La pagina dei ragazzi

"La speranza è quell'essere piumato
che canta le melodie più dolci
e non si ferma mai..."
(E. Dickinson)

Un giorno, a scuola, Emanuele e i suoi compagni, hanno fatto un giro su Internet e hanno visitato "scriveregiocando".  Ovviamente non hanno trovato niente di pensato proprio per loro e per i ragazzi di quell'età. Quando George l'ha saputo, ha capito che sarebbe stato bello avere un nuovo settore, tutto dedicato ai bambini e ai ragazzi: dalla scuola materna, fino alle scuole medie. 

E' nata così, all'improvviso, l'esigenza di creare qualcosa per i nostri lettori più giovani. In questa pagina, quindi, poesie e racconti creati appositamente, personaggi dei fumetti e link alle pagine in cui si parla di argomenti che possono interessare ai bambini.

Qui troverete uno spazio in cui inserire anche le storie, inventate da voi, sui vostri personaggi preferiti. Storie sugli eroi dei fumetti, sui personaggi della TV o su animali e tutto quello che la vostra fantasia vi suggerisce.

La prima storia racconta di un elefante che giocava a calcio. Durante una partita si è fatto male ad un piede e la sua zampa si è gonfiata fino a diventare enorme. Tutti lo sfuggivano, perché avevano paura di essere pestati da quella grossissima zampa... e lui era triste. Allora un' amica gli ha dedicato questa poesia per rallegrarlo.

L'elefante
C'è un elefante
tutto elegante,
molto brillante,
un po' intrigante. 
E' un benpensante,                                 
animale parlante,
con grazia pesante,
tutto rovesciante. 
Quando arriva ammiccante,
con fare interessante,
tutti lo guardano danzante,
per evitare la sua zampa gonfiante. 
    
Morena Fanti ( 16/03/2003)         

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Goldman

L'uomo d'oro ha grandi mani e nessun lineamento. 

Di giorno si confonde tra i mille e più vagabondi che la città disprezza, di notte è l'eroe che l'intero mondo ci invidia . Nessuno sa come abbia acquistato i suoi super poteri, di certo so che ieri Goldman ha salvato me e il mio unico figlio ...  

Due uomini ci avevano minacciato con un bastone fino a spingerci in un vicolo cieco; lì uno aveva strappato la collana a mio figlio, l'altro, dopo avermi sottratto il portafogli, aveva iniziato a picchiarmi. Nella luce fioca di quel vicolo, ho gridato, ho continuato a gridare nella speranza che qualcuno potesse sentirci e ad un tratto ho visto la luna ...la luna riflessa in un viso d'oro ...Goldman ha solo toccato i due malviventi e questi si sono subito accasciati a terra ...urlavano,  dicevano che non riuscivano più a veder nulla, come se una lastra dorata si fosse frapposta tra i loro occhi e la realtà ...

Sono corso ad abbracciare mio figlio e quando mi sono voltato per ringraziarlo lui non c'era più , c'erano solo i due malviventi a terra svenuti e una stella dorata con su scritto:

 

 Chiamate la polizia.

 Goldman.

  Carlo Bramanti ( 17/04/2003 )

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Frescapesca

Appena fuori dal bosco, in una casetta con il tetto rosso, viveva con la mamma e i suoi fratellini, una bambina. Il giorno che nacque, i suoi genitori provarono una grande gioia; mai si era vista una bimba così bella! Aveva i capelli biondi come il grano e gli occhi verdi come gli alberi della foresta vicina. Aveva, inoltre, delle guancette tonde di un delicato rosa vellutato, così tonde e vellutate, che sembravano proprio due pesche fresche. Per questo la sua mamma e il suo papà decisero di chiamarla Frescapesca. Passarono gli anni e Frescapesca crebbe e venne su che era proprio una bella bambina.

I capelli biondi e lisci le arrivavano fino alla vita, gli occhi erano diventati più verdi e grandi, le gote ancora più rosee e più vellutate. Ma Frescapesca non era solo bella, perché la bellezza esteriore, si sa, non è tutto; lei aveva soprattutto una grande bontà d’animo, ed era questa la sua vera bellezza. Un giorno il papà di Frescapesca, fu costretto a partire lontano, oltre l’oceano, a cercare fortuna. Così la povera mamma di Frescapesca restò sola con i bambini. Ma nonostante tutte le avversità della vita, non si disperava perché c’era Frescapesca che era giudiziosa e l’aiutava, anche nelle faccende domestiche. Frescapesca fai questo, Frescapesca fai quello e Frescapesca faceva questo e faceva quello, senza mai lamentarsi.

E così Frescapesca passava le sue giornate, aiutando la mamma e giocando a volte con i suoi fratellini più piccoli a nascondino oppure a girotondo nel giardino pieno di fiori, che avevano davanti alla loro bella casetta con il tetto rosso. Frescapesca, raccoglieva le uova nella casetta delle galline, la frutta dagli alberi, le verdure dell’orto, mungeva il latte della capretta che tanto piaceva ai suoi fratellini.

Purtroppo quell’anno venne l’inverno, l’inverno si sa viene sempre, ogni anno, ma quell’anno in particolare venne proprio brutto. Nevicava giorno e notte, non finiva mai di nevicare. Tant’è che un’orribile notte nevicò tanto, ma talmente tanto, che il mattino seguente il tetto rosso quasi non ce la faceva più a sopportare il peso di quella neve. I fiori del giardino furono distrutti dal freddo e gli alberi già carichi di frutta si gelarono. La capretta che prima faceva tanto latte, quella mattina si rifiutò di farsi mungere e le galline che in genere facevano tante uova quella mattina non ne fecero neanche uno. Perfino le verdure dell’orto erano state bruciate dal gelo e non ne rimase neanche un ciuffo da potere raccogliere.

I poveri bambini piangevano perché avevano freddo e fame. La mamma era disperata perché non sapeva come fare per accontentarli. Frescapesca, che era tanto giudiziosa, non si perse d’animo. "Stai tranquilla", disse alla mamma, "fuori ha già smesso di nevicare, indosserò il mio cappotto imbottito, i miei stivali di cuoio e chiederò aiuto e cibo a quel vecchio e gentile signore che abita al di là del bosco. Lui è tanto buono e sicuramente non mancherà di aiutarci. Conosco la strada, perché ci sono andata tante volte, è facile, basta seguire il sentiero".

Fu così che la nostra piccola e coraggiosa Frescapesca partì quel freddo mattino verso il bosco a cercare aiuto.

Ma l’inverno quell’anno era davvero cattivo e dispettoso. Frescapesca non aveva neppure iniziato a percorrere il sentiero del bosco che già grosse e minacciose nubi oscurarono il cielo e scese una nebbia così fitta, ma così fitta, che la povera bambina non vide più nulla. Ma Frescapesca, che era una vera donnina coraggiosa, non ebbe paura e continuò a camminare nel bosco, cammina cammina, ad un certo punto si accorse di avere perduto il sentiero. Cominciò a vagare intorno fino a che, stanca, si sedette sotto un albero per riposare un poco e si addormentò.

Fiocchi di neve caddero, prima molto lentamente poi sempre più forte, uno sopra l’altro, incessantemente, fino a che, con il suo manto bianco, la neve coprì totalmente la piccola bambina.

Povera Frescapesca, povera mamma, poveri i suoi fratellini.

Scese la notte nel bosco e gli animali uscirono dalle loro tane. Uscì per primo il vecchio lupo dal pelo grigio, Nestore il capo branco. Si accorse subito che quella notte c’era qualcosa di diverso, qualcosa che non aveva mai visto, una ciocca di biondi capelli che faceva capolino tra la neve.

"Presto, presto, uscite che ho da farvi vedere qualcosa, lì sotto la neve, c’è qualcuno, c’è qualcosa!". Scavarono con le loro zampe, tutti insieme, affannosamente, e dalla neve spuntò il visetto dolce di Frescapesca.

"Povera bambina! Ma che ci fa da sola nel bosco con questo tempo? a quest’ora una bambina così piccola dovrebbero stare al riparo, a casa, con la mamma!" dissero, "Bisogna aiutarla, altrimenti non ce la farà a sopravvivere".

Allora cominciarono a scavare, con tutta la delicatezza che era loro possibile e in poco tempo riuscirono a liberarla dalla neve che la ricopriva. Afferrandola con le loro fauci per i vestiti, la condussero al riparo nella tana del vecchio lupo Nestore. Poi i più piccoli, i lupetti, le si accucciarono accanto per riscaldarla con i loro caldi e morbidi mantelli di pelliccia.

I lupi più anziani, invece, si riunirono in consiglio nella "tana consiliare" per decidere sul da farsi.

Parlò per primo Oreste, che dopo il capo branco, era il più saggio.

"Amici miei", disse, "io conosco la storia me l’ha narrata lo scoiattolo chiacchierone, che sa tutto; mi ha raccontato, che ha sentito dire dalla capretta, che questa povera bambina è uscita ieri mattina a cercare aiuto per la propria famiglia dal vecchio signore, che abita più in là. Io volevo avvertire il vecchio signore, ma non l’ho trovato! Le donnole, mi hanno detto che lo hanno visto partire qualche giorno fa, si dice in giro che sia andato a fare curare il suo micio malato, dal gattologo. E’ nostro dovere aiutarla, lei è un cucciolo come i nostri cuccioli, i suoi fratellini sono cuccioli come i nostri cuccioli. Io so che, a volte, gli uomini sono stati crudeli con noi, ma i cuccioli degli uomini amano gli animali e noi non possiamo fare scontare a loro le colpe che sono dei loro padri. Dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo agire e subito! Proporrei di riunire urgentemente il "Con.Su.Str.A.Bo." il consiglio superiore straordinario a cui dovranno partecipare tutti gli animali del bosco". Al consiglio superiore degli animali che vivevano nel bosco, parteciparono tutti. Vennero gli scoiattoli rossi, le talpe con gli occhiali, le puzzole puzzolenti, i ghiri mezzi addormentati e un po’ seccati per essere stati svegliati nel cuore della notte, le civette truccate, le volpi impellicciate, le api ronzanti, i vecchi e saggi gufi. Venne pure l’anziana e spennacchiata faina Bettina che, gelosa della bellezza e della bontà della bambina, votò contro. "E’ stata un’incosciente" disse "non doveva uscire con quel freddo! Non è vero che è buona, è solo una sciocca, una stupida sciocca bambina dai capelli biondi, non la conosciamo neppure! Perché dovremmo aiutarla? Inoltre," continuò, "ricordo al Consiglio che tutti gli uomini sono cattivi con noi, e se oggi i cuccioli non lo sono, domani potrebbero diventarlo. Inoltre vorrei ricordarvi, a voi che vi sentite tanto buoni, che una volta vi siete rifiutati di aiutare me, che sono una di voi, ricordate che vi chiesi aiuto per i miei amici della società segreta Ratti pelosi? i quali volevano eliminare quel cattivo e antipatico gattaccio del vecchio? Quel gattaccio, che voleva uccidere i miei amici ratti! qual gattaccio dagli orribili occhi verdi, verdi quasi come quelli di questa bambina! E questa Frescapesca sarà sicuramente più cattiva e più antipatica del gatto. Propongo quindi di abbandonarla a se stessa!"

I membri del consiglio conoscevano la faina e la sua cattiveria così il suo voto contrario e l' invettiva non influenzarono il consiglio che decise il programma d’aiuto. Tornarono tutti nelle loro tane, ognuno con un compito preciso da svolgere.

I gufi portarono le noci, gli scoiattoli le noccioline, le api il miele, le talpe portarono dei funghi bianchi grandi come cappelli. Solo la vecchia faina Bettina non portò niente, disse che aveva cercato nella sua dispensa ma che l’aveva trovata vuota. Così passò la notte e venne di nuovo giorno. Spuntò nel cielo un sole timido che con i suoi dolci e delicati raggi svegliò con una carezza Frescapesca.

"Oh, ma dove sono" disse "cosa mi è successo?" si domandò.

All’improvviso si ricordò del compito che doveva svolgere e si rese conto di essersi addormentata sotto l’albero. Pensò alla sua mamma e ai suoi fratellini. "Presto, presto" si disse "mi devo sbrigare" Si alzò e grande fu la sua meraviglia quando si accorse di tutto quel ben di Dio che aveva accanto, "Come è possibile", si chiese "chi mi ha regalato tutto questo?". Voleva ringraziare, ma non sapeva chi e non vedendo anima viva, prese tutto e si avviò contenta verso casa. Intanto la vecchia e cattiva faina Bettina, rosa dalla rabbia e dalla gelosia, aveva architettato il suo malefico piano. "Mi nasconderò dietro la quercia" disse fra sé e sé "e non appena lei passerà, io con un balzo la assalirò e mi vendicherò". Si avviò soddisfatta verso la quercia, pregustando già la sua vendetta ma mentre camminava, assorta nei suoi malvagi pensieri, non si accorse della tagliola che un cacciatore aveva nascosto sotto i rami e lì restò impigliata. La vecchia faina Bettina cominciò a piangere e a gridare "Aiuto, aiuto, per favore qualcuno mi aiuti!" ma gli animali conoscevano la sua malvagità e il suo egoismo e si rifiutarono di aiutarla. La sentì piangere anche Frescapesca che si avvicinò, provò tanta pena per quella povera spelacchiata faina e con un colpo secco, apri la tagliola liberando la zampa sanguinante dell’animale. Che lezione per la faina, si pentì per quello che aveva detto e aveva pensato e piangendo mortificata chiese scusa per i suoi errori. Così per farsi perdonare si offrì di accompagnare fino al limitare del bosco la nostra piccola Frescapesca. Che gioia per la mamma e per i fratellini quando quella mattina videro Frescapesca spuntare dal bosco e per giunta con tutte quelle provviste. Corsero fuori ad abbracciarla. La mamma pianse di gioia e i fratellini, contenti, fecero attorno a Frescapesca un girotondo cantando:

Frescapesca è dolce e buona

I funghetti ci ha portato

Nel paniere fragoline

E nel cesto noccioline.

Antonella Pizzo

 

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La storia che segue è suggerita da un nostro piccolo lettore: Luca di 4 anni. Il disegno della pantera Pigiamina è della sorella Chiara. Grazie a tutti e due e SMACK da parte nostra.

La pantera Pigiamina

Nella giungla quand'è sera,

si riposa la pantera.

Butta via la tuta nera,

e si sfila la dentiera.

Pigiama  a quadrettini,

in testa i bigodini.

Nella giungla quand'è sera, 

si riposa la pantera.

 

La pantera Pigiamina disegnata da Chiara

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Questa pagina è anche il contenitore ideale per quello che scrivete. Avere la passione per la scrittura e coltivarla fin da piccoli, è un'ottima idea! Quindi scriveteci, e mandateci le poesie e i racconti scritti da voi!  Questa l'ha scritta il nostro amico Fabio, di 13 anni:

         TEMPORALE,LAMPO,TUONO
 
 
          Insistente,quasi infinita
            é la pioggia,scaricata
            all' improvviso dal TEMPORALE;
 
            veloce e abbagliante é il
            misterioso LAMPO DI LUCE,
            che scende dal cielo bagnato;
 
            forte e potente é il TUONO,da
            sempre lo ha dimostrato, sì
            che tutti noi potessimo
 
            sentirlo,sotto forma di un
            assordante ruggìo,che la notte
            i bambini spesso sveglia
 
 
                                   Fabio Andreetti (27/11/2002)

 

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Grandissima la felicità di George, quando ha letto le poesie di Emanuele, 12 anni. Quando ha scritto queste bellissime poesie, Emanuele frequentava la terza classe della scuola elementare. George ha poi esclamato: "Ah, se anch'io, avessi iniziato a scrivere tanti anni fa! Quando andavo ancora a scuola!" ... peccato che George non ci sia mai andato, a scuola!! ;-)

Autunno
 
E' autunno
le foglie cadono dagli alberi,
gialle, arancioni, rosse, marroni.
 
Il prato è tutto bagnato
il temporale è appena passato.
 
Funghi e castagne
allietano la tavola.
 
La pioggia
picchietta sopra i tetti,
ed io mi sento felice.

Emanuele Casoni 

La paura e la gioia

 

Se vedo il rosso
penso al sangue
e alle guerre.
 
Se vedo il giallo
penso al sole
e alla gioia.
 
Se vedo il nero
penso al buio.
 
Il verde,
il blu, 
il giallo
sono colori gioiosi.
 
Il nero, 
il rosso,
il grigio,
sono colori paurosi.
 
La paura e la gioia
sono cose
che tutti gli uomini hanno.

Emanuele Casoni

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La rivolta dei pupazzi

Dal ripiano della libreria, giungeva un grande schiamazzo.

La responsabile era Marcellina, una maialina grassa e rosa come lo zucchero filato, con un codino impertinente, che finiva con un grosso ricciolo.

Al suo fianco c’era Leo o’ Pard, un tigrotto in salopette di velluto, che si dava arie da pittore francese, per via dei baffetti e dei capelli un po’ lunghi e pettinati con la riga in mezzo. Leo, spalleggiava Marcellina, dandole ragione, e tutti e due se la prendevano con Bruno, un buffo orsetto marrone, dolce come il miele di cui era ghiottissimo.

"Insomma, Bruno, devi darci ragione! E’ vero, o no, che siamo sempre relegati su questo scomodo ripiano, mentre Giorgetto sta sempre sul comodino di Marco? E alla sera può leggere i fumetti, insieme a lui e poi guardano la televisione insieme, mentre a noi tocca solo qualche misera uscita? Qui si fanno delle preferenze! E noi siamo stanchi!" diceva Marcellina mentre Leo annuiva con forza, scuotendo il ciuffo come fosse un pennello impazzito.

" Ma no, Marcellina! E’ solo perché Giorgetto, è sempre stato lì! Quello è il suo posto! Non c’è nessun trattamento di favore!" diceva Bruno, con il suo modo di fare, sempre conciliante

"Adesso, basta! Ci siamo stufati, e vogliamo fare sciopero! Non faremo più niente, finché non ci verranno riconosciuti dei privilegi, come Giorgetto!!" e con questa frase, Marcellina lanciò un’occhiata storta verso il soggetto della discussione.

Giorgetto, una foca di colore grigio, a cui piaceva molto fare dei giochi con la palla, faceva finta di essere impegnato nell’ora di ginnastica giornaliera e di non sentire tutto quello che accadeva sul ripiano della libreria.

"Ehi, dico a te! Caro Giorgetto, è inutile che fai finta di non sentire! Solo perché sai fare due stupidi giochi con la palla, ti dai tante arie!"

"E’ tutta invidia, la vostra! Perché non sapete fare le acrobazie, che faccio io! Eh, la classe non è acqua!" e ostentando indifferenza, Giorgetto, si mise a testa in giù e si esibì in un gioco nuovo.

Marcellina e Leo, offesi, si girarono verso il muro, chiamando Bruno in mezzo a loro, e si misero a parlare sottovoce, in modo da non farsi sentire da Giorgetto. Marcellina, che era la più arrabbiata, propose perfino di bucare la palla di Giorgetto, oppure di lasciarla in giro, in modo che Marco si inciampasse e incolpasse Giorgetto del fatto.

Arrivò persino a dire che potevano fare un piano e scappare tutti di casa! Leo era d’accordo, ma Bruno cercava di calmare gli animi, in modo che la situazione si tranquillizzasse.

"Su, ragazzi! Cerchiamo di andare tutti d’accordo. In fin dei conti, si sta bene, qui. … è una bella casa, con tutte le comodità. Un bel calduccio d’inverno (Marcellina detestava il freddo e Leo, poi, diceva che il freddo rovinava i dipinti…), e un bel fresco d’estate! Chissà dove potremmo capitare! In una casa senza niente, oppure potremmo anche non trovarla, una casa! Essere costretti a girovagare senza meta, senza niente da mangiare, un posto in cui stare…"

Marcellina e Leo, finalmente zitti per un attimo, sembrarono riflettere su queste frasi e Bruno, rincuorato dalle loro espressioni, rincarò la dose:

" Anche te, Marcellina, dove lo trovi un altro posto dove per merenda ti danno i biscotti con la marmellata e ti lasciano grugnire di soddisfazione? E tu, Leo, una casa dove ti lasciano imbratta.. scusa, volevo dire pitturare tutti i muri, senza brontolare…"

Con le facce sempre più lunghe e serie, Marcellina e Leo, riflettevano e infine Marcellina parlò:

" Beh, forse Bruno ha ragione… cosa ne dici, Leo? Non penso tanto a me, quanto a voi due! Ormai voi, avete anche una certa età e andare in giro così, senza meta, con tutti i pericoli che ci sono… no, non mi sembra una buona idea! Anzi, non so cosa vi sia venuto in mente, con un’idea simile! Lasciare la casa e Marco e questo bellissimo e comodo ripiano… certe volte, sembrate proprio matti!"

Bruno, soddisfatto, della calma che stava tornando, non le fece notare che era stata lei la prima a trovare motivi di insoddisfazione e stette in silenzio.

Leo, rimise a posto i colori e i pennelli, che aveva messo in un fagotto poco prima e Giorgetto continuava con i suoi esercizi.

"Anzi, adesso che mi hai messo in mente la merenda… possibile che non siano ancora le cinque? … mi sembra di sentire un certo languorino… voi non avete fame?"

In quell’istante la pendola dell’ingresso suonò le cinque e Marcellina si rianimò:

"Le cinque, ragazzi! Su Giorgetto, vieni! Lo so che tu non vedi l’ora di fare la merenda! Sei proprio un ghiottone! " e, prendendolo sottobraccio, si diresse velocemente in cucina, seguita da tutti gli altri.

 

Morale: prima di organizzare una rivolta, assicurati che non sia vicina l’ora della merenda!

Morena Fanti ( 10/05/2003 )

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Piri pirì piri pirò, 

Piri pirì piri pirò, queste uova a chi le do? 

Uno al figlio del generale che mangerebbe pure un maiale;

Due alla figlia del sergente che non ha mangiato niente;

Tre alla moglie del maresciallo che ieri sera ha cucinato il gallo;

Quattro al cugino del soldato che si è comprato un gustoso gelato;

Cinque alla madre dell’ufficiale che mangia sempre senza sale;

Sei al nonno del brigadiere che si scolato tutto il bicchiere;

Sette alla nonna dell’appuntato che si è bevuta tutto il frullato;

Otto alla zia del commissario che mangia sempre cibo vario;

Nove allo zio dell’attendente che se non mangia allora mente;

Dieci ai parenti della brigata che si sono nutriti a insalata;

Mille li tengo tutti per me che faccio sempre coccodè.

Antonella Pizzo ( 2/05/2003 )

 

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Disegno di Federica - aprile 2000

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Passeggiando tra i blog ( per i nostri piccoli lettori, il blog è una specie di "diario virtuale", in cui si scrive i propri pensieri o racconti, poesie ed impressioni ) siamo entrati in quello di Briciolanellatte e abbiamo trovato tanti racconti e post, molto interessanti. Ecco un primo esempio, gentilmente concesso dall'autore.

Il Gatto e il Topo filosofo 

Ogni volta che capito a cena a casa di Maverick, mi ritrovo a dovermi prima o poi confrontare con il piccolo Phil, l’ultimo nato della cucciolata.

Quando arriva una certa ora, mi prende per mano e mi porta nella sua cameretta. Si mette il pigiamino e aspetta,  guardandomi fisso con aria interrogativa. E’ il suo modo per riscuotere quanto, secondo lui, gli è dovuto: la favola della buona notte. E non mi molla finché non lo accontento.

“Non ti sembra di essere ormai grande per le favole, Phil?”

“Niente affatto, e poi tu ne sai sempre di nuove… dai zio, non farti pregare.”

“Non sono tuo zio…”

“Tutte scuse, zio, non sai che con me non attacca…”

E io, nella mia tenace e inflessibile fermezza, puntualmente mi arrendo. E la mia resa mi coglie così di sorpresa che non esco mai di casa, prima di andare da Maverick, se non ho in testa una buona favola da raccontare a Phil.

“Va bene” gli dissi “però mettiti bene sotto le coperte.”

Lui ubbidiente, sgattaiolò sotto, lasciando fuori solo naso e occhi. Quindi cominciai:

 

“Allora devi sapere, che tanto, tanto tempo fa un Gatto incontrò per la strada un Topo e gli chiese:

“Mi scusi signor Topo che ne direbbe di diventare la mia colazione?”

Il Topo guardò attentamente il Gatto e, dopo un pausa di riflessione, rispose:

“Egregio signor Gatto è contro i miei principi diventare la colazione di qualcuno, tuttavia sento il dovere di domandarLe se ha mai preso in considerazione l’eventualità di farsi un bel piatto di insalata…”

“Insalata?” fece l’altro “non è la mia passione: preferirei piuttosto un contorno di patate, a dir il vero, ma vada pure per la verdura.”

“Ma no! Ma no!” fece il Topo contrariato “non ha capito niente, intendevo dire solo cicoria, radicchio e rucolina senza topo né sopra, né sotto: mi sono spiegato ora?”

“…”

“Sappia, caro signor Gatto, che la verdura fa diventare sani, belli e aitanti e, soprattutto, aiuta ad avere una visione meno aggressiva dei rapporti sociali. Pensi, inoltre, che così facendo potrebbe concretamente contribuire al ripopolamento di noi simpatici animali in un quartiere che peraltro è alquanto degradato, dove la nostra sopravvivenza è ogni giorno sempre più minacciata dalla scarsità di cibo e dall’acrimonia dell’uomo che semina ovunque ignobili trappole. Inoltre, in una più ampia ottica di solidarietà animale, potrà pur sempre cogliere la pregevole opportunità di gettare delle solide basi per una pacifica futura convivenza tra roditori e felini (che una triste tradizione vuole opposti gli uni agli altri) potendo così addivenire all’invidiabile risultato di realizzare, pur in questo piccolo angolo di mondo, ad un soddisfacente scambio interculturale che, in un programma prospettico a lungo termine, potrebbe dar la stura, in una inarrestabile reazione a catena, al sensibile miglioramento delle generali condizioni di vita delle rispettive razze di appartenenza.”

“…”

“Che ne dice?”

“Veramente non ci ho capito niente…” disse il Gatto grattandosi il muso con la zampa posteriore.

“Ma come! E’ così semplice! Glielo rispiego se vuole” fece gioviale il Topo.

“No, no, grazie, per carità… però, insomma… mi par di comprendere… niente topo, allora?”

“Assolutamente niente topo signore, sono indigesti e poi non è neppure più di moda nutrirsi di carne di roditore: tutti i topi sono oramai dei filosofi e non c’è nulla di più indigesto di un intellettuale. Mangi solo verdura, signore, dia retta a me, diventi vegetariano e la sua linea, già provata, ne trarrà giovamento. Mi ringrazierà!”

“Se è per questo posso ringraziarla anche subito, signor Topo.”

“Ma le pare, signor Gatto, buona giornata!”

Il Topo fece per allontanarsi, ma il Gatto, in un balzo, lo assalì alle spalle e, in un boccone, lo divorò.

 

Morale della favola: la filosofia non riempie la pancia. I topi sì.

 

Il piccolo Phil mi stava ormai guardando con un occhio solo. Sorrise appena. Poi mi disse:

“Sei tutto matto, zio!” Si voltò di un fianco e si addormentò.

 Briciolanellatte (02/05/2003) 

 

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Sulla Nuvola di Nord-Est 

La porta della cameretta si spalancò di colpo: io e il piccolo Phil facemmo un salto per lo spavento.
Lucente, apparve sulla linea della porta con la sola testa e i capelli sciolti: mi cercò con aria indagatrice trovandomi seduto accanto al bambino già rincantucciato sotto le coperte. Strizzò tutti e due gli occhi come quando mi deve dire qualcosa di spiacevole e sparò:
“Allora hai finito di raccontare le tue solite baggianate a mio figlio?”
“Non sono baggianate, mamma, sono fiabe che a me piacciono tanto.” La rimbeccò Phil sorridendo “e poi sono io che voglio che me le racconti!”
Lucente non seppe come replicare. Emise con stizza il mezzo respiro che aveva ancora in gola e chiuse la porta, sbattendola.
“Mi sei piaciuto, ragazzo mio” gli dissi facendo finta di dargli al rallentatore un pugnetto dritto dritto alla mascella. Meriti una doppia razione di favola.”
“Doppia razione, zio? Poffaperdincibacco. La prossima volta la mamma te la stendo!”
Mi venne da ridere. Mi era simpatico da morire quel bambino, forse perché assomigliava tanto al maschietto che non avevo mai avuto.
“Bene bene… allora… aspetta, come iniziava? Ah sì:”

Devi sapere che lassù, nel cielo stavano, fervendo i preparativi. Ormai quasi tutto era pronto. Prima di sera ci sarebbe stata la prima grande nevicata di quell’inverno.
Sulla Nuvola di Nord-Est, il capo della comunità dei Fiocchi di Neve, Cristallo Azzurro, stava ultimando, in un clima festoso ed elettrizzante, le estrazioni a sorte per scegliere i fortunati che si sarebbero buttati incontro alle allegre luci del paesino di Barenbörg.
L’adunanza alla Conca dei Cristalli di Luce era quella delle grandi occasioni. Non c’era più un posto a sedere. I palchi erano gremiti: i Fiocchi interessati e anche quelli solo curiosi si accalcavano fino al limitare estremo della Nuvola. Era in corso la chiamata.
“Numero tremilaventitré: Grigio-Bianco!”
“Presente!”
“Preparati!”
“Numero Ottomilacinquecentoventidue: Doppio Grigio!”
“Presente!”
“Preparati!”
“Numero Undicimilasessantasei: Rosso-Giallo!”
“Presente!”
“Preparati!”
“Numero Cinquecentocinque: Mezzo Bianco!”
Nessuno rispose.
“NUMERO CINQUECENTOCINQUE: MEZZO BIANCO! C’è Mezzo Bianco?” ripeté la chiamata il capo degli estrattori, Cristallo Azzurro.
“Sì, ve-veramente sarei qui...” balbettò sottovoce Mezzo Bianco.
“E allora perché non rispondi?”
“Pe-per il fatto che io non sarei tanto pronto per buttarmi.”
“Coooome?!?” fece indispettito Cristallo Azzurro “non hai forse completato il regolare corso di addestramento di lancio nel vuoto?”
“Sì-sì, credo di sì.”
“E non hai forse anche ultimato i tre corsi di volo acrobatico notturno?”
“Sì-sì, anche quelli” precisò Mezzo Bianco sempre più preoccupato.
“E allora cosa nuvolazza c’è che non va, su non farmi perdere tempo!”
“E che non mi sento preparato sotto il profilo psicologico.”
“Profilo psicologico? Che fesserie sono mai queste? Un Fiocco di Neve non ha un profilo psicologico. Impara solo a buttarsi dalle nubi nel miglior modo possibile, ma non pensa! Non pensa affatto! Non deve pensare…”
“HAI FI-FA, HAI FI-FA” gridarono in coro tutti gli altri Fiocchi di Neve deridendo Mezzo Bianco.
“Hai davvero fifa?” inquisì con tono severo Cristallo Azzurro alzando due sopracciglia che ricordavano le spazzole di metallo per pulire i camini “è davvero questo il motivo giovanotto per cui non ti vuoi gettare?”
“No, no, certo che no! Tuttavia se Lei mi potesse consentire una visita da parte di qualche esperto del settore gliene sarei grato…”
“Ma che visita e visita, suvvia…”
“Una verifica, invece, forse non sarebbe male farla…” s’intromise a quel punto il capo dell’intera Nuvola, Cristallo Blu “non vorrei che fosse infettivo questo ‘profilo psicologico' e che si ammalassero anche gli altri Fiocchi della Comunità: sarebbe un imperdonabile intralcio per la nevicata… è una ragione di sicurezza!”
“Va bene, come credi, o Cristallo Blu, tu sei il più saggio di tutti noi. Va bene, allora, in via del tutto eccezionale ti farò sottoporre, Mezzo Bianco, ad una visita medica. Vorrà dire che per questa sera ti farò sostituire. Certo è che non si era mai sentito una cosa simile e dire che sono tanti anni che faccio questo lavoro. ‘Sotto il profilo psicologico’…” disse rifacendo il verso di Mezzo Bianco, usando il falsetto e ciondolando la testa come un metronomo, “roba da matti, dove andremo a finire di questo passo!”
“HA SOL-TAN-TO FI-FA, HA SOL-TAN-TO FI-FA!” sbraitarono ancora tutti gli altri Fiocchi in coro, ridendo e sghignazzando.
“Silenzio!!!” urlò Cristallo Azzurro alzando un indice minaccioso verso un gruppo che si era ancor più avvicinato per meglio godersi la scena “o faccio sgombrare la Nuvola. Sospenderò persino la nevicata di questa sera se sarà necessario!”
A questa terribile minaccia, il gran vociare si trasformò in un cupo brusio e il brusio in un mesto silenzio. Qualcuno, tenendosi la mano davanti alla bocca ed indicando Mezzo Bianco, però, ancora sogghignava.
Da quel giorno per Mezzo Bianco non ci fu più pace.
Coloro che lo incontravano sulla Nuvola di Nord-Est non perdevano l’occasione per farsi beffe di lui, dicendogli che era un buona a nulla e un gran fifone. Per deriderlo avevano anche fatto girare la voce che lui si chiamava Mezzo Bianco, proprio perché l’altro Mezzo se l’era mangiato la paura.
Poi un giorno molto freddo, il giorno di Natale per essere più precisi, sulla Nuvola di Nord-Est si sparse la voce che era imminente un’altra nevicata. Subito dopo colazione, infatti, venne lanciato il segnale convenuto che tutti i Fiocchi di Neve della Comunità conoscevano per essere la Grande Adunata. Allora era proprio vero! Quella mattina ci sarebbe stata un’altra nevicata più spettacolosa e più unga della precedente.
Si procedette così subito alle estrazioni ed alla nomina dei fortunati che si sarebbero esibiti nel gran lancio. La Conca dei Cristalli di Luce era strapiena. Quello, per Mezzo Bianco, poteva essere il giorno della verità. 

“Numero ottantuno: GrigioVerde!” chiamò al megafono Cristallo Azzurro.
“Presente!”
“Preparati!”
“Numero milleduecentoventisette: BiancoViola!”
“Presente!”
“Preparati!”
“Numero Cinquecentocinque: Mezzo Bianco!”
Nessuno rispose.
“NUMERO CINQUECENTOCINQUE: MEZZO BIANCO! C’è Mezzo Bianco?” ripeté la chiamata il capo degli estrattori, Cristallo Azzurro.
“Sì, ve-veramente sarei qui” balbettò sottovoce Mezzo Bianco.
“E allora perché non rispondi?”
“Peper il fatto che io non sarei tanto pronto per gettarmi.”
“Come?!? Ancora!” fece indispettito Cristallo Azzurro “Di nuovo tu? Nuvolazza delle nuvolazze! Non hai forse seguito il corso approfondito di recupero psicologico?”
“Sìsì credo di sì” fece Mezzo Bianco sentendosi male.
“E allora non hai superato la tua paura di volare?”
“Ma non è quello il pro-problema!” cercò di precisare il Fiocco di Neve.
“E dunque? Non sai che scendere a terra durante una bella nevicata è un grande onore per un Fiocco di Neve, degno di cotanto nome? Significa realizzare lo scopo ultimo per cui siamo stati creati! Significa ubbidire alle leggi della Natura! E poi pensa a quanti bambini ci guarderanno con il naso all’insù per vederci scendere. Saranno felici e gioiranno di trovarsi nelle loro case al calduccio con mamma e papà. Non ti piacciono forse i bambini?!?” chiese Cristallo Azzurro con uno sguardo che avrebbe congelato un barbecue acceso da ore.
“Certo che mi piacciono i bambini! Li trovo adorabili!”
“HAI FIFA, HAI FIFA” gridarono di nuovo in coro gli altri Fiocchi di Neve.
“Hai ancora fifa? E’ questo il motivo, giovanotto, per cui non ti vuoi gettare?” tuonò Cristallo Azzurro.
“No, è piuttosto che non me la sento di morire. E’ vero, sarà anche tanto bello buttarsi da questa rinomata Nuvola, c’è chi fa a gara per venire a buttarsi da quassù. Mi rendo perfettamente conto che è stupendo lanciarsi in modo così spettacolare insieme a tutti gli altri miei compagni, realizzando così effetti scenografici che faranno la felicità di tanti bambini. Ma una volta toccata terra, al primo tepore del sole, mi scioglierò e così morirò e sarà come se io non fossi mai esistito. Ciò non ha davvero senso!”
“Ma cosa nuvolazza dici?!?” rumoreggiò Cristallo Azzurro scandalizzato pestando i piedi e facendo ondeggiare tutta la nuvola “piuttosto non ha senso quello che stai dicendo. L’importante è nevicare, non vivere, altro che!”
“HAI FIFA, HAI FIFA.”
“Silenzio!!!” strillò Cristallo Azzurro arrabbiato “o vi trasformo tutti in gocce di pioggia!!”
Il terrore serpeggiò tra gli astanti.
Il Capo della Nuvola Cristallo Blu, che fino a quel momento era rimasto seduto e silenzioso sprofondato nella sua poltrona di vapore acqueo, si levò in piedi puntando un dito contro Mezzo Bianco:
“E’ inconcepibile che tu debba dare tanti problemi in una giornata così speciale come questa!”
Mezzo Bianco con il capo chino non sapeva più dove guardare per la vergogna.
“Non possiamo permettere che tu dia il cattivo esempio ai tuoi colleghi. Per non parlare della pessima fama che la Nuvola di Nord-Est potrebbe farsi a seguito di questo increscioso episodio.”
Poi, girandosi verso l’uditorio che sembrava pendere dalle sue labbra:
“Noi decretiamo che, qualora tu decidessi di non buttarti, oggi stesso ti invieremmo all’Officina di Smontaggio. Là potranno recuperare le parti di ghiaccio di cui sei fatto in modo da poter costruire altri volenterosi Fiocchi di Neve che non faranno tante storie per fare il loro dovere.”
“No, l’Officina di Smontaggio no, l’Officina di Smontaggio no! Ti supplico o Cristallo Blu!” fece Mezzo Bianco buttandosi in ginocchio.
“HAI FIFA, HAI FIFA!!!” continuavano a deriderlo i colleghi.
“E allora buttati!”
“Va bene” sospirò sconsolato Mezzo Bianco “vuol dire che mi butterò. Se questo è il mio destino, allora che sia!”
Erano circa le otto del mattino quando ogni preparativo poteva dirsi ultimato. Ogni Fiocco era pronto al suo blocchetto di lancio in attesa del sospirato ‘via!’.
Anche Mezzo Bianco aveva raggiunto il suo posto. Tremava tutto. Si sentiva svenire. Si calò la cuffietta fin sopra gli occhi.
Quindi, seguito da un lampo, si udì forte e chiaro una voce al megafono.
“Pronti? Ai vostri posti… nevicate!”
Mezzo Bianco mormorando un ‘addio, addio a tutti’ si lanciò come tutti gli altri contro il grigiore del cielo.
Fu una nevicata che, nel paesino di Barenbörg, avrebbero ricordato per tanti anni. Miliardi e miliardi di Fiocchi di Neve scesero candidi illuminando la mattina di Natale.
Con il cuore in gola, Mezzo Bianco scese lentamente dondolando in un’ampia e dolce spirale. Era ormai rassegnato alla fine imminente.
Poi all’improvviso toccò qualcosa di particolarmente freddo che lo trascinò via con forza e velocità. Subito, con gli occhi tappati dalla cuffia, non capì. Poi, togliendosela, si rese conto che si era agganciato all’ala di un aereo che sorvolava il paesino a bassa quota.
Rallegrandosi per questo, si sedette allora comodo a godersi il panorama che scorreva rapido sotto di lui.
E l’aereo volò, volò per ore e ore.
Un sobbalzo un poco più forte dell’ala sulla quale si era annidato lo fece smuovere dalla sua posizione e cadere dall’ala dell’aereo. Mentre nevicava solo soletto, si accorse che il paesaggio intorno a lui era completamente cambiato.
Non ci poteva credere. Era proprio sulla banchisa di ghiaccio.
Ora poteva scendere tranquillo a terra. Il sole non sarebbe stato mai così forte da scioglierlo completamente.
E così fu.
Mezzo Bianco si scelse un angolino tranquillo nei ghiacci del Polo dove visse per anni ed anni, solo, ma vivo e, soprattutto, felice di esserlo.

“Mi hai fatto venir freddo, zio, con questa favola.”
“Allora copriti bene.”
“Certo che non essere come tutti gli altri, a volte fa soffrire, vero zio.”
“A volte, Phil, a volte.”
Gli allungai il bacio della buonanotte sulla fronte. Ma non lo sentì, perché stava già dormendo. Il piccolo Phil.

 Briciolanellatte (18/05/2003) 

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La Fatina della Grotta

"... le nove! Oh, santo cielo! come farò, adesso?... "

Buttandosi giù dal letto, Carlotta, la Fatina della Grotta, si fece male a un piede. Aveva inciampato nel paralume che era caduto, quando aveva buttato la sveglia sul comodino.

Con una graziosa imprecazione - era pur sempre una Fatina - Carlotta si mise in piedi, cercando di sfilarsi la camicia da notte, che continuava ad impigliarsi nelle ali. Intanto ripensava alla causa di quel suo gravissimo ritardo: "Lo sapevo, che non dovevo uscire con quel gruppo di stalagmiti nuove della Sala Duecento. Sono dei ragazzacci! E poi ho bevuto troppo. Ho un atroce mal di testa... e le tre! come ho fatto a stare in giro fino a quell'ora?? … non mi ricordo niente… oh, che mal di testa. Devo sbrigarmi. Stavolta l’ho combinata grossa!"

Finalmente riuscì a sfilarsi la camicia e si infilò la tuta da lavoro: una graziosa tutina, ricoperta di campanellini, in microfibra azzurra, come i suoi occhi, che le stava benissimo, aderente nei punti giusti e… accidenti! Devo fare presto! Se lo scopre il Presidente, rischio il licenziamento!

La Cooperativa di servizi, a cui Carlotta apparteneva, aveva vinto l’appalto per la manutenzione della grotta "Fra le Pietre", una delle grotte più belle d’Italia, e il Presidente aveva scelto proprio lei, fra tutte le Fatine, per questo importante lavoro. Ma era stato molto chiaro: "Carlotta, tu sei una combinaguai, però voglio darti un’altra possibilità, perché sei comunque una brava Fatina. Alla prima che mi combini però, Carlotta, ti metto a casa. Questo è un grosso appalto, per la Cooperativa, milioni di euro, e se combini un guaio, i soci della Cooperativa chiederanno la tua testa e io sarò ben felice di dargliela!"

A malincuore Carlotta, abbandonò lo specchio – credeva che il primo dovere di una Fatina, fosse essere graziosa – e, infilandosi le scarpette con i campanellini e il casco con la luce incorporata, si decise finalmente o compiere il suo dovere.

Volò subito all’Abisso Ancona, all’inizio della Grotta e iniziò a svegliare tutti, suonando i campanellini che aveva cuciti ovunque.

"Avanti, su, sveglia! Presto, siamo in ritardo, oggi! Stanno per arrivare i primi gruppi."

Passando da uno all’altro, Carlotta li svegliò tutti. Ma, siccome a nessuno piace essere svegliato in fretta, erano tutti di pessimo umore. Ovunque si sentivano grugniti, brontolii e imprecazioni, perché scendendo velocemente dal letto, si facevano tutti male, sbattendo contro le rocce.

"Ma cosa c’è? Cos’è successo? Perché ci hai svegliato così tardi?"

Tutte le concrezioni calcaree, stalattiti e stalagmiti, si muovevano in fretta per sistemare tutto, anche se non capivano ancora cosa stava succedendo.

Carlotta, intanto, cercava di dare una mano a tutti: dovevano sistemare la grotta, far sparire i letti e tornare ai propri posti, pronti per farsi ammirare dai gruppi di turisti che ogni giorno venivano a visitare un luogo così bello e pieno di magia.

"Avanti, mettiamo a posto subito la Madonnina dello Speleologo. Poverina, da sola non ci riesce, lo sapete. Deve arrivare fin lassù, in quella nicchia" disse Carlotta, indicando una cavità nella parete di roccia.

Si fecero subito avanti i Giganti, enormi stalagmiti, che si misero uno sulle spalle dell’altro, presero la Madonnina e la collocarono nella sua nicchia a 150 metri di altezza. Le fissarono l’imbracatura dietro la schiena e corsero subito a sistemarsi al loro posto. Carlotta, dirigeva tutti, come un generale, dava indicazioni a destra e a manca sulle posizioni di ognuno.

"Presto, presto! Sento già il rumore delle porte! Finite, voi, qui, che io vado avanti nelle altre sale a sistemare gli altri."

E volò via, in un turbinio di campanelli.

Nella sala Duecento si ripeté la stessa scena di poco prima; grugniti e malumore. Si sbrigarono tutti, però, perché proprio alcuni giorni prima era arrivata una circolare in cui la Direzione della Grotta annunciava pesanti aumenti alle multe inflitte a che non osservava le regole.

Carlotta indicò a tutti il proprio posto e partì subito per completare il lavoro anche nelle altre Sale.

Intanto il primo gruppo di turisti faceva il suo ingresso nella prima sala, con la guida che spiegava i misteri e le bellezze della Grotta. Tutti affascinati seguivano i movimenti della lampada della guida, che indicava con noncuranza, i punti più belli e più suggestivi da vedere. Erano 15 anni che conduceva i gruppi, almeno otto volte al giorno, e conosceva la Grotta come le sue tasche.

"Questa grotta, scoperta per caso nel 1971…

… tutto quello che vedete risale a un milione e mezzo di anni fa. Certe concrezioni sono qui da allora e, da quando sono state scoperte, sono qui per farsi ammirare da tutti noi. Lì potete vedere la Madonnina degli Speleologi: pensate che è alta due metri e mezzo, ma sembra minuscola, perché si trova a 150 metri di altezza…"

Così dicendo puntò la luce della lampada, verso una nicchia nella parete nord - est e si girò a guardare. Non vide nulla, nella nicchia non c’era… niente.

"… la Madonnina… dov’è finita al Madonnina?" cercando di mascherare lo stupore che l’aveva colta, fece finta di niente e spostò il raggio di luce più a destra e la trovò.

"… meno male! Avevo solo sbagliato la direzione, mi sono presa un colpo! Però mi sembrava quella, la nicchia…"

Continuò a parlare e a spiegare e nessuno si accorse di niente: non del suo stupore e neanche di quello della Madonnina, che aveva realizzato in quell’attimo di non essere al suo posto.

"Ma dove sono finita? Questa non è la mia nicchia. Quando becco Carlotta, la sistemo io!"

La guida, intanto proseguiva il suo affascinante racconto:

"Come potete vedere, qui alla vostra destra, dove sto illuminando, ci sono queste bellissime ed enormi stalagmiti chiamate "Giganti" …"

Girandosi, poi, verso il punto su cui aveva puntato la luce della lampada, la guida si accorse con sgomento che, anche questa volta, non stava illuminando nulla.

Mantenne però, il suo sangue freddo, grazie alla esperienza che aveva del suo lavoro e spostando il raggio di luce, trovò le enormi stalagmiti che aveva appena nominato. L’ammirazione dei turisti impedì al gruppo di accorgersi che qualcosa non andava. Ma la guida ne era ben consapevole:

"Cosa sta succedendo oggi? Non c’è niente al suo posto; forse alla sera dovrei andare a letto prima…"

Scrollando la testa, chiamò il suo gruppo e si avviò verso la Sala Duecento. Appena la luce sparì dietro le rocce, la Madonnina dello Speleologo urlò – sottovoce, naturalmente – "Giganti, venite qui, per favore. Mi avete messo nella nicchia sbagliata e anche voi avete sbagliato posizione "

I Giganti si mossero dalla loro postazione e andarono vicino alla Madonnina:

"Hai ragione, Madonnina. Non sei nella tua solita nicchia. Anche noi, allora abbiamo sbagliato posizione, perché ci siamo regolati sulla tua. Lo sai, tutta la grotta viene sistemata partendo dalla posizione della tua nicchia."

"Stupendo. Allora vorrà dire che oggi nessuno è al suo posto. Le guide diventeranno matte per trovarci e stasera faranno una lettera di reclamo alla Direzione e domani arriveranno delle multe salate a tutti. La colpa è tutta di quella Fatina pasticciona. Quando la becco…"

"Adesso ci pensiamo noi. Intanto che il gruppo prosegue il giro, ti spostiamo e facciamo spostare tutti gli altri. Poi andremo nella Sala Duecento e faremo spostare tutti anche lì e così anche nelle altre sale. Intanto che il gruppo va avanti, sistemeremo tutta la grotta. Quando la guida tornerà indietro, troverà tutto al suo posto e penserà di essersi sbagliata."

Infatti, così fecero; i Giganti misero tutti di nuovo al loro posto e poi corsero nelle altre sale a sistemare tutto e, infine, ritornarono nella prima sala e si misero sul loro piedistallo, con il fiatone ma contenti.

Poco dopo arrivò la guida e, incredula, constatò che la grotta era perfetta, tutti al loro posto. Allora si convinse che alla sera era opportuno andare a letto prima e decise che non ne avrebbe parlato con nessuno.

Portò fuori il suo gruppo e richiuse la porta, in attesa di arrivare con i prossimi turisti. Appena sentirono il chiavistello scorrere e capirono dalla corrente d’aria, che la porta era chiusa, tutte le stalattiti e le stalagmiti scesero dalla loro postazione e si misero ad urlare:

"Carlotta! Fatina della Grotta! Vieni un po’ qui che abbiamo bisogno di te… vieni…"

Dentro al Castello delle Fatine, il disordine regnava sovrano: Carlotta si era appena seduta sul sofà, per bere il primo cappuccino della giornata. Non l’aveva ancora bevuto, perché il mal di testa, strascico dell’uscita della sera prima, non l’aveva ancora abbandonata e lei si sentiva stanca e depressa. Non aveva ancora la minima idea di quello che aveva combinato, credeva che fuori nelle Sale fosse tutto in ordine.

Quando sentì le urla e il vociare di quelli che credeva suoi amici, si alzò convinta che la chiamassero per una merenda comune. Ogni tanto capitava che ci fosse una festa: quando si è in tanti c’è sempre la possibilità di una festa di compleanno, con relativa torta. Si avviò, non senza aver controllato allo specchio il suo aspetto, contenta e con gran frastuono di campanellini, verso l’Abisso Ancona, all’entrata della Grotta.

Quando arrivò fu subito assalita a male parole, dalla Madonnina dello Speleologo, inviperita dai continui spostamenti che aveva dovuto subire quella mattina. Di rinforzo i Giganti, la strapazzarono, perché, a causa sua, avevano già lavorato il doppio e avevano dovuto correre per tutta la Grotta, solo per rimediare ai suoi errori.

Carlotta, incredula di quello di cui l’accusavano, anche perché li vedeva tutti ai loro posti, si mise a piangere a dirotto. Era, anche se pasticciona, molto dolce e sensibile e sentirsi trattare così male da tutti, la fece sentire stupida e si sentì umiliata.

" So…no de…so…la…ta, scu…sa…te…mi…" diceva tra i singhiozzi, sfregandosi il naso e nascondendosi il viso tra le mani. Era veramente disperata e tutti quelli che l’avevano accusata, si sentirono cattivi a trattarla così.

I primi a scusarsi furono i Giganti; dall’alto dei loro 20 e 18 metri, si chinarono e, con una carezza, cercarono di consolarla.

"Su, Carlotta. Non è niente, abbiamo già rimesso tutto a posto, la Direzione non se ne accorgerà neanche. Stai tranquilla."

Anche la Madonnina si mosse a compassione e cercò di rimediare a tutto quello che aveva detto prima. E di seguito tutti gli altri si scusarono e, finalmente, la Fatina della Grotta, si pulì il naso nella manica di quella tutina che le stava così bene, e sollevò il viso e fece un timidissimo sorriso.

Tutti sorrisero a loro volta e i Giganti dissero, proprio nell’attimo in cui si sentiva aprire di nuovo il chiavistello della porta d’ingresso:

"Coraggio, cara Carlotta, sparisci con tutti i tuoi campanellini, altrimenti ti farai scoprire. Lo sai che i turisti sono veramente convinti che noi siamo qui immobili, da un milione e mezzo di anni. C’è da ridere, se ci si pensa…"

 

Morale: tutto è bene quello che finisce bene. Però, se avete un impegno di grande responsabilità, alla sera non andate a letto tardi.

Morena Fanti (09/06/2003)

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Se io fossi una stella

 

Se io fossi una stella

vorrei esser piccina

e nel blu della notte aspettar la mattina.

 

Con le altre stelline

io vorrei fare un coro

e augurare a tutti buona notte sogni d'oro.

 

Chiara Flora (25/01/2004)

 

 

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Ultimo aggiornamento al 29/07/04

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