.
Attraversarono
la strada e, dopo un lungo camminare, finalmente
entrarono in casa.
Il
ragazzo sistemò subito la pallina sull’albero,
poi corse in cucina e mise del latte in una
ciotola. Billy, dopo averne assaggiato un po’,
si sentì meglio. Leonard lo sistemò su un
giaciglio improvvisato di fianco al camino e alla
poltrona, e iniziò a leggere a voce alta una
storia.
Billy
chiuse gli occhietti, coccolato dalle carezze del
nuovo padroncino. Di lì a poco avrebbero
festeggiato il Natale e lui sarebbe restato lì,
in quella casa, avvolto dal tepore di un nuovo
futuro.