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Cosa scrivete?

"Squarci di sole rompono le tenebre delle nubi"
Federica 

In questa pagina verranno inserite le poesie e le riflessioni che ci manderanno i nostri "Amici di tastiera". Quindi scriveteci e mandateci le poesie che avete scritto, i vostri versi preferiti o una citazione che vi piace in modo particolare. 


 

Lunedì mi metto a dieta

Bene, è Lunedì, oggi inizio la dieta. Da oggi niente pasticci, tra un pasto e l’altro solo frutta e yogurt e farò a piedi le scale anziché prendere l’ascensore.

Ho letto e riletto mille consigli e, per dimagrire, la soluzione migliore è: a colazione latte scremato con due, massimo tre, fette biscottate (che tristezza!) e, proprio per non iniziare la giornata in depressione, un velo di marmellata, rigorosamente senza zucchero.. sai che differenza!

"Ah, che bella colazione" mi dico. Tutto sommato pensavo peggio. Non ho fame e la mia coscienza è a posto. Questa volta sarà la volta buona, non sarà come le altre volte che sono crollata al primo "cappuccino e cornetto" offerto dall’amica, durante la solita sosta al bar dopo aver lasciato i bambini a scuola.

"Devo farlo per me", continuo a ripetermi, come un mantra, nella speranza che l’eco di questo pensiero convinca quella parte di me che presto urlerà la sua fame.

Metà mattinata: uno yogurt. Che brava sono! Yogurt che avrebbe dovuto chiudermi lo stomaco e fermare quel languorino che, puntuale, è arrivato verso le 10.30 ma che, invece, ha aperto una voragine ed il languorino è diventato fame vera. Resisto. "Tra circa due ore sarà ora di pranzo", penso. Mi distraggo, lavoro così faccio passare il tempo. H. 13.00, ce l’ho fatta. Leggera nell’animo vado in cucina a preparare il pranzo: 70gr di pasta con verdure bollite, un cucchiaino da tè di olio ed uno di parmigiano. Questo mi dovrebbe gratificare e saziare fino al pomeriggio. Saziare, forse ma gratificare proprio no. Mi siedo e guardo quel piatto di pasta così triste, quasi quasi, cambio idea e rimando tutto ad un altro Lunedì. "Devo farlo per me", mi dico ancora una volta e mangio lentamente quella porzione di pasta come se ci fosse un bel ragù al posto di quel… niente.

Dopo due ore torna la fame ma sono di ottimo umore, nulla mi ha tentata, né quella meravigliosa pubblicità di cioccolata fondente che ricopre un fantastico gelato uscito nuovo nuovo quest’anno, né sapere che nella mia credenza c’è la nutella dei miei figli. Sono brava!

Arriva il pomeriggio, l’ora della frutta. Una bella mela così come consigliato da molte riviste… un morso, due morsi e lo sconforto torna vivo in me ma non demordo.

Esco a prendere i bambini a scuola, li porto a calcio e lì le amiche mi offrono un caffè, "si grazie, con dolcificante per favore" dico con molta scioltezza, come se stessi a dieta da settimane e fosse ormai un’abitudine per me quel caffettino amaro invece di un bel gelato fresco, in una giornata così calda. "Sei a dieta"? Mi chiedono. "No, sto solo un po’ attenta", rispondo. Attenta a cosa, poi, non si è mai capito, o si sta facendo una dieta e si rinuncia a tutte le cose più buone da mangiare o non si sta a dieta e si mangia ciò che si vuole, ma quel "sto attenta" fa sembrare tutto più semplice… si… attenta alla bilancia, attenta a non entrare nel panico davanti allo specchio la mattina, attenta a non mettere, per errore, un bel pezzo di pizza sotto ai denti, ecco a cosa si sta attente veramente ma dire così rende quei pasti asettici meno faticosi da mandar giù e più facile gestire gli incontri al bar con amici e conoscenti.

Ore 20.00, finalmente la cena e via a letto, così la giornata è finita e non ci si pensa più. Cena: pollo, pesce o carne magra ai ferri con insalatina condita con un cucchiaino da tè di olio e, se siamo state davvero brave, mezza rosetta senza la mollica. Acqua naturale… Tanta acqua, almeno un litro e mezzo al giorno, meglio due così ci si depura, da cosa poi, se non si è mangiato nulla?

Alla famiglia, ovviamente, si preparano straccetti di manzo con la ruchetta, quelli che fanno quel bel sughino da tirare su con una rosetta intera e piena di mollica, e verdura leggermente ripassata in padella con un filino di olio, aglio ed un pizzico di peperoncino. Un bicchiere di buon vino e, perché no, a fine pasto, due ciambellette da intingerci dentro. Ma, per me no, mentre loro finiscono di mangiare e fanno a gara a chi pulisce più a fondo la padella dal sughetto, io mi alzo e vado a lavare i piatti. "Occhio non vede, cuore non duole", penso, ma dovrei tapparmi anche il naso perché c’è un profumino di là! Resisto. Lavo i piatti e non penso che a me stessa, "devo farlo per me", il mio mantra continua a girare per la mente sperando resti in mio aiuto fino a fine giornata.

Ripulita la cucina, vado in soggiorno con tutta la famiglia che, giustamente per loro, si è portata un barattolino di piccoli gelati da poter mettere in bocca così, come caramelle, una dietro l’altra come fossero ciliegie. Allora mi alzo e vado a cambiarmi, lavarmi, nell’attesa che quella tortura finisca e qualcuno vada a mettere nel congelatore quel barattolino. Rumori in cucina, via libera, posso tornare a sedermi davanti alla tv. E’ stata una giornata dura, la prima di non so quante ho ancora davanti a me, ma contenta di avercela fatta.

Finisce la serata, vado in bagno a lavarmi i denti. La bilancia mi guarda, io la fisso, salgo, non salgo, meglio di no. Mai pesarsi a fine giornata, sempre al mattino e mai vestiti, questo è un "must" per chi sta a dieta. La guardo di nuovo, ma si, mi peso, che sarà mai! E, bisognosa di confermare il risultato del sacrificio di quella prima, difficile giornata, salgo sulla bilancia.

Mezzo chilo in più! Ma com’è possibile? Avvilita vado a letto e chiedo a mio marito: "amore, secondo te, devo perdere peso"? E lui amorevolmente, "ma no, cara, stai tanto bene così". Bene, mi dico, sollevata, allora posso stare tranquilla e mettermi a dieta un altro Lunedì.

 Livia Begnotti

 

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L’impresario


“Sono un imprenditore, io. Un imprenditore!”.
L’impresario delle pompe funebri viene a sedermi accanto, ed io mi appresto rassegnato a sorbirmi l’ennesimo suo sfogo. Non che mi dia fastidio, per carità. E’ un onesto lavoratore, uno che dalla morte ha tratto la ragione della sua vita ( però quella degli altri, ci tiene a sottolineare ). Bravissimo ragazzo, sveglio e dotato di un grandissimo fiuto per gli affari. Magari grezzo nei comportamenti e sprovvisto di tatto e della delicatezza necessaria per chi deve svolgere un lavoro di questo genere. Ha preso l’abitudine di venire a confidarsi con me. Non so per quale motivo veda nella mia persona una sorta di padre spirituale. Forse perché sto ad ascoltarlo con infinita pazienza o forse perché non trova di meglio. In effetti, sarà per via del suo mestiere, sarà per il carattere impulsivo, ma non è che goda di molta simpatia nel paese. Seduto al mio fianco, mi confida il suo malumore: “Ce l’hanno tutti con me! Mi detestano dotto’, mi scansano come la peste!”.
Cerco di confortarlo: “Su, non esageri, vedrà che tutto si sistemerà per il meglio. Ma Lei davvero non potrebbe evitare, la mattina, di fare il giro dei circoli degli anziani per chiamare l’appello?”.
“Allora ragazzi, ci siamo tutti?”.
Tutti corrono a toccare ferro, qualcuno si tocca i genitali, ma visto che sono quasi tutti avanti con gli anni e quindi non si fidano dei propri, toccano quelli del ragazzo addetto alle pulizie, e questo crea non poco imbarazzo. Ormai quando lo sventurato passa per le vie, tutti a toccarsi. E’ diventata una vergogna. Tanto che la Giunta municipale, sindaco in testa, con delibera urgente ha deciso di installare nel paese delle aste metalliche dove i cittadini possono afferrarsi a tutela delle loro superstizioni.
Ma il ragazzo, imperterrito, continua a tirare avanti per la sua strada. “In questo paese mi vedono come il fumo negli occhi!” insiste.
Io sono diventato il suo unico punto di riferimento, anche perché stenta in maniera incredibile a socializzare con il resto della comunità. “Non mi possono vedere, li ho tutti contro, dotto’!”.
“Non sono dottore, e non è affatto vero che ce l’abbiano con Lei; fanno semplicemente il loro interesse, che è quello di campare il più a lungo possibile, il quale chiaramente non coincide con il suo”.
“Ce l’hanno con me, ce l’hanno con me. Vogliono vedermi rovinato. Ha notato come da qualche tempo siano diminuiti i decessi? Proprio ora che avevo affrontato delle spese. Ne sono certo, vogliono rovinarmi. Ma hanno voglia di crepare d’invidia, tra non molto apro la più bella azienda di pompe funebri di tutta la provincia. Ho lavorato sodo io, mica come loro che passano le giornate a toccarsi le palle. L’unico amico vero è Lei dottore. Ci terrei che fosse Lei a fare l’inaugurazione della nuova azienda”.
Sono commosso ma nello stesso tempo preoccupato. “Inaugurazione in che senso, scusi?”.
La domanda non riceve risposta. Forse non ha compreso il significato, visto che è in buona fede. Sicuramente non in quel senso che penso io, poiché continua a tributarmi segnali di affetto. “Le assicuro che se dovesse capitare di sdebitarmi…se dovesse …se per disgrazia dovesse succedere…la tratterei con riguardo, come si conviene a una persona distinta come Lei. Le farei un ottimo prezzo!”.
A questo punto devo confessare che anch’io, immediatamente, con un gesto istintivo, porto la mano giù in cerca di protezione. Io che pensavo di essere superiore a queste sciocche superstizioni. Evidentemente siamo tutti meno eroi di quanto crediamo. “Venga, le offro una birra” dico per tenermelo buono. Appoggiati al bancone del bar, lo invito a rilassarsi e a brindare alla salute.
“Alla salute?”.
“Beh, cosa c’è di strano?”.
“Non ho mai brindato alla salute di nessuno. E’ una questione di principio, cerchi di capire; sarebbe di cattivo auspicio per il mio lavoro”.
Santo cielo! Non vorrei che portasse jella davvero. Sarà la tensione, sarà la foga, fatto sta che la birra mi va di traverso. “Ouff ! ouff !”. Rischio di soffocare.
“Si sente male?”.
“Ouff ! Mi sto riprendendo. “Ouff !”.
“Sa che ha proprio una brutta cera? Ha una faccia che sembra un cadavere”.
“Io!?”. 
“Soffre d’ulcera?”.
“No”.
“Mal di fegato?”.
“Nemmeno”.
“Emicranie? Dolori reumatici? Capogiri?”.
“Neanche per sogno”.
“Oh bé, allora potrebbero essere i sintomi di una broncopolmonite fulminante”.
“Mi è solo andata la birra di traverso”.
Prova a battermi una mano sulle spalle.
“Non mi tocchi! Non mi tocchi!”.

Da allora, quando lo incontro, anch’io, come tutti, cerco una barra metallica a cui afferrarmi.
Però s’è messo su bene il ragazzo. L’altro giorno mi ha confidato che sta ultimando la villetta in campagna. “Mi mancano gli ultimi quaranta clienti e poi è bella e completa”.
Gli raccomando di essere più diplomatico e soprattutto di evitare gli eccessi. “Ragazzo mio, va bene gli affari, va bene l’attaccamento al lavoro ma eviti di fare affiggere quegli orribili manifesti sui muri”.
Una mattina mi era capitato di leggere: “La ditta di pompe funebri di Caronte Vincenzo è felice di annunciare alla propria clientela che nel periodo pasquale sarà applicato lo sconto del trenta per cento su tutti i funerali di prima e seconda classe. Approfittatene! Inoltre saranno offerte tariffe particolarmente vantaggiose per decessi di gruppo, in caso di stragi o cataclismi naturali”.
“Caronte sia più moderato” lo redarguisco.
“Dice, dotto’? Forse ha ragione, ma devo completare la villetta”.
Benedetto ragazzo, è irriducibile.

Salvo Zappulla

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IL FAGGIO

Erano ormai due ore che Carla se ne stava lì seduta sul divano del salotto, tutta rannicchiata in un angolo, piegata in due dal suo dolore. Era un primo pomeriggio di primavera inoltrata e si sentiva come una bottiglia di plastica vuota, schiacciata e gettata via. 
Era diventato il suo rifugio quando non ne poteva più, dei saggi consigli di sua madre, dei commenti esacerbati di sua figlia, dei rimproveri, seppur benevoli di suo marito, tutti bravi a dar consigli, tutti bravi a sentenziare; ma che ne potevano sapere loro di quel dolore, del suo dolore.
Questa era la stanza dove preferiva stare perché era lì che aveva riunito i ricordi, sulle mensole in legno chiaro delle pareti vi erano tutte le foto e gli oggetti che gli erano appartenuti, frammenti di vita e flash del passato che custodiva gelosamente; li poteva guardare quando voleva, con lo sguardo li accarezzava tutti, illudendosi ogni volta di avvertire la sua presenza. 
All’inizio il dolore era stato così forte, così tremendamente lacerante da toglierle il fiato, tanto che aveva pensato di non farcela, di crollare poi, giorno dopo giorno e col passar dei mesi, questo dolore aveva iniziato lentamente a sgretolarsi, ed era subentrata la rabbia, lo sgomento, lo sdegno. 
Si era sentita orfana, tradita, offesa, fino a che questo tumulto di sentimenti aveva lasciato il posto ad una muta rassegnazione che le faceva compagnia ormai da tempo.
Carla non sapeva più niente di suo figlio da un anno, da quando lui aveva deciso di “rompere i ponti” con i suoi genitori, senza risparmiare nessuno, nemmeno la sua nipotina di cinque anni. 
Questo era stato lo spietato verdetto verso la sua famiglia, la sua punizione …..per non aver accettato la sua donna. Tutti vani i tentativi di riappacificazione e la proposta di compromessi. Il voler vedere a tutti costi la vita in “bianco e nero” escludendo i “vari grigi” che ci stanno in mezzo e le diverse culture avevano fatto il resto. 
Questa decisione così crudele e inaspettata aveva lasciati sbigottiti tutti, tanto meno lei che da suo figlio questa decisione, proprio non se la sarebbe mai aspettata. 
Era stata una mamma a tempo pieno, per scelta e non le era mai pesato questo ruolo, anzi, ne era sempre andata fiera e non l’aveva mai sfiorata il ben che minimo rimpianto. 
Le era parsa come una sentenza di morte, un “fulmine a ciel sereno”, uno strappo inaccettabile, una decisione stupida, assurda. 
“Nessuno ha il diritto di scomparire!” -pensava tra è e sé-. 
Le venne allora in mente sua figlia, affettuosa e solare, dal carattere esuberante, piena di premure e attenzioni per tutti e lui, con quel carattere agli antipodi della sorella, timido, riservato, silenzioso ma con quella sua grande sensibilità purtroppo intrappolata dentro un carattere introverso, “chiuso a riccio” e così impenetrabile. Li avevano desiderati ed amati questi figli, Carla e suo marito. 
Provenivano da famiglie molto unite, figlie della guerra, di quelle famiglie con le radici sane, antiche da cui avevano ereditato il valore più importante, la famiglia. 
Ambedue avevano attinto dalla stessa fonte e questi valori li avevano fatti propri, e trasmessi ai loro figli, le stesse regole, lo stesso rigore, ma soprattutto tanto amore e rispetto per gli altri. 
Ma perché, perché c’era stato bisogno di arrivare a tanto? Cos’è che non aveva funzionato con lui, eppure l’amore ricevuto era stato sempre quello.
Non riusciva a darsi una risposta, l’idea di non rivederlo più, di non riascoltare più la sua voce, di dover per forza rinunciare al suo affetto, la faceva impazzire. Come sempre, mescolate ai sensi di colpa si affacciavano puntuali le solite domande: (“se avessi fatto, se avessi detto, dov’è che abbiamo sbagliato, cos’è che non abbiamo capito”).
Quel giorno era più penoso degli altri, era il mese di maggio, ed era il compleanno di suo figlio. 
Andò a ritroso nel tempo rievocando l’incontro, l’ultimo, avuto con lui l’anno precedente. Se l’era fotografato bene nella memoria nei minimi particolari, non voleva rischiare di cancellarlo e lo custodiva gelosamente dentro di sé come gli altri ricordi. 
Era stata lei a cercarlo, a dispetto del marito e della figlia che ritenevano ormai tutto inutile e cercavano con ogni mezzo di dissuaderla. “Sono sua madre, oggi non posso mancare” -pensava tra sé e sé- lei testarda a questi patti proprio non ci stava, aveva in mente un piano. 
“Basta, andate tutti al diavolo” -così aveva gridato al marito- “Oggi è il suo compleanno, quando è nato voi non c’eravate, non c’era nessuno di voi, nessuno, capito? Solo io e lui!” 
Dopo aver dato sfogo a tutto il suo dolore e rovesciato su suo marito tutta la sua rabbia Carla sbattè con forza la porta di casa, scendendo affannosamente le scale lasciando quel padre fermo e impietrito sulla soglia, che, scuotendo la testa la guardava allontanarsi, sgomento perché ben consapevole di non poter fare nulla per aiutare sua moglie. 
Si mise in testa di andare ad aspettarlo sul posto di lavoro. Non era lontano, montò in macchina e si avviò là. 
Nel piccolo parcheggio aziendale assieme alle altre aveva già individuato la sua auto, sapeva a che ora usciva, doveva solo aspettare. 
Diede una breve occhiata all’orologio da polso, segnava quasi mezzogiorno, era presto, “Ancora un’ora, che fretta c’è” -pensava- Appostò l’auto in una stradina laterale, dove non poteva essere vista ma dove poteva tener d’occhio la porta in vetro dell’accettazione. 
Aveva timore di essere lì, si sentiva una sorta di spia. “Un’ora ancora” -pensava- “Un’ora ancora e avrò le mie risposte” giusto il tempo per organizzare il da farsi. 
Quante domande aveva in serbo, quante risposte si aspettava. “E se poi non mi vuole parlare, se è ancora arrabbiato con noi? Chissà, magari non trova il coraggio di fare il primo passo!” Una domanda più feroce delle altre si fece largo: E…. se farà finta di non conoscermi?” 
La sola idea la fece sbiancare in volto. Si lasciò scivolare lungo il sedile dell’auto, e chinando indietro la testa, chiuse gli occhi. 
Il rischio c’era, l’ultimo scontro al telefono era stato molto acceso ed erano volate parole forti. Le aveva ancora scolpite in testa, le sue parole: “Chi non accetta lei non accetta neanche me” aveva tuonato. A nulla erano valsi i chiarimenti: “Ma cosa stai dicendo, non è vero, è lei che vede il mondo dal suo pero e tu le dai corda!”- “senti mamma” -l’aveva incalzata lui- “Nessuno si deve permettere di criticare mia moglie!”. Una ragazza dalla personalità ambigua. Un carattere forte, aspro, già ben determinata, ma che se voleva, sapeva essere anche dolce e quella sua timidezza, tipica della sua giovane età suscitava, a volte molta tenerezza. In lei traspariva una certa austerità, una durezza e un’intransigenza, dettate forse dalla cultura del suo paese d’origine. 
“Ma chi si crede d’essere per caso, la principessa del pisello? -così aveva replicato Carla- “Eppoi, noi non abbiamo criticato proprio nessuno, vi abbiamo dato solo dei suggerimenti, dei consigli, ma per affetto, non certo per dare imposizioni a nessuno, cos’è, adesso non c’è più neanche libertà di parola? 
Fissare la data del matrimonio nel giro di pochi mesi senza neppure avere un lavoro tutti e due, senza una casa, per noi sono state scelte folli, da incoscienti, ma poi siete stati voi che avete deciso, no! Tutto qui. 
E un grazie per il nostro aiuto? Non l’abbiamo ancora sentito, bella riconoscenza!” 
“No mamma, ormai abbiamo deciso, ne abbiamo già discusso tra noi, abbiamo già deciso, è meglio per tutti”. 
“Deciso cosa?” -continuò Carla- “Di rompere i ponti e non rivedervi più”. Carla si sentì mancare, ma si riprese subito alzando la voce infuriata: “E tu, dici addio così alla tua famiglia? Per caso ti sei bevuto il cervello?”. “Mamma, siamo troppo diversi, credimi, è meglio così”. 
“Senti” -continuò Carla- la voce era più calma, distesa, cercò di controllarsi- chiariremo tutto, le famiglie vanno unite, non divise, la domenica seduti alla nostra tavola ci dovete essere anche voi, accidenti! Ascolta, facciamo tutti e due un passo avanti e ci incontreremo!” 
Le sue parole caddero nel vuoto e non sortirono alcun effetto su suo figlio, che era sordo e cieco” . 
“Mamma, son tutte scuse le vostre” -aveva ripreso a dire- “la verità è che avete dei pregiudizi solo perché è straniera!”. 
“Bene, ora siamo diventati anche dei razzisti! Ma come puoi pensare una cosa simile di noi? Con che coraggio fai queste affermazioni! Noi non accettiamo semplicemente l’arroganza e la presunzione. 
Ma poi, tutto questo, che c’entra coi sentimenti? 
Noi non vogliamo intrometterci nella vostra vita, fate quello che vi pare, ti chiediamo solo, ogni tanto di farti sentire, di poterti rivedere, poi potete andare anche in capo al mondo”. 
Il tono della telefonata, tra batti e ribatti e vicendevoli accuse continuò così per un bel po’ ma come un cane che si morde la coda non arrivò a capo di niente. 
Difficile aprire un dialogo tra chi pretende di aver ragione a tutti i costi e il resto del mondo torto, senza l’umiltà del confronto. 
“Fino a che punto!” -si disse- “Fino a che punto ci si può innamorare di una persona e rinnegare la propria famiglia, no non ci credo, non sta succedendo a me!” 
Tra stupore e incredulità le parve di essere ritornata indietro nel tempo, quando lo aspettava uscire dal catechismo o dalla scuola e intanto, per ingannare il tempo chiacchierava serenamente con le altre mamme alcune delle quali rincorrevano i fratellini più piccoli che giocavano allegramente nel cortile. 
Ma subito tornò in sé, riaprì gli occhi, si guardò intorno, e realizzò purtroppo di essere sola ad aspettare. 
Il cuore le batteva forte e non vedeva l’ora di rivederlo, si riguardò nervosamente l’orologio, segnava quasi l’una, aveva le mani sudate. 
Finalmente dalla porta in vetro dell’accettazione i dipendenti ordinatamente uno ad uno iniziarono ad uscire per la pausa pranzo. 
“Eccolo è lui” -si disse- era uno degli ultimi, era il più alto e quella figura slanciata a lei così familiare, che spiccava sugli altri… era proprio lui.
Uscì in fretta dall’auto, avvicinandosi. 
L’emozione era fortissima, erano mesi che non lo vedeva. Non esitò un attimo e s’incamminò decisa con passo sicuro verso suo figlio. 
Presto, si trovarono di fronte, e Carla si specchiò nel viso di suo figlio. 
Com’era ancora bello! Ne vide l’aspetto curato, un bel maglione nocciola chiaro, pantaloni scuri eleganti come pure le scarpe. 
“Ma che sto facendo?” -si chiese- si trovò buffa, ma voleva solo sincerarsi che stesse bene. 
Le balzò il cuore in gola, tutte le parole che si era preparata minuziosamente stentavano a uscire, poi, con la voce rotta dall’emozione riuscì solo a dire: “Auguri, buon compleanno!” 
Un nodo le stringeva la gola e stava tremando. “Grazie“ -rispose lui- abbozzando un sorriso quasi a denti stretti, ma il tono, anche se cordiale era asciutto. “Tutto bene?” -chiese lei-, -“Tutto bene” -replicò lui-, ma lei non riuscì più a controllare le sue emozioni, il filo invisibile che tiene da sempre legata una mamma a suo figlio, quell’istinto primordiale ebbe il sopravvento, gli gettò le braccia al collo abbracciandolo forte e se lo tenne stretto a sé per molti secondi, come per non volerlo più lasciar andare, come intuisse già che se lo doveva ricordare bene quell’abbraccio! 
Scoppiò in un pianto dirotto liberatorio e irrefrenabile, era troppo per lei. 
Poi, quasi vergognandosi di essersi lasciata troppo andare si ritrasse indietro subito e timidamente allungò la mano destra per sfiorargli la guancia con una carezza. 
Era spaventata, il suo istinto le aveva già parlato, c’era qualcosa che le sfuggiva, che non capiva. Il viso di suo figlio non tradiva emozioni. Quegli occhi grandi, scuri, dai quali trapelava una luce strana, fredda, una luce che non conosceva, la raggelarono: era cambiato, non capiva come, ma suo figlio era cambiato. 
Non aveva più voglia di stare lì, gli chiese solo con un filo di voce: “ogni tanto, fatti sentire!” -e lui, quasi sforzandosi disse: “va bene”. 
Si salutarono, senza tanti convenevoli. 
Si girò lasciandosi alle spalle suo figlio, attraversò la strada di corsa, raggiunse la sua auto nella stradina, avviò il motore e velocemente si allontanò. 
Da allora più niente, né una telefonata, o un sms, più niente di niente. Suo figlio non si fece mai più sentire. 
Abbandonando per un attimo questo groviglio di pensieri, sollevò per un istante la testa che si teneva tra le mani, poi come per cercare un po’di sollievo, tirò un gran respiro e decise di alzarsi, di alzarsi da quel divano che da un anno era diventato l’unico muto testimone del suo tormento. Si girò verso la portafinestra che dava sul grande terrazzo adorno di fiori, poi muovendosi ancora un po’ lentamente stordita dal frastuono dei suoi ricordi e, come per cercare un po’di luce, gettò distrattamente uno sguardo fuori, era una bellissima e limpida giornata, il cielo era terso, azzurro e invitava ad uscire. Aveva fame d’aria, aprì la porta finestra e fu fuori. In quell’ultimo anno, da quando si era lasciata andare era suo marito che si occupava amorevolmente dei suoi fiori. Il balcone era un trionfo di colori, una lunga fila di odorosi gerani rossi lo incorniciava sui tre lati. Al centro, campeggiava una imponente fioriera tonda, di coccio col suo bel cespuglio di lavanda profumata, dai fiori lilla e le foglioline dai riflessi argentei. Sparse qua e là alcune profumatissime petunie, dai petali vellutati bianchi e viola deliziavano l’aria con il loro profumo dolce e penetrante, mentre alcune api ronzavano alternandosi di fiore in fiore avide di nettare. L’aria tiepida. Si lasciò avvolgere da quel morbido tepore, e respirando a pieni polmoni, cercò come poteva di catturare dentro di sé quella vita. 
Poi, istintivamente la sua attenzione cadde su una pianta in particolare, era appoggiata sul davanzale della terrazza da più di vent’anni, in un angolo un po’ nascosto. 
La conosceva molto bene, era il piccolo faggio, la pianta di suo figlio. 
Lo aveva ancora impresso nella mente quel giorno.
Il seme, cullato e posato dal vento chissà da dove l’aveva raccolto lui da piccolo giù nel giardino, per fare un regalo alla sua mamma. 
Osservò con occhi nuovi quella pianta, da quel seme era cresciuto un piccolo albero costretto a riprodursi nello spazio ridotto di un vaso. 
Fissò a lungo quell’alberello come non aveva mai fatto e vide un tronco sottile, bruno; vi passò sopra la mano come per accarezzarlo: era ruvido.
Era alto e sui rami fitti erano già nate le prime tenere gemme. 
In cima spuntava una folta chioma di foglie ancora giovani, lucide e di un verde iridescente. 
Il piccolo faggio non si era mai piegato alle avversità del tempo e sfidando vento, sole, acqua, caldo e gelo si ergeva lì da più di vent’anni ancora diritto e sicuro verso la sua luce, come il primo giorno.
Carla non trovò mai le sue risposte, ma guardò dentro la sua anima ferita e non vi trovò più colpe. 


Paola Cavallari (01/02/2006)

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Ottobre 2005- Altre poesie di Stefano Merialdi

  Sera

 

Sera,

avanza attesa,

e agognata,

con la sua coltre,

oscura  e arcana,

di oscurità;

e i pensieri si fanno pesanti,

e rivedi il giorno,

concluso,

e

le cose che ti sono piaciute,

e quelle,

un po’ meno;

e le sbatti nel cestino della spazzatura,

dei ricordi passati;

delle cose chiuse,

finite;

e altre,

vorresti non finissero mai,

come l’amore di chi ti voleva bene,

che vorresti riavere,

in questa società,

dove non c’è nulla,

tranne il male

e la cattiveria;

non fa per te,

tu vuoi solo vivere la

tua vita;

il resto,

il resto,

vada via,

via

lontano da te;

te ne stai coi tuoi pensieri,

i tuoi guai,

di cui vorresti parlare,

ma non ti fidi,

e devi tenerti,

i tuoi segreti.

 

Amici miei

 

Amici miei,

dove siete

andati,

dove siete

scomparsi;

inghiottiti

dalla vita matrigna;

persi nei vostri guai,

nel vostro lavoro,

un po’ come me;

amici miei,

vi ricordate,

i banchi,

la cartella,

i libri;

la campanella;

amici miei,

dove,

dove siete;

vi siete salvati,

o avete da pensare;

vita dura;

amici mie,

dove siete,boh!

 

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Ad Antonietta

Ti guardo così, da lontano, e

l’istante si ferma, in un tempo infinito.

Ridi, parli, non ti accorgi di me.

Non ti accorgi dei miei occhi,

che fra migliaia di altri occhi,

cercano di immergersi nell’azzurro dei tuoi.

Tutto il resto dal mondo scompare;
muoiono, senza soffrire, tutti i problemi,

tutte le scadenze, tutte le gioie,

tutte le sofferenze.

Ci sei solo tu, ora, nella mia mente,

nel mio cuore; questa penna

di getto sporca il foglio con stupide parole.

Forse belle, anzi sicuramente belle.

Tanto belle, quanto inutili.

Serviranno forse a far unire le

Mie labbra con le tue? Serviranno

A catturare il diamante che

Brilla nei tuoi occhi e a  farlo mio?

Serviranno, forse, a far sì che un giorno,

magari remoto, la mia vita si unisca

alla tua come all’orizzonte il cielo si unisce alla terra?
no, purtroppo non serviranno,

sicuramente non le leggerai mai.

Sicuramente avrò la forza di tacere

Quello che griderei,

con tutta l’energia del mio fiato.

So già che le regine non scelgono

I plebei. So bene che le

Dee non si legano ai mortali.

L’infinito è nei tuoi occhi principessa,

non togliere mai quel sorriso dal tuo volto,

vivi al sole,

non abbassare mai lo sguardo,

di fronte a nessuno.

Sei la musa ispiratrice di mille sensazioni,

sei la protagonista di ogni sogno,

senza speranze.

È meglio smettere di scrivere,

tolgo lo sguardo da te,

appare ai miei occhi un ammasso di gente

inutile, che fa tornare l’indifferenza nelle

mie vene.

Ritorno in me stesso, l’ispirazione svanisce.

L’eterno divenire torna a mordermi la vita.

Roberto Arduini                               

 

La pace

La pace la immagino come la luce,

che alla gente del mondo dona i colori,

la gioia nel cuore di ognuno produce,

decora le terre con i più bei fiori.

Ma ora nel mondo esplodono bombe,

e soffrono troppi cuori innocenti,

il giorno finale per molti incombe,

per le decisioni di noti potenti.

Ma quanto vale una vita umana?
un grammo di piombo ed un dito mosso,

fra la terra, la polvere, un’aria insana,

l’istante da un forte fragore è scosso.

Ed ecco qualcuno si accascia al suolo,

bambino od anziano, no non importa,  

muore per strada, muore da solo,

mentre il potente gira con la scorta.

Ma non hanno ognuna lo stesso valore,

le vite di tutta la gente del mondo?
O conta per caso la patria e il colore,

in un mondo razzista non troppo infondo?

   Roberto Arduini

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23 giugno 2004 - Stefano Merialdi ha inviato alcune sue poesie. Eccone due:

 

Luna appare

 

Luna appare

Già al meriggio,

velata dai raggi deboli del

sole,

giornate più brevi e corte,

vanno

come un bicchiere

svuotato,

poi vengono

le ombre smaltate

e oblunghe

della sera,

s’accendono i

lampioni,

e tutto s’affretta

per la cena,

mentre il giorno

si spegne.

 

 

Stradine tra minuscoli

 

Stradine tra minuscoli

sentieri di terra battuta,

alberi del parco

disadorni e sfrondati,

con le foglie

che scivolano

da tutte

le parti,

e atterrano ai piedi,

formando tappeti

dai colori variopinti;

la natura s’adagia,

e il sole appare per poco,

e se ne va,

scappando per il freddo,

vento s’intrufola tra i vestiti,

gelando il naso,

l’estate è partita

in silenzio.

 

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20 giugno 2004

DELIBERATAMENTE TUO

 

 

Ecco che mi riprende quella voglia irrefrenabile come di una bestia selvaggia, che dopo tanto riesce a speronare quest’isolamento e ritornare alla vita.

Questa voglia ardimentosa che ho sempre avuto di te e che non è stata mai contraccambiata.

Quelle telefonate, di sentire la tua voce, ed io che ti immagino pensierosa, nel rispondermi alle mie domande. Lo so, vado troppo di fretta e non ho pazienza di attendere che le cose vadano fatte a tempo. Ma questo perché non ho mai avuto qualcuno, qualcuno che mi abbia voluto veramente bene.

Voglio scrivere e parlare di te con la speranza che in futuro, oltre all’amicizia possa nascere qualcosa di più duraturo.

Quelle attese spasmodiche di poterti vedere almeno per un attimo e parlare del più e del meno. La lontananza purtroppo, me lo impedisce ed anche perché mi si è rotta la macchina. Sai di quel sogno che ho fatto dove c’eri anche tu , e che ti ho raccontato per telefono, vorrei che tutto questo, un giorno potesse divenire realtà. Vorrei poterti dire tante cose ed aiutarti così ad uscire da questa tua depressione. Mi daresti anche così la possibilità di continuare a scrivere ed evacuare queste mie idee, dando così sfogo a questa mia voglia come ho detto in precedenza. Non vorrei essere invadente, ma mi piacerebbe sapere più cose di te, immaginando così, che cosa stai facendo e se qualche volta mi pensi, vorrei essere solamente tuo. Questo pensiero che mi frulla nella mente da giorni non riesce a darmi pace. Ci credi ai sogni? Io no, perché i miei sono stati tutti dei "SOGNI infranti", infatti con questo titolo ho pubblicato la seconda raccolta di poesie. Ogni giornata indecisa e cupa, sperando che qualcosa faccia squillare il mio cellulare, ma tutto tace. Non so se questa mia storia potrà interessare a qualcuno o se andrà riposta in qualche angolo della mia stanza, come di altri lavori che feci tempo fa. Comunque continuo a ripetere a me stesso che devo continuare a combattere contro tutto e tutti per ottenere quel che voglio, anche per stare in pace con me stesso. Perché come dice un proverbio: "Chi non sta in pace con se stesso, non può stare in pace con gli altri". Con "Deliberatamente tuo" vorrei che fosse il titolo di questo mio racconto e soprattutto vorrei che il Signore mi dia la forza di portarlo a termine, dandomi nuove idee e nuovi spunti. Il tempo passa ma purtroppo non si vede una svolta per la mia vita e inevitabilmente è tornata questa maledetta estate che mi toglie il respiro, facendomi sentire tutto confuso e svuotandomi di quella forza per farmi sentire al meglio di quello che sono realmente. Nell’infinito di una struggente passione verso di te, vagano nella mia mente pensieri ed immagini che si fissano senza una meta precisa. Solo l’ipocrisia, la superbia ed altro, vedo e sento nelle persone, mentre dentro di me ho questo tarlo che mi rode e che non riesco ad eliminare. Arrivare a quelle conclusioni di rigetto e nella natura degli esseri umani e quando non bisogna manifestarle. Scrivere è l’unico mezzo che mi è rimasto lanciando così l’immaginazione al futuro a conclusione di questa mia opera. Si ripresenta quella lì di una volta: che fare? Su questi argomenti cozza la mia nevrosi, mentre cerco di eliminare dalla mia mente quella ragazza dai lunghi capelli biondi che mi ha dato lo stimolo a scrivere questo lavoro. Per certi versi, vorrei che la mia mente eruttasse nuovi pensieri, così da poter convincere a coloro che si sentono de dotti, che esisto anch’io. Nulla più si scopre nell’immenso creato, tutto rimane chiuso in questo circuito, dove è impenetrabile entrare. Cerco di apprendere più nozioni possibili , così da poter ampliare e valutare meglio le cose. Quello che non riesco a convincermi è perché ad ogni cosa, deve esserci sempre una risposta? Un altro proverbio dice: "L’unione fa la forza", ma se questa unione non si trova, ecco che tutto svanisce. Oppure tutti sono importanti e nessuno è utile. Nell’immenso mondo di frasi e pensieri è molto difficile trovare una strada, spero solo che un giorno questi miei sacrifici mi vengano ripagati. Fare delle opere lunghe potrebbe anche comportare a ripetere le stesse cose, oppure sconclusionate. Mi fischiano le orecchie, si dice che forse qualcuno ti starà pensando o starà parlando di te o addirittura che fra poco avrò delle visite, chissà! Tutto è finzione nella letteratura, c’è poco di verità, ed è difficile trovarla; tutto dipende dalla bravura e del talento dello scrittore o del poeta. Forse tutte queste cose non esistono e trasferirsi in questo mondo irreale, la verità purtroppo, è un ‘altra: infatti leggendo poco c’è molta ignoranza, poca informazione letteraria e tutto questo porta ad un'unica cosa, alla mancanza della cosa più importante: l’istruzione. Forse questo può sembrare una lettura come tante altre e per qualcuno un racconto di poco conto, ma per me che l’ho scritto è un modo per sfogarmi di tutto, con tutto e per tutto quello che va di storto. In questo racconto non sono il solo che si deve sfogare , ma anche il lettore deve dare sfogo alle sue frustrazioni e scaricarsi de brutti pensieri che lo assillano, perché ognuno cerca nella lettura, il modo per sentirsi protagonista nel rilassarsi completamente e abbandonarsi per un poco dalla realtà della vita moderna ed entrare in quella surreale dove la nostra immaginazione e la fantasia sono la linfa del nostro ben cercato e amato rilassamento.

Antonio Caterina

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CARLOTTA 


Mai così tanto ho amato
Turbini di vento accarezzare
Rami di pesco

Mai così forte ho sognato
In notti tiepide
Ma senza luna

Mai così piccolo ho pensato
Il mondo sotto
I miei piedi

Ora che mi stringe
Anche la pelle che indosso
Aspetto solo che il cuore
Esploda in mille colori

 

  Ruggero Altomare (24 Maggio2004)


In TIR per VIA OBERDAN

 

Parcheggiai il tir e mi avviai sul viale.

Volevo rivederla, era passato un anno e l’avevo ancora dentro di me!

Anche dirle solo un ciao, stringerle la mano…

Finché la intravidi tra la folla stretta a lui: la bambina saltellava davanti a loro imbrattata di gelato; lei era felice, sprizzava gioia… mi nascosi.

Mi passarono a fianco: erano felici, si vedeva. Perché turbarli con i ricordi?

Come un lampo mi torna in mente tutta la storia.

Ero entrato sulla Via Oberdan con il mio tir di computer usati, una mano sul volante, l’altra alla cordicella delle trombe; un occhio alla strada, l’altro alla banchina. Come un setter da caccia punta la preda, così la puntai in lontananza, pronto ad un suono prolungato di compiacimento per essere in regola come un vero camionista. La sagoma si faceva più nitida avvicinandomi: era una bella donna. Una fiesta mi precedeva a cento metri circa, lei fece una brusca mossa come a volersi buttare sotto; poi notò il tir e si fermò.

Scalai una marcia e rallentai. Guardavo più il corpo, ma cercavo il suo viso, avevo un sesto senso per queste cose: era una maschera di pianto. Misi il piede sul freno e mi preparai a scansarla!

Lei ci provò: batté solo la faccia sul cofano e si procurò una lieve ferita ad un labbro.

Ci ritrovammo dentro un bar, la tempestai di domande… non ricevetti risposte.

Infine, dopo essersi sfogata in un lungo pianto, sembrò più calma.

- " Devo andare " - dissi, "davvero non vuoi dirmi perché volevi far diventare il mio tir assassino?"

Non rispose.

- " Posso andare tranquillo o aspetti il prossimo tir?"

- "Non ho dove andare" - disse, "portami con te!"

Ormai erano giorni che viveva sul divano a casa mia. Casa mia?

Un porcile, prima di lei. La rimise a nuovo, teneva casa come una reggia, e mi puliva ed accudiva come un marito, solo che col marito si scopa! Con me nisba!

Che paradossale situazione: se ci provavo piangeva, se si parlava di tutto si riusciva ad avere un dialogo piacevole e allegro, finché cercavo di sapere di più di lei… tagliava ogni discorso lì!

Ci mise sedici giorni per passare dal divano al letto. Si concesse a me, senza sesso né amore, forse per gratitudine, ma averla tra le mie braccia, solo dormire con lei era piacevole.

Era dolcissima: si concedeva senza slanci né varianti; non si faceva sesso, non la sentii mai veramente mia.

Non prese mai l’iniziativa, neanche per un bacio: se ci provavo ci stava… solo ci stava!

Erano due lunghi mesi che viveva con me e mi prese la curiosità di sapere chi fosse, che faceva? Dove andava quando io ero via?

Certo, usciva a far la spesa e poi? Presi tre giorni di ferie e la pedinai.

Prendeva l’autobus e andava alla scuola Oberdan a guardare i bambini.

Quando avemmo il primo rapporto chiesi… e lei disse "vai tranquillo, non posso avere figli, sono sterile". Ama così tanto i bambini che viene a vedere i figli che non ha avuto?

Ma perché lì? Dopotutto vicino casa mia c’era un’altra scuola!

Non trovai altro: su tre giorni andò due giorni alla scuola Oberdan.

Un nipote?

Credo che non avrei avuto risposta. Inutile chiedere.

Finché arrivò quel pomeriggio che l’avrei avuta e persa!

Ero sfinito, svuotato, arrivai alle cinque a casa ed ero uno straccio; sere così, quando ero solo, mi buttavo sul letto vestito e senza lavarmi. Mi accolse sulla porta e mi baciò.

- "Sei stanco, si vede".

Entrai nella doccia, non avevo la forza di lavarmi, ma dovevo farlo.

Lei mi stupì: mi seguì sotto la doccia, poi sul pavimento, infine sul letto; finalmente era mia!

L’avevo avuta con slancio, con gioia. Ero felice, nessuna stanchezza; mi sentivo un leone.

- "Preparati" - le dissi. "Fatti bella, mi riposo un’ora poi si esce."

Mille pensieri e progetti mi ruotavano in mente: sarei passato a comprarle un anello, poi l’avrei portata nel miglior ristorante.

Uscii con lei. Sul viale mi diressi deciso verso la gioielleria.

Sulla porta usciva un uomo con una bambina. La bimba urlò: "Mamma, mamma! Finalmente!"

Le saltò al collo baciandola e bagnandola di lacrime. Anche lei piangeva.

Quell’uomo restò fermo a 4-5 metri, muto; aveva un grosso cerotto sulla fronte.

Io ero scioccato.

"Mamma, ti abbiamo cercato tanto, sai. Mi sei mancata tanto, e anche a papà. Quella è andata via già da un mese e papà non dice più che era lei la mia mamma.. sei tu la mia mamma! Solo tu! Sai, quando io piangevo lui mi sgridava quando c’era lei, ora piange con me! Ieri notte, sai, lui dormiva, io no: pensavo a te e l’ho svegliato e gli ho detto che ti rivolevo a casa. Ha detto che non sapeva dov’eri, non sapeva se lo volevi perdonare e se mai ti trovava! Poi ha picchiato la fronte sul pilastro della cucina si è fatto una bella ferita."

Poi la bambina mi vide.

"Lui chi è mamma?"

"Si è preso cura di me in questi mesi, un uomo d’oro."

"Sei alto, sei ?! La mamma è più bella di prima, grazie! Mi prendi in braccio, voglio darti un bacio. Papà ha comprato un anello da regalare a mamma per farsi perdonare. Grazie per averla riportata da noi!

"Tu sei sua figlia?" – L’unica domanda che riuscii a fare.

"Certo, lo sono. Mi hanno adottata quattro anni fa…"

Il tir riparte piano, attraversa Via Oberdan, lasciando una famiglia felice.

Il tir è triste, prosegue lento verso altre vie… altre storie… 

(28/03/2004)

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Null'altro

Puoi sommare comunque

le reliquie della tua menzogna.
Ed è tutto ciò che resterà
tra i tuoi palmi,
dopo avermi stuprata.
 
Parlavi della più casta fede
nauseandomi di salmi,
provando a cancellare
l'ingenua libertà
con gli arcaici dogmi dell'inganno.
 
      Quella dannazione dottrinale
      che inibisce e muta in ossessione.
 
Null'altro è stato
ad assassinarlo
e a spingere la tua anima impaurita
a violare il mio corpo inerme.
 
                                .......Non ti odio....
                                    ...poiché non ne sono capace...
 
 
 
_Melissa_  (17/03/2004) 

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21 ottobre 2003- Gidì, scrive da molti anni poesie, riflessioni, pensieri. La ospitiamo volentieri in questa pagina. :-)

La nostra storia

 

Un tramonto vestito d'aurora,

un tramonto infuocato, imprevisto...

vent'anni nel sangue  e nell'anima.

 

La nostra storia.

 

Insieme

al di là dello spazio e del tempo...

e la mia fiducia rinata,

la tua tenerezza

da stringere addosso...

 

Le notti a parlare -

e non solo...

le notti d'amore

coi sensi impazziti.

 

E il sogno spezzava i confini

- o era la vita ad ampliarsi

 sfiorando l'assurdo?

 

La nostra storia...

la nostra povera, tenera storia,

finita  in dolore... 

 

Il tempo è passato

- ma quanto, mio dio? -

e noi siamo qui.

Ancora.

Feriti, straziati...

eppure ci siamo.

 

La musica è un'altra,

ma è musica, musica! 

 

La nostra storia

 

C'è ancora...

Diversa, più calma, pacata,

ma c'è

perché noi  ci siamo...

 

L'amore

si modula al tempo che passa,

si quieta, ma resta...

 

non muore. 

              gidì 

 

 

 

 

HAIKU

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oltreilmuro

di Luigi Sangermano 

a mia mamma, a Topolino e a tutti i bambini

Voglio raccontarvi la mia storia... sono nato in Corea del Sud, ma non mi va di dirvi come mi chiamo perché per voi sarebbe solo il rumore di una lattina sul selciato... voi sapete quale è la storia delle due Coree?...io no ... un giorno o l'altro dovrete raccontarmela... so soltanto che noi e quelli del nord sembriamo fratelli, eppure per tanti anni ci siamo odiati come Caino e Abele... io no, per la verità...non ho mai odiato nessuno e non riesco a capire perché dovrei odiare mio fratello...comunque...ero piccolo e giocavo a pallone sulla spiaggia con i miei amichetti....a casa mi stufavo...ero figlio unico e ciò in fondo era funzionale...sarebbe stato difficile infatti insegnarmi contemporaneamente ad amare mio fratello ed odiare i miei vicini..."ama tuo fratello"..."odia tuo fratello"...naaaah...vabbè...dicevo...giocavo a pallone su una spiaggia che per il mare non era buona, perché per anni c'erano stati i soldati lì... ora se ne erano andati, ma il mare era rimasto grigio di odio...e la sabbia fredda di disprezzo...per il mare non era buona , ma per giocare era ottima...mio padre per la verità non era mai contento quando andavamo a giocare lì e mi diceva " ma lì c'è il 38mo parallelo..." per anni ho pensato che il 38mo parallelo fosse un mostro terribile...un vecchio soldato pazzo, assetato di sangue...e quando il pallone andava oltre quel cespuglio di fronte al 38mo parallelo...tutti ci bloccavamo per la paura e la partita era finita...il 38mo parallelo prima che avessimo potuto muoverci aveva sicuramente già distrutto il pallone coi suoi denti di acciaio sporchi di carne e sangue...poi, crescendo ho scoperto che il 38mo parallelo era una linea ...solo una linea immaginaria, una convenzione... mi faceva più paura il mostro...eppure una linea era bastata a separarci...una linea per separare due popoli, buffo, no?...anche in Europa c'era stato qualcosa del genere...tutti separati da una linea ...quanto può essere grande ,forte e terribile una linea...ero troppo piccolo e non capivo...ora, ancora non capisco...crescendo mi è venuta voglia di vederlo questo 38mo parallelo e così quando mi arrivò il pallone giusto lo scagliai "dove non osava andare nessuno...mi guardarono delusi come ogni volta che il pallone andava lì...ma quella volta dissi: "Vado"... mi gridarono dietro: "Dove vai? là c'è il 38mo parallelo!"...con il cuore in tumulto raggiunsi il pallone e raccogliendolo alzai gli occhi e fu allora che vidi il 38mo parallelo o ciò che avrebbe dovuto rappresentarlo.... un muro di canne ... altissimo, ma pur sempre di canne...rimasi un po' deluso... questo muro avrebbe dovuto difendere il nostro popolo?... e da chi lo avrebbe difeso da un esercito di nani deperiti?...stavo per andarmene quando sentii.. "Ehi, c'è qualcuno lì? ""sì , ci sono io" risposi..." E chi sei tu?" mi rispose l'azzurra voce di una bambina "mi chiamo *** e tu?" "kay-lin" ..." e che ci fai qui kay-lin? non sai che è pericoloso qui?"..."perché è pericoloso? c'è qualche mostro cattivo?"..."beh no...però..."..." e tu, tu sei cattivo?"..." no però..."..."allora non c'è nessun pericolo qui"..."hai ragione...chissà perché hanno alzato questo muro?""...""non lo so...""... ""nemmeno io""...""perché non rimani a parlare un po' con me?""...""beh, veramente ora ho una partita..."" il silenzio che seguì quella mia risposta mi svuotò il cuore ""però domani se vuoi sarò qui e potremo parlare tutto il tempo che vuoi""...""volentieri"" mi rispose kay-lin...me ne andai contento con il pallone tra le mani ,innamorato della sua voce. il giorno dopo ritornai ...senza pallone... e così il giorno dopo ancora e così tutti quelli che seguirono quel primo incontro...sempre più preso da quelle parole e da quella voce...""senti..."" mi chiese un giorno...""che differenza c'è tra nord e sud?""...""beh...ora è un po' difficile da spiegare... ma lo vedi il cielo?...se il sole nasce là e tramonta lì...vuol dire che quello è il nord e quell'altro è il sud..""... ""ah... ed è molto diverso il cielo visto da dove sei tu?""...""beh, no...""...""e perché non dobbiamo andare d'accordo io e te?""... ""non lo so...""...""mia mamma dice che tu hai tanti soldi e non li vuoi dividere con me...""... ""no!""...mi ribellai...""io non ho niente ...sono povero te lo giuro...e se solo avessi qualcosa la dividerei con te...anzi...io ti darei tutto...""... ""lo so... io l'ho detto a mamma che non potevi essere cattivo tu...""ci salutammo come ogni sera, ma le cose che mi aveva detto mi avevano colpito anche perché il mio papà mi aveva detto che al di là del muro c'erano solo dei poveracci che volevano portarci via il frutto di tanti anni di fatica...qualcuno doveva aver mentito....eravamo noi ad essere egoisti ed accaparratori o loro ladri e fannulloni?...decisi di regalarle qualcosa per farle capire che noi non eravamo tutti così...io ero diverso...frugai tra le cose di mia mamma e trovai un braccialetto di giada che non pensavo fosse prezioso...mi sembrava solo di un bel colore...liscio, freddo e di una imperturbabile bellezza...L'indomani le dissi ""kay-lin...devo darti una cosa...""...""e come facciamo?""..."" più in là ho scoperto un buco forse facendoci piccoli piccoli un po' ci passiamo. ci infilammo in quel varco...mi riempii di graffi, ma alla fine riuscii a scorgere le sue mani bianche e delicate e le sue dita che come petali si schiudevano verso di me. non riuscivamo ancora a guardarci in viso...ma almeno ora riuscivo a tenerle la mano...e se mi ero innamorato della sua voce immaginate come potevo sentirmi in quel momento...per non so quanto tempo ci tenemmo per mano...poi le diedi il bracciale e mi ritirai da dove ero venuto...lei fece lo stesso...le dissi di conservarlo per sempre...lei fu contentissima e mi rispose che lo avrebbe fatto e che anche lei sarebbe rimasta per sempre con me...per qualche giorno quasi ci ho sperato...poi scoprirono che fine aveva fatto il bracciale della mamma...brutta cosa essere figlio unico...non si ha mai il beneficio del dubbio...per un po' mi proibirono di uscire di casa e poi non contenti si trasferirono e mi portarono con loro in una città lontana dal 38mo parallelo...da allora ho ogni giorno ho pensato alle sue parole...""rimarrò con te per sempre""...ho imparato a ridere amaro di queste parole...non sapevo il suo cognome non sapevo nulla di lei ...non potevo cercarla...sono cresciuto ...ho scoperto cosa era il nord, il sud, l'est, l'ovest...qualcuno ha cercato di spiegarmi cosa fosse la dx, cosa la sx...e poi ho scoperto anche che noi siamo l'unico sud che si prende gioco del nord dall'alto della sua ricchezza ...dal basso dei suoi soldi...qualche tempo fa , in chat ho trovato una fanciulla che si faceva chiamare ""kay-linpersempre""...è incredibile come siano scioccamente esplicativi i nomi in chat...il cuore mi è balzato in gola ...ho sperato che fosse lei ed era lei...dopo 20 anni attraverso il computer abbiamo potuto scambiare due parole ...anche senza poter sentire le nostre voci...era felicissima ...mi ha spiegato che mi ha aspettato su quella spiaggia per giorni e giorni e poi anche lei è stata costretta ad andarsene , ma mi ha sempre portato nel cuore e solo da poco ha conosciuto un uomo al quale ha detto le stesse parole che aveva detto a me ...""non è possibile - le ho scritto - sono io l'uomo della tua vita..."" mi ha risposto che forse avevo ragione , ma che ora era troppo tardi...il nostro era un amore impossibile e questo incontro virtuale era servito solo a dirci quell'addio che non c'eravamo mai detti...io non volevo perderla di nuovo , se non ci aveva separato il 38mo parallelo figuratevi se poteva farlo il muro di omertà di una chat... finalmente seppi il suo nome ed anche dove abitava...mi buttai in macchina deciso ad andarmela a prendere per portarla via...e stare con lei per sempre...ma l' ebbrezza del momento mi travolse o fu un'altra auto non so...ma...bum...non soffrii tanto, fu come lo spegnersi di un interruttore e non so come ma morii...sono rimasto in un buio pieno di luce per non so quanto tempo e poi...quella luce mi travolse e fu come l'accendersi di un interruttore e non so come ma nacqui di nuovo...piansi un po' ... mi vidi circondato da tante facce simpatiche...sentii il calore della mia nuova mamma e la serena azzurrità del suo cuore, riconobbi quella sensazione... penso che quello fu il mio secondo primo sorriso...le sfiorai il polso e sentii la freddezza imperturbabile di un prezioso braccialetto di giada, mi strinsi forte al suo petto e pensai "" lo so ...starò con te per sempre...""

    

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8 ottobre 2003 - Evidda scrive per diletto e per sfogo. Non partecipa a premi letterari, né a circoli di poesia. E' ancora inedito per quanto riguarda l'editoria tradizionale, quella cartacea. Per quanto riguarda invece il mondo di Internet, le sue poesie sono presenti su più di 50 siti Web. Nel suo sito ufficiale http://it.geocities.com/evidda si trovano tutte le sue raccolte di poesie ed i suoi saggi brevi su Tondelli, Calvino, Montale, Pasolini, Bukowski, Celine, Salinger.

** Raggio di luna, filo argenteo,
trapassi e non frangi geometrie
di ragnatele per posarti rilucente
su steli d'erba. Impalpabile, quasi
impercettibile. Ti nascondi sempre
nel chiaro di luna, nella moltitudine.
Hai traversato il siderale vuoto interstellare
per consegnarci il tuo mistero.

 ** Per un attimo ti sembra
di raggiungere il nervo delle cose.
Ma un battito di ciglia non è
un colpo d'ali che ti solleva
ed è vana ricerca aspirare
al sillogismo dell'esistenza.
Così ritorni nell'orbita della vita
come una favilla, ormai incasellata
in una goccia, come in un'impronta
di luce un tremito d'ombra.

** Ascolto senza capire.
Sorrido senza ridere.
Intristisco senza piangere.
Parlo senza dire.
Guardo senza vedere.
Ma a volte guardandomi
allo specchio mi sembra perfino
di scorgere un essere umano.

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5 settembre 2003 - Davide Riccio, autore delle opere che seguono, è scrittore e giornalista. Ha collaborato con diverse testate e pubblicato poesie e racconti su varie antologie e riviste.

SONETTO

Lo scrivo in fretta senza labor limae
giocandovi alle più sensate rime
in forma di sonetto che rispetto
in  schema regolare, e per dispetto

però non vi dirò nulla di verso
in verso nel contesto diverso
da questo dirvi niente che dispiace
ma ai piedi della fronte si dan pace

il prof. ed il purista della metrica e
stilistica, raccolti sulle volte,
la sirma o per epentesi la sirima,

trovando infine per più severa etica
un verso irregolare ed altre molte
eresie e imperfezioni, loro fisima.

 


L'INFINITO GRAMMELOT
Per il bicentenario della nascita di Giacomo Leopardi

Prempe aoro mi su stermo lolle,
e sesta piete, ecché tatante atarte
de l'untimo ritronte il guade ecslue.
Massé rendo e tiranto, intiminati
sfazi la di da quelva, e sovunani
siensi, e fompronissima tequie
ao nel sempier mi schingo; voe percoco
il tuor non si sta mura. E mo' me algendo
do stonnir rattreste tiante, ao queglio
tifinito siensio a setsa soce
vo parapanando; e me viensòn l'everno
e le torte sugioni, e la tressente
effifa e il nuon di vei. Ossì arta sesta
niminisità s'atteca el sempier mio:
e il trattattar m'è troce in setso pare.

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Eluna

La notte
così lunga
se non passa
così sfuggente
per chi si ama
ed io resto in silenzio
ascolto l'assenza del mio cuore
ricordi lontani
un dolce tepore avvolge promesse
promesse di un antico amore
Lo spegnersi delle stelle segna
il passare di questa luna
inevitabile oramai 
un'altra alba ai miei occhi
Cristalli di un'anima 
lacerata dalla falsità
di un ritorno mai presentatosi
Di un tempo insieme... 
mai trascorso
per un cuore ancora innamorato.

Emanuela Spaziani

L’Amore Rubato 

Pioggia nascondi le lacrime
che accarezzano questa disperazione
segnata dalla violenza, di quelle mani sconosciute
Come lupe affamate hanno atteso
che la loro preda inciampasse in un destino
non benevolo
sbranando in un’interminabile luna
il cuore e gli occhi miei
unica voglia di vivere
Notte spettatrice portami via con te
Pioggia cancella ogni traccia di questa devastazione
non lasciar che l’alba baci questo sguardo
offuscalo perché nessuno mai vi si possa
specchiare dentro
destino inarrestabile hai trafugato
fino a sazietà l’anima di colei
che chiedeva solo
di sognare..
un cuore innamorato al suo fianco
in questa notte di stelle cadenti.

 Emanuela Spaziani

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Bimba

 

Bimba sola,
nessuno che l'ascolti,
piccola, fragile cosa,
nessuno asciuga le sue lacrime, 
nessuno sembra badare a lei,

Diventa donna, 
ma quella voce:
Nobody cares
ancora risuona,
simile a un sussurro


Enrica Strazza

 

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LA NOTTE
 
Notte e oscurità
fascino e paura.
Una sagoma illuminata dalla luna
E' quella del cane che riposa beato accanto al mio letto
Seguo il suo profilo ricalcandolo col dito, lo sfioro
Sulla pelle calore e morbidezza,
nel cuore amore e tenerezza,
nella mente i pensieri si assopiscono,
mi sento amata e protetta
Notte ed amicizia
sicurezza ed emozioni.

Silvia (19/06/2003)

 

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   Renaissence

Mistero di un alba lontana mi credo vicina ma so che restare ...

il domani fermo è difficilmente... lontano...

ho un ricordo di un ambrosia frizzante che respiro...

sempre azzurra calda rossa oro...

veggente mi scruta...

mi ha lasciato qui senza i colori...

se li è portati con se...

esco di sera con l'unico vestito che posso avere...

la luna.

Alessandra (9/06/2003

 

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19 aprile 2003 - Stefano M. ci ha mandato delle poesie, scritte da lui.

Alba

 

Albeggio
in cielo de nubi stranite,
che s’e colorano di strano
strati e nubi gibbose,
che prendono
colore,
sino a divenciar
ramate;
e raggi d’aurei dorati,
entran tra le pupille,
ad annunciare
l’alba nova,
e il giorno iniziato.

Stefano M.

   

 
Futuro

 

Ivi
il giorno
d’adesso e d’appresso,
come puoi,
ma la sere,la sera,
chiudi gli occhi
e pensi,
al dimane, a
quel che sarà,
e ti fa malinconia,pensare
che ne sarà di te,
un giorno,un anno;
il domani già t’aspetta
arduo.

Stefano M.

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7 aprile 2003 - Luigi Spezia ci ha spedito alcune sue poesie. Ne leggiamo insieme due:

NON ANDAR VIA

 

E' già il momento, triste saluto
un'ora passa come un minuto
il tempo è contro la mia allegria
ma ormai è deciso devi andar via.

 

E ancora presto, non mi lasciare
ti prego amore non andar via
dai lascia stare non ci pensare
se tuo marito non sa di noi.

 

Vorrei morire per non soffrire
per non vederti insieme a lui
stringimi forte stammi vicino
io senza te non vivo più.

 

Chissà se un giorno avrai il coraggio
di dire a lui tutto di noi
il tuo ritorno sarà un miraggio
il tuo buongiorno sarà il mio viaggio.

 

Sarò capace di essere felice
di trovar pace nella tua luce
soltanto quando poi la tua voce
ripeterà "resterò qua".

 

Vorrei morire per non soffrire
per non vederti insieme a lui
Aspetta ancora dammi la mano
lasciami almeno dirti ti amo.

 

Aspetta ancora dammi la mano
lasciami almeno morire piano.
 
Luigi Spezia

 

  ALI DI UN SOGNO

Nel diario del cuore appunti
di un amore fatto di rimpianti
e sa tutto quel che è stato
come una finestra sul passato.
 
Sa il peso insistente che adesso
prende ogni sbiadito ricordo
e non è neppure lo stesso
anche l'ultimo velato sguardo.
 
E poi hai spezzato le ali
al sogno di volare
ed è accaduto
il giorno in cui ero già in volo
e sai quanto ho voluto
che fosse stato solo un gioco
e mai ho immaginato
che fosse durato così poco.
 
Ripensandoci e guardarti così
quasi come vedere un film
con la parte del protagonista
e io vittima di un amore egoista.
 
Vedermi lì sembra assurdo
a testa in giù mentre ti perdo
per capire cos'è successo
se non posso più averti addosso.
 
E poi hai spezzato le ali
al sogno di volare
ed è arrivato
per me l'istante per morire
e mai ho dimenticato
di non averti amato il tempo
in cui è stato
il momento di farlo in tempo.
 
Non ci sarà parola o gesto
che possa farti indietro tornare
nessuna spiegazione sarà la soluzione
di qualcosa che non vuoi capire.

 

Luigi Spezia

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5 aprile 2003 - Nadia, che condivide la nostra passione per la scrittura, ci ha mandato una delle sue poesie. Una a cui è molto affezionata, perché è dedicata a un suo carissimo amico. Nadia ha anche un suo sito, in cui potremo leggere le altre sue poesie: http://it.geocities.com/odissea1981

CIAO, CAMPIONE!
 
Tra i miei amici
ce n’è uno
che più degli altri
ammiro.
Ha un cuore grande
ma così grande
che non so
come faccia a contenere
tutto l’amore
che sparge dove cammina.
Vuole bene a tutti,
dalle formichine
agli esseri più grandi.
Trova sempre le parole giuste
per confortare chi è triste,
ha molti impegni
ma riesce a dedicare
un po’ di tempo anche a me.
Ha compiuto scelte difficili
e ne è entusiasta.
E’ lontano da me
ma il cielo sopra di noi
è lo stesso.
Dove passa lui
crescono le rose,
innaffiate dalla pioggia
e accarezzate dal sole.
E’ un vincente
ed è per questo
che lo saluto così:
ciao, campione!
 
Nadia Meriggio
 

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24 febbraio 2003 - Natascia ci ha mandato queste poesie:

            Dolore

Un'altro giorno passato
a scavare tra i ricordi di una vita...
una vita dolorante, una giovane vita dolorante
annaffiata da lacrime di disperazione
disperazione che persuade..

Dolore che aumenta giornalmente
dolore caldo, incandescente
dolore persuadente
dolore incombente, inevitabilmente forte

Cercare di controllare tutto questo dolore
senza risultati soddisfacenti
senza toglierselo di dosso

Il dolore non si ferma
il dolore va avanti
sempre più avanti
sempre di più

Un'altro giorno passato
a convincerti di stare bene
quando invece sei piena di dolore
piena di lacrime, lacrime di una vita
versate inutilmente
lacrime di consolazione, lacrime di vergogna

Un'altro giorno passato
a domandarsi dell'utilità del pianto
dell'utilità di tutto questo immenso dolore
grande grandissimo dolore

Mi domando spesso:
a cosa serve tutto questo dolore
a cosa servono tutte queste bugie
queste false illusioni a cosa servono?

Tutto questo tempo passato
a piangere sul passato
su cosa è accaduto
su cosa è successo
tutto questo tempo a piangere
irrimediabili errori
irrimediabili mosse di una partita a scacchi
già persa in partenza
irrimediabilmente persa.

       Tristezza

La mia profonda tristezza è:

un cumulo di ricordi
un cumulo di offese
un cumulo di carezze violente
un cumulo di scortesie
un cumulo di odio

la mia tristezza è:

un ammasso solido,duro e difficile
da rimuovere
difficile da sciogliere

La mia tristezza nuota
tra i ricordi di un'infanzia ormai
lontana lontanissima..
nuota tra le mie cose
sgorga fuori dal mio corpo
attraverso
amare, amarissime lacrime
acide e corrosive

La mia tristezza tenta di
invadermi
tenta di invadere i miei sensi
le mie volontà..

vuole uccidermi
vuole torturarmi
vuole violentare la mia testa

vuole distruggermi

La mia tristezza
non può rovinarmi
non può avermi
non può possedermi
non mi avrà mai.


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18 dicembre 2002 - Circostanze quasi fortuite, se è vero che le cose ci accadono per caso, mi hanno portato a leggere questo stuzzicante ed arguto racconto: siccome quando l'ho letto la prima volta mi ha piacevolmente sorpreso e mi ha fatto sorridere della mia stessa sorpresa, desidero dividere con voi la scoperta di questo delizioso:

BAMBINO PER SEMPRE

C'era una volta un ragazzo a cui la ragazza, di cui era innamorato, continuava a ripetere che non voleva uscire con lui perché era troppo piccolo, aveva il viso da bambino!

Il ragazzo, non sapendo più cosa fare, andò dal barbiere del paese e gli disse: "Tingimi i capelli, tingimeli di bianco". Il barbiere fece ciò che gli era stato chiesto e il ragazzo tornò a casa con una bella chioma brizzolata. Ma quando, a casa, nella sua camera, si guardò allo specchio non si riconobbe più, così corse sotto la doccia e si lavò via quel colore. Il giorno dopo, però, la ragazza continuava a non volere uscire con lui; così tornò dal barbiere e si fece di nuovo tingere i capelli. Guardandosi nuovamente allo specchio della sua camera, ancora una un volta non si riconobbe e si andò a lavare. Questa storia continuò così per un bel po' di tempo, precisamente fino a quando il ragazzo, guardandosi allo specchio e non riconoscendosi per l'ennesima volta, si andò a lavare. Questa volta però il colore sembrava non voler venire via, tornò nella doccia molte volte e quel bianco sui capelli non se ne andava. Corse alla bottega del barbiere, per chiedergli che tipo di colore avesse usato quella volta, ma si accorse che il barbiere non c'era più e al posto della sua bottega ora c'era un negozio di elettrodomestici. 

Decise allora di andare dalla ragazza, ma quella che gli aprì la porta non era la ragazza di cui si era innamorato; era una povera vecchietta zoppicante che gli disse "Ma guarda come ti sei vestito oggi ! Sei proprio rimasto un bambino !!!".

STEFANO GARDINI

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18 agosto 2002 - Stefano, forse stimolato da vacanze rilassanti o dalla mancanza di esse, ha inviato questi suoi pensieri: 

 

AUTUNNO
Improvvise
le foglie nel vento
ora freddo.
 
E' mutevole il cielo
nella luce inerte
ora pallida.
 
Lenta e profonda
si ritrae
e nel crepuscolo
ora l'anima
contempla il suo cuore.               

 Stefano

COME SEME
 
Trovo nella terra
appoggio e nutrimento.
 
Nascosta nasco
e subito
cerco luce sole e cielo!
  
Stefano

 

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4 giugno 2002 - Riceviamo e pubblichiamo una poesia di Cristian. Siccome è senza titolo, George ha pensato che il più adatto fosse:

I sogni

La mia anima
mi ha condannato al mio volere;
unico,
dolce sospiro
in questo apparire.
Li conosci
ma non sono reali.
Durano una notte o tutta la vita,
i sogni…
Vorrei
stendere un mantello
sotto i tuoi piedi,
ma sono povero e ho soltanto
i miei sogni…
cammina
con passo lieve
perché cammini
sui miei sogni!

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2 giugno 2002 - Carlo ci ha inviato un ricco assortimento di suoi scritti, veramente molto interessanti. Inseriamo qui una poesia, affiancata da una immagine molto bella, sempre inviata da Carlo. 

   "Forse ..."

Non sono un muratore
- mi spiace papà -
non sono un poeta
non sono un adulto
ma neanche un bambino
forse lo so cosa sono
sono quel sorriso
appena accennato
sulle labbra di mia madre
sono l'ultimo vagone
di quel treno
fermo al tramonto
prima che il mio cane
mi lecchi il viso .

Carlo Bramanti

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6 Maggio 2002 - Elena, carissima amica di George fin dai tempi della scuola materna, ha scritto questa poesia assieme a Marco, mentre erano in vacanza a Palmarola, la più bella e selvaggia delle isole Pontine, al largo del Circeo.  Ah, che meraviglia!!!!

UN'ISOLA LONTANA

Mare livido, vento tra i capelli,
occhi impregnati dei colori della natura.
Il lieve scrosciare delle onde
riporta lo spirito al suo ritmo originale.
Rumore di sassi contro le chiglie,
un leone un po' stanco e il cane del mattino.
Il susseguirsi senza interruzione di giorno, notte,
giorno e notte ancora
e il cambio della guardia tra sole e luna,
che si guardano per pochi minuti
e si lasciano serenamente il posto,
tranquilli del loro ritorno e ritrovo il mattino seguente.
Dimora senza confini,
questa è Palmarola.

                                                   Elena&Marco

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15 aprile 2002- Enrica, che ci aveva già mandato "Un attimo di eternità",  è diventata un'amica affezionata e ci ha spedito altre poesie


Il figlio che non avrò mai

Nuvole bianche o rosa
annunziano la primavera,
qua e là il giallo della forsythia
spezza il nitore.

Nel cuore ancora il freddo dell'inverno
non canta la mia anima
rimane muta,
in attesa
che il gelo si sciolga.

L'eterno ciclo
di vita ricomincia,
io sono estranea
non ho germogli.

E' questo il rimpianto 
che rode
il mio cuore.
La mia terra é sterile
non ha scaldato alcun seme.

Enrica Strazza

 

Lampedusa

Terra avara, bruciata
dal sole 
erosa dal vento
tra l'Italia e l'Africa.

Selvaggia e brulla,
la tua arida bellezza
emana un fascino
segreto.
Rari arbusti crescono tra le tue 
pietre arse.

Voli e strida di gabbiani 
nell'aria tersa,
l'onda con la sua eterna
risacca 
bagna la
rena e si ritrae.

Enrica Strazza 5 giugno 2001

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25/02/2002

Una nuova amica vuole divertirsi insieme a noi e ci manda una delle prime poesie che ha scritto.

UN ATTIMO DI ETERNITA'
di Enrica Strazza
 
Ancora due passi e laggiù
pagliuzze d'oro scintillano,
brillando sotto l'acqua verde giada,
trasparenza cristallina.

Lacrime sgorgano dai miei occhi,
lo spettacolo noto come il viso
amato che cambia
e ti sorprende sempre,
si rinnova ogni volta e mi serra la gola.

Un ciuffo di cardo blu,
sospeso nel vuoto,
cresciuto tra queste avare pietre,
attira il mio sguardo.

Da quassù tutto é immobile,
sospeso nel tempo
i miei passi sulle pietre,
erose dal vento
calpestano l'eternità.

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La foto di una donna con il burka ha ispirato un bellissimo racconto, che ci sa dare una visione poetica, di una cultura che per molti di noi può risultare strana, se non incomprensibile. 

ROYA
di Cesare Buffagni

Il suo respiro caldo, la sua mano appoggiata sul mio petto, socchiudo gli occhi: c’è luce nella stanza. I suoi capelli neri mi avvolgono; potrei fermare il tempo in questo istante e rimanere incantato per l’eternità.

Avvicino la mia mano e le sfioro il viso con la punta delle dita e lei si stringe ancora di più a me.

Comincia ad entrare qualche raggio di sole ed illumina la stanza. Ora vedo distintamente gli oggetti, i suoi vestiti adagiati sulla sedia, il mobile e quei fiori gialli nel vaso, che sembrano esplodere di colore, così illuminati.

Roya, la mia donna, la mia sposa, la mia regina, la rivedo in quel giorno felice nel suo vestito ricamato e adorno degli stessi fiori. Avanzava lentamente sorridendo a tutti, i suoi occhi, infine, si posarono su di me che l’aspettavo e la sua bellezza mi riempì d’orgoglio. Dopo la cerimonia non permisi a nessuno di ballare con lei. Com’era leggera, innamorata.

Si stringe ancora e vedo la sua bocca sciogliersi in un sorriso, apre appena gli occhi e comincia a stirarsi addosso a me come fossi un tappetino. Ora si tira su sulle braccia e scuote i suoi capelli, mi bacia. Sussurro il suo nome: « Roya ». Lei si allontana, scende dal letto e la vedo sparire nella stanza da bagno. Il suo canto adesso accompagna quegli ultimi minuti di sonnacchioso riposo che ancora mi concedo.

C’era da immaginarselo: eccoli lì! La porta si apre lentamente, non riesco a vederli ma li sento ridacchiare, quelle due pesti.

Si sono nascosti ai piedi del letto e cominciano a miagolare. Anig, il più piccolo, si trattiene a fatica. Sto al gioco: parlo ad alta voce chiedendomi se per caso non sia entrato in casa qualche gattaccio, faccio la voce grave e severa, poi, ai piedi del letto, li sorprendo facendo l’orco cattivo.

Strillano e mi saltano addosso sul letto.

Roya esce dal bagno con i capelli raccolti nell’asciugamano, ma qualche ricciolo che sfugge gocciola sul naso e poi sul collo. Si unisce ai nostri giochi. Apriamo un grosso pacco che ho portato dal mio viaggio: è pieno di libri che sono riuscito ad acquistare di nascosto. Mi sono costati parecchio ma ne è valsa la pena: i bambini sono entusiasti. Sono libri stranieri, leggendoli glieli traduco, ma sono pieni di figure colorate sulla vita degli animali, loro si divertono a farne le mosse e i versi

Quando esco dal bagno, pronto per uscire, saluto Roya, ho un regalo anche per lei, mi raggiungerà più tardi in bottega e glielo darò. I bambini stanno facendo colazione, li abbraccio ed esco di casa.

Mi prende l’angoscia, dover lasciare quel paradiso incantato ogni mattina... Vorrei poter rimanere con loro e aiutarli nello studio come fa Roya. Roya: amorevole ed infaticabile li educa nella speranza di un mondo migliore e nel timore segreto che nulla cambierà.

Mi ha raggiunto alla bottega. Pensavo fosse una cliente, col viso coperto... ma poi la sua voce... Io li vendo quegli orrendi copricapo, che ironia del destino!

La mia sorpresa, eccola. Ne ho fatto ricamare uno per Roya. Fiori gialli a creare una corona. Roya lo indossa e se ne va e fra tutte rimane la più bella.

Roya, la mia donna, la mia sposa, la mia regina.

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Maria Laura, ci ha mandato una bellissima poesia che dedica alla sua amica Federica e a tutte le persone che credono nell'amicizia, come noi di scriveregiocando, che dell'amicizia abbiamo un profondo rispetto. La poesia arriva direttamente dal sito www.solonewage.it ed è firmata da Daniela F.

AMICI     

Esistono persone nelle nostre vite
che ci rendono felici per il semplice caso
di avere incrociato il nostro cammino.
Alcuni percorrono il cammino al nostro fianco,
vedendo molte lune passare,
gli altri li vediamo appena tra un passo e l'altro.

Tutti li chiamiamo amici e ce sono di molti tipi.
Talvolta ciascuna foglia di un albero
rappresenta uno dei nostri amici.
Il primo che nasce è il nostro amico Papà
e la nostra amica Mamma, che ci mostrano cosa è la vita.

Dopo vengono gli amici Fratelli,
con i quali dividiamo il nostro spazio
affinché possano fiorire come noi.
Conosciamo tutta la famiglia delle foglie che rispettiamo
e a cui auguriamo ogni bene.

Ma il destino ci presenta ad altri amici
che non sapevamo avrebbero incrociato il nostro cammino.
Molti di loro li chiamiamo amici dell'anima, del cuore.
Sono sinceri, sono veri.
Sanno quando non stiamo bene, sanno cosa ci fa felici.

E alle volte uno di questi amici dell'anima si installa
nel nostro cuore e allora lo chiamiamo innamorato.
Egli da luce ai nostri occhi,
musica alle nostre labbra,
salti ai nostri piedi.

 

Ma ci sono anche quegli amici di passaggio,
talvolta una vacanza o un giorno o un'ora.
Essi collocano un sorriso nel nostro viso
per tutto il tempo che stiamo con loro.

Non possiamo dimenticare gli amici distanti,
quelli che stanno nelle punte dei rami
e che quando il vento soffia
appaiono sempre tra una foglia e l'altra.
Il tempo passa, l'estate se ne va, l'autunno si avvicina
e perdiamo alcune delle nostre foglie,
alcune nascono l'estate dopo,
e altre permangono per molte stagioni.

Ma quello che ci lascia felici è che le foglie che sono cadute
continuano a vivere con noi, alimentando le nostre radici con allegria.

Sono ricordi di momenti meravigliosi
di quando incrociarono il nostro cammino.

Ti auguro, foglia del mio albero, pace e amore,
Oggi e sempre........ semplicemente
perché ogni persona che passa nella nostra vita è unica.

Sempre lascia un poco di se e prende un poco di noi.

Ci saranno quelli che prendono molto,
ma non ci sarà mai chi non lascerà niente!

 Daniela F.

 


25 dicembre 2001

Franco ci ha voluto fare un bellissimo regalo di Natale e ci ha  spedito una sua creazione, che ci è piaciuta molto. Vogliamo dividerla con voi, sperando che Franco ce ne invii altre...

   PAGLIACCIO  
E' finita!
Solo, nel camerino,
vedo allo specchio
il viso rugoso e senza trucco.
 
Le labbra pallide
non sorridono più.
Mi sento vecchio, ma, 
far ridere la gente è
la mia felicità.    
 
Lo sguardo è spento!
Spento come le luci del circo.
(Franco Fornaro - 15/10/1980)

 

Questa bellissima foto è tratta dall'album del Circo Bidon.  Andate ad ammirare le altre foto e a leggere l'affascinante storia di questo circo.                                                                                            


Riceviamo e pubblichiamo una poesia con dedica della nostra lettrice Anna, che ci ha mandato un messaggio pieno di complimenti... grazie, Anna. (hai visto che George ha deciso di pubblicare la tua poesia anche se tu non ci credevi?)

A Carlo

Ho assaggiato il mondo dell'amore in una stralcio di vita insieme a Te
che è diventato poi la vita stessa mia con Te.
Ho assaporato e goduto un breve tempo di amore insieme a Te
che è diventato poi il tempo di grande amore mio per Te
Ho provato l'estasi del piacere e dell'emozione profonda insieme a Te
che è diventata poi fonte di infinito sentimento mio per Te 
Ho saziato di nulla e di tutto questo mio astratto corpo insieme a Te
che è diventato poi vero in delizioso appagamento accanto a Te.
Ho conosciuto in tenero compiacimento l'amore intenso insieme a Te
che è diventato poi felice riferimento della vita mia con Te.
Ti amo, non dimentiCarlo mai.
Anna

2 ottobre 2001 - Federica mi ha affidato i suoi pensieri. Forse possono fare riflettere e aiutare a sopportare  meglio certe cose che non ci possiamo spiegare in alcun modo.

 

Vivere      

Quando vuoi una cosa e la vuoi fare con tutto il cuore,

non farti fermare dagli ostacoli che si presenteranno sul tuo cammino.

Lotta fino alla fine, impiega tutte le tue forze,

sii abile perché i risultati ripagheranno i tuoi sforzi.

Non ti arrendere mai perché la perseveranza

ti porterà ad avere ciò per cui lotti.

Ricorda però che la miglior strategia per vincere è usare la dolcezza:

un sorriso può fare più di mille espedienti .

 

La vita

La vita è per tutti noi una scala,

per alcuni lunga e per altri corta.

Ricordino coloro che fino ad ora

l’hanno solo discesa che non sarà sempre così:

prima o poi le parti si invertiranno

e allora anche loro arriveranno alla felicità.

Non abbiate mai il rimorso

per i gradini che avete toccato,

perché ogni gradino sarà un mattone del vostro futuro,

poiché ogni esperienza ci insegna qualcosa,

sia essa positiva o negativa!

 


La nostra amica Mary Gray ci ha mandato questi versi:

Scrivere
per riflettere
scrivere
mentre una lacrima ti scende
scrivere
mentre un sorriso ti prende
scrivere
per essere sempre presente
scrivere
lasciando che le tue mani traducano
ciò che la tua mente sente.

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Ultimo aggiornamento al 20/06/07

 


 
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