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26 gennaio 2007
Nasce oggi una nuova pagina che ospiterà alcune interviste a scrittori e a persone che si interessano di scrittura e di editoria.
Questa pagina è nata dalla conoscenza di Salvo Zappulla e dalla gentilezza con cui ci permette di avere alcune interviste tratte dalla rivista "Pentelite", da lui curata con tanto affetto e passione.
Buona lettura a tutti. E un grazie a Salvo :)
Morena
intervista ad Andrea Camilleri
intervista a Juliane Roderer
intervista a Salvo Zappulla
intervista a Daniele Barbieri
intervista a Tea Ranno, autrice di "Cenere", libro dell'anno
intervista a Gisy Scerman, autrice di "La ragazza definitiva" - di Salvo Zappulla
intervista a Salvatore Spoto
intervista a Valerio Varesi
intervista a Kai Zen
intervista a Mariolina La Monica
intervista a Virginia
Foderaro di Opposto.net - di Salvo Zappulla ![]()
Il successo lo ha conosciuto tardi, quando aveva superato i settant’anni ma da allora è stato sempre più travolgente. Un’onda anomala che attraversò l’Italia dal nord al sud (strano a dirsi ma è proprio così!), superò i confini della penisola, dilagò in Europa e conquistò anche mercati letterari lontanissimi da noi. E non solo quelli, stante anche l’enorme successo che ha avuto la serie televisiva del commissario Montalbano, interpretato da un eccellente Luca Zingaretti e girato nella suggestiva e barocca Val di Noto, la Vigàta della fortunatissima seria.
Come tutti avete capito stiamo parlando di Andrea Camilleri, classe 1925, maestro indiscusso di un genere, il giallo, tornato prepotentemente di moda anche e soprattutto grazie al suo irresistibile successo, un mix di dialetto, simpatia, trama avvincente.
L’anno del suo boom, fu il 1998, quando nelle classifiche dei libri più venduti comparivano cinque, sei e perfino sette titoli di quest’attempato pensionato, dalla voce roca del fumatore incallito (Fiorello ne ha fatto un’irresistibile imitazione in radio), che divide la sua vita tra Roma e la natio Porto Empedocle. Eppure anche Camilleri all’inizio della sua carriera trovò porte chiuse e rifiuti. Solo un editore a pagamento si interessò a lui.
Era il primo aprile del 1967 quando Camilleri che allora aveva appena 42 anni, scrisse il suo primo romanzo, dedicato al padre che gli insegno ad essere quello che è. Il manoscritto si intitolava “Il corso delle cose”, protagonista, il maresciallo Corbo, una sorta di Montalbano in embrione. Lo ultimò nel dicembre dell’anno seguente, riscrivendolo di continuo alla ricerca di un suo personale stile. Un amico, critico di spessore, Nicolò Gallo, dopo avere letto il testo gli disse che lo avrebbe proposto alla Mondadori, di cui era consulente e direttore di una collana di narrativa. Il libro doveva uscire nel 1971 ma Nicolò Gallo morì improvvisamente e non se ne fece nulla. Segnalato ad un concorso letterario, il testo venne rifiutato da diverse case editrici, le stesse che oggi farebbero carte false per pubblicare un’opera di Camilleri. Uno spiraglio si era aperto con Editori Riuniti, disponibili a pubblicare quel testo (Camilleri intanto non aveva scritto altro, bloccato dalla mancata pubblicazione di quel suo primo lavoro), ma poi cambiò direttore e nella nuova linea editoriale non c’era spazio per il nostro. Camilleri ci mise una croce sopra sulla scrittura. Una prima svolta venne nel 1975 quando Camilleri scrisse per la trasmissione radio “Le interviste impossibili”, (fatte a personaggi storici deceduti anche da diversi secoli), due testi poi pubblicati da Bompiani. Un suo amico, Dante Troisi intanto propose l’originario testo “Il corso delle cose” per ricavarne un soggetto cinematografico. Ancora rifiuti. Ne venne ricavato invece un soggetto per la televisione. I giornali ne parlarono e l’editore di Roma, Lalli (casa editrice che pubblica col contributo dell’autore), si disse disponibile a pubblicare il romanzo senza nulla pretendere dall’autore a condizione però che nei titoli di coda del film tivù, comparisse il nome della sua casa editrice. Così fu. Il film tivù in tre puntate tratto dal lavoro di Camilleri si intitolava “La mano sugli occhi” ma con l’editore Lalli, dove il libro uscì nel 1978, vale a dire dieci anni dopo la sua definitiva stesura, conservò il titolo originario “Il corso delle cose”, titolo davvero emblematico alla luce di quanto sarebbe poi successo vent’anni dopo. Di quel libro ovviamente non si accorse nessuno. Molto più tardi, fu Elvira Sellerio dell’omonima casa editrice che allora stava attraversando un periodo di crisi nera, a dare fiducia, dopo una lunga meditazione, a Camilleri. Fu così che venne pubblicato “La forma dell’acqua”, la prima avventura del commissario Salvo Montalbano da Vigàta facendo la fortuna sua e dell’autore. Il resto è storia recente.
D - Camilleri, lei, etichettato all’inizio del suo successo come un nipotino di Gadda da una certa critica, è oggi riconosciuto come il maestro indiscusso di un nuovo genere di enorme successo, il giallo con forte connotazione regionale e l’uso del dialetto. Che effetto le fa?
“Mi ha fatto molto effetto sentimi chiamare “un nipotino” in quanto io l’eredità di Gadda l’avevo accolta sempre con il beneficio d’inventario: voglio dire che il percorso letterario e la ricerca sulla scrittura di Gadda non hanno assolutamente nulla a che fare col mio modo di scrittura. Non mi sembra corretto essere considerato una sorta di caposcuola di un genere giallo/regionalizzante. Vorrei far notare, ad esempio, che prima di me c’è stato Scerbanenco o De Angelis che hanno scritto di una Milano che allora non sospettavamo nemmeno che esistesse sul serio, ma nessuno li ha mai chiamati gemellisti/meneghini”
D -
Avendo aperto una nuova strada, come vede quegli autori che riconoscono in lei un maestro e seguono il suo esempio?
“Non credo che ci siano molti autori che stanno seguendo il mio esempio. Se ce ne fossero gli consiglierei piuttosto che prendere me come esempio, di seguire coloro che mi hanno insegnato a scrivere i gialli, da Simenon a Durrenmatt”.
D - Più in generale, cosa ne pensa del boom del giallo esploso in Italia e in Sicilia in particolare?
“Mi fa venire in mente immediatamente quando Italo Calvino scriveva a Leonardo Sciascia che sarebbe stato praticamente impossibile ambientare un giallo in Sicilia. I fatti stanno dimostrando il contrario. La realtà è che il romanzo giallo è un ottimo banco di prova per uno scrittore principiante perché lo costringe dentro alcune regole che deve di continuo rispettare”.
D - Che rapporto ha con gli altri autori siciliani?
“Ottimo, alcuni li conosco di persona, altri no, ma li leggo tutti”.
D - Se le offrissero di dirigere in Sicilia una scuola per giallisti, accetterebbe?
“No. Molti scrittori aprono scuole di scrittura e alcuni grandi autori di gialli hanno scritto dei libretti su come si scrive un giallo, ma io non ne sono capace”.
D - E
se fosse una qualche università dell’isola a proporle un percorso didattico a sfondo giallo?
“Ho già tenuto all’Università di Bologna una lezione non tanto su come si scrive un giallo ma sulla storia del giallo italiano. Un’idea possibile in qualsiasi momento e luogo”.
D - Lei alterna romanzi storici alla serie di Montalbano, può anticiparci quali saranno i suoi nuovi lavori?
“Quest’estate esce un nuovo romanzo di Montalbano dal titolo “La luna di carta”. Altri lavori per ora sono tutti allo stato embrionale (ma si può dire ancora così?) e quindi è prematuro parlarne”.
D - Ha mai pensato di riesumare il suo originario personaggio, vale a dire il maresciallo Corbo de “Il corso delle cose”?
“Beh, in realtà l’ho riesumato dandogli un altro nome nel calendario dell’Arma dei carabinieri del 2005. E’ vero, si chiama in modo diverso, il maresciallo Brancato, ma le caratteristiche sono le stesse”.
D - Tra i suoi romanzi, qual è quello che ama di più?
“Il re di Girgenti”, indubbiamente”.
D - A parte il suo amore viscerale per Sciascia e Pirandello, chi sono gli altri suoi riferimenti letterari?
“Gogol, Sterne, Brancati”.
D - Ultima domanda, lei ha avuto modo di gustare la “mbriulata” di Mussomeli, una particolare focaccia ripiena di frittuli, salsiccia, olive nere e altro, che ha promesso di far mangiare anche a Montalbano. La verità, com’era la “mbriulata”?
“Ottima, senza se e senza ma”.
Roberto Mistretta
Intervista tratta da "Pentelite", rivista culturale di Salvo Zappulla, Romeo editore
IL MESTIERE DI AGENTE LETTERARIO
Incontro con Juliane Roderer
di
Barbara Becheroni
Prendiamo un libro. Non uno speciale. Un libro qualsiasi: un romanzo d’amore, una raccolta di novelle, un thriller, la narrazione di un viaggio…
… Tutti sanno come è fatto un libro: ha la copertina e le pagine. Così come ognuno di noi ha ben presente che sotto al titolo dell’opera, di norma, c’è scritto il nome dell’Autore, cioè di colui che si è preso la briga di riempire le pagine di parole. Un po’ più in piccolo, poi, troviamo pure il nome dell’Editore, cioè colui che ha realizzato materialmente il libro che i Lettori potranno comprare, aprire e leggere.
Esiste un’altra “entità”, però, che sfugge la copertina, che non è citata neppure all’interno, il cui nome non si trova neanche a cercarlo col lumicino… Senza questa “entità”, però, molti libri non esisterebbero. Semplicemente perché l’Autore non sarebbe in grado di mettersi in contatto con l’Editore. Cosa determinante, soprattutto in un mondo dove, ormai, i confini nazionali e le diverse lingue non ostacolano praticamente più il commercio. Neanche quello delle parole.
L’”entità” in questione è semplicemente un agente letterario. Una persona capace di fiutare la qualità di un testo e di proporlo all’Editore che sarà capace di valorizzarlo. Scusate se è poco!
Juliane Roderer, in particolare, è una giovane, capace ed attiva agente letteraria, che svolge la propria professione in un ambito piuttosto particolare: scovare il talento made in Italy ed esportarlo nei paesi di lingua tedesca. Che equivale a dire: muoversi in un labirinto di scrittori affermati e sconosciuti, destreggiarsi in una galassia di case editrici grandi, medie, piccole e microscopiche, volteggiare tra mille proposte e riuscire ad uscire sempre con qualcosa di vincente. Impresa, oserei dire, epica.
D) Cosa fa, esattamente, un agente letterario?
R) L'agente letterario fa da intermediario per i suoi clienti, cioè sia case editrici che autori. Nel mio caso, agendo solo in Germania e Italia, stabilisco il punto di contatto tra agenti o autori o editori italiani e le case editrici in Germania interessate alla pubblicazione delle opere rappresentate.
Ciò comprende svariate attività: prima di tutto, individuare nella vasta gamma dell'editoria quegli editori idonei a pubblicare il testo, quindi proporglielo. Nel caso ci sia più di un’offerta, gestire eventuali aste. Quindi, cosa molto importante, cercare di stipulare contratti che assicurino le migliori condizioni per l’autore, magari riuscendo ad ottenere anche un anticipo sostanzioso. Soprattutto, cercare di trovare l'editore più adatto per garantire successo, durata e continuità alla pubblicazione tedesca. Faccio un esempio: a volte è preferibile, nonostante possa sembrare paradossale, che il libro di un autore poco affermato venga pubblicato da un editore di medie o piccole dimensioni piuttosto che da uno di grandi dimensioni. Mi spiego: il grande editore pubblica un numero enorme di titoli all’anno e investe soprattutto nella pubblicità di autori super affermati, quindi l’opera del nostro autore rimarrebbe all’ombra delle firme più conosciute e rischierebbe di passare inosservato. Il piccolo editore, invece, ha un programma più limitato, però cerca in tutte le maniere di sfruttare al meglio quanto pubblica, proponendo tutti i titoli ai media che lo valorizzano grazie alle recensioni.
Dopo che il testo è stato “piazzato” si passa alla preparazione della pubblicazione. In questa fase così delicata, l'agente sostiene l'editor e le altre persone coinvolte, come il traduttore e il correttore di bozze, accompagnando il testo fino alla completa traduzione. Inoltre non si dimentica di sorvegliare i rendiconti e i pagamenti all'autore. Infine incoraggia e segue l'autore nello sviluppo della nuova opera letteraria.
Un altro compito dell' agente è quello di spiegare, nel modo più gradevole e accettabile, all'autore le eventuali richieste degli editor riguardo a possibili, lievi modifiche del testo, facendogli capire che l'editor non le chiede per mancato rispetto dell'opera letteraria ma per renderla più accessibile, più appetibile e coinvolgente al pubblico.
D) Qual è stata la molla che l'ha spinta a intraprendere questa carriera?
R) Da una parte ovviamente la passione per la letteratura, in tutti i suoi generi. In particolare, poi, la mia grande stima per la letteratura italiana unita al fatto che molti miei amici e ottimi lettori a cui volevo consigliare autori e libri italiani non tradotti in tedesco, non erano in grado di leggere l'italiano.
Contribuisce poi anche la grande emozione non solo di leggere, ma anche di veder nascere un'opera letteraria. Emozione che si concreta facendomi raccontare le prime idee direttamente dall’autore, per poi vederle crescere e cambiare forma, svilupparsi fino all’opera compiuta, per la quale divento quasi una "ostetrica" che permette al “parto” dello scrittore di essere tradotto e pubblicato.
D) Che formazione di studio ha avuto?
R) Ho studiato lingue moderne e scienze drammatiche. Inizialmente nel mio programma di studio c’erano letteratura tedesca e inglese come materie principali, però ho abbandonato quasi subito l'inglese per l' italiano.
Nei primi anni dopo la laurea ho lavorato in una holding internazionale con affiliate anche italiane, dove mi sono occupata di diritto contrattuale, un lavoro che poi mi è risultato utile per il lato giuridico della mia attività.
Poi ho lavorato nel Verband Bayerischer Verlage und Buchhandlungen, la sezione bavarese dell'associazione degli editori e librai, e in un’agenzia letteraria che però curava purtroppo solo autori tedeschi. Finalmente, nel 2000 mi sono messa in proprio, cosa mai rimpianta, neanche per un singolo minuto.
D) Quali sono i principali autori, classici e contemporanei, che hanno formato la base della sua preparazione?
R) Devo ammettere che ho scoperto il mio amore per la letteratura moderna solo durante gli studi, prima preferivo di gran lunga quella dell'ottocento. Capitolo a parte è la drammaturgia, che mi appassiona da sempre e mi interessa come espressione di tutto il cammino umano. Devo precisare che in Germania gli studi non costringono lo studente ad occuparsi di tutte le epoche e di tutti gli autori importanti; i corsi non sono organizzati cronologicamente, ma gli studenti scelgono in autonomia i seminari in cui dare esami o scrivere le tesine. In questo modo sono riuscita ad occuparmi approfonditamente di Schnitzler, Shakespeare, Goldoni, Pirandello, la poesia del Barocco e il dramma irlandese a scapito per esempio di Goethe e di Brecht.
D) Quali sono, invece, gli autori, classici e contemporanei che hanno un posto di elezione nel suo cuore? E per quale motivo?
R) I miei grandi favoriti sono da sempre Mark Twain per la sua capacità di criticare la società contemporanea adoperando un meraviglioso umorismo grottesco, Edgar Allan Poe e E.T.A. Hoffmann ambedue per le atmosfere tetre e angoscianti che creano, Oscar Wilde, il maestro dei giochi di parole che ha travestito di leggerezza e superficialità finte la sua critica della società; ognuno di loro è stato un genio nel suo genere.
Poi c’è un meraviglioso autore tedesco del dopoguerra, Wolfgang Koeppen, morto pochi anni fa (quest’anno c’è il centesimo anniversario della sua nascita), che nella sua trilogia del dopoguerra descrive, in uno stile coinvolgente, le enormi difficoltà delle persone che sono sopravvissute alla guerra e devono trovare un nuovo orientamento nella vita, reinserendosi in una società nuova che è inoltre piena di gente con un passato spesso ambiguo o tormentato.
Un altro scrittore tedesco, ancora vivente, di radici altoatesine, è Herbert Rosendorfer, un grande satirico dotato di una straordinaria fantasia.
Degli autori italiani preferisco quelli del novecento, soprattutto Italo Calvino e Vasco Pratolini, mentre fra i contemporanei mi piace citare come esempi - anche loro contrastanti - Dacia Maraini e Stefano Benni.
D) Cosa si chiede ad un romanzo, affinché sia considerato pubblicabile?
R) Non c'è una ricetta che garantisce la pubblicazione, però ci sono alcuni "ingredienti" indispensabili, a mio parere, che variano a seconda del genere.
Per la letteratura d'intrattenimento, di norma, è meno importante lo stile rispetto al contenuto, anche se neppure in un giallo guasta uno stile insolito, i personaggi devono essere comunque particolari, l’ambiente colorito, il protagonista deve avere le qualità giuste affinché il lettore si identifichi facilmente in lui, e il plot va costruito in modo da risultare movimentato e drammatico.
Le grandi opere della letteratura devono distinguersi soprattutto per una scrittura particolare che può essere elegante e raffinata o fresca e giovane o arcaica, ricca d'immagini o laconica e quasi spartana.
Spesso è utile servirsi di uno schema già affermato. Per esempio, parlando di gialli, ultimamente spuntano dappertutto thriller epigoni de IL CODICE DA VINCI, oppure - già da un paio d'anni - quelli che seguono grosso modo il modello della serie scritta da Elizabeth George, con una coppia uomo/donna di investigatori, i quali non solo devono risolvere il caso d'omicidio, ma sono anche alle prese con i problemi personali (uno con il matrimonio in crisi, l'altra con la madre malata di Alzheimer ecc.) e inoltre con le differenze che nascono dalla disparità sociale tra di loro.
Ho dato esempi di scrittori anglofoni perché - specialmente nel genere dei gialli che deve rispettare certe regole - gli autori italiani, al contrario, si sono rivelati molto più individuali, più inclini alla sperimentazione, alla scrittura insolita, all'impostazione meno convenzionale.
Generalmente è decisivo che l'opera letteraria sia in qualche modo originale - ma non troppo stravagante - che crei un'atmosfera affascinante, con caratteristiche credibili e le cui vicende riescano a coinvolgere il lettore.
D) E che cosa, affinché sia considerato molto commerciabile?
R) Anche se esistono modelli di successo, in realtà il successo non è mai veramente prevedibile: libri pubblicati con grande aspettativa ed entusiasmo da parte dell’editore hanno poi delle vendite mediocri, e altri che non sembravano corrispondere al modello vincente diventano dei bestseller a sorpresa. Ci sono moltissimi fattori che influenzano il successo, non solo le caratteristiche inerenti all'opera letteraria: la pubblicità per prima, magari una copertina particolarmente accattivante, ma alla fine è il pubblico a decidere. E talvolta il successo o l'insuccesso del libro dipendono dallo spirito del tempo in cui capita.
Per esempio, parliamo degli italiani che ho proposto e venduto in Germania. Mi sorprendo spesso delle scelte delle case editrici: succede che comprano più volentieri i diritti di traduzione di libri scritti da autori sconosciuti, pubblicati da editori italiani piccoli, che non libri di scrittori molto conosciuti, perfino premiati, pubblicati da grosse editrici.
Comunque una caratteristica a cui gli editori qui in Germania tengono molto è che sia riportata un'atmosfera molto tipicamente italiana, il colore locale della città dove è ambientato il romanzo, possibilmente anche con un certo risalto delle specialità gastronomiche… Non è ben visto, invece, un libro scritto da un italiano e ambientato all'estero - non importa che sia costruito bene, scritto in modo avvincente e divertente ecc. Con la sola eccezione dei gialli di Giancarlo Narciso ambientati in regioni esotiche. Generalmente dall'Italia si accettano solo quelli con l’atmosfera e l’ambiente italiano DOC.
D) Come si scopre un talento?
R) Una visione “romantica” ama far sembrare che i talenti si scoprano per caso, invece occorre sempre muoversi con gli occhi ben aperti, tenendosi informati sempre e subito di novità e di movimenti nella vita letteraria. Sono molto importanti, a mio parere, i buoni rapporti e le collaborazioni con persone di cui mi posso fidare e di cui apprezzo e condivido il pensiero. Naturalmente, spesso, anche il caso ci mette del suo, o la buona sorte, grazie ad amici che gravitano nel mondo dell'editoria. Talvolta sono reazioni a catena: per esempio attraverso Tecla Dozio (rappresento in Germania l’editrice Todaro la cui collana “Impronte” è curata da lei) ho avuto il piacere di andare alla presentazione dell'autore siciliano Roberto Mistretta alla fiera di Torino. Sono subito rimasta affascinata dalla sua capacità di scrivere gialli in cui denuncia gravi problemi della nostra società, come la pedofilia, senza rinunciare all’ottima costruzione dei suoi gialli, cosa che ha recentemente affermato anche la critica tedesca, con protagonisti divertenti che si muovono in un’ atmosfera credibile e allo stesso tempo affascinante. Il tutto senza rendere banale il problema di fondo.
Roberto Mistretta, da parte sua, mi ha permesso di conoscere, oltre a Valentina Gebbia, già affermata giallista, anche Salvo Zappulla, che a mio giudizio è un grande talento letterario con trovate fantastiche, talvolta persino surreali che mi ricordano in parte Calvino. Non a caso Salvo Zappulla si è classificato 2° al Premio Massimo Troisi!
Salvo Zappulla mi ha poi presentato una scrittrice di gialli veramente brava, Barbara Becheroni, che ha già vinto parecchi piccoli premi, e che, sono sicura, si affermerà presto anche col grande pubblico.
Spesso è in questo modo che si scoprono i talenti.
Tengo a ribadire che queste “rivelazioni”, apparentemente casi fortuiti, non piovono dal cielo: occorre sempre essere attenti e disposti a cogliere le occasioni, a prendere in considerazione anche autori non ancora pubblicati dai grandi editori e inneggiati dalla critica. Ed è qui che ho la più grande soddisfazione nel mio lavoro: scoprire un autore di talento, vederlo crescere e ricevere il meritato riconoscimento.
D) Due parole ancora a proposito di talenti siciliani...
R) Anche se ne ho appena parlato, voglio sottolineare che i siciliani - non importa a quale genere letterario appartengano - riescono a trasmettere con la loro narrativa un certo spirito, un atteggiamento particolare verso la vita molto caratteristico, caro al pubblico tedesco, che ha per loro una vera e propria predilezione.
D) Pensa che sia più difficile che un giovane autore italiano emerga, rispetto ad un suo collega di un altro Paese europeo?
R) Le mie competenze sono limitate solo alla Germania e, secondo me è più facile per un giovane autore essere pubblicato in Italia. Infatti, in questo Paese ci sono più editori piccoli rispetto alla Germania, editori spesso carichi di una grande ambizione, che lavorano seriamente e hanno voglia di emergere. Il tutto unito al fermo proposito di scoprire nuovi talenti e al coraggio di andare controcorrente.
Grazie ad uno di questi editori, il nostro giovane autore, nonostante il primo libro non gli dia ancora né fama né grandi guadagni, riesce a farsi notare in un certo ambiente, tramite le prime recensioni, per mezzo delle presentazioni organizzate dall’editore, magari anche vincendo dei piccoli premi letterari… Acquista così la possibilità di farsi conoscere/attirare l’attenzione, di essere scoperto da altre editrici più grosse.
Mi dispiace sempre per i piccoli editori che fanno da talent scout, ma… Hanno ottimo fiuto letterario, ma non i lauti guadagni che meriterebbero!
Attualmente tra queste case editrici che sono anche talent scout, tra gli altri ci sono la Maestrale di Nuoro e la Mobydick di Faenza capaci di scoprire autori poi pubblicati da Einaudi e da Frassinelli.
D) Cosa deve fare un aspirante scrittore per farsi conoscere?
R) Deve fare il cosiddetto "networking" cioè inserirsi nei circoli dei letterati, farsi recensire, partecipare ad iniziative culturali... Così diventa quasi inevitabile incontrare un mentore o un agente che lo aiuti a pubblicare il primo libro, oppure conoscere un collega già affermato che sia disposto a scrivergli la prefazione o un giornalista disposto a leggere i suoi libri e a recensirli.
D) Cosa non deve mai fare, invece?
R) Non deve aspettarsi troppo né troppo presto. È essenziale dare ascolto all'editor che prepara il manoscritto per la pubblicazione: chi fa l'editing può dare consigli preziosi, che giovano al miglioramento del testo e che possono generalmente contribuire allo sviluppo, alla maturazione dello stile dell’autore.
D) E' vero che gli italiani leggono meno rispetto agli altri popoli europei?
R) Non conosco i dati di tutti i Paesi europei, ma secondo la statistica ufficiale sembra che gli italiani leggano meno dei tedeschi. Però, frequentando il Salone del Libro di Torino ho l'impressione che la situazione non sia così male come vogliono far sembrare! Comunque mi sembra che i lettori italiani siano molto consapevoli della qualità della letteratura, visto il grande numero di piccolissimi editori che riescono a sopravvivere anche piuttosto bene.
D) Se ritiene che sia vero, crede che sia colpa della scuola, oppure di una politica commerciale che favorisce la vendita dei testi dei soliti autori, che scrivono sempre le solite cose, che la gente compra solo per moda e che alla fine non legge?
R) Non è possibile dare la colpa ad uno di quei fattori: sono convinta che sia un fenomeno generale. Oggi abbiamo l'intrattenimento elettronico - tv, videogiochi e internet - che si mangiano parte del tempo libero che prima, probabilmente, era dedicato alla lettura.
Comunque la situazione (anche in Germania) è dovuta alla parziale uniformazione del mondo letterario. I grandi gruppi incorporano editrici medie che oltre alla loro indipendenza, prima o poi, perdono spesso anche il loro profilo individuale. Sono tanti a puntare su certe ricette di successo, a rassomigliarsi sempre di più - sia nel disegno delle copertine che nel programma.
Una responsabilità determinante è delle scuole e dei genitori. Purtroppo - almeno in Germania - le ultime inchieste "PISA" hanno dato un quadro spaventoso.
D) Come fare per avvicinare i bambini alla lettura?
R) La cosa più importante è farli crescere con i libri, cominciando da quando sono piccolissimi, con gli appositi libri illustrati, continuando poi con la lettura ad alta voce delle fiabe. Forse non capiranno proprio tutto, però è provato che così cominciano ad imparare una certa sensibilità linguistica. Quando sono capaci di leggere autonomamente, regalare i bellissimi classici per l’infanzia come Pippi Calzelunghe (la mia prima lettura mai dimenticata), Pinocchio ecc.
I genitori devono far loro capire che un libro dona bellissime ore di divertimento, di fantasia, di passeggiate in altri mondi. Naturalmente gli adulti non devono limitarsi a incitare i figli alla lettura, ma devono esser loro di esempio, leggendo con piacere molti libri.
Sono convinta che sia difficile recuperare una mancata ispirazione alla lettura a causa di genitori che non hanno mai preso in mano un libro. Per questo insisto che siano i “grandi” quelli che per primi si dedicano alla lettura.
Intervista tratta da "Pentelite", rivista culturale di Salvo Zappulla, Romeo editore
INTERVISTA
A
SALVO ZAPPULLA
Scrittore e direttore della Casa Editrice Terzo Millennio
di Morena Fanti
Da qualche anno è aumentata la vendita di libri online, anche se ancora in percentuale abbastanza esigua rispetto ad altri paesi.
Nello stesso tempo è nata l’offerta di editoria print on demand, cioè i libri stampati nel momento in cui vengono richiesti, abbattendo così molti costi, tra cui anche il costo di produzione di libri spesso invenduti.
Pensa che questo abbia generato un diverso modo d’approccio al libro e alla lettura?
Pensa anche che tutto ciò favorisca lo sviluppo dell’editoria tradizionale, o possa, invece, avere l’effetto contrario?
R. Sicuramente internet ha rivoluzionato il mondo della comunicazione. Se prima il monopolio apparteneva alle grandi testate giornalistiche, ora anche i piccoli editori ed autori hanno trovato un'alternativa per farsi conoscere. Tuttavia ritengo che il Tempio dei libri rimangano sempre le librerie tradizionali perché conservano un loro fascino particolare, quasi mistico direi. Non credo molto ai libri stampati in digitale e non credo che possano avere alcun effetto, né in bene né in male nei confronti dell'editoria tradizionale. Non basta pubblicare un libro per diventare scrittori. Scrittori lo si diventa quando lo status viene riconosciuto dai lettori, ovvero sono disposti a spendere 10 euro per acquistare il tuo libro tra tanti altri. E in ogni caso stampare un libro non può considerarsi la fine di un percorso ma, al contrario, l'inizio. E' necessario tutto un lavoro di preparazione e di programmazione affinché quel libro venga inserito nel circuito della distribuzione.
2- Alcune piccole case editrici nascono a sostegno di determinate problematiche sociali e di culture emarginate e minori, che spesso nessuno ascolta, diventando così la loro voce, e creando un’editoria di nicchia con guadagni molto ridotti.
Questo aumenta le difficoltà di inserimento in un mondo, quello dell’editoria, che spesso è in mano a quattro o cinque grossi colossi e lascia poco spazio per i piccoli, considerando anche le altre grosse difficoltà che ci si trova a dover affrontare, tipo il problema della distribuzione che ha costi molto onerosi.
Come ci si può salvare, allora, da un appiattimento dell’offerta editoriale, che potrebbe derivare dal cedimento ed eventuale chiusura di queste piccole case editrici?
R. Io credo che si possa fare editoria seria anche con mezzi limitati, basta avere le idee chiare, individuare fasce di mercato ben definite e inserirsi con prodotti qualificati che riscontrino l'interesse dei lettori. E' chiaro che il problema principale dei piccoli editori rimane la distribuzione, la poca o inesistente visibilità nelle librerie. In questo caso il web può essere d'aiuto ma il problema di fondo rimane riuscire a conquistarsi un piccolo spazio nelle librerie. Altra cosa è pubblicare a spese dell'autore speculando sulle velleità artistiche di persone che magari scrivono bene ma non hanno nulla di importante da dire. In questo caso i piccoli editori, non investendo fondi propri, non hanno alcun interesse ad operare una valida selezione e tendono a pubblicare opere mediocri che vanno a ingolfare un mercato già saturo.
3- L’Italia è sempre stata un paese di scrittori e poeti, ma oggi si assiste ad un vero e proprio boom del numero di aspiranti scrittori, grazie anche alla facilità con cui si può mettere in rete i propri scritti in un proliferare di siti di scrittura e blog personali, in cui ognuno si può pensare come uno scrittore a tutti gli effetti.
La cosa sorprendente di tutto ciò, è che tutti scrivono ma nessuno legge.
Secondo lei è possibile pensare di scrivere davvero senza aver letto?
Pensa che ci siano degli autori che sono ‘vincolanti’ per arrivare ad una conoscenza del modo migliore di sviluppare una buona scrittura?
R. E' proprio questo il grande limite della rete: chiunque può pubblicare, visto che non costa nulla, tutti sono scrittori e nessuno è scrittore; ci si immerge in un grande calderone dagli ingredienti più disparati. Non sono contrario, ognuno può dare sfogo alle proprie aspirazioni come meglio ritiene opportuno. A livello amatoriale può andare benissimo, ritrovarsi in un sito è una maniera per stare insieme tra persone che coltivano gli stessi interessi, questo vale sia per i siti letterari che per i siti porno. Non si diventa grandi scrittori senza aver letto; nella vita non si inventa nulla, non si può costruire una casa senza conoscere gli strumenti di lavoro. Leggere vuol dire confrontarsi, assimilare stili di scrittura diversi, differenti capacità di affabulazione. Non credo ci siano scrittori "vincolanti", io amo i grandi surrealisti: Borges, Calvino, Kafka, Buzzati. Il deserto dei tartari l'avrò riletto almeno una diecina di volte. Lo sgocciolio lento dei minuti che si consumano, così come la fiammella della vita, in attesa del grande evento, mi fanno venire la pelle d'oca.
4- Come si concilia il suo lavoro di scrittore con quello di direttore di una casa editrice come Terzo Millennio? Per lei è quasi un percorso ‘obbligato’ per uno scrittore, arrivare ad occuparsi dell’editoria in tutti i suoi aspetti, o pensa che possa ancora esistere lo scrittore che vive appartato in un suo mondo di parole e non si interessa dei problemi legati al suo lavoro?
R. Si concilia con il fatto che io amo tutto ciò che ruota attorno alla carta stampata, mi verrebbe da abbracciare anche il più scalcinato dei tipografi. Terzo Millennio è una piccola realtà di cui siamo orgogliosi, ha la sua identità, siamo distribuiti in maniera capillare in tutta la Sicilia e per adesso può essere sufficiente. Abbiamo pubblicato scrittori di ottima qualità quali Gordiano Lupi, toscanaccio dalla penna tagliente e irriverente; Leone Zingales nella collana di educazione alla legalità, che ha avuto un riscontro di vendite al di là di ogni più rosea previsione. Il nostro fiore all'occhiello rimane Roberto Mistretta, tradotto in Germania e oggi conteso dalle migliori Case Editrici italiane. Ecco, basterebbe l'esempio di Mistretta per dare senso alla nascita di una piccola Casa editrice come Terzo Millennio. Tuttavia ci tengo a precisare, proprio perché intendiamo rimanere una piccola realtà seria, che esigenze di mercato non ci consentono di pubblicare più di uno o due romanzi all'anno, dando maggiore spazio alla collana di "Recupero delle tradizioni".
Per quanto riguarda lo scrittore che vive appartato. Non so, mi sembra una visione piuttosto romantica. A me pare che tutti facciano a gara per apparire in televisione e per conquistarsi un metro di spazio. Lo scrittore è un manager di se stesso. La concorrenza è spietata e bisogna correre per non rimanere indietro.
5- Si parla spesso di editoria siciliana, mentre non si parla di un’editoria lombarda o emiliana, ad esempio. A cosa crede sia dovuto questo? Al fatto che la Sicilia si sente come slegata dal resto dell’Italia, con problemi che sono sempre e solo suoi, in cui solo i siciliani si possono riconoscere, oppure proprio in un voler rivendicare questa ‘sicilianità’ di cui mi sembra, lei stesso si fa portabandiera?
R. La Sicilia geograficamente è posta in una situazione di svantaggio rispetto alle altre regioni, bisogna attraversare il mare per portare i libri dall'altra parte, forse questo è penalizzante. La verità è che tutti i grandi mass media, televisioni e giornali, sono concentrati al nord e tendono a valorizzare i prodotti del luogo. O forse al sud non ci sono grosse realtà imprenditoriali all'altezza di competere con i colossi lombardi o piemontesi. Tuttavia ci sono ottime Case Editrici che si stanno creando spazio a livello nazionale, tra queste desidero ricordare "Il pozzo di Giacobbe" che produce libri di elevato impegno sociale e fiabe per bambini, corredati da una veste grafica elegantissima, che attira subito l'attenzione del lettore. Portabandiera? Piuttosto la croce porto. La croce di un vizio chiamato scrittura di cui non riesco a fare a meno, come le sigarette.
6- La Sicilia è da sempre terra di grandi letterati. Grandissimi scrittori sono nati in questa bella isola. Ci si potrebbe chiedere se, oltre alla bellezza dei luoghi, che possono influire su una certa ricerca intima da cui possono scaturire poesie e storie di sicura bellezza, abbia influito su questo anche il fatto stesso dell’isola che porta ad una sorta di ‘isolamento’ anche spirituale e ad un approfondimento di se stessi, di nuovo strada da percorrere per arrivare alle parole.
Cosa pensa di queste versioni? Quale ha più pesato sul suo modo di scrivere?
R. Bufalino parlava di Isolitudine. Forse è la stessa spiritualità a cui fa riferimento lei. In verità non mi sono mai ispirato agli scrittori siciliani nei miei romanzi. Io amo il surrealismo, la scrittura satirica, tutto ciò che è brio, esplosività. Amo immensamente quel geniaccio, non del tutto compreso, di Achille Campanile. Non mi pare che ci sia una grande tradizione di scrittori siciliani in questo campo. Sa qual è la molla che mi ispira? Il fatto di essere convinto di essere il più grande scrittore del mondo. Guai se pensassi che ci possa essere uno più bravo di me. Perderei lo stimolo a scrivere, mi sentirei sconfitto in partenza. Il problema più grosso è riuscire a convincere anche gli altri. (Spero, dopo queste dichiarazioni, non ci mettano in galera entrambi).
7- Le agenzie letterarie in Italia sono presenti da non molti anni. In che modo un’agenzia letteraria può essere utile ad uno scrittore esordiente? Ritiene che un lavoro di rappresentanza svolto in maniera competente possa essere davvero il punto di forza per presentarsi ad una casa editrice e ottenere ascolto e attenzione?
R. Le agenzie letterarie svolgono un ruolo importantissimo, direi determinante in certi casi. L'agente letterario professionista, che riscuote credito dai grandi editori, esegue un lavoro di ricerca, snellendo il lavoro agli editori, i quali ricevono centinaia di manoscritti da vagliare, con costi e impiego di tempo fastidiosi. L'agente conosce le esigenze degli editori, sa qual è quello giusto a cui indirizzare una determinata opera. E' in grado di effettuare un lavoro di editing e dare i consigli migliori al suo autore. Attenzione però a non cadere nella rete di certe agenzie improvvisate che cominciano a chiedere una determinata somma per stipulare il contratto, un'altra per il lavoro di editing e un'altra ancora ad accordo concluso con l'editore trovato da loro. Quasi sempre si finirà nelle fauci di un editore a pagamento che completerà l'opera spillando altri soldi al povero sprovveduto autore, che alla fine si ritroverà con un libro stampato e mai o poco distribuito e con qualche migliaia di euro in meno.
8- I concorsi letterari sono stati da sempre uno dei modi più sicuri per farsi conoscere nel mondo dell’editoria e anche ai lettori. Negli ultimi anni il numero dei concorsi ha avuto un grande incremento. Pensa che siano ancora uno strumento efficace per farsi conoscere, o crede che abbiano perso parte del loro fascino, in questo mondo in cui tutto deve essere immediato e di pronto consumo, e che per molti rimanga l’idea che alcuni concorsi e alcuni premi, siano in un certo senso pilotati?
R. Non mi faccia parlare male dei concorsi. Sono arrivato 2° l'anno scorso al premio Massimo Troisi con un'opera teatrale. E giuro che non ero raccomandato. Non amo partecipare ai concorsi, ma questo è all'insegna dell 'umorismo e mi ispirava. I concorsi, quando sono gestiti in maniera professionale, con giurie qualificate, possono costituire buoni trampolini di lancio. Astenersi da concorsi dove sono in palio medaglie, pergamene, immaginette della santa patrona, coppe e coppette e ci sono esose tasse di iscrizione da pagare. Meglio se in palio c'è la pubblicazione su un'antologia curata bene. Ne approfitto per segnalare il concorso indetto dalla mia amica Rina Brundu, "L'indizio nascosto", quello sì è un concorso serio.
17 aprile 2007
Per eventuali repliche o altre domande scrivere a
salvozappulla1@virgilio.it
Di buoni sentieri è lastricato il mondo. E anche il futuro.
un colloquio con Daniele Barbieri
di Morena Fanti
Una serata in una tranquilla biblioteca di paese nei dintorni di Bologna.
L’occasione è una ‘Conversazione con l’autore’, che in questo caso è Daniele Barbieri. Niente di più sicuro e ‘normale’, così almeno sembra. Ma l’imprevisto è spesso dietro l’angolo. Visioni pericolose e penultime verità sono sempre in agguato, in questo come in un altro mondo, o meglio ancora, in un mondo altro.
Potrei dirvi che sono stata folgorata da un uomo e dalle sue parole e sono sicura che mi credereste. E forse è davvero così, qui dove tutto è possibile.
Barbieri presentava il libro "Di futuri ce n’è tanti" (per Avverbi editrice), da lui scritto in coppia con Riccardo Mancini, un libro che è "una sorta di guida alla fantascienza" come scrive Valerio Evangelisti nella prefazione. Non avevo mai letto nulla di fantascienza e ho ascoltato con occhi particolarmente attenti l’affascinante esposizione di Daniele Barbieri, che è un vero esperto di questo genere letterario.
Mentre lo ascoltavo pensavo che forse la mia ritrosia verso queste letture era dovuta al fatto che nessuno mi aveva mai introdotto su questi "sentieri di buona fantascienza". Ho pensato che ciò poteva essere accaduto anche ad altri e che spesso per interessarsi di un argomento serve solo una buona guida.
Una buona guida e risposte interessanti. Credo che Daniele Barbieri ce ne fornirà alcune.
Si dice che la fantascienza stia passando un momento di flessione nei gusti e nei favori dei lettori. Cosa ha provocato questa diminuzione d’interesse per un genere letterario che in altri anni è riuscito a generare grandi entusiasmi e grandi fermenti?
"Partiamo dall’inizio? La fantascienza ovviamente è letteratura, dunque il suo principale valore è nelle buone storie e/o in una scrittura di qualità. Ma nasce, cresce, diventa "di massa" e si aggroviglia all’interno del secolo in cui trionfano la scienza e la sua cuginetta tecnologia. Il ‘900 delle grandi speranze e dei grandi incubi, anche rispetto alle scienze portatrici di libertà o di nuove oppressioni. Qui forse si può mettere un punto fermo. Detto in estrema sintesi a me e a Riccardo Mancini sembra che la crisi (poi bisognerebbe chiarire meglio questo concetto) della fantascienza nasca all’interno di un più generale buio cioè dall’idea diffusa che la storia stia "deragliando" e le speranze, i progetti, le grandi possibilità democratiche e/o sovversive della ricchezza sociale (intellettuale e materiale) vadano dimenticate. E’ un discorso lungo e non vorrei, per eccesso di sintesi, ridurlo a slogan ma è chiaro che il pensiero unico vigente sta censurando e bloccando molte teste oltreché scrittori, scrittrici, editori… Io e Riccardo siamo fiduciosi che la fantascienza possa ancora aiutarci e, più in generale che (per dirla con Eduardo De Filippo) à da passà a nuttata. Da qui la voglia di ricordare – urlare forse - che di domani ce n’è davvero tanti. Ricordarlo leggendo anche buoni romanzi e racconti è un modo piacevole per impiegare un po’ di tempo e per slacciare qualcuna delle catene attorno al nostro pensare e vivere".
Se leggere un buon libro ci spalanca le porte di un mondo nuovo e ci apre la mente, cosa può fare per noi un buon libro di fantascienza?
"Per usare la citazione di uno dei nostri amori (ovvero scrittori e scrittrici che ci hanno preso al laccio), cioè Theodore Sturgeon, il compito della buona fantascienza è "svegliare il mondo sull’orlo dell’impossibile". La quarta di copertina tuona e sussurra (parole di Marge Piercy) che "per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo". In questo intreccio proviamo a mostrare per 8 sentieri (i temi sono: città; robot; computer e dintorni; cyborg; religioni; sesso, amore e x; galere; il potere) queste potenzialità. E’ ovvio, gentile intervistatrice (detto con sorriso alla gatto del Cheshire) che se io ora le riassumessi tutto, beh l’intervista verrebbe lunghetta e poi non venderemmo una copia in più (questa la dico con tono da bottegaio ruffiano). Semplificando: la buona fantascienza è piacevole, necessaria e direi persino urgente. Wow".
Scrivere di mondi inventati, di un futuro spesso temuto, è solo opera di una fantasia molto vivace o è anche legato ai timori che dobbiamo tollerare nella nostra anima e nella nostra vita? La scrittura diventa allora come una forma d’esorcismo?
"Mmmmmm. Io e il mio socio di scrittura crediamo (non è una gran scoperta, intendiamoci) che gli esseri umani siano sempre divisi fra paure e desideri. La percentuale di questi timori e speranze varia, ovviamente, a seconda delle persone e delle loro esperienze, del contesto storico e sociale, delle informazioni alle quali possiamo accedere o delle molte importanti di cui (pur se viviamo in democrazia) ci è negato disporre. Ogni scrittura è forse anche un esorcismo. E anche azzeccare le paure vere (non quelle strumentali agitate dal circo mediatico e dalla cattiva politica) è importante. La migliore fantascienza ci sfida a verificare paure e desideri su un’onda lunga, su alcuni dei possibili mondi che possiamo conquistare o perdere. Che la scrivano persone con competenze scientifiche o meno, che siano odiosi reazionari, simpatici riformisti o pericolosi-affascinanti sovversivi importa questo costringerci (in forma letteraria e appunto piacevole) a fare i conti con domande del tipo: "e se davvero succedesse?" oppure "se potessi scegliere un universo alternativo quale davvero vorrei?" o cose del genere. Piccola polemica: che poi noi viviamo la "nostra" vita (lei usa questa espressione) e non quella imposta da altri è una importante e drammatica questione che andrebbe seriamente discussa e non solo da romanzieri, psichiatri o politici".
Quanto il nostro vivere nel mondo reale, e cioè la politica, l’economia, i problemi sociali, influiscono su una scrittura fantascientifica?
"L’uno e l’altro. La fantascienza influenza il reale e viceversa. Per me – e credo di poter dire anche per Mancini – non è buona cosa vivere (e/o scrivere) con tutti e due i piedi nel cosiddetto mondo reale e neppure interamente in una dimensione fantastica: l’ideale è stare un po’ qui e un po’ lì".
Credo si possa dire che Philip K. Dick sia uno dei suoi autori preferiti, se non il preferito in assoluto. M’incuriosisce sapere cosa lo rende così eccezionale. Per dirla come una donna tradita dal marito: cos’ha Dick che gli altri non hanno?
"Per proseguire sulla metafora Dick è il mascalzone geniale che tutte e tutti vorrebbero amare, salvo ogni tanto sbottare con un "questo è troppo" per poi tornare a ri-innamorarsi. Ma se di amore vogliamo continuare a ragionare, io e Mancini confessiamo tre grandi passioni (Dick, Sturgeon e Ursula Le Guin) più una scandalosa quantità di flirt. Provare per credere."
Qual è il libro che consiglierebbe a chi non ha mai letto nulla di fantascienza? Non le chiedo il libro che lei ama di più, ma un libro che faccia pensare: "Com’è che non l’ho letto prima? Cos’altro mi sono perso?"
"E’ una domanda-trabocchetto. Dovrei rifiutarmi di rispondere, anzi toglierle il saluto. Oppure rispondere che il mio primo choc fu con "Cristalli sognanti" di Sturgeon: avevo, mi pare, 13 anni e da allora continuo a regalarlo o prestarlo. Una sola persona - su credo davvero centinaia - non mi ha ringraziato. Ma ci sono cascato, sto parlando di passioni e svicolo sul suo amo, sulla rete tesa. Però, gentile intervistatrice, sia franca con me: se un bipede le dicesse che non ha letto Calvino e Pasolini, oppure Shakespeare e Toni Morrison, oppure Farah e Scorza…. lei avrebbe il coraggio di dire "Ti sei perso questo"? no, credo che onestamente parlerebbe di mondi e mondi e mondi da esplorare".
Lei ha scritto "Di futuri ce n’è tanti" in coppia con Riccardo Mancini, e sembra anche che il libro vi sia riuscito bene ;-) e che la vostra ‘coppia’ Erremme Dibbì funzioni, almeno per quanto riguarda la scrittura. In una società in cui nessuna coppia resiste e in cui tutti litigano, non è già fantascienza che due scrittori riescano a lavorare insieme?
"E’ ancora più sorprendente forse che a volte (nei momenti più tranquilli o all’opposto nelle urgenze più agghiaccianti) quando io e Riccardo lavoriamo insieme esca fuori una terza persona, idee e persino un modo di scrivere che non è la somma di Barbieri e Mancini ma appunto Erremme Dibbì. Fra l’altro, come ha notato qualche persona molto attenta, questa terza persona ha alcune caratteristiche femminili… che invece noi due, maschiacci nel bene e un po’ anche nel male, neppure sapevamo di avere".
Daniele Barbieri, giornalista e saggista, è nato a Roma nel 1948. Attualmente vive a Imola. Da sempre impegnato nei movimenti per la pace e per la giustizia, ha lavorato per numerose riviste e per i quotidiani "il manifesto" e "L’unione sarda". Attualmente è redattore del settimanale "Carta". Di recente ha animato l’agenzia online "Migra"; nel 2005 è uscito, pubblicato da Emi, il libro "Migrante-mente - il popolo invisibile prende la parola" (curato da Sabatino Annecchiarico), che raccoglie scritti di 25 fra autori e autrici, per lo più migranti, ripresi dal sito. Come reporter, e come persona impegnata contro le guerre, è stato nei Balcani, in America latina, in Africa e nell’aprile 2002 in Palestina-Israele e più volte in Africa (anche come "osservatore elettorale" nelle recenti elezioni in Congo). Ha un omonimo che insegna all’università ed è appassionato anche di fantascienza: spesso i due vengono confusi ma loro sorridono e non si offendono. Quel particolare Daniele Barbieri qui intervistato è papà di Jan e marito di Tiziana e di entrambe le cose si vanta assai (almeno per 351 giorni l’anno). Siccome ha un’incredibile faccia tosta, pur non essendo un attore, porta in giro due letture… tra fantascienza e cronaca: ma lo spazio a nostra disposizione è finito, tenetevi la curiosità.
11 giugno 2007
Intervista di SALVO ZAPPULLA
La scrittrice Tea Ranno, siciliana che vive a Roma, laureata in giurisprudenza, si aggiudica il premio Mangialibri 2007. Questo singolare premio organizzato da una delle più anticonformiste riviste italiane sul web, dedicato al mondo dei libri e dei fumetti, avviene su Second Life, il sito internet popolato da quasi dieci milioni di persone. David Frati, direttore di Mangialibri, ritiene che il premio sia diventato qualcosa di totalmente nuovo rispetto agli altri premi letterari perché ha spirito popolare e vuole coinvolgere i milioni di lettori che frequentano internet. "Cenere", edito da E/O, è un romanzo di grande spessore, ambientato nel Seicento, nel periodo della Santa Inquisizione, già arrivato finalista al premio Italo Calvino 2005 e al premio Giuseppe Berto 2006, colpisce per la grande capacita dell'autrice di scavare nell'animo dei suoi personaggi, la minuziosità nel rilevarne le sfumature del carattere, il contrasto tra padroni e servi della gleba, e anche per il linguaggio potente, perfettamente in sintonia con l'epoca in cui è ambientato. Tea Ranno ha dalla sua la forza prorompente della scrittura, che non è preziosità estetica o barocchismo fine a se stesso ma elaborazione, identità stilistica, virtuosismo, il linguaggio proprio degli scrittori di razza. Personaggi, storia e ambientazione si armonizzano come note di un'orchestra il cui ritmo incalzante coinvolge il lettore e lo rende partecipe delle vicende drammaticamente umane contenute nel romanzo.
Ho incontrato Tea a Siracusa, in occasione della conferenza organizzata dalla "Emanuele Romeo Editore" dedicata alla scrittura al femminile: "Scrivere donna", dove era ospite d'onore insieme a Silvana La Spina e a Giovanna Giordano. Quale occasione migliore per scambiare quattro chiacchiere.
D. Tea, pare che "Cenere" sia destinato a non passare mai inosservato dalle giurie che lo visionano, prima finalista al Calvino, poi al Giuseppe Berto e ora vincitore del Mangialibri. Gran bella soddisfazione, no?
R. Sì, bellissima. La cosa che mi fa più piacere è che a sceglierlo e a votarlo sono sempre i lettori, dai quali, peraltro, continuo a ricevere grandi apprezzamenti. Che Mangialibri l’abbia considerato "miglior libro dell’anno" non mi sembra cosa da poco.
D. So che è di prossima uscita, sempre con le edizioni E/O, il nuovo romanzo in cui il protagonista è un giudice che torna in Sicilia dopo essere stato lontano per anni. Come mai hai deciso di passare dal romanzo storico a uno contemporaneo, forse di argomento più attuale.
R. Intanto perché quella che uscirà a settembre è una storia nata prima di Cenere, scritta sull’onda di una fortissima emozione e impregnata di nostalgia. In realtà non ho deciso di passare dal romanzo storico a quello contemporaneo perché mi sono sempre occupata di attualità: la narrazione atipica, rispetto alle mie tematiche, è proprio Cenere, romanzo nato senza alcuna predeterminazione dopo aver letto "La strega e il capitano" di Sciascia. Era lontanissima da me, infatti, l’idea di raccontare una vicenda ambientata nel Seicento che avesse a protagonisti inquisitori, presunte streghe e oscurantismo.
Questa nuova è una storia sulla Sicilia, sulle scelte che si fanno da ragazzi e che spesso si rivelano sbagliate, tali da scatenare il rimpianto quando si vorrebbe che la bobina del tempo si riavvolgesse e si tornasse a quegli anni, quel tempo in cui tutto era straordinariamente leggero, facile da vivere. E’ anche, in trasparenza, il racconto di anni difficili, il periodo nero del piombo e delle stragi, giorni che portano con sé il disincanto, la pesantezza di scelte che riguardano la democrazia e un certo modo di fare politica.
D. Cos'è per te la scrittura?
R. E’ raccontare. E’ un canto di sirena. E’ ipnotizzare e lasciarsi ipnotizzare dal ritmo, dall’armonia, dal suono delle parole che acquistano corpo e sostanza e intramano sulla pagina vicende minime o straordinarie, tali, comunque, da non lasciare indifferenti, da operare in chi legge una trasformazione. Ma scrivere è soprattutto impegno, lavoro di lima e di cesello, è ricchezza di vocabolario, sfida a inchiodare il senso di ciò che si vuole dire con l’unica parola che sia in grado di farlo.
D. Ormai vivi a Roma da parecchi anni, che rapporti hai mantenuto con la Sicilia?
R. Di grande nostalgia. Appena posso vengo giù. L’esserne lontana, però, mi permette di acquisire quella giusta distanza per guardarla con obiettività: rendermi conto dei pregi, non nasconderne i difetti.
D. Cosa può fare un'intellettuale per risvegliare le coscienze dei siciliani? Le coste delle tue zone (Melilli e Priolo) sono tra le più degradate e ci mancava poco che trivellassero il Val di Noto, patrimonio dell'umanità, alla ricerca del petrolio.
R. Bisogna parlare, raccontare, ipotizzare i possibili disastri. Solo se si mettono gli altri in condizione di sapere, è possibile un cambiamento. Uno scrittore, però, è spesso come Cassandra: riesce a vedere tra le maglie del futuro e a inorridirne, ma quando cerca di rendere gli altri partecipi delle sue visioni ecco che non viene creduto, anzi, è tacciato di "eccesso di fantasia", di "tendenza alla drammatizzazione", e le sue parole – che comunque inquietano – vengono relegate nelle zone atrofiche della coscienza, anche di quella collettiva.
inserita il 19 giugno 2007
Gisy Scerman
Castelvecchi Editore Pagg.192 Euro 12,00
Gisela (Gisy) Scerman è nata a Vicenza nel 1979, vive a Bologna dove lavora come modella all'accademia di Belle Arti. Ha fatto la modella per grandi nomi italiani: Saudelli, Baldazzini, Giovanna Casotto. Ha pubblicato un saggio su Piero Ciampi, "Una vita a precipizio" (Coniglio Editore 2005). Questo, edito da Castelvecchi, "La ragazza definitiva" è il suo romanzo d'esordio. Uno stile irriverente, spregiudicato; molto sesso ma anche molta ironia, e soprattutto capacità di autoironia. Gisy riesce a creare tutta una serie di situazioni paradossali che avvincono il lettore, descritte con spudorata innocenza. E' un romanzo dalle tinte decisamente erotiche, con molti spunti autobiografici, il tutto raccontato con uno stile limpido e fresco, come solo una giovane spiritualmente libera può fare. La protagonista del romanzo non ha pudore del suo corpo perché intellettualmente attribuisce ad esso quasi un funzione terapeutica, risposta alle inquietudini, desiderio di conoscenza e di confronto. Gisy è bella, fa la fotomodella, è giovane e desiderata. Facendo un'equazione semplicistica si è portati a pensare che il buon Dio le abbia dato tutto nella vita e che il cervello nei tipi come lei possa essere solo un optional. Conoscendola e scorrendo le pagine del suo libro ci si rende conto di avere a che fare con una persona estremamente colta, studentessa universitaria, capace di spunti brillanti, a tratti malinconici, quasi nichilisti, pervasi da ansia di ricerca, che racconta di sesso con estrema naturalezza, lo banalizza. Ci sono tratti di profonda solitudine nel libro, voyeurismi e feticismi, emergono con cinismo le ipocondrie e le meschinità dei protagonisti, che ne escono ridicolizzati.
D. Gisy, oggi vige il culto dell'apparire. La televisione, il cinema, la moda sono poli di attrazione per le giovani generazioni. Se si chiede a una ragazza cosa vuol fare da grande, il più delle volte risponderà: la velina, l'attrice, la concorrente al Grande Fratello. Difficilmente il medico o l'ingegnere. Non è un segno deteriore dei nostri tempi? Una maniera per desiderare il successo facile senza grandi sacrifici?
R. Certamente viene proposto dai media un modello dominante eccentrico, di potere e che sembra sia fuori dalla porta ad aspettarci.
Mai un modello pubblicitario punterà a rappresentare ciò che non simboleggia potere ovvero: soldi, sesso, gioventù, salute belle e belli. Gli anziani, i stipendiati medi, i lavori usuali non vanno, sono minimamente tenuti in considerazione, eppure sono la maggioranza.
La vera politica è la televisione, i modelli imposti tramite il linguaggio sociale e quindi tramite buona parte dai media. La politica invece, quella che è ritenuta politica intendo, si è ridotta soprattutto ultimamente a partitocrazia e non ha nulla che vedere con la vita dei più.
Tutto questo falso ha poco che vedere con la concretezza, e le aspettative essendo nettamente superiori alle possibilità creano solo dei gran scompensi generando quella che chiamo sbandierare finta ricchezza.
Del resto quando la società stessa paga lo spettacolo fior di quattrini e un dottorato una miseria (dopo aver studiato e speso anni e migliaia di euro, ti viene pagato poco più forse di 800 euro al mese), beh ti condiziona anche nelle scelte.
Per me è stato anche così, non solo per me però. Questo la dice lunga di quanto "la società" davvero ci si preoccupi al bene sociale, quando invece di investire in ricerche o strutture preferisce mettere soldi nell’ennesimo intrattenimento mal fatto, applaudito o meno.
D. Dall'arte di fare la modella, quindi trionfo dell'estetica, esibizionismo esteriore, rappresentanza fisica, all'arte della scrittura, quindi introspezione, sviluppo dell'immaginario. Quale delle due è più difficile per imporsi?
R. Sono forme diverse, ma entrambe se vogliamo di esibizionismo, una in quanto creato, l’altra in quanto crea. In entrambe c’è la necessità di condividere, e di condividersi di dire "guardate che sono qui".
Per arrivare forse è più difficile la scrittura, nel senso che la velocità della luce è oltre quella del suono, quindi è più facile essere apprezzati subito per l’aspetto esteriore, ma è anche vero che se l’occhio ha una percezione più rapida, la decifrazione di ciò che vede è più lenta... L’apprezzamento verso la scrittura resiste in maniera più solida, è come restare sul fondo del mare anche quando è increspato, nonostante i movimenti di superficie tu lì in fondo ci sei…
Imporsi invece non credo abbia senso, oggi è macelleria ovunque corpi, belle, editoria, discografia. Se una persona ha un messaggio forte, interno che è una necessità è importante fare in modo che esista così per avere la possibilità di condividerlo,e ben venga se qualcuno apprezza.
Non vedo la necessità di classifiche, uno è se stesso sempre e comunque anche quando probabilmente non vorrebbe esserlo.
D. L'ironia aiuta a vivere meglio?
R. L’ironia è una forma di salvezza. Io questo lo trovo un mondo piuttosto cinico e spietato. Se non ci fosse tanta crudeltà forse non ci sarebbero nemmeno gli elementi per riderci sopra. Rispondo con una frase di Learco Pignagnoli "Se non c’è niente da ridere vuol dire che non c’è niente di tragico, e se non c’è niente di tragico che valore vuoi che abbia?".
D. Stupisce un po' nel romanzo la mancanza di un amore con la A maiuscola, un pizzico di romanticismo. Davvero il sesso come puro esercizio ginnico?
R. Appunto ho più pudore dei sentimenti che del corpo.
Io credo che questo romanzo non sia affatto un elogio al sesso, ne parlo molto sì, ma per arrivare anche a dire molto altro. Forse il sesso è parecchio idealizzato, è proposto sempre e comunque come modello vincente, il quale ci fa sembrare tutte le donne siano belle ninfomani, che gli uomini se non fanno sesso siano degli sfigati…ma la vita è un altra, moltissime coppie si dividono o litigano per incomprensioni sessuali, che in maniera più o meno tacita portano poi al tradimento, o c’è nella coppia chi vive il sesso come un dovere, e trovo sia anche peggio.
Invece stai a sentire i media che ti martellano sempre e comunque su questo fronte, dove c’è sesso c’è allegria….
Io nel libro invece, arrivo quasi alla nausea in alcuni punti nel parlarne, e poi tutto questo per dire che c’è molta repressione, che genera l’idea di trasgressione. Ed io credo che la trasgressione non esista, è un concetto borghese trasgredire. Uno deve essere libero tanto di fare come di non fare, dello strafare prima o poi ci si stanca. Si trasgredisce quello che secondo la proprio cultura che genera la morale sia bene o no, nel totale rispetto e nella totale consapevolezza reciproca nulla è immorale o trasgressivo.
Il sesso come puro esercizio ginnico no, non amo fare palestra.
D. Mi è sembrato di cogliere una sorta di distacco tra le pagine del romanzo, quasi una scarsa motivazione per la vita stessa, come se le cose debbano andare in un certo modo per fatalità o perché tutto è stato scritto. Rispecchia la tua filosofia di vita?
R. Sì, credo di essere vittima di un certo nichilismo, son sempre stata molto vicina alla questione sia della malattia che della morte, e delle ingiustizie, per esperienze vissute sia in prima persona che da persone a me care.
Molte domande ti passano per la testa di fronte ad una perdita di qualcuno che ti è caro; nell’impotenza di fare qualcosa di fronte a qualcosa di così palesemente sfacciato e gratuito. La rabbia e la nostalgia, sono un gran motore per l’anima e l’arte, ma forse sarebbe meglio non conoscere, la sofferenza che spesso rimane petrolio e difficilmente si trasforma in oro . Quindi io, davanti a molte vicende preferisco pensare che sia un caso, perché se c’è un motivo e se c’è un Dio dovrebbe parecchie spiegazioni.
D. Dopo i cento colpi di spazzola e le prugne secche, ci sarà "La ragazza definitiva"? Lo possiamo considerare un augurio?
R. Certo mi farebbe piacere, come dire il contrario? Ma visto che per me scrivere fa parte della mia vita, è la mia vita, anche se non succedesse la cosa non mi spaventa…ci sarà tempo.
Salvo Zappulla
Miti e storia a braccetto in riva al mare
incontro con Salvatore Spoto
di Morena Fanti
Giornalista
e docente di diritto, grande conoscitore di storia e di antichi miti, Salvatore
Spoto è soprattutto un grande narratore. Le sue parole avvincono e tengono il
lettore con il fiato sospeso in attesa di conoscere il seguito delle storie
affascinanti e magiche che Spoto scrive con grande maestria.
Sue opere sono presenti non solo in biblioteche pubbliche ed istituti universitari italiani ma anche nelle catene librarie e nelle biblioteche di prestigiose università straniere ( University of Cincinnati, Columbia University, Yale University, The New York Public Library nella Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, a Washington).
Tra le sue opere, note anche all’estero, si ricordano "Roma esoterica" (Newton & Compton), "Roma porta d’Oriente" (Atanor), "Miti, riti, misteri e magie della Sicilia antica" (Newton & Compton), "I Baccanali, il caso di uno scandalo erotico-religioso nella Roma repubblicana" (Lithos), "Sicilia antica" (Newton & Compton), "Sicilia normanna"(Newton & Compton), "Sicilia templare" (Newton & Compton), "Misteri risolti e irrisolti" (Newton & Compton), "Storia delle carte da gioco" (Logart press), "Carte" (Fabbri – Rizzoli, dispense settimanali). E’ anche autore di pubblicazioni giuridiche relative alla responsabilità civile e penale.
Per la sua attività ha ricevuto numerosi riconoscimenti italiani e stranieri. E’ stato, tra l’altro, insignito del Premio "Telamone", prestigioso riconoscimento per la letteratura. Nel 2005, a Roma, ha ricevuto il premio internazionale "Anco Marzio per la Cultura" come riconoscimento del suo impegno nella divulgazione degli aspetti più interessanti della civiltà mediterranea.
Nel dicembre del 2005 è stato scelto da una giuria di giornalisti e scrittori del Mezzogiorno e delle isole per il "Premio giornalismo a Sud". Recentemente è stato insignito del premio "Ottagono letterario", conferitogli da una commissione formata da docenti ed esperti delle università del Mediterraneo.
Per notizie più dettagliate sulle sue opere, consultare il sito
www.salvatorespoto.it
Gli incontri sono spesso curiosi, a volte divertenti, e a volte suscitano un interesse così grande da diventare affascinanti.
Questo incontro potrebbe essere tutto questo, come lo è la materia di cui spesso scrive Salvatore Spoto, grande conoscitore di storia e antichi miti.
Inizio subito chiedendole come è nata questa passione per la storia. E’ stata contemporanea alla nascita della passione per la scrittura, o deriva da un approfondimento delle sue conoscenze e conseguenti interessi? O, meglio ancora, deriva da ciò che chiamiamo caso?
Da ragazzino restavo a fissare l’Etna, alle cui falde sono nato, che si specchiava nel mare Jonio. Il canto della risacca mi portava fuori dal tempo. Le immagini oniriche di Ulisse, Polifemo, Aci, Galatea ed altri personaggi del mito sfilavano davanti a me per ricordarmi che l’uomo di ieri è l’immagine di quello di oggi. Dopo il liceo, ho raggiunto i miei genitori in Emilia. C’è una piazza di Bologna, quella di Porta Ravegnana che mi ricordava la spiaggia con le due Torri. Come l’Etna, si specchiavano sul mare di gente, poliglotta e cosmopolita, in movimento come le onde del mare. Catania mi ha dato la fantasia. Bologna mi ha offerto il piacere dello studio. Così il sogno del mito è diventato culto per la storia.
Ad un catanese doc come lei, non è sembrato strano scrivere il primo libro a sfondo storico su Roma, in particolare su Ostia antica e i suoi misteri? Anche se in seguito si è poi rifatto e ha scritto anche della sua stupenda isola.
Uno dei miei libri su Roma, precisamente "Roma esoterica", inizia con la citazione di un poeta siceliota del V secolo a.C, Stesicoro. C’è un filo che unisce la Sicilia antica a Roma ed all’Europa. Ostia è importante: ci sono molti ricordi della mia isola: terme con raffigurazioni della Trinacria, culti siciliani come quello per Cerere. E poi la Sicilia, "granaio" di Roma, non vi mandava solo cereali ma anche culti "misterici", cioè riservati solo agli iniziati, giochi strani ed un po’ erotici, come quello del Kottabos che si praticava prima del convivio ed il gusto di scoprire l’imperscrutabile.
Quanto le è pesato trasferirsi a Roma, per quanto città di enorme fascino e cultura, e abbandonare la sua Catania con quei luoghi dove tutto è frizzante come l’acqua sessa e dove il mare è incantato? E quanto questo ha influito sulla sua scrittura?
Come ho detto prima, ho lasciato Catania in giovane età, anche se ho mantenuto un forte legame con la mia città e l’isola. E poi, trasferendomi a Roma, sono andato a vivere nel quartiere marinaro di questa città, Ostia. Amo il mare soprattutto d’inverno, quando è possibile passeggiare sulla spiaggia per sentire il canto della natura fatto di voci lontane e misteriose, portate dal vento che, accarezzandomi, mi permette di ascoltare voci lontane, di invisibili sirene e di oniriche ninfe. Per il resto, anche a Roma ho trovato un posticino dove è possibile bere "acqua sessa". E poi, fantasia e sentimento, miei amici di sempre, sono cittadini del mondo. E poi, mi piace sottolinearlo, sono un Marinaio, ho frequentato anche l’Accademia Navale. Mi piace lasciarmi cullare dall’eterna sinfonia della risacca che muore cantando sulla spiaggia. E’ la mia grande fonte di ispirazione e vorrei che lo fosse per tutti.
Scorrendo i titoli dei suoi libri ci si stupisce un poco di trovare in mezzo a pubblicazioni che sembrano più dotte, quel "Le carte da gioco, storia e mistero" con presentazione del mago Silvan. Ha trovato la scrittura di questo libro più divertente del solito?
Il compito è stato arduo perché non ho trovato nessuna bibliografia sull’argomento. Mi sono affidato a ricerche negli archivi storici che mi hanno dato risposte sorprendenti. Così è nato questo percorso, per la verità insolito,dell’uomo sulla strada della civiltà. Le carte, infatti, sono nate come strumento di cultura. Solo dopo il "sacco di Roma" sono state utilizzate per giocare e, nel Settecento, come strumenti per la divinazione. Queste cose ho scritto non solo nel libro a cui fa riferimento ma anche in una fortunata serie di dispense settimanali pubblicate da un grande editore milanese. Quanto a Salvan, poi, non è solo un mago ma anche un artista molto sensibile alla cultura.
Leggere di magia e antichi riti è molto affascinante e ritrovare antiche fiabe ci fa calare di nuovo nella profondità della nostra "anima bambina". E’ la stessa cosa per lei, quando fa le sue ricerche e poi scrive di questi argomenti?
E’ proprio così! Prima di scrivere di antichi misteri e favole del passato, mi piace balzare in groppa all’alato cavallo Pegaso per galoppare nelle praterie fiorite di sogni per cogliere i variopinti fiori delle fiabe che diventano storie.
Immagino che per uno scrittore, scrivere sia sempre divertimento, anche quando lo fa di mestiere, se non con "mestiere". E lei ha sempre scritto, come fosse spinto da un inesorabile destino. Pensa che scrittori si nasca, o come dicono alcuni, basta avere qualche nozione e una spolverata di grammatica, per quanto oggi la grammatica sembri un’optional, come per certe vetture lo è avere il navigatore satellitare?
Sostengo che uno scrittore deve essere portato a comunicare. E poi deve avere la capacità di sapere intingere la penna nell’inchiostro del sentimento, pensando non solo a se stesso ma soprattutto agli altri. Offrire momenti di buona lettura non è facile, provarci è sempre bello e stimolante. La miglior ricompensa? Il sorriso di un bimbo, la serenità di un uomo triste.
Che rapporti ha con gli altri scrittori siciliani, ora che vive a Roma? Quali tra questi ama leggere?
Mi ha colpito molto Giuseppe Bonaviri, un grande saggio. L’ho conosciuto in occasione di un recente premio letterario che ci è stato consegnato a Palermo. Per il resto, ero ragazzo quando ebbi modo di conoscere Ercole Patti e Vitaliano Brancati. E poi ricordo i racconti del figlio del portinaio della casa di Giovanni Verga. Così ho imparato a conoscerlo non solo come scrittore ma anche come uomo. La sua nobiltà? La esprimeva con la semplicità dell’anima.
un colloquio con Valerio Varesi
di Morena Fanti
E’ una sera d’estate e dentro la biblioteca fa molto caldo. L’aria è satura d’umidità ma non di tensione. L’argomento è il noir e la letteratura gialla in genere, ma la voce di Valerio Varesi è quanto di più tranquillizzante si possa immaginare. Ogni argomento, anche il più truce come un assassinio, è trattato da Varesi in modo tranquillo e rilassato, quasi elegante, con la serenità che viene dalla conoscenza della materia e dal suo carattere, così riservato e pacato.
La scrittura di Varesi rispecchia questo suo modo di fare, con una scelta di termini e di frasi non usuali al genere noir. Il romanzo poliziesco è spesso associato ad un linguaggio rude e scabro. La scrittura di Valerio Varesi, invece, è più ricca, quasi ricercata, anche se questo non è un termine perfetto, perché di ricercato Valerio non ha nulla. Penso che la sua scrittura sia, invece, molto spontanea, e credo che i termini da lui usati e le frasi che escono dalla sua penna, siano il modo particolare che lui ha di scrivere, siano cioè il suo stile, l’impronta che lo distingue subito dai colleghi scrittori dello stesso genere. Quello stile che è la voce personale di ogni scrittore e che ormai non si trova più tanto spesso.
So che lei ha lavorato anche come cronista di "nera". Doveva frequentare, perciò, la questura e i commissariati per avere le notizie di cronaca. Per scrivere buoni romanzi gialli è fondamentale la conoscenza delle dinamiche che circondano il crimine e le indagini?
Per la verità non ho frequentato tantissimo le questure perché di nera mi sono occupato solo a sprazzi. Però ne ho avuto sufficiente esperienza per poter conoscere i poliziotti e il loro modo d'agire. Credo che non sia fondamentale conoscere la vita della questura o della caserma per scrivere dei buoni gialli, ma è anche vero che ogni scrittore che si cimenti in questo genere di narrazioni deve essere verosimile e pertanto informarsi al riguardo. Altro discorso è quello del crimine. Io uso la cronaca in quanto emblematica del mondo d'oggi e quindi il crimine può essere un modo per leggere la realtà. Mi ispiro ai fatti di cronaca, quindi, ma solo a quelli che hanno una forte rappresentatività.
I romanzi del Commissario Soneri sono diventati una serie televisiva molto seguita dal pubblico. Per trasformare un romanzo in una fiction serve un buon, e a volte grande, lavoro di sceneggiatura. Se non partecipa personalmente alla sceneggiatura, le dispiace vedere altre persone che ‘mettono mano’ alla sua opera?
Sì, mi dispiace vedere manipolata la mia storia. Rispetto al lavoro dello scrittore, quello dello sceneggiatore è assai più ridotto. In fondo gli basta conoscere le tecniche di narrazione per immagini e tradurre una storia già fatta. Quello che però ho trovato pregevole nella produzione che mi ha riguardato è che i personaggi e le atmosfere da me inventate sono rimaste le stesse il che, variazioni a parte, ha mantenuto inalterati i contorni dei miei libri.
Questa è l’epoca di internet, dei siti web, dei blog. So che anche lei ha un blog molto seguito dai suoi lettori, ma mi sembra di capire che il mezzo internet non sia tra i suoi favoriti. E’ vero?
Internet è una delle più grandi invenzioni degli ultimi anni. Peccato che venga usato nel 95% dei casi per comunicare o porcherie o stupidaggini. I blog sono utili strumenti di discussione, ma vedo che anche lì, fra lettori di libri, quindi tra un pubblico culturalmente selezionato, si riproducono i meccanismi delle discussioni televisive con i provocatori, le liti, gli insulti, le cattiverie gratuite quasi si dovesse ricercare gli ascolti nella stessa maniera di una trasmissione Rai o Mediaset. C'è anche da dire che nascosti dietro una sigla (si chiamano nikname o avatar ecc) è più facile scatenare le cattiverie gratuite, i colpi mancini, le carognate... E queste ci sono, purtroppo.
Lei lavora alla redazione di Repubblica, perciò tutti i giorni è impegnato con la materia "scrittura". So che la sera o durante i giorni di ferie, lei si ritaglia degli spazi per poter scrivere. Come mai chi fa il ragioniere se può, evita di portare il lavoro a casa e gli scrittori, invece, hanno questo maledetto vizio di scrivere sempre e ovunque?
Credo perché il ragioniere quasi sempre tratta un lavoro che non lo coinvolge e a volte è alienante. Per questo, appena può, ne fugge. Lo scrittore invece deve sentire l'urgenza di scrivere e comunicare. Se non la sente, significa che non è uno scrittore. D'altro canto, pensandoci bene, chi è che dedicherebbe tante ore di tempo per costruire qualcosa che, nella stragrande maggioranza dei casi, ti frutta pochissimo in termini economici e ti può dare solo qualche sporadica soddisfazione? Solo chi ha una smisurata passione per la scrittura e per l'interiorità può farlo. Gli altri arriverebbero alla conclusione di ritenersi dei pazzi.
Il suo ultimo romanzo "Le imperfezioni" è molto diverso dalle storie in cui è protagonista il Commissario Soneri, infatti non è un romanzo giallo. Si può definire, forse, un romanzo d’introspezione, di ricerca interiore e di lotta tra diverse forme di pensiero e modi di essere. Una ricerca che deriva da una sua personale forma d’introspezione?
Le Imperfezioni è un romanzo di idee che ha l'ambizione di raccontare due tipologie umane. Una è quella che vive l'interiorità, che cerca le ragioni di vita dentro se stessi, che persegue il bello e la trascendenza di valori capaci di trasportarci in un mondo che non sia solo quello della materialità, delle cose. L'altra è la tipologia umana dedita al profitto e all'autorealizzazione attraverso le cose e il loro possesso prescindendo da un'etica. La tipologia oggi vincente. Il mondo delle idee contro quello delle cose, la qualità contro la quantità. Savani, il protagonista, contro il suo caporedattore Corbetta. Il tutto nella personale convinzione che il mondo non possa prescindere dalle idee che sono il patrimonio umano più prezioso. Se continuiamo a pensare solo alle cose non arriveremo che allo scontro e alla disperazione.
Pensa che per uno scrittore sia più interessante, e forse qualificante, spaziare da un genere all’altro, oppure crede che specializzandosi in un certo filone si possa produrre storie migliori? Uno scrittore è tale solo se riesce a scrivere cose diverse, piuttosto che se si limita ponendosi dei confini, seppur immaginari, oltre cui non andare con le sue storie?
Penso che le storie in qualche modo impongano lo schema narrativo col quale narrarle. Ci sono vicende che hanno bisogno di un'investigazione e quindi rientrano nel genere, mentre ce ne sono altre che suggeriscono modalità diverse. Io sono un fautore dell’eclettismo narrativo e quindi mi piace spaziare dal giallo al noir al romanzo d'introspezione. E' evidente che ne deve discendere anche una lingua differente a seconda di cosa si narra. Per queste ragioni penso che uno scrittore debba poter spaziare. Secondo me i grandi narratori sono quelli che riescono a miscelare bene le varie modalità del raccontare.
Penso ai nomi più noti di scrittori italiani di noir e mi viene spontaneo notare che sono tutti uomini. Forse il noir sembra un genere più adatto alla scrittura al maschile e le scrittrici prediligono altre storie? O è un problema di mercato?
E' comunque vero che, in generale, ci sono più scrittori che scrittrici. Nel noir forse la presenza maschile è più accentuata perché, per tradizione, è un ambito letterario nato al maschile. La sensibilità femminile ha portato molte narratrici a spostarsi sui temi più intimistico-sentimentali. L'esempio di Virginia Wolf ha fatto scuola e ha lasciato il segno tra le autrici di tutto il mondo. In questi ultimi tempi, tuttavia, si assiste a un riequilibrio. Autrici come la Bartlett, Ben Pastor, la Vargas o la Cornwell stanno ribaltando la situazione. Credo che sia solo questione di tempo.
Immagino che stia già lavorando ad un nuovo romanzo. Possiamo avere un’anteprima sulla storia, o su un personaggio? Sarà una nuova avventura del commissario Soneri o ha altri mondi interiori da mostrarci?
Sto lavorando all'editing del prossimo libro in uscita contemporanea con la seconda serie televisiva del commissario Soneri, sei puntate a partire da novembre fino a gennaio. Si tratterà di un poliziesco, ovviamente, che tenterà di sfruttare la popolarità del commissario televisivo per trainare quello di carta. Questa volta Soneri sarà alle prese col delitto di un'immigrata rumena uccisa e bruciata per essere poi gettata in una scarpata dell'Autosole. Si tratta di una vicenda che racconta la provincia forse nel modo più spietato che io abbia mai inscenato, tra ipocrisie, avidità, meschinerie, ansia di arricchimento. Non si salva nessuno: né i ricchi né i poveri, anche loro già corrosi dalla ringhiante corsa al benessere. E Soneri ha pure una crisi con la sua compagna. L'unico a emergere è un marchese decaduto e ridotto allo stato di barbone che tuttavia conserva la forza vitale di non rassegnarsi e di aiutare il prossimo.
Valerio Varesi è nato a Torino l'otto agosto 1959 da genitori parmensi. A tre anni è tornato nella città emiliana dov'è cresciuto e ha studiato. Si è laureato in filosofia all'università di Bologna con una tesi su Kierkegaard. Nel 1985 ha iniziato a scrivere su giornali e riviste pubblicando anche racconti in raccolte collettive. Dopo essere stato corrispondente da Parma per La Stampa e La Repubblica, nell'87 ha lavorato alla Gazzetta di Parma e nel '90 è passato alla redazione bolognese di La Repubblica. La prima pubblicazione è del '98, un romanzo giallo (Ultime notizie di una fuga ed. Mobydick) liberamente tratto dalla vicenda Carretta. Nel 2000 è uscito Bersaglio, l'oblio edito da Diabasis con il quale è stato finalista al festival del noir di Courmayeur e al premio Fedeli, organizzato a Bologna dal Siulp. Assieme a una decina di altri autori (tra i quali Macchiavelli, Manfredi, Barbolini e Pederiali), ha pubblicato Aelia Laelia Crispis (Diabasis), una raccolta di racconti ispirati a una misteriosa lapide bolognese. Nel 2002 è uscito Il cineclub del mistero edito da Passigli con la presentazione di Carlo Lucarelli. Sono Seguiti L'Affittacamere, Il Fiume delle nebbie, Le Ombre di Montelupo e A mani vuote (tutti per Frassinelli). Il commissario Soneri, protagonista dei romanzi di Varesi, con il volto di Luca Barbareschi è approdato in Tv nella serie di sceneggiati Nebbie e Delitti su Rai Due nel novembre 2005 (al fianco di Barbareschi c'era anche Natasha Stefanenko). Nel 2007 è uscito "Le imperfezioni", edito da Frassinelli, e un racconto nell'antologia "Crimini in provincia" (edito da Guanda) curata da Marco Vichi. Per altre notizie su Valerio Varesi consulta il suo sito.
La potenza dell’Ariete in una scrittura a più mani, sfonda la porta dell’individualità solitaria
un colloquio con Kai Zen
di Morena Fanti
Uno
dei mestieri più antichi del mondo, il narratore o cantastorie, poi diventato
scrittore, da sempre sinonimo di solitudine, introspezione e dialogo con se
stesso in un silenzio che dà vita a malinconie e turbamenti, ora diventa un
mestiere da vivere in sintonia con altre persone, un mestiere in cui il
confronto e la verifica continua con altre voci rende tutto più partecipato
e abbatte le barriere di solitudine e "melanconia", quella così
cara ai nostri poeti dei secoli scorsi.
Le nuove S.n.c. - Scrittura in nome collettivo – sono società che maneggiano parole, collettivi di autori che scrivono con modalità inconsuete, in un modo che prescinde dall’individualità e dell’orgoglio. L’ensemble narrativo Kai Zen, nato nel 2003 in internet, è un bell’esempio di questo modo di operare e creare.
Immergermi nel mondo Kai Zen è stata un’avventura totale, un rimando continuo tra progetti, capitoli, commenti e materiale che si accumulava sulla mia scrivania virtuale. Leggere il loro romanzo "La strategia dell’ariete" (edizioni Mondadori – Strade Blu), che ho opportunamente scaricato da internet, come è nella filosofia Kai Zen: dare a tutti la possibilità di leggere la loro opera e decidere in seguito di comprarla o meno, è navigare tra storie nella Storia e viaggiare tra epoche e paesi. Una lettura trascinante e affascinante, che fa dimenticare il mondo esterno e sa regalarti l’illusione di essere tu stesso parte della Storia narrata e di viverla con i protagonisti.
Un
romanzo storico collettivo a forte valenza politica, che ha richiesto 3 anni
di lavoro per le ricerche e la stesura, come si evince anche dalla corposa
bibliografia che si trova alla fine del volume. Una lettura che vi regalerà
nuovi mondi e
sensazioni.
Chi incontra il demone muore, chi non muore diventa schiavo, chi non diventa schiavo diffonderà il demone
: così recita il lancio di copertina del libro, e io che non voglio morire e ancor meno esser schiava, diffonderò il demone. Un demone chiamato Kai Zen e che possiede otto mani.Scrivere in gruppo ha modalità molto differenti dalla scrittura in singolo. Forse si arriva a creare una scrittura che è il risultato delle vostre quattro insieme, cioè una quinta scrittura che diventa la "scrittura Kai Zen". Questa idea non pregiudica poi che voi possiate in futuro ritornare alla vostra individualità di scrittori singoli?
Non lo crediamo affatto. Si possono benissimo affiancare le due cose senza farsene un problema (a parte che per la riduzione del tempo libero, ovviamente). Un’esperienza nuova di scrittura, collettiva o di altro tipo, è pur sempre un’esperienza, e come tale non può che giovare.
Internet ha certamente favorito la nascita del vostro gruppo e vi permette di lavorare insieme in tempo reale come foste alla stessa scrivania. Senza la rete i Kai Zen non esisterebbero?
Probabilmente no. Oppure le poste italiane sarebbero molto più ricche.
Dall’idea di Jorge Luis Borges, e del suo "libro totale", con struttura aperta e infinite alternanze di narrazione e voci narrative, sono nati i vostri romanzi totali, compreso quel "Ti chiamerò Russell" che vi ha fatto incontrare. Prima di questa esperienza, la scrittura era già parte della vostra vita o è stata un seguito dell’avventura?
La scrittura era già parte delle nostre vite. Ognuno di noi ha avuto il suo approccio a essa. Non avremmo partecipato al progetto "Ti Chiamerò Russell" altrimenti. Alcuni di noi avevano nel cassetto romanzi e racconti, altri sono approdati alla narrativa passando dalla poesia e dalla stesura di testi di canzoni, senza considerare ovviamente che siamo tutti lettori più o meno forti.
Voi siete sempre in contatto con i vostri lettori, interagite con loro, vi confrontate continuamente. Forse questo è un nuovo modo di accostarsi ai lettori, un modo globale, come lo è l’informazione e la cultura che voi desiderate?
Sei arrivata esattamente al punto. Globale. Adoriamo il globale. Siamo nell’epoca del globale, no? Il mondo è una sfera neanche troppo grande. Ci interessa tutto, dagli aborigeni dell’australia agli emarginati dei sobborghi di Glasgow. E vogliamo interagire con tutto e tutti, per quanto possibile. È proprio una strategia, come hai intuito. Che ci farà impazzire un giorno, con ogni probabilità, ma per il momento ci diverte.
Nel vostro collettivo, come anche in altri già esistenti, i componenti sono tutti al maschile. E’ una scelta, un caso, o un’esigenza?
Un puro caso. Quando abbiamo iniziato non c’erano donne in giro. Anche se in effetti alcuni di noi, conoscendolo solo via mail, pensavano che Jadel fosse un nome femminile. La delusione, una volta visto Jadel dal vivo, è stata tremenda... Esistono anche scrittori collettivi in parte al femminile. Tra quelli pubblicati o in via di pubblicazione ci sovvengono su due piedi Blitris, Ippolita, Sal Cappalonga e se vogliamo Micheal Gregorio. Nel corso degli esperimenti del romanzo totale poi si sono formati almeno due gruppi di scrittori "misti" come Emerson Krott o l’Impresa Edile Dispaccio che per due terzi è al femminile.
Prima di essere Kai Zen, ognuno di voi aveva autori amati e teneva i loro libri sul comodino. Che effetto vi fa sapere che gli autori che ammirate, ora hanno i Kai Zen sul comodino?
Come fai a sapere che Camus e Cioran hanno il nostro libro sul loro comodino nell’aldilà? ... L’effetto in realtà è bizzarro. C’è da dire anche che molti autori che ammiriamo sono diventati, nel corso del tempo, amici e questo ha reso molto più naturale il pensiero che possano leggere le nostre cose come noi le loro. La situazione attuale del panorama letterario/narrativo italiano è davvero particolare. Molti scrittori comunicano, si scambiano consigli e punti di vista sui rispettivi lavori senza problemi o invidia. Nel corso degli ultimi anni si è venuta a creare una specie di rete, per fortuna non ufficiale, né istituzionalizzata, attraverso cui chi scrive (ma anche chi legge) è in contatto con vari autori o può venire in contatto con essi senza problemi. Sembra si sia compreso che la cosa importante sia la storia, non chi la scrive. L’autore in questo modo ha perso l’aura che lo rendeva una figura eterea a cavallo tra la stella del cinema e l’intellettuale dei tempi passati.
State già progettando un nuovo romanzo? Pensate che la vostra scrittura rimarrà legata a romanzi come "La strategia dell’Ariete", in un certo senso più adattabili a una scrittura collettiva, perché così ricchi di personaggi, situazioni, epoche diverse, oppure tenterete anche altri "generi" letterari?
Siamo già al lavoro su un nuovo romanzo, che però avrà una struttura diversa dalla Strategia dell’Ariete, più lineare. Certo, il racconto ‘corale’ è ancora ciò che ci interessa, e le atmosfere saranno sempre tese e cattive, ma questa volta esploreremo altri lidi e come al solito mischieremo il tutto fino a quando non saremo soddisfatti. Ci piace giocare con i generi, con i cliché e con gli stereotipi, come ci piace indagare l’animo umano, e questo sarà un tratto comune del nuovo lavoro come lo sarà l’aspetto avventuroso, anche se forse sposteremo l’ago della bilancia dal New Weird al Thriller. A fare da collante alle vicende saranno probabilmente gli stessi tre concetti che ci hanno ossessionato nella stesura del primo romanzo: storia, destino e conflitto.
E, infine, cosa significa per voi essere Kai Zen?
Guglielmo: Significa andare in giro a dire che faccio parte di una band. Fa molto figo fino a quando la gente non capisce che facciamo libri e non dischi. Significa sentirsi parte di qualcosa che funziona e che è pure divertente. Significa una specie di famiglia di squinternati che parlano in continuazione di cose che non esistono litigando come matti. Insomma, è uno spasso.
Aldo: Vuoi dire cosa significa essere la colonna portante dei Kai Zen? In effetti è una bella responsabilità… scherzi a parte, è stato per me il modo per avvicinarmi a tanti mondi che ritenevo lontani dal mio gusto e dal mio immaginario e che invece mi interessano sempre di più. Un modo per crescere ancora (non fisicamente, purtroppo) e aggiungere conoscenza al mio piccolo bagaglio.
Jadel: Avere la possibilità di esagerare. Buttare nel calderone un’idea assurda e sentirsi dire si può fare, da dove cominciamo? Se ci ripenso mi sembra ancora impossibile. Prova a immaginare la scena: Dunque c’è una sostanza misteriosa che in molti credono un "demone" che solca i millenni custodito da alcuni fanatici. Siamo nella Cina degli anni ‘20 e qualcuno sta cercando di venire in possesso del potere di questo "demone" che in qualche modo è arrivato in quelle lande. E se l’azione si spostasse poi nel Sudamerica degli anni ‘40 e nel deserto del Texas alla fine dei ’50? Sì, ma il tutto comincia nel 2500 a.C. in Egitto...
Bruno: Significa continuare a esplorare in ogni senso me stesso, gli altri, il mondo, far parte di un gioco sempre nuovo, significa non dover rispondere alla domanda: cosa fa di lavoro?? Faccio il tecnico video ma anche lo scrittore!!! Ce l’ho perfino scritto sulla carta d’identità se non ci credono...
Kai Zen è un ensemble narrativo nato nel 2003. Realizza progetti di scrittura collettiva come romanzi, racconti, articoli, recensioni musicali ed è formato da Jadel Andreetto, Bruno Fiorini, Guglielmo Pispisa e Aldo Soliani. I quattro, che vivono sparsi sul territorio italiano - Bolzano, Bologna, Messina, Milano - rappresentano stili di vita e immaginari differenti. Hanno ideato vari progetti di scrittura collettiva e curano alcuni siti internet: www.kaizenlab.it per i loro progetti, www.romanzototale.it in specifico per gli esperimenti di romanzo aperto alla partecipazione dei navigatori della rete, e il sito dedicato al libro "La strategia dell’ariete", partecipativo, con approfondimenti, curiosità, parti tagliate ecc. aperto in concomitanza con l'uscita in libreria del volume.
Hanno pubblicato nel 2005 'Spauracchi' e 'La Potenza di Eymerich' (in collaborazione con Valerio Evangelisti). Da solista Guglielmo Pispisa ha pubblicato il romanzo 'Città Perfetta' (Einaudi 2005). 'La strategia dell’Ariete' è il loro primo romanzo.
Tutto il materiale prodotto dai Kai Zen viene pubblicato e diffuso in COPYLEFT , cioè liberamente scaricabile da internet e disponibile per uso non commerciale da parte degli utenti, con licenza creative commons.
Quando un velo di Cipria rivela la bellezza della Verità
un colloquio con Mariolina La Monica
di Morena Fanti
"Cipria"
non è un libro da leggere, è un libro in cui vivere.
Leggendolo ti senti parte integrante del racconto. Entri in sintonia con la protagonista e le sue emozioni, condividi con Matilde e la famiglia Panara una parte della loro vita, passando tra cambiamenti ed eventi dolorosi, in atmosfere così intense da racchiuderti in loro. Dimentichi che stai leggendo ed entri in quell’angolo di mondo a Castagneto Mare.
L’autrice scrive con parole spesso essenziali, ponendo l’accento su ciò che di più autentico c’è nelle storie vissute con amore e dolore: l’intimità dei sentimenti veri, quelli che non hanno bisogno di artifici per farsi comprendere da tutti.
Scorrendo gli eventi narrati nelle pagine di "Cipria" (Edizioni Il Filo) si sente sempre più vicinanza e intimità con la protagonista Matilde e la storia è così forte e intensa, pur essendo scritta in modo naturale, da farti pensare di conoscerla davvero. La immagini insieme a Mario, l’amore di sempre, nel passare degli anni e delle vicende.
Il loro è un amore tragico che passa attraverso gli anni e rimane immutato nella sua profondità, come a significare che i sogni giovanili, quelli coperti da quel velo di cipria fornito dalle illusioni proprie dell’età acerba, si possono mantenere sempre vivi dentro l’anima.
Questo
suo romanzo è uno squarcio su un tipo di vita che ora non esiste quasi
più. Leggendo "Cipria" tutti noi possiamo ritrovare un
sapore o un odore della nostra infanzia. Scrivendo della famiglia Panara ha
provato le stesse sensazioni? Come un immergersi in una vita non più
possibile?
Sicuramente, scrivendo "Cipria", mi sono catapultata in una dimensione trascorsa consapevole che una parte di essa era molto amata e un’altra contestata. Tuttavia, non ho rinunciato all’idea che certi valori e sentimenti forti di una volta fossero ancora oggi possibili. Per questo ho provato a metterli in rilievo opponendomi a quel tipo di progresso che ha fatto perdere le basi del discrimine tra bellezza e bruttezza dell’essere e della realtà che lo circonda.
Per questa sua scrittura, a tratti quasi scarna senza lirismi superflui, si è ispirata ai grandi Maestri del Verismo, come Verga e De Roberto?
In realtà, non mi sono volutamente ispirata a nessuno dei due. Nondimeno credo che, inevitabilmente, lo stile di qualsiasi scrittore si possa infine paragonare ad un ordito realizzato con fili che, pure inconsciamente, ha tratto da più parti.
Lei dà grande risalto alla psicologia dei suoi personaggi, mostrandone pensieri intimi e i comportamenti che ne derivano. Questa sua capacità nasce da uno sguardo speciale che lei ha e che rivolge verso le altre persone, e forse anche verso se stessa?
Lei non è la prima persona che mi fa notare questo aspetto.
In verità, se di sguardo speciale vogliamo parlare, esso fa talmente parte di me che quasi non me ne rendo conto. Comunque, devo ammettere che esiste e che esso proviene dalla mia voglia di cercare e trovare l’uomo, dall’abitudine, quasi maniacale, di mettere un tassello dietro l’altro. Inoltre, io parto dalla poesia, ovverosia da una sorta di isolotto di contemplatività interiore, in cui si è quasi costretti ad analizzare se stessi e, di conseguenza, il mondo.
La scrittura richiede sempre passione e inoltre richiede metodo e coraggio. Quanto c’è in lei di queste cose quando si siede a scrivere?
A volte, le tre componenti si fondono in una comunione ideale e vanno in sincronia, mentre, in altre, mi risulta necessario limare o inserire e quindi attenermi al metodo. Ad ogni modo, la componente che da me è più fortemente avvertita, quella che mi dà la spinta, è la passione.
Dopo l’esperienza di "Cipria" pensa di proseguire e scrivere un altro romanzo che tratti gli stessi temi, o ha altri progetti?
Quanto prima, dovrebbe uscire un numero monografico a me dedicato della rivista "Spiritualità e Letteratura" diretta dal professore Tommaso Romano, su cui andrà una raccolta di dieci racconti il cui titolo (per il momento provvisorio) penso che sarà "Ventaglio in Verticale". Inoltre io non riesco mai a stare a lungo senza scrivere qualcosa, poiché la scrittura, sia in versi che in prosa, è per me diventata un’esigenza vitale. Per quanto riguarda un nuovo romanzo, invece, anche se per il momento ho diverse idee che se ne stanno in una sorta di sottofondo, dal quale, di tanto in tanto, mi mandano bolle in superficie, non amo programmare, perché so che, per prima cosa, ho bisogno di ricreare la condizione di isolamento ideale che, per adesso e per diversi motivi, si è in parte disperso.
Tuttavia, ciò che so per certo e che, a prescindere dal contesto sociale in cui si svilupperà la nuova storia, continuerò, inseguendo l’umanità di ognuno.
Leggendo il suo romanzo ho pensato che la sua sia una scrittura vera, una scrittura che indossa le scarpe di tutti i giorni e scende in strada tra la gente comune e i loro drammi. Quanto si sente a suo agio in questa definizione?
Molto, perché questo è per me un magnifico complimento. Difatti, pur avendo coscienza dei limiti che caratterizzano l’individuo, io non riesco a non amare la gente, a vedere, nei loro, i miei difetti e -perché no- a volte le mie reazioni. Per di più, penso che il quotidiano ci ponga dinanzi a volti ormai così consueti che, troppo spesso, sono da noi osservati di sfuggita e senza considerare per nulla le loro storie all’apparenza banali. Volti e storie che, tuttavia, sono convinta nascondano drammi, insoddisfazioni, passioni, momenti di gaudio e di morte, spesso, inenarrabili al punto, che solamente un occhio attento può rivelarli, facendo emergere o quella sorta di grumo interiore dato dal silenzio, o l’infinito in loro.
Mariolina La Monica è nata a Casteldaccia (PA) l’8 settembre del 1951 e lì risiede tuttora con buona parte della sua famiglia. Appassionata di letteratura, da ragazza ha aderito al gruppo teatrale paesano, scatenando in lei anche la passione per il teatro. Nel 1997 ha pubblicato la sua prima raccolta "Dall’ombra e dalla luce". A questa si sono accodate: la silloge "Specchio tra le onde" nel 2001, il poemetto "Il figlio dell’aquila" nel 2004, la nuova raccolta "Io, canzone di vento e di metallo" nel 2005, e infine la sua prima opera in prosa, il romanzo "Cipria" Alcuni suoi racconti sono presenti in riviste e antologie ed ha partecipato ad alcuni concorsi letterari ottenendo significativi riconoscimenti.
Quando il Diavolo ci mette le mani Camaiore diventa emozione e il "noir" assume i contorni sfumati e misteriosi della "bassa"
un colloquio con Paolo Roversi
di Morena Fanti
Paolo
Roversi, pur essendo anagraficamente uno ‘scrittore giovane’, ha al suo
attivo già diversi libri pubblicati. La critica lo definisce da sempre uno dei
migliori scrittori emergenti nel panorama nazionale e ora ne abbiamo ulteriore
conferma: Roversi, con il suo romanzo "La
mano sinistra del diavolo" (Mursia), ha appena vinto il IV Premio
Camaiore di letteratura gialla. Scrittore eclettico, dalla penna facile e
dalla vena inesauribile, è capace di passare dal saggio al romanzo noir, al
giornalismo, all'informatica. Roversi è anche grande appassionato di Bukowski,
cui ha dedicato già tre libri. E’ promotore d’iniziative molto
interessanti, come il "Nebbia Gialla
Suzzara Noir Festival", rassegna dedicata alla scrittura di gialli e di
noir. Sua è anche l’ideazione e redazione della rivista "Milano
Nera", un blog tematico in cui si scrive di letteratura di genere,
polizieschi & company, cioè il ‘lato oscuro della scrittura’, com’è
indicato nella testata del blog.
Incontrare uno scrittore nel momento in cui ha appena vinto un Premio è come pasteggiare con un buon Berlucchi: atmosfera frizzante e profumo d’allegria.
La
prima domanda che viene in mente è: cosa si prova a vincere un premio?
Oppure: ti aspettavi di vincere? Io, invece, ti chiedo: cosa significa
vincere un premio come il Camaiore? E’ un riconoscimento al lavoro
svolto e una prova della tua capacità di affascinare i lettori? E’ una
conferma di ciò in cui tu hai creduto e credi, o è uno stimolo?
Vincere è bellissimo, come ovvio. Nel mio caso è stato ancora più
gratificante perché non me lo aspettavo. Certo ci speravo, inutile negarlo,
ma sapevo che mi confrontavo con un "pezzo da 90" come Marcello
Fois e la partita era durissima. Detto questo, ritengo che il premio
Camaiore sia un riconoscimento certamente importante che gioverà alla mia
carriera di scrittore avvicinando, spero, nuovi lettori al mio lavoro.
Lavoro che, tuttavia, deve continuare come se niente fosse. Cerco di non
accontentarmi mai: mi sforzo di cercare sempre nuove storie e nuove idee,
spinto dalla ferma convizione che il prossimo libro che scriverò sarà il
romanzo più bello che avrò scritto.
In finale eri insieme a Katia Ferri e a Marcello Fois. Nella serata della premiazione siete stati protagonisti di un bellissimo dibattito-confronto sui temi dei vostri romanzi. Oltre all’emozione di quella serata così particolare, cosa pensi di queste occasioni di confronto con i tuoi colleghi?
Le storie a sfondo poliziesco hanno spesso una base di verità presa direttamente dalla cronaca nera. Quanto c'è di cronaca nei tuoi romanzi e quanto di invenzione?
Dipende. Molte idee le prendo dalla cronaca nera, che per i giallisti rimane la principale fonte d'ispirazione, altre invece sono di
pura fantasia. Faccio due esempi: in Blue Tango, il mio primo noir, racconto un episodio veramente accaduto e da lì parto per imbastire una storia. Ne La mano sinistra del diavolo, invece, l'episodio fondante della narrazione è pura inventio anche se non escludo che possa essere accaduto veramente qualcosa di simile.
Bukowski è uno dei tuoi scrittori preferiti. Tu stesso hai affermato che è stato grazie a lui che hai deciso di diventare scrittore. Cosa ti affascina maggiormente in lui?
La capacità di raccontare sempre la stessa storia in maniera originale, mai scontata ed intrigando il lettore. Aprendo uno qualsiasi dei suoi libri il lettore sa già cosa aspettarsi: sesso, alcool e corse di cavalli. Ciò nonostante la storia che leggerà non lo annoierà: solo un grande scrittore può riuscire in questo.
So che ti piace molto anche la scrittura di Scerbanenco. C'è un filo che lega uno dei padri del giallo made in italy a quello del grande dissacratore zio Buk?
Sono entrambi due grandissimi scrittori. Non li accomuna nulla se non il fatto di essere narratori di razza, ognuno con le proprie storie da raccontare. In maniera esemplare ed originale.
Ho letto nel tuo blog che hai tenuto un workshop di scrittura creativa, come ora sembra essere tanto di moda. Voglio farti una domanda provocatoria: non pensi che stia fiorendo un business esagerato attorno a questi corsi? In poche parole: non pensi che sia una maniera di alimentare i sogni di chi, in effetti, scrittore non diventerà mai?
Il rischio senza dubbio c'è. Per quanto mi riguarda io tengo dei workshop, otto ore in tutto, in cui si parla a trecentosessanta gradi di letteratura e scrittura. Un modo per far conoscere il mestiere dello scrittore più che per insegnarlo. Cerco di non creare illusioni ed esordisco sempre con un paragone, secondo me calzante, eccolo: "Andare ad un corso di scrittura creativa è come frequentare una scuola di musica. Vi può fornire gli strumenti ma non è affatto detto che fra di voi ci sia il nuovo Hendrix o un novello Mozart".
Il principale merito di questi corsi credo sia di stimolare la lettura. Molti arrivano ai miei workshop dicendo che loro non leggono niente perché hanno paura che potrebbe influenzare il loro stile... In realtà l'unico segreto per scrivere bene sta proprio qui: leggere molto e leggere di tutto.
Tu sei un esperto informatico. Oggi internet è diventato lo strumento di propaganda per eccellenza, forse più della televisione. Sei d'accordo, o pensi che questo mezzo abbia dei limiti?
Non sono d'accordo sul termine propaganda: su quello televisioni e media tradizionali sono ancora imbattibili. Internet sin dalla sua nascita, e ancora oggi anche se molte cose stanno cambiando, è principalmente un formidabile strumento d'informazione. Libero perché nessuno riesce a controllarlo o ad ingabbiarlo anche se, purtroppo, le ragioni economiche stanno cedendo alla censura. Uno dei maggiori motori di ricerca al mondo, ad esempio, pur di mettere le mani sull'immenso mercato cinese ha deciso di fornire agli internauti con gli occhi a mandorla risultati solo alle ricerche gradite al governo centrale...
Stai già lavorando al tuo prossimo libro? Puoi darci qualche anticipazione? I tuoi lettori ne sarebbero felici.
Paolo Roversi (Suzzara, 29 marzo 1975) è uno scrittore italiano e giornalista, vive a Milano.Sto ultimando il terzo romanzo con protagonista il mio personaggio simbolo, il giornalista-hacker Enrico Radeschi. Se in Blue Tango, Radeschi non usciva mai da Milano, e in La mano sinistra del diavolo faceva la spola fra la città ambrosiana e la Bassa, in questo terzo romanzo sarà protagonista di una vicenda che lo vedrà costretto a varcare i confini del nostro Paese.
Di più, per ora, non posso dire.
Mantovano di origine, nel 1999 si laurea in Storia contemporanea all'Università di Nizza-Sophia Antipolis con una tesi sull'occupazione italiana in Costa Azzurra durante la seconda guerra mondiale.
Studioso di Charles Bukowski, alla sua opera ha dedicato tre libri: la prima biografia italiana scritta con l'aiuto di Fernanda Pivano, un romanzo con protagonista proprio lo scrittore ed un libro di aforismi pubblicato nel 1997 nella collana Millelire.
Giallista,
è uno degli esponenti del cosiddetto noir metropolitano, ha pubblicato due
romanzi che hanno come protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi.
Ha scritto un libro-guida su Mantova e la sua gente, ed un volume umoristico
sulla professione dell'informatico.
Collabora con riviste e giornali letterari come Rolling Stone,Diario,Detective Magazine e Stilos.
È
fondatore e direttore della rassegna dedicata al giallo e al noir NebbiaGialla
Suzzara Noir Festival che si svolge ogni primo weekend di febbraio a Suzzara.
Dirige il portale MilanoNera il lato oscuro della scrittura, dedicato
interamente alla letteratura gialla.
Ha vinto la 4^ edizione del Premio Camaiore di Letteratura Gialla con il romanzo "La mano sinistra del diavolo". Con lo stesso titolo è finalista del Premio Fedeli 2007.
Virginia Foderaro e il racconto telematico
Internet è l'invenzione del secolo, ha rivoluzionato il mondo della comunicazione, se prima il monopolio apparteneva alle grandi testate giornalistiche, ora anche i piccoli autori hanno trovato un'alternativa per farsi conoscere. II mondo del virtuale è un oceano popolato da pesci multiformi che si muovono sconnessi alla ricerca di luce. Un universo parallelo al mondo della carta stampata, cui si contrappone, cerca spazio, visibilità altrimenti negata. Istituzione democratica per eccellenza, il web una pubblicazione non la nega a nessuno. Ci si immerge in un grande calderone dagli ingredienti più disparati. Ritrovarsi in un sito è una maniera per stare insieme tra persone che coltivano gli stessi interessi, questo vale sia per i siti letterari che per i siti porno. Una finestra che dalla nostra casa si apre sul mondo, riducendo le distanze, o annullandole, si apre alla globalizzazione e offre un piatto di minestra calda al viandante-scrittore, cui altri hanno sbattuto la porta in faccia. Ed ecco che milioni di persone, vittime dei rifiuti di editori oscurantisti, hanno trovato come tirare fuori i loro manoscritti dal cassetto, per proporli in questo palcoscenico futuristico, che permette connessioni all’infinito con lo scambio di link. Possiamo considerarlo un vero movimento artistico? Un esercito di pennaioli destinato a rivoluzionare il mondo della letteratura? O piuttosto un surrogato, un supporto che aiuta le nostre aspirazioni. Quasi tutti i grandi scrittori si sono costruiti il loro bel sito per comunicare con i propri lettori e annunciare le imminenti iniziative. Sicuramente il mondo del virtuale è un fenomeno in continua espansione, dagli sviluppi imprevedibili e incontenibili che merita grande attenzione. Ne parliamo con Virginia Foderaro, titolare del sito letterario "La scrittura creativa di Opposto".
Virginia, il tuo sito si occupa di poesia, narrativa, attualità, giornalismo, insomma tutto quello che possiamo considerare cultura. Come è nata l'idea di creare Opposto?
Opposto è nato dalla mia grande passione per la narrativa e per la poesia. Ero sempre in cerca di luoghi virtuali dove potermi sentire a mio agio e che potessero accogliere in modo "non selvaggio" i miei testi. Un giorno si è affacciata la possibilità di ragionare su un luogo-non luogo tutto mio e ho accolto la sfida. Inizialmente non sapevo neanche come muovermi. Mi sarebbe piaciuto fare qualcosa anche per gli altri, per ospitare i numerosi abitanti di questo fittissimo bosco. E sono partita. Sembra facile, oggi. All’inizio, subito dopo avere messo on line la mia creatura, mi sentivo come qualcuno che avesse aperto al pubblico un bel negozietto di soprammobili, tutto era lustro e al suo posto ma mancavano i frequentatori. Giorno dopo giorno, un po’ di passaparola, tanta passione, pari dedizione e oggi Opposto è diventato un ambiente accogliente dove poter esprimere i propri pensieri. Ha degli obiettivi, questo è evidente. Questi risiedono nel desiderio di dare visibilità al lavoro di tanti validi scrittori. L'occasione di Opposto, secondo me, sta nel coglierli nel loro momento migliore, quello in cui perseguono con convinzione l'avverarsi del sogno. E' l'attimo più entusiasmante. Credo che un'artista in genere, in ogni campo della creatività, dia il meglio di sé in quel preciso momento. Poi, in seguito, quando e se la vetta è raggiunta, si perde un certo incanto. Inoltre, in pochi mesi stiamo percependo una calda accoglienza, abbiamo realizzato piccolissimi passi per noi significativi e ci auguriamo che la costanza e il credere in questa missione ci assista, restituendo la meritata attenzione sia a noi che a chi si impegna insieme a noi a mantenere vitali queste pagine. Opposto sta per compiere un anno, è di maggio!
Adotti un criterio di selezione prima di pubblicare un testo?
Devo confessare con molta onestà che i frequentatori di Opposto sembrano nati con la penna in mano. Sono tutti molto capaci e il livello della loro scrittura è elevato. Ho rifiutato molti testi inizialmente. Quello che reputo fondamentale è la loro impostazione. Verifico se contengono errori di battitura o di ortografia, la punteggiatura e la felicità dei periodi. Tutte informazioni preziose che mi introducono velocemente nel mondo di chi si sta proponendo. Poi, ovviamente, passo al contenuto, alla coerenza del testo, alla poesia che riesce a suscitare dentro di me, o all'avversione, nel caso contrario. Alle volte basta una rapida occhiata per capire che quello scritto mi stregherà, altre neanche dopo tre o quattro riesami mi scopro colpita. Ma poi un testo, una volta inserito sulle pagine di Opposto, prenderà a vivere (o a morire) autonomamente.
Internet ha rivoluzionato il mondo della comunicazione e aperto nuovi scenari. Sei d'accordo?
Internet è un congegno mostruoso, in grado di trasformare la vita di un individuo. Da un lato mi spaventa e dall’altro gli sono grata, ovviamente. E’ entrato a fare parte delle nostre esistenze e ne ha modificato comportamenti e impulsi. Quello che il virtuale riesce a compiere ha risvolti ampissimi. Viviamo un momento delicato sotto questo profilo e dobbiamo essere tutti consapevoli dell’utilizzo di questo nuovo mezzo. Occorre moderazione per non confondere la realtà con la fantasia. I rapporti tra le persone del mondo reale tendono ad una chiusura e spesso si preferisce costruire una vita alternativa che sfida la perfezione all’interno della scatola magica. Basta infatti navigare su internet per imbattersi nella comunicazione di ogni tipo, da quella professionale a quella sentimentale. Ciò comporta necessariamente una profonda modifica sul nostro sentire. Persone che non si sono mai incontrate fisicamente sono in grado di farlo senza uscire neanche di casa, e possono parlare, scambiarsi emozioni, pensieri, desideri, sogni, magari innamorarsi. Tutto, però, a patto di mantenere la consapevolezza che la vita è quella qui fuori. Internet incarna il sogno e lo mantiene intatto. Quello che fa un sito di scrittura creativa è proprio questo: mette on line il sogno, con l’augurio che questo venga condiviso da più persone possibile e lo mantiene intatto. C’è chi accusa internet di dare asilo ai galeotti della carta stampata, i "respinti". Ma io credo che fra le due cose non vi sia una relazione così diretta. Sono due percorsi differenti, con risultati diversi. E’ evidente che chi ami scrivere voglia vedere pubblicate le proprie fatiche, ma un conto è internet e altro è un libro cartaceo. In internet, i siti di intrattenimento di questo tipo contengono anche il risvolto di condivisione di una certa passione, ci si mette insieme in una sorta di laboratorio creativo. Si confrontano in tempo reale le aspirazioni e le capacità. Si chiede, in un certo modo, un consenso e anche una critica, per migliorare. E chi pubblica i propri libri non dimentica la comunicazione via internet, differentemente si sentirebbe un eremita. Il confine è sottile, ma il terreno è diversissimo. E’ per questo che mi sento in dissenso con chi polemizza in questa direzione. Internet può essere contenitore di spazzatura, ma ospitare anche tante degnissime manifestazioni dell’ingegno e della creatività. Il libro è libro. E’ altro. Segue una logica tutta sua, immutata rispetto alla sua storia. Il libro non è per natura interattivo, né desidera diventarlo. Il libro comunica, insegna, parla, attende una risposta intima da parte di chi legge. E internet non può e non potrà sostituire mai questo rapporto privilegiato che la carta stampata intrattiene con il lettore, quel transfert emozionale, così privato e profondo. Ripeto, sono due mondi differenti da non confondere. Comunque molto può la comunicazione su internet per i testi della carta stampata. Aiuta a promuoverli, alimenta la loro diffusione. Oggi il libro senza internet avrebbe una voce più fioca. E gli scenari si sono moltiplicati, questo sì!
Parliamo del racconto telematico, l'idea originalissima del racconto a più mani nel sito. So che sta ottenendo grande successo. Ci vuoi spiegare di cosa si tratta nei dettagli?
Accennavo al fatto che internet possa favorire momenti di creatività degni di attenzione. E in questa direzione Opposto sta dimostrando a suo modo qualcosa di interessante. Abbiamo dato vita a diversi tentativi di interattività fra i lettori-scrittori, con ben due racconti scritti a più mani. Il primo si chiama "Il Faro" e il secondo non è stato ancora battezzato e si intitola provvisoriamente "Racconto telematico". Quest’ultimo è nato come gioco di intrattenimento del Forum di Opposto (http://opposto2.forumattivo.com) a testimonianza che la scrittura è confronto, è crescita, anche collettiva se occorre, e questo esercizio è soprattutto in grado di nutrire la creatività personale. Siamo partiti da tre parole prese a caso e abbiamo dato il via a un racconto che oggi sta portando il lettore su trame impreviste. C’è molta passione e sofferenza, si parla di rapporti umani falsati, di equilibri precari in piedi per caso; di uomini e di donne che non si comprendono tra loro, che non trovano la maniera adeguata per comunicare. Vi è un tentativo di inventare eventi in bilico tra vittime e carnefici, dando sfogo così al nostro intento di scrittori. Il racconto telematico, in questo caso sta costruendo un sogno, o forse un incubo…chissà. Ma vedremo dove ci porterà. Il titolo verrà dato solo alla fine. Voteremo il titolo migliore e questo verrà scelto collettivamente dai nostri lettori.
Quante persone vi collaborano attualmente?
Al momento siamo in 4, tre donne e un uomo. Abbiamo intrecciato una trama particolare. E’ il punto di vista di quattro personaggi. E ognuno dei nostri scrittori ha preso in mano il suo personaggio, facendolo esprimere in prima persona, in un mosaico ad incastro. Ambientato nella città di New York, il tempo della narrazione è al presente, tranne Vanessa, la quale sta ricostruendo i fatti accaduti vent’anni prima, mentre gli altri protagonisti si esprimono al tempo presente, perché è quello il loro tempo. Ma vi invito a leggerlo. Non si può raccontare un esperimento. Ha diritto di replica. Gli autori sono: Daniela Montella che scrive il personaggio di Amanda Medi, una giovane donna italiana, che vive a New York, sulle tracce di un amore che l’ha abbandonata. E’ arrabbiata con la vita e per questo è in rivolta. La scrittrice Velia Mei è Fanny, trentenne dolce e sensibile. E’ una pittrice, ama Sean Morris, il maschietto cattivo della compagnia. Sean è un seduttore, di mestiere è un artista, anche lui pittore, donnaiolo incallito. A tessere la tela di Sean è uno scrittore affermato. Ma non voglio togliere la sorpresa a chi sta leggendo, svelandone nome e cognome. Tra le altre cose, desidero ringraziare questo scrittore, che personalmente apprezzo molto, il quale ci sta sostenendo con il suo intervento nel creare una storia ricca di colpi di scena e di suspence. Grazie S.!
E in ultima, c’è la piccola Vanessa, piccola si fa per dire perché ha tutte le caratteristiche di chi sa il fatto suo. Ha vent’anni, ed è dotata di grande temperamento. Sono io ad occuparmene, narrando i ricordi della sua gioventù. Come dicevo, sono l’unica autrice ad utilizzare il tempo passato per un colpo di scena finale. Per ora andiamo avanti, navighiamo a vista.
Ci vuole una bella capacità per assemblare la scrittura di più persone, pensi che riuscirete ad arrivare fino in fondo?
Ti dicevo prima che gli scrittori di Opposto sembrano nati con la penna in mano. Non sembra che vi siano particolari difficoltà. E’ evidente che per ora stiamo mettendo insieme il materiale, in seguito dovremo limare, segare, incollare. Come conviene ad un vero e proprio laboratorio artigianale. Verrai a leggerci?
Certo, se non altro per conoscere questo scrittore affermato che ti sta collaborando. Deve essere un po' mattoide.
Salvo Zappulla
ultimo aggiornamento al 14/04/2008